sabato 4 luglio 2026

Imparate da me, che sono mite e umile di cuore

 «Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina.» (Zc 9,9-10)

«Fratelli, voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.» (Rm 8, 9.11-13)

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11,25-30)

La liturgia della Parola della XIV domenica del tempo ordinario quest’anno ci presenta a modello l’umiltà e la mitezza del nostro Signore Gesù Cristo che chiama a se quelli che gli appartengono perché, imparando da Lui, possano avere ristoro, salvezza e vita.

« Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene» San Paolo nella seconda lettura, tratta dalla lettera ai Romani, ci ammonisce a non vivere secondo la carne, cioè assecondando i suoi desideri, ma secondo lo Spirito di Cristo. Si tratta dello stesso appello all’umiltà espresso con altri termini: vivere secondo la carne, infatti, nel linguaggio di Paolo, significa vivere secondo l’uomo vecchio tutto dedito a cercare il proprio piacere, la propria “gloria” (spesso “vana-gloria”), a gonfiare orgogliosamente il proprio io. Comportamento opposto a quello che il Maestro ci ha insegnato e mostrato.

Vivere secondo lo Spirito di Cristo, allora, significa lasciare che lo Spirito, effuso nei nostri cuori, ci guidi alla Verità su noi stessi e su Dio. Solo lasciandoci guidare alla verità saremo realmente umili: consapevoli di ciò che siamo (con le nostre miserie e i doni da condividere e fare fruttificare) e della misericordia infinita che il Padre ha per noi.

Perché lo Spirito possa guidarci alla verità su noi stessi e alla “conoscenza” del Padre che il Figlio ci ha donato, è necessario, però, riconoscere che tutto abbiamo ricevuto per grazia dal Padre: rinunciare ad ogni pretesa di virtù, di autoreferenzialità, di sapienza “carnale”, per farci “piccoli”, disposti a lasciarci guidare e ad imparare.

«Imparate da me, che sono mite e umile di cuore.» L’umiltà che oggi siamo invitati ad imparare è l’umiltà “di cuore”, quella autentica, che riguarda il nostro centro esistenziale, non “la maschera” che ogni tanto indossiamo a condizione, però, che nessuno osi correggerci. L’umiltà, infatti, è una virtù particolare: quando ci convinciamo di possederla, possiamo legittimamente sospettare di essercene allontanati.

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra …» Il primo frutto dell’umiltà è la gratitudine. Se entriamo nella verità di noi stessi, se riconosciamo che tutto abbiamo ricevuto per grazia, non potremo che sentire nascere in noi la gratitudine per il Padre che ci ama gratuitamente ed incondizionatamente.

Solo se saremo umili, inoltre, potremo essere “miti”, cioè docili alla volontà del Padre e misericordiosi verso i fratelli. Consapevoli dell’immenso amore misericordioso che il Padre nutre continuamente verso  di noi, saremo disponibili ad abbandonarci al Suo amore e a compiere la Sua volontà e avremo uno sguardo misericordioso verso i fratelli che, come noi (e forse meno di noi) sbagliano a causa della debolezza umana.

«Venite a me, … e io vi darò ristoro.» Liberati dal peso dell’orgoglio e dalla maschera di presunta perfezione che a volte indossiamo, abbracciando la Croce, “giogo d’amore” del Salvatore, troveremo infine ristoro dalle nostre oppressioni e gusteremo la dolcezza di camminare dietro il nostro Maestro.

Fr. Marco

sabato 27 giugno 2026

Chi non prende la propria croce e non mi segue, non giungerà alla Vita

 «Io so che è un uomo di Dio, un santo, colui che passa sempre da noi. Facciamo una piccola stanza superiore, in muratura, mettiamoci un letto, un tavolo, una sedia e un candeliere; così, venendo da noi, vi si potrà ritirare». (2Re 4,8-11.14-16)

«Consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù.» (Rm 6,3-4.8-11)

«Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.» (Mt 10,37-42)

Questa domenica, XIII del Tempo Ordinario, la liturgia della Parola ci chiede di accogliere e amare il Signore perché nella nostra esistenza possa entrare la Vita.

Nella prima lettura, tratta dal Secondo Libro dei Re, la donna che accoglie il profeta Eliseo intende accogliere “un uomo di Dio”; nella persona del profeta accoglie Dio e questo porta la Vita nella sua sterile esistenza.

La seconda lettura e la pagina di Vangelo, però, ci presentano la serietà esigente di questa accoglienza che diventa sequela. Seguire Cristo, infatti, significa lasciarsi plasmare da Lui, morire al peccato per vivere con Lui; perdere “la propria vita” per trovare la Vita in Cristo. San Paolo lo esprime bene nella lettera ai Romani: «Per mezzo del battesimo … siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova.»

«Chi ama padre o madre più di me non è degno di me …» Il Signore, che ci ama più di quanto noi possiamo immaginare, è “un Dio geloso”, usando un’espressione dell’Antico Testamento, un Dio che tutto si dà a noi e tutto ci chiede. A differenza della gelosia umana, però, la gelosia di Dio non nasce dalla insicurezza, ma dalla consapevolezza di essere l’unico a poterci dare la Vita che desideriamo. Per questo, perché ci ama e non vuole che sprechiamo la vita, ci chiede che la Viviamo pienamente.

«… chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me». Per fare esperienza della Vita Piena ed Eterna, quella “Vita in abbondanza” che Gesù è venuto a donarci (Cfr Gv 10,10), è necessario prendere e seguire. Il Maestro, infatti, non ci ha insegnato a subire la croce, a rassegnarci ad essa, ma a prenderla, ad abbracciarla. La Croce, non è quella sofferenza che subiamo nostro malgrado. La Croce è “il modo” con il quale facciamo della nostra vita un dono d’amore a Dio e ai fratelli sull’esempio di Cristo. Croce salvifica, allora, è quella persona alla quale faccio dono della mia vita morendo a me stesso; può essere mia moglie o mio marito; può essere una particolare “missione” … Può anche essere una malattia; non, però, quando viene subita, ma quando viene accolta e abbracciata per Amore di Cristo in obbedienza al Padre.

Perché la Croce sia salvifica, inoltre, bisogna che seguiamo Gesù: che scegliamo Lui come unico Maestro e non andiamo dietro ad altri maestri. È necessario che obbediamo alla Sua Parola e non agli insegnamenti del mondo.

Solo prendendo la nostra croce ogni giorno e seguendo Gesù, saremo suoi discepoli, degni di Lui. Solo perdendo la vita per amore, ne troveremo il senso pieno. Agli occhi del mondo, di quanti non conoscono Gesù, questo potrà apparire pazzia, uno spreco, ma i santi che ci hanno preceduto in questa strada testimoniano che solo in essa si trova il senso Pieno della Vita.

Se saremo riconosciuti uomini e donne di Dio, discepoli di Cristo, non mancheranno coloro i quali ci accoglieranno e soccorreranno ottenendo così la ricompensa e dimostrando di essersi anch’essi messi alla sequela di Colui che è passato beneficando tutti (At 10,38). Il Signore ce lo conceda.

Fr. Marco

sabato 20 giugno 2026

Coraggio, date testimonianza

«Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori vacilleranno e non potranno prevalere» (Ger 20,10-13)

«… se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti.» (Rm 5,12-15)

«E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima;  … chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli» (Mt 10,26-33)

In questa XII domenica del Tempo ordinario la liturgia della Parola ci invita a non avere paura e a confidare nel Signore nostro custode e difensore.

Il profeta Geremia, infatti, di cui ascoltiamo la vicenda nella prima lettura, è minacciato dai suoi avversari a causa di ciò che il Signore gli chiede di annunziare, ma non si scoraggia e ripone la sua fiducia nel Signore. Anche noi siamo esortati ad imparare da lui a fidarci del Signore: «i miei persecutori vacilleranno e non potranno prevalere».

«Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima». Nel Vangelo il Maestro esorta i suoi discepoli ad annunciare con coraggio la Verità senza preoccuparsi della persecuzione degli uomini.

La nostra vita è nelle mani amorevoli del Padre e persino i nostri capelli sono tutti contati. Di cosa dunque dobbiamo avere paura? La vittoria finale è del Signore che ha sconfitto anche il peccato e la morte.

«Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini …» È ciò che hanno fatto i martiri di tutti i tempi: vivendo la loro vita alla presenza di Dio, non hanno avuto paura degli uomini, e hanno reso testimonianza anche quando questo è costato loro persecuzione e morte (l’evangelista Matteo scrive avendo presente la persecuzione dei primi secoli).

Probabilmente non a tutti noi sarà richiesto il martirio cruento, ma sicuramente a tutti noi è chiesto di testimoniare la nostra fede dinanzi al mondo. Una testimonianza che al “mondo” dà fastidio. Nella società occidentale contemporanea, per esempio, si vorrebbe relegare la fede, quella cristiana in particolare, alla sfera privata. Oggi, magari in nome di un malinteso senso di pacifica convivenza, si vorrebbe che i cristiani non manifestassero in alcun modo la loro fede in pubblico. Manifestazione di questa tendenza sono le campagne periodiche per togliere i crocefissi dai luoghi pubblici, la tendenza a non fare i presepi nelle scuole ecc.

Un malinteso desiderio di libertà, inoltre, porta, in altri ambiti, a rifiutare ogni verità oggettiva, persino quella del proprio corpo, percepita come limitante la libertà. Si vive come limite alla propria libertà, per esempio, il fatto che due uomini non possano concepire un bambino e si vorrebbe ovviare “affittando” una donna che porti a termine la gravidanza e venga poi privata del bambino. Pratica inaccettabile (e attualmente illegale) perché riduce le persone a cose da usare a pagamento o addirittura da “comprare”. In questo contesto, i cristiani siamo invitati a dare testimonianza, a vivere pubblicamente la nostra fede, a non avere paura di annunziare la Verità.

Come cristiani, chiamati dalla Carità custodire la dignità dei fratelli e sorelle e ad annunziare la Verità del progetto d’amore del Padre, non possiamo tacere che tutto questo sia sbagliato. Da qui l’ostracismo e la persecuzione, incruenta – almeno nella maggior parte dei casi -  ma non per questo meno violenta, di chi difende la “famiglia tradizionale” formata da un uomo e una donna che si aprono alla vita (l’unica famiglia contemplata nella Rivelazione: Gen 1,27-28).

«Abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo» Ecco di cosa dobbiamo avere paura: del giudizio divino e della seduzione del maligno che, facendoci concentrare sul nostro limite creaturale, ci fa dubitare dell’Amore del Padre e ci fa ribellare a Lui. Lontano dalla Vita che è Dio, infatti, sperimenteremo la morte, la nostra vita sarà sprecata (la Geènna era la discarica ai tempi di Gesù)

«Chi mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli». Chiediamo il dono del Timor di Dio che ci faccia realmente temere di essere rinnegati da Cristo. Finche siamo con Lui, finché lo riconosciamo – coi fatti e nella verità – nostro Signore, la nostra vita è al sicuro nelle Sue mani. Se invece lo rinnegheremo, allora sì che saremo in balia delle potenze del mondo e avremo motivo di avere paura!

Restando uniti a Cristo, nostra Vita e nostra Salvezza, allora, testimoniamo la nostra fede e riconosciamo senza vergogna dinanzi agli uomini il nostro Signore Gesù Cristo. «Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!»

Fr. Marco

 

sabato 13 giugno 2026

Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi

«Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. … Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa». (Es 19,2-6)

«Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.» (Rm 5,6-11)

«Vedendo le folle, ne sentì compassione, … Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.» (Mt 9,36 – 10,8)

Questa domenica, XI del Tempo Ordinario, la liturgia della Parola ci presenta il mistero della chiamata gratuita di Dio. Come abbiamo ricordato celebrando la solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù che ci ha fatto contemplare l’Amore gratuito e fedele di Dio, siamo stati scelti e chiamati unicamente per amore e senza nostro merito. Questo amore diventa compassione per quanti sono perduti come pecore che non hanno pastore.

«Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto … Ora, se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza …» Sia la prima che la seconda lettura di oggi sottolineano che la chiamata e la salvezza precedono ogni merito da parte nostra: «Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi». Dio viene incontro all’umanità bisognosa offrendo per primo e con liberalità la Sua salvezza. Il Suo Amore gratuito, tuttavia, chiede di essere accolto: si propone, non si impone. «Chi ti ha formato senza di te, non ti renderà giusto senza di te.» così si esprime S. Agostino (Discorso 169). Il Signore ci chiede di accoglierlo con i fatti e nella verità come Signore della nostra vita ascoltando e obbedendo alla Sua Parola. Solo così sperimenteremo la salvezza e la libertà dei figli di Dio.

«Chiamati a sé i suoi dodici discepoli.» Il mistero della gratuità dell’Amore e della chiamata, naturalmente, riguarda anche coloro che sono chiamati ad essere ministri (servi) della Chiesa facendosi mediatori di quella salvezza gratuita che per primi essi hanno sperimentato: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

«I nomi dei dodici apostoli sono …» Mi consola sempre ascoltare i nomi degli apostoli. Uomini concreti, con le loro peculiarità caratteriali, con le loro difficoltà a comprendere, con le loro miserie umane. Uomini, tuttavia, che sentendosi chiamare si pongono alla sequela e resteranno con Gesù fino alla fine. Scelti liberamente dal Signore, rispondono come meglio possono. A loro Gesù dà l’autorità di annunziare il Regno e di operare per la salvezza dei fratelli. Per questo li ha chiamati: perché stessero con Lui e per mandarli a predicare (Cfr Mc 3,14-15).

Anche noi, ciascuno nella sua vocazione, siamo stati amati e chiamati gratuitamente dal Signore. Anche a noi Gesù chiede di restare con Lui, di metterci alla sua sequela, riconoscendolo, con i fatti e nella verità, Signore della nostra Vita. Anche noi, facendo memoria dei prodigi che Egli ha compiuto nella nostra vita, siamo chiamati ad ascoltare la Sua Parola e a custodire la Sua alleanza.

Temo, tuttavia, che non sia facile per noi credere di essere amati gratuitamente. Abituati a doverci meritare l’amore di chi ci sta accanto, magari sentendoci sempre giudicati da quanti vivono con noi, ci riesce difficile credere che Dio possa amarci senza nostro alcun merito; ci convinciamo di meritare in qualche modo l’amore di Dio e siamo sempre a pronti a giudicare i nostri fratelli che non meritano amore. Avvelenati dal sussurro del maligno che insinua il dubbio su Dio, abbiamo difficoltà a vedere i prodigi che continuamente Egli opera a nostro favore.

Eppure Gesù ci ama e ci ha salvati; e non smette di chiamarci alla Vita bella dei figli di Dio. Facciamo questo atto di fede, crediamo all’amore di Dio. Come Maria, che pur non comprendendo a pieno custodiva tutte queste cose nel suo cuore (Lc 2,51), anche noi custodiamo in noi la Parola di Dio, ruminiamola con l’aiuto dello Spirito Santo. Sperimenteremo la Vita piena che solo Lui può donarci.

Fr. Marco

sabato 6 giugno 2026

Ecco il pane degli angeli, pane dei pellegrini, vero pane dei figli

«Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.» (Dt 8, 2-3.14-16)

«Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane.» (1Cor 10, 16-17)

«In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.» (Gv 6, 51-58)

La liturgia della Parola della​ solennità del Corpo e Sangue del Signore ci presenta l’Amore misericordioso di Dio che si spinge fino a farsi nostro nutrimento perché abbiamo in noi la Vita.

«Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere.» La prima lettura, tratta dal Deuteronomio, ci presenta una rilettura dell’Esodo. Il lungo e faticoso cammino attraverso il deserto in cui il Signore  conduce il Popolo dopo averlo fatto uscire dall’Egitto, permetterà a Israele di fare esperienza della propria debolezza e della propria incapacità a salvarsi la vita. Sperimenterà che il suo unico sostegno, ciò di cui deve nutrirsi, è quanto esce dalla bocca del Signore. Ciò significherà, innanzitutto, obbedienza alla Sua Parola, ma anche accoglienza del “pane dal cielo”: la manna, un cibo prodigioso donato dal Signore che permette ad Israele di rimanere in vita nel deserto.

Pur permettendo la sopravvivenza del Popolo, tuttavia, la manna non poteva dare la Vita, ecco perché Gesù nel Vangelo ci mostra il vero “pane dal cielo”, il solo cibo che dà la Vita Eterna: Lui stesso, Parola definitiva del Padre (il Verbo di Dio), che dona il Suo Corpo e il Suo Sangue come nutrimento: «Questo è il pane disceso dal cielo …»

L’esperienza di Israele nel deserto è paradigmatica per noi: il Signore con la Sua Pasqua ci ha liberati dalla schiavitù del peccato e della morte. Il battesimo ci ha inseriti nella Passione e Resurrezione di Cristo; ma la libertà che il Signore ci ha donato, per essere accolta, perché la facciamo veramente nostra, comporta un lungo e faticoso cammino. Anche noi, nel deserto della vita, sperimentiamo l’umiliazione della nostra debolezza: l’incapacità di camminare nella via del Vangelo con le sole nostre forze.

Proprio a partire da questa consapevolezza, scopriamo l’immenso valore che ha per noi il Corpo e Sangue di Cristo. Veramente l'uomo non vive di solo pane, ma di quanto esce dalla bocca del Signore: della Sua Parola e del Suo Verbo fatto carne che per noi si fa pane del cammino, “pane dei pellegrini” dice la sequenza: mangiando questo Pane, possiamo trovare la forza per obbedire alla Parola e per giungere sempre più vicini a quella “terra promessa” che è la piena conformità a Cristo. Una conformità già iniziata nel battesimo, ma che, nutrendoci di Lui, facendo Comunione con Lui, deve crescere fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo (Cfr Ef 4,13) per divenire sempre più membra del Suo Corpo che è la Chiesa.

«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna.» Penso vada sottolineato che il Maestro usa il presente, non il futuro. La Vita Eterna è una realtà già presente in noi, non qualcosa che verrà. “Vita eterna”, infatti, non significa solo vita “senza fine”, ma anche e soprattutto una vita “qualitativamente” diversa: una vita piena, bella. Una vita che vale la pena di essere vissuta e non solo un infinito trascinarsi di giorni. La Vita Eterna, quindi, è già presente in chi si nutre del Corpo e Sangue del Signore; si tratta, tuttavia, di una presenza, “imperfetta”, non pienamente realizzata (quel “già e non ancora” che caratterizza il tempo della Chiesa); sarà pienamente realizzata alla resurrezione della carne.

Il dono della liberazione che ci è stato fatto nel battesimo, questa Vita Eterna già presente in noi che siamo morti e risorti con Cristo, è un dono che fa appello alla nostra responsabilità: siamo chiamati ad accogliere e custodire questo dono obbedendo sempre più perfettamente al Vangelo con la forza che riceviamo dall’Eucarestia. Ricorriamo con frequenza, allora, a questo “farmaco di immortalità”. Soprattutto quando sperimentiamo la nostra debolezza, quando ci sentiamo oppressi dalla nostra miseria; ricorriamo a questo “pane dei pellegrini” e riprendiamo a camminare fino alla piena realizzazione della nostra conformità a Cristo.

Fr. Marco

venerdì 29 maggio 2026

Il Padre ha tanto amato il mondo da dare il Figlio e lo Spirito

«Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà”». (Es 34,4-6.8-9)

«La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi.» (2Cor 13,11-13)

«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.» (Gv 3, 16-18)

Nella solennità della Santissima Trinità, la  Chiesa ci propone alla riflessione il Mistero centrale della nostra fede: l’unico Dio, Creatore del cielo e della Terra, è un solo Dio in tre Persone: il Padre (l’Amante) che dall’eternità genera il Figlio (l’Amato) donandosi totalmente a Lui e tutto ricevendo da Lui nello Spirito Santo (l’Amore).

È questo il Dio Vivo e Vero che il nostro Signore Gesù Cristo è venuto a farci conoscere: questa eterna processione d’Amore in cui le tre Persone divine hanno tutto in comune tranne la loro identità personale (l’essere rispettivamente Padre, Figlio e Spirito).

La prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo, ci porta sul monte Sinai con Mosè che, dopo il peccato di idolatria del popolo (il vitello d’oro), sale per la seconda volta sul monte a ricevere le tavole della Legge. In questo contesto, quasi a “correggere” l’errore del popolo che confondeva JHWH con uno degli idoli dell’Egitto, il Signore proclama il Suo Nome, rivela la Sua identità: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà».

Purtroppo, anche per noi non è lontano il pericolo di cadere nell’idolatria, di “farci un dio” in cui credere, un dio che risponda alla nostra esigenza di “ragionevolezza”; spesso è un dio a “nostra immagine”: esigente, pronto a condannare e a punire i nostri peccati; o, al contrario, un dio “senza pretese”, “bonaccione”, che, alla fine,  perdona tutti. Si tratta comunque di un “dio” fatto da noi e che quindi condivide i nostri limiti ed è incapace di salvarci.

«Dio ha tanto amato il mondo …» Nel linguaggio dell’evangelista Giovanni “mondo” indica generalmente ciò che nella Creazione rifiuta Dio. In questo senso, per esempio, lo usa Gesù in Gv 17,25: «Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto …». Tuttavia Dio ha tanto amato il mondo. Il Dio vivo e vero, rivelato da Gesù Cristo, è Amore; un Dio che Ama: misericordioso e pronto al perdono, ma che non tace la verità e corregge il peccato; un Dio che non rifiuta di camminare in mezzo al suo popolo, che si compromette con noi, che è pronto a scommettere su di noi. Il nostro Dio è il Padre che per salvarci ha inviato il Figlio nel mondo perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Lo stesso Padre che ha effuso il Suo Spirito che dentro di noi grida “Abbà, Padre”.

Il Dio di Gesù Cristo, il Dio Uno e Trino, Padre, Figlio e Spirito Santo, è Agape, Amore che si dona, Amore e Comunione dall’eternità. È proprio a questo mistero di comunione che ci rimanda S. Paolo nella seconda lettura invitandoci a vivere in comunione tra noi.

La rivelazione del Dio Uno e Trino, però, non si limita a rivelare di Dio ciò che nessun filosofo con la sua sapienza poteva raggiungere, ma rivela qualcosa anche sull’Uomo: creato ad immagine e somiglianza della Santissima Trinità, l’Uomo è costitutivamente relazione, è fatto per la relazione, per amare ed essere amato, ed è felice e pienamente realizzato solo nella relazione. L’uomo è immagine del Dio trinitario e come tale si realizza solo quando permette all’amore-relazione che è in lui di manifestarsi. Il Signore ci conceda, contemplando il suo Amore Trinitario e ciò che esso è capace di compiere in chi lo accoglie, di realizzare pienamente la nostra vocazione all’Amore per giungere a quella pienezza di vita per la quale siamo stati pensati fin dall’eternità.

Fr. Marco

sabato 23 maggio 2026

Ricevete lo Spirito Santo.Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi

 «Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.» (At 2,1-11)

«Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune.» (1Cor 12, 3b-7.12-13)

«Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”». (Gv 20, 19-23)

Questa domenica, solennità della Pentecoste, giunge a compimento il tempo pasquale: l’effusione dello Spirito sulla Chiesa nascente completa l’opera salvifica di Cristo. Come a fare un’inclusione con la domenica di Pasqua, la pagina di Vangelo oggi ci riporta ancora in quel “primo giorno della settimana”: d’ora in poi la Chiesa sarà inviata a rendere partecipe il mondo intero della redenzione e della Nuova Alleanza operata da Cristo con la Sua passione, morte e resurrezione. Ecco perché gli apostoli ricevono il dono dello Spirito Santo per la remissione dei peccati. Proprio a causa del peccato, infatti, l’uomo era incapace di vivere l’Alleanza, di amare Dio e i fratelli; dominato dal proprio egoismo, vedeva in Dio un rivale e attorno a sé soltanto dei nemici.

Con l’effusione dello Spirito nei nostri cuori, si compie pienamente la Nuova Alleanza annunciata dai profeti: «Scriverò la mia legge nei loro cuori» (Cfr. Ger 31, 31-34). Dio stesso, la Terza Persona della Santissima Trinità, si è donato a noi rendendoci capaci di compiere la “Legge nuova”.

Lo Spirito, infatti, lo sappiamo bene, è la Terza Persona della Santissima Trinità; è “Signore e dà la vita”, come diciamo nel Credo. Non è “un’energia”, ma una Persona divina, uno col Padre e il Figlio. Ricevendo lo Spirito Santo entriamo nel mistero della SS. Trinità. Mi piace la “descrizione” che della SS. Trinità fa S. Agostino: l’Amante (il Padre), l’Amato (il Figlio) e l’Amore (lo Spirito). Lo Spirito è, quindi, l’Amore tra Padre e Figlio, la reciproca e continua donazione di sé che il Padre fa al Figlio e il Figlio al Padre. Oggi, nella Pentecoste, noi celebriamo il nostro inserimento in questa circolarità d’amore.

L’uomo è “riconciliato”, guarito, dall’Amore stesso di Dio, dall’Amore che è Dio (il Dono e il Donatore coincidono!); è reso capace di Amare, di dire “Padre” rivolgendosi a Dio e di riconoscere che ha attorno dei fratelli.

Per questo il primo dono pasquale è la Pace: la Pace/riconciliazione con il Padre che ci rende capaci di riconciliarci con i fratelli. È possibile adesso superare tutte le divisioni e incomprensioni; le differenze non sono più ostacolo alla comunione (I lettura). Lo Spirito Santo, l’Amore effuso nei nostri cuori, crea Unità, ci rende un solo corpo: la Chiesa in cui ciascuno è “per” l’altro, rivolto verso l’altro, come le Persone divine sono l’Una per l’Altra. È questo ciò che San Paolo sottolinea nella seconda lettura: ogni dono particolare di ciascuno è per i fratelli e per la Chiesa tutta. 

Tradizionalmente la Chiesa ha individuato sette doni dello Spirito (sette è il numero della “pienezza”) che guidano i cristiani nella Vita Nuova in Cristo: Sapienza, Intelletto, Consiglio, Fortezza, Scienza, Pietà e Timor di Dio. La Sapienza fa gustare e vedere quanto è buono il Signore. L’Intelletto dà il senso delle realtà della fede, ce ne dà una sicurezza amorosa e ce ne fa percepire la bellezza. Il Consiglio è l’amore che ci rende attenti a capire come comportarci per essere riconosciuti figli di Dio. La Fortezza è la sopportazione e la calma fermezza nelle prove; è la mitezza dell’Agnello immolato e vincitore. La Scienza ci rende capaci di distinguere il bene e il male, percependo la nostra piccolezza e che tutto è nelle mani di Dio. La Pietà ci dice fino a che punto Dio è nostro Padre e va amato al di sopra di tutto; indica la nostra appartenenza a Dio e il nostro legame profondo con Lui, un legame che dà senso a tutta la nostra vita. Il Timor di Dio è la percezione della nostra piccolezza dinanzi alla Sua maestà e ci rende docili spingendoci nelle sue braccia: è lo “spirito d’infanzia” di cui scrive santa Teresa di Gesù Bambino.

Lo Spirito con i suoi doni è effuso nei nostri cuori fin dal Battesimo e la Sua Grazia è continuamente rinnovata in noi dai sacramenti. Dio, però, non ci fa violenza e vuole da noi la disposizione a consegnarci nelle Sue mani, a lasciarci modellare per divenire sempre più conformi al Figlio e così realizzare la nostra fondamentale vocazione: la Santità.

Fr. Marco.

sabato 16 maggio 2026

Gesù, assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo

 «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra» (At 1, 1-11)

«Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo … illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza e del suo vigore.» (Ef 1, 17-23)

«A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». (Mt 28, 16-20)

Oggi celebriamo la solennità dell’Ascensione del Signore al Cielo: il nostro Signore Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, introduce nel seno del Padre l’umanità che a causa del peccato aveva perso la comunione con Dio. Il Verbo del Padre, infatti, dopo avere assunto la nostra natura umana, aver vissuto in mezzo a noi condividendo le nostre miserie – eccetto il peccato - e avere offerto la sua vita per amore sulla Croce, è Risorto e ha istruito i suoi; ora ascende al Cielo portando nel seno del Padre la nostra umanità glorificata e ci dona la Speranza.

Questo ci ricorda san Paolo nella seconda lettura invitandoci ad accogliere lo Spirito di sapienza che viene dal Padre, perché la Fede illumini gli occhi del nostro cuore e possiamo testimoniare la nostra Speranza: il nostro destino è nei Cieli dove raggiungeremo il nostro Signore Gesù Cristo.

La Speranza cristiana, infatti, non è la speranza di cui un detto popolare afferma: «Chi di speranza vive, disperato muore»; non ha niente a che fare con la “speranza” aleatoria di vincere il superenalotto; la Speranza cristiana non è la speranza degli illusi, una speranza “incerta” e senza fondamento. La Speranza Cristiana è la “Speranza Certa” (come la chiama S. Francesco) di chi sa a chi ha creduto: Cristo che è la Via, la Verità e la Vita, il perfetto compimento di tutte le cose. Questa Speranza siamo chiamati a coltivare e a mantenere salda, testimoniandola con una vita tesa a raggiungere il nostro Maestro e Signore che oggi contempliamo ascendere glorioso, ma che un giorno «verrà nella Gloria per giudicare i vivi e i morti e il Suo regno non avrà fine», come diciamo rinnovando la nostra professione di Fede.

Celebrando la solennità dell’Ascensione, però, non facciamo soltanto memoria della “partenza” di Gesù dalla nostra realtà terrena, ma ricordiamo anche l’inizio del tempo della Chiesa. Già nella prima lettura vediamo tratteggiata la Chiesa nei suoi tratti essenziali: gli apostoli, testimoni della passione, morte e resurrezione di Gesù; lo Spirito promesso, il testimone per eccellenza che rivelerà ogni cosa (cfr. Gv 14, 26 e 15, 26); e il campo della missione: fino ai confini della terra. Nel Vangelo, inoltre, è presentato il momento in cui Gesù dona il mandato missionario alla Chiesa nascente: «fate discepoli tutti i popoli».

«In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato». Penso vada notato che la Chiesa cui Gesù consegna il mandato è “mancante” fin dalla sua origine: è macchiata dal peccato reso evidente dall’assenza di Giuda e dal “dubbio” degli apostoli. È a questa Chiesa, tuttavia, che il Signore promette l’assistenza dello Spirito, ed è questa Chiesa che manda ad annunziare il Vangelo. Il luogo che Gesù sceglie per incontrare i suoi e dare inizio al tempo della Chiesa, inoltre,  è la “Galilea delle genti” (Cfr. Mt 4,12-16), luogo di confine abitato da popoli pagani: fin dalle sue origini, la Chiesa è destinata ad essere luce per tutte le genti, ad essere “cattolica” (universale).

Parlando di Chiesa, però, è importante sottolineare ancora una volta che questa non è composta solo dal Papa, dai vescovi, dai presbiteri e dai religiosi e religiose: tutti i battezzati componiamo la Chiesa, il corpo di Cristo di cui siamo membra. Ciascuno ha una missione, una vocazione particolare all’interno di questo corpo; ma a tutto il corpo, quindi anche a ciascuno di noi, è dato il mandato di annunziare e soprattutto di testimoniare la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte. Nessun battezzato può sentirsi estraneo alla Chiesa cattolica o può esimersi dalla sua missione.

«Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.» Alla Chiesa nascente, oltre l’assistenza delle Spirito Santo (I lettura), il Signore promette anche la sua continua presenza. Avendo raggiunto l’eternità di Dio, Gesù è adesso presente, ovunque e in ogni tempo: dove due o tre sono riuniti nel suo nome (Cfr. Mt 18,20). 

Con questa Speranza e animati dallo Spirito, continuiamo oggi la nostra missione per instaurare il Regno di Dio. Cominciamo da noi permettendo a Cristo di essere sempre più il Signore della nostra vita.

Fr. Marco

sabato 9 maggio 2026

Il Padre vi darà un altro Paràclito

«In quei giorni, Filippo, sceso in una città della Samarìa, predicava loro il Cristo. E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo … gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samarìa aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni. Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo» (At 8, 5-8.14-17)

«Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.» (1Pt 3,15-18).

«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce.» (Gv 14, 15-21)

​La Parola di Dio della VI domenica di Pasqua, prossimi ormai alla Pentecoste, comincia a prepararci per accogliere il dono dello Spirito Santo, la terza Persona della Santissima Trinità, l’Amore tra il Padre e il Figlio. Un Amore che è “Persona”.

Nella pericope evangelica di oggi, tratta dal primo discorso d’addio ai suoi discepoli, Gesù promette la venuta di un altro Paràcilto, una parola che la traduzione precedente rendeva con “Consolatore”. Paràclito indica, in realtà, una precisa figura giuridica della società giudaica - il Goèl -, quasi un avvocato difensore. È anche “consolatore”, ma è soprattutto “soccorritore”: era la persona (spesso un parente) che pagava il debito di coloro che erano stati venduti perché incapaci di restituire il dovuto.

Il Maestro promette ai suoi che manderà «un altro Paràclito»; è Lui, infatti, che per primo si fa nostro soccorritore: donando la sua vita per noi, ci restituisce la possibilità di riconoscere il Padre e ci libera dalla schiavitù del peccato.

La liturgia della Parola di oggi ci presenta anche alcune condizioni da realizzare in noi per prepararci all’incontro con lo Spirito.

«Le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo» (prima lettura). I Samaritani prestavano attenzione, hanno avuto fede nell’annuncio del Vangelo. Prima “condizione” necessaria all’accoglienza dello Spirito, allora, è l’ascolto attento della Parola e la fede. Venendo a conoscenza di questa fede, gli apostoli impongono loro le mani perché ricevano lo Spirito. Il “luogo proprio” per ricevere lo Spirito, infatti, è la Chiesa, che conserva la “successione apostolica”. È la Chiesa il “canale privilegiato” attraverso cui ci giunge lo Spirito tramite le persone che il Signore ha scelto perché siano suoi ministri. Solo rimanendo in comunione con la Chiesa e i suoi pastori a cui il Signore ha promesso l’assistenza dello Spirito, quindi, abbiamo la garanzia di essere assistiti e guidati dallo Spirito.

«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito.» È nel Vangelo, tuttavia, che il Maestro ci indica la condizione essenziale: l’amore per Gesù, che si concretizza e dimostra nell’osservanza dei suoi comandamenti, e in maniera particolare del comandamento dell’Amore a Dio e ai fratelli, compendio di tutta la legge e i profeti. Un amore fino alla fine (Cfr. Gv 13,1) senza limiti.

L’uomo peccatore, tuttavia, si scontra qui con i suoi limiti. Come ci ricorda S. Agostino, infatti, «La misura dell’Amore è amare senza misura». Quante volte, invece, il nostro è un amore “condizionato”, limitato: «Gesù, io ti amo, ma non puoi chiedermi questo!»; «Io lo perdono, ma fino ad un certo punto. A tutto c’è un limite!». Altre volte, ancora peggio, il nostro amore è, calcolo, egoismo mascherato: “amiamo” finché ne ricaviamo un vantaggio, finché l’altro “mi serve”. 

Ecco perché abbiamo bisogno del “soccorritore”, dello Spirito: l’Amore di Dio che, effuso nei nostri cuori, ci insegna ad amare in maniera sempre più perfetta, a superare i nostri limiti. È un “circolo virtuoso”: Gesù ci chiede di amare con tutte le nostre forze, per quanto poche possano essere; in tal modo ci disponiamo a ricevere il soccorso dello Spirito e impariamo ad amare sempre meglio, a rispondere meglio alla volontà del Padre; se faremo ciò, incredibilmente, giungeremo a diventare “una cosa sola con Dio”: «In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.»

Se vivremo così, non potremo che essere riconosciuti dal mondo come “diversi” e ci chiederanno ragione della nostra speranza: della Vita eterna che è già cominciata in noi permettendoci di sconfiggere ogni paura; Gesù, il nostro Signore, ha sconfitto la morte e il peccato, nulla può più farci paura. Guidati dallo Spirito, anche noi saremo testimoni e annunciatori della Vita vera e contribuiremo alla salvezza del mondo.

Fr. Marco

sabato 2 maggio 2026

Non sia turbato il vostro cuore.

 

«… cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola». (At 6, 1-7)

«Carissimi, avvicinandovi al Signore, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo.» (1Pt 2, 4-9)

«Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? … Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto … io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre» (Gv 14, 1-12)

Il Vangelo della V domenica di Pasqua quest’anno ci presenta un messaggio di speranza: nella Casa del Padre (nel Regno e nella Chiesa) c’è un posto per tutti. Sollecitato da Tommaso, inoltre, il Maestro ci insegna come raggiungere questo posto: Gesù stesso è la Via, la Verità e la Vita.

«Non sia turbato il vostro cuore» Il Signore ci invita ad avere Fede, a fidarci di Lui e a seguire la Via che Lui ci mostra; l’unica via che corrisponde alla Verità del nostro essere e per la quale possiamo giungere alla Vita: la via dell’Amore che giunge fino alla donazione di sé.

Creati ad immagine del Dio che è Amore, a causa del peccato, purtroppo, siamo diventati incapaci di Amare: spesso, infatti, “il mondo” chiama amore ciò che in realtà è un interesse egoistico, un usare l’altro.

Con la Sua passione morte e resurrezione, però, Gesù ci ha restituito la capacità di Amare: lo Spirito Santo, l’Amore di Dio, effuso nei nostri cuori, che ci fa gridare “Abbà, Padre” (Cfr. Rom 8,15). Senza la Grazia che ci raggiunge nei sacramenti, infatti, non saremo capaci del vero Amore. 

Nella pagina di Vangelo di oggi, Gesù chiama a testimonianza della Sua persona le opere che compie: una vita spesa per Amore del Padre e dei fratelli che culmina nell’offerta di sé sulla croce. Il Maestro ci promette, inoltre, che, credendo a Lui, anche i suoi discepoli compiranno le opere che lui ha compiuto: impareranno ad Amare e a donare la vita.

Nella seconda lettura san Pietro parla di “pietre” dell’“edificio spirituale” e di “sacerdozio” per offrire “sacrifici spirituali”: ciascuno di noi battezzati, nella misura in cui si stringe a Cristo Pietra angolare, è parte dell’edificio spirituale della Chiesa e ha in essa un ruolo insostituibile. Ognuno badi di essere pietra utile a questa costruzione: stabile nella Grazia di Dio e aderente a Cristo. Il Signore provvederà a rigettare le “pietre di scandalo” che minacciano di fare crollare i fratelli.

La prima lettera di Pietro, inoltre, ci dà la possibilità di soffermarci sul sacerdozio battesimale che accomuna tutti i membri della Chiesa. Nel Battesimo, infatti, lo sappiamo bene, conformati a Cristo, tutti siamo stati unti Re, Sacerdoti e Profeti. Tutti i battezzati, quindi, siamo sacerdoti, chiamati ad offrire sacrifici spirituali graditi a Dio mediante Gesù Cristo.

Per comprendere meglio cosa siano questi sacrifici spirituali, ci viene incontro san Paolo: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale.» (Rom 12, 1); cioè: «Sia dunque che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio.» (1Cor 10,31). Fate tutto per la gloria di Dio. Offrite i vostri corpi (voi stessi). Tutto questo è possibile solo mettendo Amore per il Padre e per i fratelli in quello che facciamo.

Restando nell’ottica del sacerdozio regale comune a tutti i battezzati e dell’offerta spirituale di sé, mi voglio soffermare oggi su una particolare categoria di pietre scartate dal mondo, ma scelte e preziose davanti a Dio: i sofferenti nel corpo e nello spirito. Il mondo, dominato dalla logica dell’efficientismo, spesso giudica come inutili questi fratelli e sorelle. Proprio loro, invece, nella misura in cui accolgono la loro “croce” e accettano di vivere la sofferenza (cioè scelgono non di subirla, ma di viverla) trasformandola in offerta d’amore per Cristo, con Cristo e in Cristo, possono vivere in maniera speciale il sacerdozio battesimale diventando pietre preziose per la costruzione dell’edificio spirituale della Chiesa. Il Signore ce lo conceda.

Fr. Marco.

sabato 25 aprile 2026

Lasciamoci guidare dal pastore e custode delle nostre anime

 «… Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: “Salvatevi da questa generazione perversa!”». (At 2, 14.36-41)

«… anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, … Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime.» (1Pt 2, 20-25)

«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. … Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». (Gv 10, 1-10)

Nella quarta domenica di Pasqua, quest’anno la pagina di Vangelo ci presenta Gesù come “la porta”, dalla quale si accede alla Vita, e il Pastore che si prende cura delle sue pecore. A questo si unisce, nella prima e seconda lettura, l’invito dell’apostolo Pietro a “salvarci” da questa generazione e a seguire il pastore e custode delle nostre anime.

Nell’Antico Testamento spesso era utilizzata l’immagine del Dio-Pastore per presentare la cura amorosa di Dio per il suo popolo. Una cura che si rendeva manifesta anche attraverso i re che “pascevano” il popolo in nome di Dio.

L’immagine del popolo come gregge pasciuto da Dio, tuttavia, oggi facilmente viene interpretata come offensiva: dire ad una persona che è “come una pecora”, spesso significa dire che è incapace di decidere, che non è una persona autonoma e libera; e la libertà è, giustamente, considerata una caratteristica irrinunciabile della persona.

Cosa significa, però, essere liberi? Una risposta potrebbe essere: “decidere autonomamente che cosa fare”; espresso in termini più semplici: “fare quello che si vuole”. Ma cosa significa “fare quello che si vuole”? Significa fare quello che ci passa per la testa in un dato momento, o fare ciò che soddisfa il nostro desiderio profondo di la felicità? Mi sembra evidente che, se facessimo sempre tutto ciò che “ci passa per la testa”, in poco tempo ci rovineremmo la vita. Non credo, inoltre, che potremmo essere definiti liberi, ma schiavi delle nostre passioni e del desiderio del momento che ci impediscono di realizzare la nostra felicità.

La vera libertà , allora, è nel fare ciò che soddisfa la nostra sete profonda di felicità. Questo, però, comporta avere una considerazione più a lungo termine della vita: sapere fare oggi delle scelte, magari costose, per ottenere un risultato migliore domani. Anche in questo, però, scopriamo che non siamo “assolutamente liberi”; sono tanti i “progetti di felicità” che ci vengono messi davanti e sono numerosi coloro che si professano “pastori” promettendo serenità, giustizia ecc. e che tentano di condizionare le nostre scelte. Penso di potere affermare, quindi, che la nostra vera libertà consista solo nello scegliere quale “pastore” seguire.

«Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere». Oggi, forse più che al tempo di Gesù, sono veramente tanti i falsi pastori che non hanno interesse a “pascere le pecore”, ma che vogliono solo “pascere se stessi”. Tra esperti di marketing, pubblicitari, politici ecc. siamo continuamente contesi: come scegliere? Nel capitolo 10 del Vangelo di Giovanni, da cui è tratta la pagina odierna, Gesù stesso ci dà un criterio per distinguere il Pastore dai mercenari: il Buon Pastore (quello vero) dà la vita per le pecore (Gv. 10,11). Nel vangelo di oggi, inoltre, il Maestro evidenzia una caratteristica del vero Pastore: «egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome». Solo il Pastore, infatti, ci conosce e ama intimamente e singolarmente; solo Lui sa quale sia la nostra strada per giungere alla felicità cui aneliamo; solo Lui è venuto a donarci la Vita in abbondanza.

Se ci guardiamo attorno, sono tanti, purtroppo, coloro che vivono una vita che non li soddisfa; condizionati da qualche falso pastore, hanno fatto scelte che si sono rivelate insoddisfacenti per loro e adesso si trovano a vivere una vita che non è la loro, a “pedalare una bicicletta che non volevano” (“Ma è vita questa?” Quante volte ci capita di sentire affermazioni del genere!).

La IV domenica di Pasqua è anche la Giornata Mondiale di preghiera per le Vocazioni. Quanto è importante pregare perché i nostri giovani, ciascuno di noi, trovi la giusta Via della Vita, passi per la Porta, e seguendo il Pastore, giunga a quella Vita in abbondanza che Lui solo ci può donare.

Preghiamo allora, perché ancora oggi, Gesù, che ci ha liberato dal condizionamento del peccato e delle nostre passioni, continui a pascere il Suo popolo illuminandolo con la Sua Parola, nutrendolo con il Suo Corpo e il Suo Sangue e guidandolo con pastori che Lui ha scelto e consacrato. Saremo sufficientemente liberi da seguire il Buon Pastore?

Fr. Marco

sabato 18 aprile 2026

I loro occhi erano impediti a riconoscerlo

«Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret […] voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso. Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere» (At 2,14.22-33)

«Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi; e voi per opera sua credete in Dio, che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio.» (1Pt 1,17-21)

«In quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.» (Lc 24,13-35)

La pagina evangelica della III domenica di Pasqua di quest’anno, presentandoci il racconto dei “Discepoli di Emmaus” che, delusi e col volto triste, tornano al loro villaggio, ci riporta ancora a quel primo giorno della settimana, giorno glorioso della resurrezione,.

«Noi speravamo …» I due discepoli che scoraggiati si allontanano dalla Comunità dei discepoli e scendono da Gerusalemme ad Emmaus,  dal monte santo alla loro quotidianità, sono molto vicini a certi cristiani nostri contemporanei che non sentono più la gioia di vivere, che sono delusi da tutto … che non hanno più speranza.

I due discepoli del racconto evangelico sicuramente conoscono le Scritture: è probabile che, in quanto israeliti, abbiano imparato a leggere sulla Torah. Da quello che dicono, sembra che abbiano conosciuto da vicino Gesù; magari hanno ascoltato la Sua predicazione e assistito a qualche segno prodigioso. Nella pericope si legge pure che hanno sentito l'annuncio della resurrezione di Gesù portato dalle donne. Tutto questo, però, non basta a dare loro gioia e speranza, a fare ardere il loro cuore. Neanche quando lo stesso Cristo Risorto si fa loro compagno di viaggio, in loro si affaccia la gioia: i loro occhi sono impediti a riconoscerlo. Hanno “occhi carnali”, desiderosi del “successo”, magari di vendetta: «Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele». Si erano illusi lasciandosi accecare dalle loro aspettative, per questo restano delusi dall’inedito di Dio. Sono incapaci di vedere lo “Spirituale”, per questo non possono riconoscere il corpo glorioso di Cristo.

Anche per tanti cristiani nostri contemporanei l’annuncio che Cristo è risorto non è più motivo di gioia e speranza, ha perso significato. Mi torna in mente un fatto successo più venti anni fa, ma che mi ha colpito: passeggiavo per il centro di Palermo e venni accostato da un artista di strada (non ricordo cosa facesse) il quale, prima di chiedermi dei soldi, forse volendo essere originale, mi chiese: «Puoi darmi una buona notizia?». Dopo qualche istante risposi: «Cristo è Risorto!». E lui, con la faccia delusa: «Tutto qui? Ma questa non è una novità.»  Il fatto è in sé banale, ma mi è subito tornato in mente pensando a come la Resurrezione di Cristo non sia più fonte di gioia, non incide sulle nostre vite.

Come gli occhi dei discepoli di Emmaus, anche i nostri occhi sono impediti a riconoscere Gesù che cammina accanto a noi; per questo i nostri cuori non ardono. Penso a quante volte anch’io non vedo l’opera che Dio sta compiendo perché i miei occhi sono impediti, sono “carnali”: pieni di desiderio di rivalsa, di brama di successo, di concupiscenza (cfr. 1Gv 2,16). Quante volte a causa dei miei occhi impediti, non vedendo l’opera di Cristo, non sono nella gioia!

« … spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui … prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro». L’evangelista Luca, nella costruzione di questo racconto, traccia gli elementi essenziali della celebrazione eucaristica: l’ascolto della Parola e lo spezzare il pane. È lì, infatti, che possiamo fare esperienza del Cristo Risorto. Solo allo “spezzare il pane”, nel miracolo dell'amore che si fa dono senza misura, i discepoli di tutti i tempi sentiranno ardere il loro cuore e diverranno testimoni della gioia. Perché i nostri occhi si aprano e i nostri cuori ardano di gioia, è necessario l’incontro con il Risorto, è necessario nutrirci alla duplice mensa della Parola e del Corpo di Cristo. Gesù Risorto è rimasto con noi fino alla fine dei tempi e continua ad operare e a donare Gioia e Speranza: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20)

Chiediamo al Signore di purificare i nostri occhi e di aprire le nostre menti alla comprensione delle Scritture; chiediamoGli di concederci di vivere realmente l’Eucarestia sia nel suo segno sacramentale, sia nella sua traduzione esistenziale: facendoci “pane spezzato” per i fratelli. Allora i nostri cuori torneranno ad ardere e saremo testimoni credibili della gioia della resurrezione.

Fr. Marco

sabato 11 aprile 2026

Pace a voi!

 «Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno.» (At 2, 42-47)

«Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po' di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell'oro - destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco -, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà.» (1Pt 1,3-9)

«La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco.  … “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”». (Gv 20,19-31)

​Questa settimana abbiamo sempre celebrato “nel giorno glorioso della resurrezione di Cristo Signore nel suo vero corpo”. La Pasqua, infatti, è un evento talmente unico e meraviglioso, che la Chiesa sente il bisogno di dilatarlo in otto giorni per contemplarlo. La Parola di Dio della seconda domenica di Pasqua ci colloca ancora al giorno della Resurrezione.

Nei primi due millenni della Chiesa questa domenica era detta “in albis deponendis”: i neofiti, battezzati da adulti a Pasqua, che per tutta la settimana avevano portato la veste bianca dei risorti, deponevano la veste battesimale. Per volere di San Giovanni Paolo II, oggi la Chiesa celebra anche la Festa della Divina Misericordia.

La pagina di Vangelo di oggi ci fa contemplare Gesù Risorto che, entrando a porte chiuse nel luogo in cui i discepoli si nascondono per timore dei Giudei, porta il dono pasquale per eccellenza: «Pace a voi!». Il Risorto saluta i discepoli con lo Shalom (Pace-Felicita-Pienezza), una parola che significa molto più di pace. È questo il dono che anche noi imploriamo per le nostre vite e per il mondo intero. Anche oggi il Signore vuole donarci la Pace. Se glielo permettiamo, Gesù vuole entrare nel più profondo delle nostre angosce e paure per portare la Pace che solo Lui ci può donare. Anche noi, spesso angosciati dai nostri fallimenti, tradimenti, incoerenze, paure e fragilità, siamo chiamati a gioire nel vedere il Signore.

«Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» Solo dopo avere accolto in noi la Pace che il Risorto è venuto a donarci, anche noi come i discepoli siamo mandati quest’oggi per essere testimoni. Non annunciatori di un “sentito dire”, ma testimoni capaci di annunciare ciò che hanno sperimentato, ciò che il Signore ha compiuto nella loro vita. È per questo che, subito dopo aver donato la Pace, Gesù dona alla Chiesa lo Spirito insieme al “potere” di rimettere i peccati. La Chiesa è mandata così a continuare l’opera di riconciliazione e guarigione compiuta da Cristo. Se sapremo accogliere il perdono e la misericordia che Gesù viene a portarci, allora potremo donare il perdono e vivere la Pace.

La Pace pasquale che Gesù viene a donarci, infatti, non è solo “non belligeranza”, reciproca indifferenza; tanto meno è la “pace armata” di chi afferma «Se vuoi la pace, prepara la guerra» (Si vis pacem, para bellum – Vegetio). La Pace che Cristo ci dona è reciproca accoglienza e perdono. Il perdono capace di creare una Nuova Vita in colui che lo riceve. Ecco il senso della festa della divina Misericordia: accogliere nella nostra vita il perdono del Padre che ci giunge per la Passione del Figlio e per opera dello Spirito. Avendo accolto questa Misericordia, siamo chiamati a implorarla per il mondo intero a farci intercessori per la salvezza del mondo. Siamo chiamati, però, soprattutto a farci operatori di misericordia eliminando in noi ogni giudizio di condanna dei fratelli.

Chiarisco il mio pensiero: se vediamo il fratello o la sorella che sbaglia, per amore di verità non possiamo negare l’oggettività dell’errore. Siamo chiamati tuttavia, non a condannare e magari divulgare l’errore, ma a comprendere, giustificare e, con vero amore fraterno, correggere il fratello. Siamo chiamati ad usare misericordia, cioè ad avere un cuore rivolto verso i miseri.

«… mostrò loro le mani e il fianco …» È significativo che proprio questa domenica il Vangelo accentui l’attenzione sulle Piaghe del Risorto: è da quelle piaghe che sgorga la sorgente della Misericordia. È per questo che la festa della Divina Misericordia è preparata da una novena che inizia il venerdì santo: dalle Sue piaghe siamo stati guariti. Il Risorto porta addosso le ferite inflittegli dalla cattiveria degli uomini, ma proprio a partire da esse usa Misericordia al mondo. Anche noi siamo piagati dal nostro peccato e dal peccato dei fratelli, ma è proprio a partire dal contemplare le piaghe di Cristo e dall’unire le nostre sofferenze alle Sue, che siamo chiamati ad usare misericordia divenendo, ognuno nello stato a cui il Signore lo ha chiamato, ministri del perdono.

Tutto ciò non è facile, la nostra natura ferita si ribella. Da ciò, però, dipende l’autenticità della nostra fede. Se davvero crediamo che Gesù è Risorto e che noi, nel battesimo, siamo risorti con lui, lasciamo che lo Spirito ci insegni a vivere da risorti che non temono più la morte e le ferite che il peccato altrui potrà infliggerci e preghiamo con le parole rivelate a Santa Faustina e che la Chiesa ha accolto e tramandato: Eterno Padre, ti offro il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità del tuo dilettissimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, in espiazione dei nostri peccati e di quelli del mondo intero!

Fr. Marco

sabato 4 aprile 2026

La luce dell'amore squarcia le tenebre del dolore: la Vita ha Vinto. Cristo è risorto. Alleluia

 « … ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome». (At 10,34a.37-43)

«Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra.» (Col 3,1-4)

«Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.» (Gv 20,1-9)

Nella Messa del giorno di Pasqua la pagina di Vangelo si apre con una costatazione: quando Maria di Magdala si reca al sepolcro era ancora buio. Probabilmente Maria, pressata dall’amore per il Maestro sepolto frettolosamente la vigilia della Pasqua, si è recata al sepolcro prima dell’alba per completare i riti della sepoltura; sappiamo, però, che il Vangelo di Giovanni ha una forte connotazione simbolica, quindi ci è lecito pensare che l’evangelista si riferisca anche allo stato d’animo di Maria: se il suo Signore è morto e sepolto, nel suo animo c’è oscurità, lutto, senso di una perdita irrimediabile ed irreversibile.

«Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!» Dinanzi al sepolcro vuoto, al pensiero che hanno portato via il corpo del Maestro, il lutto diventa sgomento e incomprensione. Maria porta la sconcertante notizia ai discepoli. L’attenzione si sposta adesso su Pietro e Giovanni, ma solo di quest’ultimo, quello che Gesù amava, si dice che vide e credette

Ecco un raggio di luce! Per vedere, infatti, è necessaria la luce. Non è sicuramente per caso che l'evangelista sottolinei che si tratta del discepolo che Gesù amava (trovo suggestiva la possibilità di leggere: “quello che amava Gesù”). È l’amore quella luce che permette a Giovanni di distinguere la “presenza” del Risorto, nei segni di un’assenza.

L’evangelista, infatti, precisa: «osservò i teli posati là, e il sudario …». Il verbo greco usato dall’evangelista indica un “guardare con attenzione”, osservare con calma, rendersi conto di ogni particolare, riconoscere i singoli oggetti e la loro collocazione. I teli giacevano posati là, afflosciati, a indicare che le bende non erano in disordine, ma che giacevano a terra come sgonfie, perché non vi era più il corpo che li sostenesse. Sarebbero stati in disordine, se qualcuno li avesse frettolosamente tolti per trafugare il corpo.

Ciò che conta è che il discepolo “credette” anche se non comprese (cfr. v. 9). L’amore è probabilmente quella luce che gli permette di intuire la realtà di ciò che non può comprendere.

«Chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome». La prima lettura collega una conseguenza fondamentale a questa Luce che permette di vedere, alla fede amante: il perdono dei peccati. S. Pietro ci dice, inoltre, che chi crede in Lui, chi, illuminato da questa fede amante, l’ha riconosciuto presente nella sua vita,  è invitato all’annuncio e alla testimonianza: «… ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare».

Il Signore Risorto è vivo e presente in mezzo a noi. Premuriamoci di purificare i nostri occhi e di ravvivare il nostro amore per poterlo vedere e riconoscere: la nostra vita ne sarà trasformata. Auguri.

Fra Marco.

sabato 28 marzo 2026

Benedetto colui che viene nel nome del Signore!

«A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: “Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?”. […]Quelli risposero: “Barabba!”. Chiese loro Pilato: “Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?”. Tutti risposero: “Sia crocifisso!”. Ed egli disse: “Ma che male ha fatto?”. Essi allora gridavano più forte: “Sia crocifisso!” […] Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce.».(Mt 26,14 – 27,66)

Questa domenica, detta delle palme o domenica della Passione, come ogni anno facciamo memoria dell’ingresso messianico di Gesù a Gerusalemme. In ricordo del suo ingresso trionfale, benediciamo le palme e processionalmente ci avviamo in chiesa dove siamo invitati ad ascoltare e meditare sulla Passione di nostro Signore che quest’anno ci viene raccontata dal Vangelo secondo Matteo.

Il racconto della Passione di Gesù, infatti, è sempre occasione di meditazione e di contemplazione: contemplo il grande amore con cui sono stato amato e medito sull’insufficienza della mia corrispondenza, sul peso che il mio peccato aggiunge alla Croce di Cristo. Nell’ascoltare la Passione raccontata dall’evangelista Matteo, due momenti mi colpiscono particolarmente: il dialogo di Pilato con la folla e il fatto che Simone di Cirene venga costretto a portare la croce.

Mi risuonano dentro le parole del dialogo di Pilato con la folla. Una folla che pochi giorni prima aveva accolto festante Gesù, riconoscendolo il Messia atteso, e che ora grida “crocifiggilo”. In questo cambiamento di atteggiamento scorgo l’inconsistenza dell’uomo, la mia incostanza e incoerenza. Veramente posso solo affidarmi alla fedeltà di Dio! A ben guardare, però, l’evangelista Matteo racconta anche un’altra cosa importante: la folla che acclama l’ingresso messianico di Gesù non è la stessa che poi griderà “crocifiggilo”; è composta dai pellegrini che con Gesù giungono a Gerusalemme per la festa di Pasqua; la gente di Gerusalemme, invece è scossa e turbata dall’ingresso di Gesù (Mt, 21,10). Sono coloro che hanno compiuto il cammino penitenziale verso Gerusalemme che possono riconoscere e gioire per il Messia atteso, gli altri lo vedono come un turbamento della loro quiete.

«Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?» Il Vangelo ci dice chiaramente che la folla fu sobillata dai sacerdoti perché richiedessero la liberazione di Barabba piuttosto che quella di Gesù. Gesù o Barabba? Il giusto o il “conveniente”? Nell’alternativa posta da Pilato e nella risposta della folla scorgo tutte quelle volte in cui, per paura o per interesse, nelle varie scelte che la vita mi impone, non scelgo ciò che so essere giusto, ma ciò che è più conveniente, pur sapendo che è sbagliato. Che, magari, va a scapito di un innocente. Guardandomi attorno, purtroppo, vedo una società che facilmente si lascia affascinare dal guadagno immediato piuttosto che dalla verità. Come è facile cadere nella tentazione di “vendersi” per la promessa di un lavoro, di un aumento, …

«Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce». Simone di Cirene probabilmente neanche conosce Gesù. Forse si trova solo a passare di là. Non sono là i discepoli con cui Gesù ha condiviso tanto; quelli che Gesù ha chiamato amici; quelli che avevano professato amore fedele al Maestro; quelli che avevano detto: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò» (v. 35). Loro non ci sono. Forse sono nascosti tra la folla, ma non sono lì a condividere la sorte del Maestro. Lì c’è Simone che a questa condivisione viene costretto suo malgrado, ma che non mancherà sicuramente di ricevere la sua ricompensa. Quante volte anch’io ho fatto promesse di fedeltà al Signore, ho professato il mio amore per lui, ma al momento della prova sono venuto meno. Altre volte, invece, per grazia di Dio, mi trovo costretto a “portare una croce” che non voglio, che non avevo preventivato, che non è la mia. Sul momento mi pare un sopruso e mi ribello. Solo in un secondo momento comprendo che è stata una grazia, un’occasione per portare la Croce di Gesù … un’occasione che magari potevo vivere meglio.

Gesù, tu che sulla Croce preghi per i tuoi crocifissori, abbi pietà di noi e concedici di sapere sempre rendere testimonianza alla Verità, di avere sempre la forza di scegliere ciò che sappiamo essere giusto, anche quando non ci conviene, anche quando perdiamo un ingiusto privilegio o andiamo incontro a persecuzioni. Concedici, Signore, di portare la Croce con Te, di riconoscerti nei crocifissi del mondo e di farci cirenei dei nostri fratelli.

Concedici di ricordare sempre le tue Parole: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.» (Mt 5, 11-12)

Fra Marco.