sabato 2 ottobre 2021

Terzo giorno del triduo di S. Francesco - Minorità


 «In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso» (Mc 10,2-16)

Dalla Vita seconda di S, Francesco di Tommaso da Celano (FF 729):

«Vedeva che alcuni desideravano ardentemente le cariche dell'Ordine, delle quali si rendevano indegni, oltre al resto, anche per la sola ambizione di governare. E diceva che questi non erano frati minori, ma avevano dimenticato la loro vocazione ed erano decaduti dalla gloria. Confutava poi con abbondanza di argomenti alcuni miserabili, che sopportavano a malincuore di essere rimossi dai vari uffici, perché più che l'onere cercavano l'onore.

Un giorno disse al suo compagno: " Non mi sembrerebbe di essere frate minore se non fossi nella disposizione che ti descriverò. Ecco – spiegò – essendo superiore dei frati vado al capitolo, predico, li ammonisco, e alla fine si grida contro di me: “Non è adatto per noi un uomo senza cultura e dappoco. Perciò non vogliamo che tu regni su di noi, perché non sei eloquente, sei semplice ed ignorante”. Alla fine sono scacciato con obbrobrio, vilipeso da tutti. Ti dico: se non ascolterò queste parole conservando lo stesso volto, la stessa letizia di animo, lo stesso proposito di santità, non sono per niente frate minore".

E aggiungeva: " Il superiorato è occasione di caduta, la lode di precipizio. L'umiltà del suddito invece porta alla salvezza dell'anima. Perché allora volgiamo l'animo più ai pericoli che ai vantaggi, quando abbiamo la vita per acquistarci meriti?". »

Oggi, festa degli angeli custodi, entriamo già nella liturgia domenicale. Per quest’omelia mi soffermerò sulla seconda parte del Vangelo, l’invito ad accogliere il Regno come bambini.

A chi è come loro appartiene il Regno di Dio. Ciò che ci chiede il Maestro è la semplicità e la minorità dei bambini, il loro sapersi piccoli e dipendenti, il loro essere fiduciosi. Ci accoglie il Regno come un bambino, infatti, sa di avere un Padre che provvede a lui; si fida incondizionatamente di questo Padre di cui sa di avere bisogno; riconosce la propria dipendenza, la propria costitutiva povertà, il fatto di non potersi dare la vita da solo, e la vive senza angoscia perché fiducioso nell’amore del Padre.

Francesco, perfetto discepolo e imitatore di Cristo che «non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo» (Fil 2,6-7),  ha ben compreso l’importanza di farsi piccoli per entrare nel Regno dei Cieli, per questo sceglie di essere “minore”. La Minorità è la via per cui Francesco si sente chiamato a seguire il Divino Maestro. Ed è questa la caratteristica che lui reputa distintiva della sua fraternità: l’essere minore, il farsi piccolo per amore, per fare spazio a Dio e al fratello.

Come abbiamo ascoltato nel brano delle Fonti, il Poverello di Assisi sceglie di rinunciare ad ogni “superiorato”, visto come pericoloso per la salvezza eterna, per vivere la minorità. Francesco, tuttavia, non rinuncia al servizio di autorità: è consapevole che la fraternità ha bisogno di guide, ma sceglie e chiede ai suoi frati minori di vivere anche il servizio dell’autorità appunto come un servizio svolto per amore. Per questo vuole che la fraternità sia guidata da “ministri”, cioè “servi”. Il nostro amore vicendevole rende visibile l'amore di Cristo per noi, per questo deve essere veramente un “amore che serve”; deve conservarsi come un amore umile nel servizio reciproco.

L'umiltà nella sua essenza è riconoscere la propria povertà di fronte a Dio. L'uomo veramente umile, veramente povero di sé, che tutto ha consegnato a Dio, non si esalta per il bene che Dio opera per mezzo di lui.

Purtroppo l’umiltà oggi non è “di moda”. Ha un’accezione negativa; nella “società dell’apparire” l’umiltà non ha alcun senso. Non abbiamo più un giusto concetto di questa virtù cristiana. Poiché, tuttavia, la povertà e l’umiltà (che possiamo riassumere nella parola “minorità”) sono i pilastri fondamentali della nostra francescana sequela di Cristo, è importante comprenderla per viverla.

Siamo veramente umili quando siamo riconoscenti a Dio, oltre che per ciò che opera attraverso di noi, anche per tutto ciò che di bene Egli dice e opera per mezzo dei nostri fratelli e delle nostre sorelle. Questa gioia riconoscente è un importante aspetto dell'umiltà cristiana. Quanto più un uomo vive in riconoscente gioia davanti a Dio, tanto più è un autentico discepolo di Cristo. In questa umiltà mette radici quindi l'amore fraterno che Gesù ci ha lasciato come segno distintivo dell’essere suoi discepoli (Cfr. Gv 13,35)

Concludendo, non possiamo certo chiederci: ho l’umiltà? Rischieremmo di cadere nel peccato contrario inorgogliendoci per la nostra “umiltà”. Chiediamoci piuttosto: Sono io riconoscente a Dio, il Signore, per tutto il bene che Egli dice e opera per mezzo mio? Il Vero minore si riconosce in tutto beneficato dal "grande Elemosiniere", da Dio. In lui non c'è alcun posto per la ricerca della fama, dell'autocompiacenza e della superbia. Compiamo un ulteriore passo in avanti se ci domandiamo: Mi rallegro io per il bene che Dio dice e opera per mezzo dei miei fratelli e sorelle? Forse dovremmo imparare in primo luogo a vedere il bene degli altri e riconoscerlo con gratitudine a Dio. Spesso, purtroppo abbiamo un’attenzione particolare a vedere il male negli altri. Eppure Dio nella sua creazione ha fatto buona ogni cosa e ogni persona e può operare il bene per mezzo di chi vuole. Scoprire e riconoscere questo sarebbe un atto autentico di glorificazione a Dio, che non dovrebbe mancare nella vita dell'umile servo di Dio. Scoprire il bene nella vita degli altri e riconoscerlo senza invidia, con gioia è certamente uno dei passi più importanti verso l'autentico amore fraterno; perché esso ci apre alla giusta comprensione degli altri. Con ciò vengono anche sgomberati gli ostacoli che si trovano sulla strada della vita fraterna in comune. Da questa umiltà si sviluppa l'autentica "fraternitas", la società fraterna del Vangelo. Il Signore ce lo conceda.

Fr. Marco

venerdì 1 ottobre 2021

Secondo giorno del triduo di S. Francesco - Chi ascolta voi ascolta me

 «Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me, disprezza colui che mi ha mandato» (Lc 10,13-16)

Dalle Ammonizioni di S. Francesco d’Assisi (FF 148-151):

«Dice il Signore nel Vangelo: " chi non avrà rinunciato a tutto ciò che possiede non può essere mio discepolo", e " Chi vorrà salvare la sua anima, la perderà". Abbandona tutto quello che possiede e perde il suo corpo colui che sottomette totalmente se stesso all'obbedienza nelle mani del suo superiore. E qualunque cosa fa o dice che egli sa non essere contro la volontà di lui, purché sia bene quello che fa, è vera obbedienza. E se qualche volta il suddito vede cose migliori e più utili alla sua anima di quelle che gli ordina il superiore, volentieri sacrifichi a Dio le sue e cerchi invece di adempiere con l'opera quelle del superiore. Infatti questa è l'obbedienza caritativa, perché compiace a Dio ed al prossimo. … Vi sono infatti molti religiosi che, col pretesto di vedere cose migliori di quelle che ordinano i loro superiori, guardano indietro e ritornano al vomito della propria volontà. Questi sono degli omicidi e sono causa di perdizione per molte anime con i loro cattivi esempi.»

La pagina evangelica odierna continua il discorso di Gesù ai 72 discepoli mandati in missione e si apre con il monito di Gesù che esorta alla conversione esprimendo il suo dolore per la sorte di coloro che non si convertono. L’espressione tradotta “Guai”, infatti, significa soprattutto «povera te …».

Ciò che viene rimproverato è il non avere accolto la Parola e, quindi, l'avere disobbedito ai ripetuti richiami di Dio. Il Maestro, rivolgendosi ai discepoli mandati in missione ad annunziare la Buona novella del Regno, afferma «Chi ascolta voi ascolta me». L’obbedienza a Cristo tramite l’obbedienza ai suoi inviati, allora diventa determinante per sperimentare la Vita.

È proprio dell’obbedienza conseguente alla conversione che intendo parlare oggi. Scegliendo Gesù come suo Signore, Francesco mette realmente la sua vita sotto la Signoria di Cristo e, riconoscendo gli altri come superiori a sé vive in continuo ascolto della volontà di Dio che può manifestarsi attraverso qualunque dei suoi fratelli. Certamente tutti vogliamo obbedire a Dio. Ci piace credere che sentendo la Sua Voce faremmo tutto. Egli, però, non entra visibilmente nella nostra vita. Il Padre si serve di strumenti umani, spesso anzi, “troppo umani”, precisamente dei superiori che egli ci ha dato attraverso l’autorità della sua Chiesa. È questa la situazione che talvolta rende l'obbedienza così difficile. Perciò l'obbedienza è veramente lasciare tutto, rinunciare anche a se stessi, lasciarsi condurre e guidare da uomini che sono i rappresentanti di Dio. Questa obbedienza è possibile soltanto nella fede: in quella fede che confida fermamente che Dio è operante nella Sua Chiesa e conduce i suoi attraverso i vari ministeri presenti in essa. Se noi glielo permettiamo, è Dio che conduce la nostra storia e lo fa anche attraverso i suoi ministri, attraverso coloro che la Chiesa ci dà come guide.

L'obbedienza chiesta da Gesù e dal suo servo Francesco, tuttavia, non è un’obbedienza “militaresca” che, se da una parte “violenta” la nostra libertà, a volte ci fa comodo perché ci deresponsabilizza, ci libera dalla fatica del decidere. L’obbedienza che ci è richiesta è un’obbedienza da figli. Noi dovremmo stare nell'obbedienza anche quando colui che è chiamato a guidarci non è presente, anzi, anche quando siamo completamente soli. Termine ultimo della nostra obbedienza, infatti, non è il “superiore”, ma Dio, il nostro solo Signore. Qui c'è naturalmente anche un pesante impegno per tutti coloro che dalla Chiesa vengono posti come “superiori”: essi devono esigere nell'obbedienza solo quello che è buono, cioè quello che è in consonanza con la volontà di Dio. Perciò obbedire è sicuramente più facile che comandare!

«E se qualche volta il suddito vede cose migliori e più utili per la sua anima di quelle che gli comanda il superiore, …». È certamente possibile che il suddito giudichi qualcosa meglio che il suo superiore. In tal caso Francesco afferma che è più importante e più prezioso obbedire che seguire le proprie opinioni o le proprie cognizioni. Il bene fatto nell’obbedienza è, per Francesco, più prezioso del meglio fatto senza obbedienza. Si tratta dell’adempimento della volontà di Dio, anche quando l’uomo perde se stesso. Qui sperimentiamo ancora che l'obbedienza piena è possibile solo in una fede solida, che crede cioè che Dio ha la nostra vita nelle sue mani e dispone e può condurre tutto meglio di quanto noi non possiamo sospettare. Dio sa meglio di noi ciò che è Bene e può portare ad effetto la Sua volontà attraverso chi vuole. Per questo dobbiamo abbandonarci pieni di fede alla Sua guida. Agendo così, l’obbedienza diventa certamente un sacrificio, in cui noi ci offriamo completamente a Dio, poiché rinunciamo ad ogni cosa e perdiamo noi stessi per amore suo. Non dimentichiamo, però, che questo sacrificio nell’obbedienza ci porta dentro al sacrificio di Cristo, «il quale umiliò se stesso fino alla morte, e alla morte di croce» (Fil. 2,8). Perciò continua Francesco: «Questa è l’obbedienza caritativa, perché compiace a Dio e al prossimo». Chi è obbediente con Cristo in questo modo, prende parte al dono della redenzione di Cristo, alla sua opera di salvezza per tutti gli uomini, egli realizza con Cristo l'offerta della propria volontà, affinché Dio sia glorificato in ognuno. Per questo Francesco dice che compiace a Dio e al prossimo. L'obbedienza è il punto culminante di una vita di povertà spirituale, nel quale l'uomo abbandona tutto, e niente trattiene per sé. Nell’obbedienza l'uomo si lega per diventare libero per Dio e l’adempimento della sua santa volontà. Egli dice "No" a se stesso per dire liberamente "Sì" a Dio.

Fr. Marco

giovedì 30 settembre 2021

Primo giorno del Triduo di S. Francesco - Ecco, io vi mando ...


 «…  ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. » (Lc 10,1-2;)

Dalla Leggenda dei tre compagni (FF 1427):

25. Francesco, compiuti i restauri della chiesa di San Damiano, seguitava a portare l’abito di eremita, camminava col bastone in mano, le calzature ai piedi, una cintura di pelle ai fianchi.

Ma un giorno, mentre ascoltava la Messa udì le istruzioni date da Cristo quando inviò i suoi discepoli a predicare: che cioè per strada non dovevano portare né oro né argento, né pane, né bastone, né calzature, né veste di ricambio. Comprese meglio queste consegne dopo, facendosi spiegare il brano dal sacerdote. Allora, raggiante di gioia, esclamò: “ E proprio quello che bramo realizzare con tutte le mie forze! “.

E fissando nella memoria quelle direttive, s’impegnò ad eseguirle lietamente. Senza por tempo in mezzo, si sbarazzò di tutto quello che possedeva di doppio, e inoltre del bastone, delle calzature, della borsa e della bisaccia. Si confezionò una tonaca misera e grossolana e, in luogo della cinghia di pelle, strinse i fianchi con una corda. Mise tutto il suo entusiasmo a bene intendere e realizzare i suggerimenti della nuova grazia. Ispirato da Dio cominciò ad annunziare la perfezione del Vangelo, predicando a tutti la penitenza, con semplicità. Le sue parole non erano frivole, ridicole, ma, piene della VIRTU’’ dello Spirito Santo, penetravano nell’intimo delle coscienze, così da toccare vivamente gli ascoltatori.

In questo primo giorno del triduo in preparazione alla festa di S. Francesco d’Assisi, la Parola, provvidenzialmente ci fa ascoltare il brano evangelico che risuonò nel cuore del Serafico Padre all’inizio della sua conversione riempiendolo di gioia. Vorrei approfittarne per evidenziare alcuni tratti della sua spiritualità che siamo chiamati ad imitare. I santi, infatti, lo sapete, ci sono dati come intercessori, ma anche e soprattutto come modelli di sequela di Cristo.

La prima cosa che vorrei sottolineare quest’oggi è la serietà nell’ascolto della Parola nel seno della Chiesa: il giovane Francesco, che ha già intrapreso la vita da penitente, ascolta una Parola del Vangelo che risuona particolarmente nel suo cuore e va ad interrogare il sacerdote. Dopodiché la prende sul serio! Mi rendo conto che sembra strano dirlo: è la parola di Dio, è il Vangelo … certo che va preso sul serio! Eppure, quante volte non solo non ci comportiamo di conseguenza con ciò che ascoltiamo, ma addirittura neanche ascoltiamo realmente ciò che il Signore ci dice (tanto che uscendo dalla chiesa neanche ricordiamo cosa dicesse il vangelo proclamato). Francesco accoglie davvero la Parola nel suo cuore e questa produce frutto: la gioia, la Vita che il mondo non poteva dargli.

Come discepoli di Cristo sulle orme di Francesco ecco già qualcosa che siamo chiamati ad imitare: l’accoglienza della Parola, il prendere sul serio ciò che il Signore ci chiede. Guardando al serafico Padre, ascoltiamo con frequenza la Parola, meditiamola nel nostro cuore, lasciamo che trasformi il nostro modo di pensare e di agire. Nel Vangelo Gesù chiede ai suoi discepoli mandati ad annunciare il Regno di confidare solo sulla potenza della Parola che annunziano e di Colui che li ha mandati. Se davvero la riconosciamo come Parola di Dio e riconosciamo Cristo come nostro Signore, comportiamoci anche noi secondo le direttive del Vangelo: sperimenteremo la gioia di una Vita che il mondo non conosce.

Proprio perché sperimenta questa gioia profonda e la Vita vera, Francesco può fare la scelta della povertà liberandosi da ciò che lo legava. Fidandosi di Cristo, segue l’insegnamento del Vangelo prendendolo alla lettera e sperimenta la Vita. È questo il motivo per cui nel Testamento, descrivendo la povertà dei frati, afferma: … e non volevamo avere di più! (FF117)

È la gioia che traspare da tutto il suo essere, infine che rende credibile il suo annuncio: testimonia la Vita che ha trovato nella sequela di Cristo. Non annuncia se stesso né parla per essere lodato. Racconta ciò che Cristo ha fatto per lui perché i fratelli possano anch’essi sperimentare la gioia e la Vita.

L’ultima cosa che vorrei sottolineare del brano delle fonti che abbiamo ascoltato è che, per il Serafico Padre, il Vangelo va ascoltato e compreso in comunione con la Chiesa. Francesco non è stupido o cieco, conosce le miserie della Chiesa del suo tempo in cui era realmente difficile riconoscere la sposa di Cristo, ma sa che può incontrare Cristo solo nella Chiesa e in comunione con i suoi ministri. Ritengo che anche questo sia per noi importante imitare: non si può essere discepoli di Cristo sulle orme di Francesco e non essere in comunione con la chiesa e i suoi pastori. La Chiesa è una realtà divina e umana: voluta da Cristo e animata dallo Spirito, è appesantita dal peccato dei suoi membri (noi tutti battezzati). Ciò nonostante, Cristo è presente nella Chiesa e agisce nei suoi ministri; e nella Chiesa vuole essere incontrato.

Il Signore ci conceda, allora, come Francesco di accogliere la Parola per sperimentare la gioia ed essere annunziatori credibili del Vangelo, Buona Notizia anche per il mondo contemporaneo.

Fr. Marco

sabato 25 settembre 2021

Tu sei il bene, tutto il bene, il sommo bene!


 «“Eldad e Medad profetizzano nell’accampamento”. … Ma Mosè gli disse: “Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!”». (Num 11,25-29)

«Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore onnipotente.» (Giac 5,1-6)

«“Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva”. Ma Gesù disse: “Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi”.» (Mc 9,38-43.45.47-48)

​Questa domenica, XXVI del tempo ordinario, la Parola di Dio tratta della gelosia, dell’avidità e dell’ invidia degli uomini nei confronti dei doni che con liberalità Dio elargisce ai loro fratelli: Giosuè è geloso dei due anziani rimasti all’accampamento, l’apostolo Giovanni è geloso dell’uomo che, pur non seguendo Gesù, scaccia demòni nel suo nome. Dinanzi la liberalità di Dio, in realtà, dovremmo rallegrarci e, invece di guardare con invidia ai dono dei nostri fratelli, fare attenzione al modo in cui usiamo i doni che sono stati concessi a noi. Nella seconda lettura s. Giacomo mette i guardia i ricchi a usare bene della loro ricchezza perché questa non diventi una condanna per loro.

Come ci ricorda il serafico padre S. Francesco, Dio è “il Datore di ogni bene”: «Tu sei il bene, tutto il bene, il sommo bene» esclama nelle Lodi di Dio Altissimo. Troppo spesso, però noi assolutizziamo i beni di Dio facendone degli idoli, attaccando loro il cuore, volendoli possedere. Facciamo “oggetto di rapina” ciò che Dio vuole concederci. “Affamati” di vita, in preda al desiderio di affermare il nostro io, arriviamo ad essere invidiosi anche delle capacità dei nostri fratelli.

Oggi la Parola di Dio ci invita ancora una volta a conversione, a cambiare il nostro modo di pensare e la direzione del nostro sguardo. Alziamo gli occhi dai beni di Dio al Datore di ogni bene e ricordiamo che è il Padre che si prende cura dei suoi figli. Prendiamo consapevolezza che ogni bene, ogni capacità, nostra e dei nostri fratelli, è data dal Padre per il bene della Chiesa. Per questo motivo siamo invitati a rallegrarci per i beni e le capacità dei nostri fratelli e a fare attenzione a come usiamo i beni e le capacità che sono state date a noi. Ciascuno riceverà la giusta ricompensa per il modo in cui è stato capace di condividere i doni che gli sono stati affidati, fosse anche solo “un bicchiere d’acqua”.

La Parola di oggi, però, ci invita soprattutto a centrare la nostra vita su ciò che veramente va cercato al di sopra di ogni bene: la comunione con Dio. Per fare questo siamo invitati ad abbandonare ogni relazione con gli idoli, a cominciare dal nostro Io che continuamente vuole ergersi contro Dio. È per questo che oggi nel Vangelo il Maestro ci invita a “tagliare” ciò che ci dà scandalo, che ci è d’inciampo nel nostro cammino verso il Sommo Bene. Ascoltando la Parola e contemplando l’Amore Crocifisso, recuperiamo la centralità di Dio e dei nostri fratelli nella nostra vita. Viviamo concretamente il comandamento dell’amore condividendo con i fratelli, per amore di Dio, ciò che il Signore ci ha concesso. “Restituiamo” a Dio, secondo ciò che insegna il serafico padre san Francesco, il bene che ci ha affidato non attribuendolo al nostro io, ma usandolo per i fratelli e lodando il Datore di ogni Bene. Il Signore ce lo conceda.

Fr. Marco

sabato 18 settembre 2021

Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo e il servitore di tutti

 


«[Dissero gli empi:] «Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni» (Sap 2,12.17-20)

«Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra!» (Giac 3,16-4,3)

«Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà … Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti» (Mc 9,30-37)

​Il Vangelo della XXV domenica del tempo ordinario ci presenta il secondo annuncio della Passione. Il tema della sofferenza è anticipato e inquadrato dalla prima lettura, che narra le “trame degli empi” che vogliono togliere di mezzo il giusto perché con la sua vita mette in risalto la loro empietà.

La pagina del Vangelo si apre descrivendo Gesù che attraversa la Galilea. È il territorio dei “gentili”, dei non giudei, dei “lontani da Dio”. Anche per loro Gesù darà la Vita perché scoprano l’infinito amore di Dio, diventino discepoli e con la loro vita rendano gloria al Padre (cfr. Gv 15,8).

Per la strada … avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Mentre il Maestro annuncia ai discepoli ciò che sta andando a compiere a Gerusalemme, il dono della sua vita per amore, i discepoli parlano tra loro di chi è il più grande! Sono ben lontani dalla logica dell’amore che si fa dono, non hanno ancora ricevuto lo Spirito, l’Amore del Padre riversato nei nostri cuori (cfr Rm 5,5).

Anche a noi, però, nonostante il dono dello Spirito che abbiamo ricevuto attraverso i sacramenti, può capitare di scegliere di vivere per noi stessi, di ricadere nella schiavitù delle nostre passioni. Assestati di Vita, può capitare di volere essere più grandi dei nostri fratelli, di desiderare quella grandezza secondo il mondo, che gonfia e mette gli uni contro gli altri.  È da questo, ci ricorda S. Giacomo nella seconda lettura che vengono le gelosie, le invidie e ogni sorta di cattive azioni.

Se uno vuole essere il primo … Gesù non rimprovera i suoi discepoli per il fatto che desiderano la grandezza, ma mostra loro la vera grandezza che consiste nel partecipare della grandezza di Dio. È per questo che oggi Gesù ci invita ad accogliere Lui e Colui che lo ha mandato, accogliendo i bambini, i più piccoli, quanti non hanno come ricompensarci. Per accogliere, però, è necessario farsi piccoli e mettersi al servizio. Farsi piccoli, per fare spazio all’altro nella nostra vita, e mettersi al servizio ad imitazione di Lui che è venuto per servire e non per farsi servire (Mc 11,45). Domenica scorsa, nel Vangelo il Maestro ci invitava: «Se qualcuno vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Significa anche questo: seguendo il Maestro ed a imitazione di Lui, rinneghiamo noi stessi facendo spazio all’altro e doniamo la vita per amore nel servizio gratuito e disinteressanto.

Accogliamo allora il Signore nella nostra vita, facendoci piccoli e mettendoci al servizio dei più piccoli,  di quanti non valgono niente per il mondo. Sperimenteremo di non essere soli e parteciperemo della vera grandezza regale di Cristo.

Fr. Marco

venerdì 10 settembre 2021

Voi chi dite che io sia?

 «Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro.» (Is 50, 5-9)

«A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha opere? Quella fede può forse salvarlo? … Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta.» (Gc 2,14-18)

«… “Ma voi, chi dite che io sia?” … “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” … “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà”» (Mc 8,27-35)

Nella XXIV domenica del tempo ordinario (anno B), il Vangelo ci pone una domanda fondamentale per la nostra vita di fede: chi è per me Gesù? La risposta non è scontata come vorremmo. Troppo spesso, infatti, la nostra professione di fede viene smentita dalla nostra vita. Troppo spesso alla fede dichiarata a parole non facciamo seguire le opere corrispondenti.

La fede, se non è seguita dalle opere, è morta. Perché la nostra professione di fede in Gesù riconosciuto come il nostro Signore, il Messia e Salvatore, sia autentica e credibile, siamo chiamati a testimoniarlo con la vita comportandoci da discepoli: imparando a camminare dietro di Lui, in obbedienza alla Sua Parola e non come coloro che vogliono insegnargli ciò che deve fare!

«Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» Nel Vangelo di oggi, il Maestro ci istruisce sulle esigenze del discepolato. In particolare ci invita al rinnegamento di se stessi, esigenza imprescindibile della sequela.

Che significa rinnegare se stessi? Nel Nuovo Testamento il  verbo “rinnegare” ricorre con costanza in due contesti diversi: quando si parla di rinnegamento di sé e quando si parla di rinnegamento di Cristo: «Chi mi rinnegherà davanti agli uomini …» (Mt 10, 33). Le due cose, secondo il Vangelo, sono in alternativa: o si rinnega se stessi, o si rinnega Cristo. O si cerca di “salvarsi la vita” secondo la logica del mondo, si cerca, cioè di fare valere i propri diritti mettendo il nostro Io al centro della nostra vita; o ci si mette alla sequela di Cristo, si prende a cuore l’esigenza e la mentalità del Regno e si mette Cristo al centro della propria vita. Il “rinnegamento”, quindi, non è mai fine a se stesso, né un ideale in sé. Dire no a se stessi è il mezzo per dire sì a Cristo. Se scegliamo di seguire Cristo, dobbiamo smettere di seguire il nostro io e rinnegare noi stessi: il nostro orgoglio (che ci impedisce di perdonare) il nostro egoismo (che ci impedisce di condividere), la nostra vanagloria (che ci impedisce di riconoscere i doni dei fratelli). La “logica del mondo” mi insegna che “tutto gira intorno a me”, che “io valgo”, che devo stare bene; per quanto riguarda la sofferenza, poi, come Pietro, afferma: questo non ti accadrà mai! Anche a noi, come a Pietro, oggi Gesù dice: «Vieni dietro a me, non pensare più secondo gli uomini, ma secondo Dio».

La via della sequela, quindi, è la via dell’obbedienza, della vita donata per amore ad imitazione del nostro Maestro. Questa settimana, mercoledì 15 settembre, ricorrerà l’anniversario del martirio del Beato P. Pino Puglisi (A 15/9/37 - Ω 15/9/93) sacerdote nostro contemporaneo. Un uomo che seppe davvero mettersi alla sequela del Maestro rinnegando se stesso e imparando a perdere la vita per amore. Consacrando la sua vita a Dio nel sacerdozio, si impegnò sempre per i più piccoli e deboli subendo per questo anche il rifiuto e gli insulti. Proprio questo suo continuo prendersi cura degli ultimi, delle persone più deboli e per questo più facilmente preda della malavita organizzata, diede fastidio a coloro che hanno messo la vita al servizio del “principe di questo mondo”. Lui lo sapeva, ma scelse di non rinnegare Gesù e di non difendere la propria vita. Accolse il suo assassino con un sorriso dal quale probabilmente è scaturito il primo frutto del suo martirio: la conversione di colui che lo ha ucciso.

Insieme al Beato Padre Pino Puglisi e ai fratelli e sorelle che ci hanno preceduto, mettiamoci anche noi alla sequela del Maestro in questo cammino faticoso e in salita, ma che sfocia in quella Vita Piena che il mondo non conosce e non può darci.

Fr. Marco.

venerdì 3 settembre 2021

Coraggio, non temete! Egli viene a salvarvi

 «Dite agli smarriti di cuore:  “Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi”. Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi.» (Is 35,4-7a)

«Fratelli miei, la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria, sia immune da favoritismi personali … Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano?» (Gc 2,1-5)

«Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà”, cioè: “Apriti!”» (Mc 7,31-37)

Oggi, XXIII Domenica del tempo ordinario, la liturgia della Parola si apre con un invito alla Speranza: «Non temete … Egli viene a salvarvi». Nel Vangelo, inoltre, Gesù ci è presentato come il pieno adempimento della profezia messianica di Isaia: viene a cercare l’umanità dispersa per aprirla nuovamente alla relazione vitale con il Padre. Viene a guarire la nostra sordità perché possiamo ascoltare nuovamente la Parola di Dio; guarisce il nostro mutismo perché possiamo tornare a rivolgerci al Padre e possiamo annunciarlo alle genti.

La pagina evangelica di questa domenica si apre con una notazione geografica: Gesù percorre le regioni pagane della Decàpoli. Viene a cercare i “lontani”, quanti non hanno mai sentito parlare di Dio e brancolano nel buio. Simbolo di quest’umanità dispersa, è il sordomuto incapace di ascoltare e di parlare. Gesù lo prende in disparte, cerca una relazione di intimità con lui, e tocca le sue orecchie e la sua lingua perché tornino ad aprirsi. È lo stesso gesto che Gesù, per mano del sacerdote, ha compiuto su di noi il giorno del nostro battesimo. Innestati in Cristo con il battesimo, infatti, anche noi siamo stati aperti alla relazione con i Padre, siamo stati guariti dall’incapacità di ascoltare la Sua Parola e di rivolgerci a Lui.

Guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà”, cioè: “Apriti!”. Accostandosi all’umanità malata, Gesù emette un sospiro, letteralmente “un gemito”: partecipa alla sofferenza dell’uomo lontano dal Padre, si fa solidale con lui. La parola aramaica “Effatà” viene conservata dall’evangelista nella lingua originale per sottolinearne il carattere decisivo. Senza dubbio questa parola è rivolta al sordomuto perché si apra alla relazione, ma mi piace notare che Gesù sta guardando verso il Cielo: un Cielo che per l’uomo peccatore è chiuso, oscurato dal suo peccato, e che Gesù torna ad aprire perché l’uomo possa nuovamente vedere e riconoscere il Padre e relazionarsi con Lui.

Gli portarono un sordomuto. Prima di concludere, vorrei sottolineare che l’uomo sordomuto ha bisogno di essere condotto da Gesù. Siamo noi Chiesa, noi battezzati, che siamo chiamati a cercare e condurre a Gesù gli smarriti del nostro tempo, uomini e donne che hanno perso il senso della loro vita, che nel cuore hanno ancora il desiderio di Dio, ma sono incapaci di ascoltarlo e di relazionasi con Lui. Potremo adempiere a questa missione, però, solo se noi per primi ci apriamo alla relazione vitale con il Padre e, conformandoci al nostro Maestro Gesù, ci apriremo a coloro che il mondo ha messo da parte, coloro che il mondo allontana. Come ci ricorda oggi san Giacomo nella seconda lettura, sono loro, i diseredati, i prediletti da Gesù coloro con i quali ha voluto identificarsi e noi non possiamo discriminarli senza, con ciò, chiuderci nuovamente alla relazione vitale con Dio.

Fr. Marco