sabato 24 ottobre 2020

Ascolta e Ama

 


«Così dice il Signore: Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, … Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io darò ascolto al suo grido, la mia ira si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani.» (Es 22,20-26)

«… vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero e attendere dai cieli il suo Figlio …» (1Ts 1,5-10)

«“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti» (Mt 22, 34-40)

La liturgia della Parola della trentesima domenica del tempo ordinario ci presenta il grande comandamento che anima e compendia tutta la legge: il comandamento dell'Amore. Il dottore della legge che oggi interroga Gesù appartiene alla setta dei farisei, uomini consacrati al rispetto scrupoloso della Legge per osservare la quale avevano redatto una minuziosa casistica. Da qui la confusione: in questa moltitudine di regole che rischiano di opprimere l’uomo, qual è il comandamento più grande, più importante?

Il Maestro risponde citando lo Shemà Ysrael (Dt 6, 4-5, “Ascolta Israele”), che gli israeliti pregavano quotidianamente, a cui associa il precetto dell’amore per il prossimo tratto dal “Codice di santità” (Lv 19,18).

Ascolta … Amerai …. Credo sia importante sottolineare che il primo e più grande comandamento richiama alla relazione con Dio, una relazione che inizia con l’ascolto. Impegnati nella scrupolosa osservanza dei comandamenti per raggiungere una vanagloriosa perfezione autocentrata, i farisei non ascoltavano più la voce di Dio, ma le loro elucubrazioni intorno alla Legge;  avevano dimenticato che la Legge era stata data con lo scopo di custodire la relazione d’amore con Dio. È a questa relazione d’amore, infatti, che Gesù oggi ci richiama. Un amore con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Un amore, quindi che coinvolga ogni sfera della nostra esistenza: pensieri, intelligenza, sentimenti e opere.

Il secondo poi è simile... Perché questo amore per Dio sia autentico, però, esso non può rimanere qualcosa di intimistico, ma deve coinvolgere anche le opere e diventare amore misericordioso nell’imitazione del Dio pietoso che ascolta il grido del forestiero, dell’orfano e della vedova. Sono loro, quanti non possono in alcun modo contraccambiare l’amore concreto che riceveranno, il prossimo da amare come te stesso: con la stesa attenzione ed urgenza con la quale si cerca soddisfazione alle proprie esigenze; con la stessa delicatezza che si desidera ricevere.

Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole … come potrebbe coprirsi dormendo? L’amore di Dio che siamo chiamati ad imitare, nella prima lettura,  mostra quella tenerezza, quel prendersi cura, di cui spesso ci parla Papa Francesco: la tenerezza di un Padre che si preoccupa per i suoi figli.

Un ultima sottolineatura penso vada fatta sull’amore “come te stesso”. Il fatto che il Maestro àncori l’amore per il prossimo all’amore per se stessi, dà a quest’ultimo una certa legittimità a condizione che esso non diventi egoistico, ma si colleghi direttamente all'amore a Dio e al prossimo. Amare se stessi in Dio e senza escludere il prossimo fa parte del messaggio evangelico.

Nella seconda lettura di oggi, infine, S. Paolo si rallegra con i Tessalonicesi perché il loro servizio di Dio, che si è concretizzato nell’amore tra loro e per i fratelli, è diventato annuncio missionario. Anche noi, allora, accogliamo l’insegnamento del maestro e, ravvivando la nostra vitale relazione con Dio, amiamolo con tutto noi stessi mettendoci al servizio dei fratelli. Il Signore ce lo concedda.

Fr. Marco

sabato 17 ottobre 2020

Io sono il Signore e non c’è alcun altro


 «Io sono il Signore e non c’è alcun altro, fuori di me non c’è dio» (Is 45, 1.4-6)

«Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro.» (1Ts 1,1-5)

«Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22, 15-21)

In questa XXIX domenica del tempo ordinario ​la Parola di Dio ci presenta una verità fondamentale: non c’è altro Dio che il nostro Dio. Stando così le cose, chiunque agisce con retta coscienza, cercando di compiere il bene nella la sua vita con le sue azioni, anche se non conosce il nome di Dio, se non ha ancora incontrato Gesù Cristo, anche se inconsapevolmente e imperfettamente, compie la volontà di Dio ed accoglie la Sua salvezza (Cfr Gaudium et spes n.22). È per questo che, nella prima lettura, il profeta Isaia si rivolge a Ciro, un re pagano che non conosce il nome di JHWH, come all’eletto di Dio attraverso il quale il Signore farà risorgere Gerusalemme.

Non può esserci alcuna autorità, quindi, che si senta esonerata dall’osservanza della Volontà di Dio.
Dio Padre, Figlio e Spirito Santo è il Signore della storia, Colui che, se glielo permettiamo, guida i nostri passi nelle via della Vita. Ecco perché, come ci ricorda Papa Francesco, «La santità cristiana non è prima di tutto opera nostra, ma è frutto della docilità – voluta e coltivata – allo Spirito del Dio tre volte Santo.» (omelia 23/2/14).

Io sono il Signore e non c’è alcun altro Se il nostro Dio è il Signore della Storia e l’unico Dio, allora non ha senso rivolgersi agli “idoli” cercando in essi salvezza. Non penso solo agli “idoli” più evidenti, quelli di cui ascoltiamo nella Scrittura o a cui alcune popolazioni fanno una statua e danno un nome; penso anche e soprattutto a quegli idoli che subdolamente si insinuano nel nostro cuore e a cui ci attacchiamo aspettando da essi vita e “salvezza”: le superstizioni con tutti i riti magico/scaramantici che troppo spesso facciamo in modo di osservare; gli oroscopi con la loro pretesa di farci conoscere in anticipo ciò che ci accadrà; il “mito” della vincita milionaria al “gratta e vinci”; il politico “amico” che spesso promette di concederci come favore ciò che in realtà ci spetta come diritto (e a volte neanche mantiene la promessa); etc. Perfino il lavoro, quando nella nostra vita prende il posto di Dio, può diventare un idolo dal quale aspettiamo salvezza, ma che in realtà ci riduce a schiavi.

Riguardo al tentativo di prevedere e condizionare il futuro, inoltre, il Catechismo della Chiesa Cattolica è chiaro: «La consultazione degli oroscopi, l’astrologia, la chiromanzia, l’interpretazione dei presagi e delle sorti, i fenomeni di veggenza, il ricorso ai medium occultano una volontà di dominio sul tempo, sulla storia ed infine sugli uomini ed insieme un desiderio di rendersi propizie le potenze nascoste. Sono in contraddizione con l’onore e il rispetto, congiunto a timore amante, che dobbiamo a Dio solo» (CCC 2116).

Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio. Il Maestro è chiaro: a ciascuno il suo. A “Cesare”, all’autorità civile, va dato il rispetto per le leggi, il pagamento del tributo, ma a Dio va data tutta la nostra vita. Se, infatti, a Cesare va restituita l’immagine incisa nella moneta, a Dio va restituita l’immagine che Egli ha impresso in noi. Consapevoli della nostra “doppia cittadinanza” (Celeste e terrena), i cristiani siamo chiamati a testimoniare nella società civile la Vita bella del Vangelo con l’osservanza delle leggi giuste, comportandoci da cittadini responsabili attenti al Bene Comune quanto e forse più che al proprio particolare interesse privato; più attenti ai nostri doveri verso Dio e verso i fratelli, che ai nostri diritti. In questo particolare momento storico questo si traduce anche in una particolare attenzione alle norme per la prevenzione della diffusione del Covid 19: portiamo sempre la mascherina, rispettiamo i distanziamenti, evitiamo gli assembramenti … comportiamoci responsabilmente per la tutela dei fratelli.

Proprio perche cristiani, siamo chiamati ad essere presenti nella società civile anche con una consapevole partecipazione alla vita politica, ma soprattutto, come oggi ci invita a fare S. Paolo, con l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo.

Fr. Marco.

sabato 10 ottobre 2020

Ecco, ho preparato il mio pranzo; venite alle nozze!


«Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati.» (Is 25,6-10)

«Tutto posso in colui che mi dà la forza. … Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù.» (Fil 4, 12-14.19-20)

«Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero.» (Mt 22,1-14)

La Parola di Dio della XXVIII domenica del tempo ordinario ci fa contemplare il Regno dei Cieli attraverso l’immagine del Banchetto. Il Padre ha preparato per noi un banchetto di grasse vivande, vuole saziare ogni nostro appetito con “cose” gustose e nutrienti, ci chiede soltanto di accogliere il suo invito per fare festa con Lui.

La pagina evangelica, ci mostra Gesù che, raccontando la “parabola del banchetto nuziale”, con l’immagine degli invitati che non si curano dell’invito e addirittura uccidono i servi, si sta rivolgendo principalmente ai rappresentanti del Popolo dell’Alleanza, i primi invitati a prendere parte a questa festa, che hanno però smarrito il senso del culto e che, pur avendo in mezzo a loro lo Sposo, il Messia atteso, non vogliono riconoscerlo: sono troppo impegnati a praticare la loro “giustizia”, per potere accogliere l’amore di Dio!

La seconda scena della parabola si apre all’universalità: vengono invitati alla festa tutti gli uomini, cattivi e buoni. Nessuno è escluso, ciò che rende “degni” gli invitati sarà solo l’avere accolto l’invito.

Nella terza scena della parabola, in fine, il Maestro si sofferma su un invitato particolare: un uomo che non indossa l’abito della festa e che per questo viene rimproverato dal Padrone di casa. Per comprendere questa scena, va tenuto presente che in Oriente chi invitava ad una festa solenne, insieme all’invito mandava anche l’abito con cui onorare la festa. Forse è retaggio di quest’uso - che in alcune parti del mondo è ancora attuale - il fatto che quando il Papa o il Vescovo di una Diocesi invitano a qualche celebrazione particolarmente solenne, regalano ai concelebranti i paramenti da indossare. L’uomo della parabola, quindi, ha ricevuto l’abito nuziale; il Padrone di casa glielo ha donato. Se quest’uomo non lo indossa è, probabilmente, perché non ha preso sul serio la solennità dell’invito. Si tratta, dunque, di un grave affronto che giustifica la durezza della punizione: l’esclusione dal banchetto.

Fuori di parabola, oggi il Signore sta parlando a noi. Siamo noi, la Chiesa, il Popolo della Nuova Alleanza, gli invitati. Il Signore viene a ricordarci che siamo invitati ad un Banchetto, che vuole fare festa con noi. Troppo spesso, però, abbiamo rifiutato l’invito perché troppo impegnati nelle nostre cose. Troppo spesso abbiamo detto al Signore che non abbiamo tempo per Lui. Troppo spesso la Chiesa che invita al banchetto è stata messa a tacere proprio da quelle popolazioni che si vantano delle loro radici cristiane. Non è raro, infatti, che la “gente di fuori”, i “lontani” siano più pronti di noi battezzati ad accogliere l’invito e così rendersi degni del Banchetto.

Il Signore ancora oggi ci invita a ravvederci. Accogliamo l’invito alla festa. Ricordiamoci che non possiamo avere da fare nulla di più importante che entrare nel Banchetto Celeste.

Per entrare al Banchetto, però, anche noi siamo chiamati ad indossare l’abito nuziale che il Padre ci ha donato il giorno del nostro Battesimo quando siamo stati rivestiti di Cristo. Così ci viene ricordato dal rito del Battesimo: «… sei diventato  nuova creatura, e ti sei rivestito  di Cristo. Questa veste bianca sia segno della tua nuova dignità: aiutato dalle parole e dall’esempio dei tuoi cari, portala senza macchia per la vita eterna.» Curiamo sempre la nostra conformità a Cristo: è un dono di cui siamo tenuti a prenderci cura.

Nutriti dalla Parola e dai sacramenti, impegniamoci per fare emergere nella nostra vita l’immagine del Figlio che il Padre ha impresso in noi; solo così potremo prendere parte alla “festa eterna”, alla Vita Piena che il Padre ha preparato per noi fin dall’eternità.

Fr. Marco. 

sabato 3 ottobre 2020

Solennità di S. Francesco d'Assisi

 


«Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 25-30)

Oggi celebriamo la solennità del serafico Padre S. Francesco. In questo triduo abbiamo visto san Francesco come modello di ogni discepolo di Cristo e abbiamo lanciato uno sguardo ai tratti salienti della spiritualità francescana che nasce dal profondo amore di Francesco per il Suo Signore Gesù Cristo.

Oggi vorrei provare a fare una sintesi a partire dalla domanda: “Chi è S. Francesco?”. La risposta più immediata che mi viene in mente è che Francesco è un uomo pienamente realizzato: ha trovato il suo posto nella vita, ha vissuto pienamente la vita, ha realizzato ciò che il Signore aveva pensato per lui fin dall’eternità.

Francesco sente forte in lui, come ogni uomo, un desiderio di grandezza, di pienezza di vita, che il mondo non riesce a soddisfare. La sua giovinezza è fortemente segnata da questa ricerca di una vita piena. E il Signore interviene in questa ricerca orientandola, mettendo spine sulle strade sbagliate che Francesco percorre perché, ravvedendosi, possa imboccare la strada giusta.

Una prima grandezza di Francesco che vorrei evidenziare è l’autenticità della sua ricerca: nel ricercare il suo posto nel mondo Francesco non si fa condizionare da ciò che possono pensare gli altri: se comprende di star percorrendo una strada errata, torna indietro. L’autenticità e l’entusiasmo della sua ricerca fanno anche in modo che, appena comprende la volontà di Dio, Francesco la compie senza perdere tempo in vane speculazioni. Per questo Francesco è uomo veramente evangelico, perché si lascia guidare dal vangelo in tutte le sue scelte. Chiediamo a S. Francesco di pregare per noi perché anche la nostra ricerca possa essere autentica e come lui posiamo mettere in pratica con immediatezza e semplicità ciò che il Signore ci fa comprendere della sua volontà senza dar tempo alle nostre paure di bloccarci o di “ammorbidire” ciò che abbiamo compreso.

Un’altra caratteristica di Francesco che vorrei sottolineare è il suo essere fratello. Francesco comprende che il comandamento fondamentale, la “sintesi della legge e dei profeti” è l’Amore. Vive pienamente quest’amore per Dio e per i fratelli. Il titolo di “serafico” che la Chiesa gli ha attribuito richiama, infatti, i Serafini: le creature angeliche che ardono d’amore per Dio. Francesco sceglie quindi di vivere l’amore e di farsi fratello di ogni creatura. Francesco vuole che l’ordine da lui fondato sia una fraternità, ma ritengo sia significativo il fatto che raramente nei suoi scritti parli di “fraternità”, ma innumerevoli volte parli di “fratelli”: la fraternità in astratto non esiste. Esistono degli uomini e delle donne che scelgono di farsi fratelli e sorelle di chi il Signore pone loro accanto. È questa la fraternità francescana: riconoscere l’unica paternità di Dio e per questo scegliere di farsi fratelli di ogni uomo amandolo per primo come noi ci sentiamo amati dal Padre. Solo quando ciascuno di noi si farà fratello/sorella dell’altro ci sarà tra noi vera fraternità.

Un’altra caratteristica di Francesco che va evidenziata, forse la sua caratteristica più peculiare, è la Minorità: Francesco sceglie di rinunciare ad ogni superiorità, sceglie di stimare sempre gli altri come superiori a sé. Fa questa scelta spinto dall’imitazione di Gesù Cristo che “da ricco che era si fece povero per noi”. Se Lui che è Dio si fa uomo e piccolo, quanto più noi suoi discepoli siamo chiamati a farci piccoli, a riconoscere la nostra reale piccolezza e a consegnarla nelle Sue mani perché Lui posa compiere grandi cose.

La minorità di Francesco, caratteristica fondamentale della sua sequela di Cristo, si traduce anche nella sua povertà come rinuncia ad ogni potere, ad ogni idolatria e ad ogni autosufficienza. La povertà di Francesco è certamente motivata dall’imitazione di Cristo, ma anche dalla sua comprensione di quanto qualunque ricchezza ci separa rendendoci autosufficienti; la ricchezza, inoltre, va difesa e questo fa sì che non vediamo più in chi ci sta accanto un fratello, ma un nemico. Facciamo attenzione, però, che la ricchezza rifiutata da Francesco è dentro l’uomo, non fuori dall’uomo: si può essere ricchi anche della propria povertà quando la si usa come arma per sentirsi superiori ai fratelli. Quella di Francesco, invece, è una reale povertà interiore che diventa visibile anche esteriormente.

Parlando della minorità di Francesco, però, dobbiamo dire che essa diventa anche obbedienza: scegliendo Gesù come suo Signore, Francesco mette realmente la sua vita sotto la sua Signoria; e riconoscendo gli altri come superiori a sé vive in continuo ascolto della volontà di Dio che può manifestarsi attraverso qualunque dei suoi fratelli. L’obbedienza di Francesco, naturalmente, si fa estrema nei riguardi della Chiesa e di ogni suo rappresentante in cui vede una mediazione diretta e privilegiata della voce di Dio. Solo in questo modo Francesco poté realizzare la restaurazione della Chiesa che anche altri avevano inutilmente tentato. La Chiesa ai tempi di Francesco è una Chiesa che va in rovina, in cui solo con grande fatica si riconosce la Sposa di Cristo: i vescovi vivono come principi e come loro sono più impegnati in cose temporali che in cose spirituali. I sacerdoti spesso sono quasi analfabeti e vivono una dubbia morale. È questa la Chiesa che Francesco è chiamato a restaurare dall’interno, ed è questa la Chiesa alla quale Francesco vuole obbedire perché sa che nonostante tutto in essa il Signore continua a parlare.

Come seguaci Francesco, quindi anche noi disponiamoci ad accogliere la volontà di Dio che si manifesta nei fratelli che il Signore ha chiamato al governo della Chiesa e al governo delle nostre fraternità, sicuri che il Signore che li ha chiamati li assisterà nel compito loro affidato e che, come dice S. Agostino: «Se il Signore può permettere che sbagli chi comanda, non permette che sbagli chi obbedisce».

In conclusione, celebrando questa solennità, fratelli e sorelle, guardiamo a ciò che S. Francesco ha fatto della sua vita, seguiamo il suo esempio nella disponibilità a compiere il progetto d’amore del Padre per noi e come lui; mettiamo realmente la nostra vita sotto la Signoria di Cristo; in tal modo saremo realmente discepoli di Cristo e seguaci di Francesco, uomini e donne pienamente realizzati, strumenti di Dio per edificare giorno dopo giorno il Regno dei Cieli. Il Signore ce lo conceda per intercessione di S. Francesco nostro Serafico Padre.

Fr. Marco

venerdì 2 ottobre 2020

Triduo di S. Francesco d'Assisi. Terzo giorno: L’umiltà di cuore e il giogo del Signore

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.  Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero.» (Mt 11,25-30)

In questo terzo giorno del triduo il Maestro ci esorta: prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore. Come dicevamo ieri parlando della Minorità e dell’Umiltà, san Francesco, ci ricorda che di nostro abbiamo solo il peccato. Così scrive nell’Ammonizione V: «E tutte le creature, che sono sotto il cielo, ciascuna secondo la propria natura, servono, conoscono e obbediscono al loro Creatore meglio di te. E neppure i demoni lo crocifissero, ma sei stato tu con essi a crocifiggerlo, e ancora lo crocifiggi quando ti diletti nei vizi e nei peccati. Di che cosa puoi dunque gloriarti?» (FF 154; Amm. V) E ancora continua il Serafico Padre: «in questo possiamo gloriarci, nelle nostre infermità  e nel portare sulle spalle ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo.» (Ibid.).

È l’invito che ci fa oggi il Vangelo. Gesù ci esorta ad andare a Lui e ad imitarlo nella virtù fondamentale dell’umiltà senza la quale non può esistere la vera Carità, il vero amore di Dio e del prossimo, e a prendere su di noi il suo giogo. Lo sappiamo bene, il giogo di Cristo è la Croce abbracciata per amore.

Credo sia il caso di ricordare ancora una volta che la Croce salvifica non è una sofferenza subita mio malgrado. La Croce salvifica è tutto ciò che ci permette di fare della nostra vita un dono d’Amore a Dio e ai fratelli. Come ci ricorda, infatti, il servo di Dio Don Tonino Bello, terziario Francescano e Vescovo, come lui stesso volle essere ricordato: «Amare è voce del verbo morire». L’amore vero, non quello adolescenziale, è quello che ci fa uscire da noi, quello che ci fa mettere il bene della persona amata prima del nostro: «Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per gli amici» (Gv 15,13)

Francesco d’Assisi è innamorato dalla Croce del Signore che, dicono le biografie, si impresse nella sua anima ben prima che nel suo corpo con le Stimmate. Tutte le ammonizioni del serafico Padre, infatti, girano intorno al tema della vera povertà interiore con la quale l’uomo riproduce la Kenosi, la spoliazione e l’annientamento, di Cristo che da Dio si è fatto uomo per amore nostro  e umiliò se stesso facendo obbediente fino alla morte e alla morte di croce (Cfr. Fil 2,7-8).

Nella prima parte della V Amm. Francesco si sofferma sulla dignità eccelsa per la quale l’uomo è stato creato: essere a immagine e somiglianza di Dio. Di questa dignità non abbiamo alcun merito: è un dono gratuito dell’amore del Creatore. L’uomo, tuttavia, ha voltato le spalle al Datore di ogni bene, che senza suo merito lo aveva creato per tale altissima dignità e, nell’attuale stato di corruzione, è inferiore alle altre creature terrestri che servono e adorano il Creatore meglio dell’uomo peccatore. Francesco va oltre: fa notare che gli uomini, non i demoni, hanno crocifisso il Figlio di Dio. Di cosa possiamo dunque gloriarci?

Come ricordavamo ieri, da discepoli di Cristo sulle orme di Francesco, di fronte ai doni di Dio, anziché gloriarcene, dovremmo chiederci se li usiamo bene, cioè per la gloria di Dio e il bene dei fratelli. È allo scopo di farci fare questo esame di coscienza il più onestamente possibile, che Francesco ci pone a paragone con le creature irragionevoli che, a modo loro, servono il Creatore meglio di noi.

Se poi a questo aggiungiamo che è per il nostro peccato, con il quale ci sottraiamo alla Signoria di Dio rifiutandolo, che Nostro Signore Gesù Cristo è morto in Croce, risulta evidente che non abbiamo nulla di cui gloriarci.

Nell’ultima parte però, l’ammonizione si apre alla speranza. C’è in realtà qualcosa di cui possiamo gloriarci: l’essere amati da Dio al punto che si è incarnato ed è morto in croce per noi. È di questo che possiamo gloriarci e della possibilità di portare la nostra Croce ogni giorno nella sequela di Cristo. E ancora possiamo gloriarci delle nostre infermità vissute come partecipazione ai dolori di Cristo e nella Sua sequela. Il vero povero, poi, arriva anche a gloriarsi delle proprie debolezze che diventano occasione per affidarsi e farsi riempire dall’amore del Padre.

Proprio la consapevolezza della propria debolezza diventa, quindi, motivo di una gioia riconoscente di chi si rende conto che, senza suo merito e nonostante tutto, Dio lo ama. È questo il sentimento che anima S. Francesco quando ad un frate che gli chiede: «Padre, cosa ne pensi di te stesso?» rispose: «Mi sembra di essere il più grande peccatore, perché se Dio avesse usata tanta misericordia con qualche scellerato, sarebbe dieci volte migliore di me» (FF 707).

Come il serafico Padre Francesco, impariamo anche noi da Cristo mite ed umile di cuore a portare ogni giorno la nostra Croce; impariamo a svuotarci di noi stessi e dei nostri motivi di vanto perché il nostro “avere niente” sia riempito dalla misericordia del Padre. Soltanto il povero riconoscente, come un vaso vuoto, può essere riempito dell’amore di Dio.

Vorrei concludere con una citazione tratta dalla Vita II di Tommaso da Celano (FF 718):

«[Francesco] Ripeteva spesso ai frati: «Nessuno deve lusingarsi con ingiusto vanto per quelle azioni, che anche il peccatore potrebbe compiere. Il peccatore – spiegava – può digiunare, pregare, piangere, macerare il proprio corpo. Ma una sola cosa non gli è possibile: rimanere fedele al suo Signore. Proprio di questo dobbiamo gloriarci, se diamo a Dio la gloria che gli spetta (Sir 35,10), se da servitori fedeli attribuiamo a lui tutto il bene che ci dona.»

Il Signore ce lo conceda.

Fr. Marco

giovedì 1 ottobre 2020

Triduo di S. Francesco d'Assisi. Secondo giorno: Minorità

 

«In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: "Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?" … chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli.» (Mt 18,1-5.10)

In questo secondo giorno del triduo, il Vangelo ci presenta i discepoli che ancora una volta si interrogano su chi è più grande. Questa volta pongono la domanda a Gesù. Il Maestro per rispondere pone a modello un bambino e chiede ai discepoli la conversione, il passaggio dalla mentalità del mondo, che non ha spazio per i piccoli (i bambini nella società giudaica non avevano diritti), che cerca il più grande, che gonfia il proprio io tanto da schiacciare il fratello per emergere, alla mentalità del Vangelo che riconosce la propria dipendenza dal Padre e la vera grandezza nel farsi piccolo per servire.

La Minorità è forse la caratteristica peculiare del serafico Padre Francesco: egli sceglie di rinunciare ad ogni superiorità, sceglie di stimare sempre gli altri come superiori a sé. Fa questa scelta spinto dall’imitazione di Gesù Cristo che “da ricco che era si fece povero per noi”. Se Lui che è Dio si fa uomo e piccolo, quanto più noi suoi discepoli siamo chiamati a farci piccoli, a riconoscere la nostra reale piccolezza e a consegnarla nelle Sue mani perché Lui posa compiere grandi cose. Come abbiamo visto ieri anche la povertà per Francesco è segno di Minorità come rinuncia ad ogni potere, ad ogni idolatria e ad ogni autosufficienza.

Il Serafico Padre considera la Minorità come segno che si ha lo Spirito del Signore. In questi termini la presenta nella dodicesima ammonizione (FF 161).

« A questo segno si può riconoscere il servo di Dio, se ha lo Spirito del Signore: se quando il Signore compie per mezzo di lui qualcosa di buono, la sua carne[1] non se ne inorgoglisce – poiché la carne è sempre contraria ad ogni bene - , ma piuttosto si ritiene ancora più vile ai propri occhi e si stima più piccolo di tutti gi altri uomini.»

Il primo aspetto di questo segno distintivo ha a che fare con il bene che riusciamo a compiere, o meglio, che il Signore compie per mezzo nostro. Francesco, vero povero spirituale, ha chiarissima la verità biblica che tutto il bene della nostra vita viene da Dio, il Datore di ogni bene. Il sevo di Dio sa, quindi, che il bene che il Signore gli dona di compiere, non gli appartiene se non come un dono che gli è stato fatto senza suo altro merito che di averlo accettato. Poiché, invece il nostro Io a causa del peccato è “autoglorificante” e vede in Dio un antagonista alla sua realizzazione, vorrebbe appropriarsi dei doni di Dio attribuendosene il merito. Invece di dare gloria a Dio, vuole dare gloria a se stesso. Là dove il servo di Dio è pronto a restituire a Dio il merito del bene compiuto restando nell’atteggiamento della vera povertà spirituale, l’uomo schiavo del proprio io se ne insuperbisce.

Il secondo aspetto ha a che fare con l’immagine che abbiamo di noi. Se, infatti, guardiamo con sincerità alla nostra, vita scopriamo che di veramente nostro abbiamo solo i peccati e le incorrispondenze alle innumerevoli grazie che il Signore ci ha donato. È questa la base della vera umiltà e minorità. Francesco ha chiaro questo punto tanto da volere che i suoi frati siano detti e siano realmente “frati minori”. Chi è veramente “minore” ha vinto il proprio Io perché attribuisce tutto il bene della sua vita allo Spirito del Signore che opera in lui.

Il terzo aspetto ha a che fare con il modo i cui consideriamo noi stessi in confronto ai fratelli e  alle sorelle: « e si stima più piccolo di tutti gli altri uomini».

Davanti a tale aspetto, forse in molti ci scopriamo mancanti: quando nel segreto del nostro io ci confrontiamo con i fratelli spesso ci convinciamo di essere “più grandi”, “qualcosa in più”, di essere migliori di loro.

Se da una parte questo è un meccanismo psicologico che ci aiuta a rapportarci agli altri nutrendo una sana autostima, bisogna fare attenzione a evitare due errori: il nostro “termine di paragone” non devono essere i fratelli, ma Dio; facciamo inoltre attenzione a non confondere le “qualità” con “l’essenza”.

Per quanto riguarda il primo errore, è quello che compie il fariseo al tempio che invece di guardare a Dio guarda a se stesso confrontandosi con il pubblicano. L’oggetto della nostra contemplazione, la meta a cui guardare, non sono gli altri, ma Dio. Il servo di Dio quindi non si confronta con i fratelli, ma guarda a stesso e alla sua opera mettendosi dinanzi a Dio e alle innumerevoli grazie che da Lui ha ricevuto. Se faremo così scopriremo quante grazie abbiamo lasciato cadere, quanto poco abbiamo corrisposto all’amore di Dio e troveremo motivi per ritenere gli altri superiori a noi stessi. È facendo questa riflessione che Francesco arriva ad affermare: «Mi sembra di essere il più grande peccatore, perché se Dio avesse usata tanta misericordia con qualche scellerato, sarebbe dieci volte migliore di me». (FF 707).

Per quanto riguarda il secondo errore, cerco di chiarire il mio pensiero con un esempio: se dopo un sincero esame mi accorgo di avere delle qualità che il mio fratello non ha, se per esempio io so cucinare e il mio fratello è incapace di friggere un uovo, sono chiamato a riconoscere che questo è un dono che il Signore mi ha fatto senza mio merito, una qualità che devo mettere al servizio dei fratelli; ciò, tuttavia, non intacca minimamente la mia essenza, non mi fa essere qualcosa in più di chi non sa cucinare. Così, d’altra parte, se il mio fratello è un grande oratore ed io sono incapace di esprimere chiaramente e forbitamente il mio pensiero, questo non intacca la mia essenza, non mi rende qualcosa in meno di lui.

Tornando al Vangelo, mi colpisce che il maestro non rimprovera i discepoli per il loro desiderio di grandezza: siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio, siamo fatti per stare al cospetto di Dio; Gesù corregge il tipo di grandezza cercato dai discepoli: non quella diabolica del più grande a scapito degli altri, di colui che si erge sugli altri per dominarli (una grandezza che divide), ma la vera grandezza che è quella di lasciarci conformare a Lui, di affidarsi al Padre con la semplicità e la minorità dei bambini e di gioire di ciò che il Padre compie in noi e nei fratelli. Il Signore ce lo conceda.

fr. Marco



[1] Francesco usa qui “carne”, secondo il linguaggio paolino, per indicare il “proprio io” come antagonista di Dio.

mercoledì 30 settembre 2020

Triduo di S. Francesco d'Assisi. Primo Giorno: Povertà e Fraternità

«Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. … Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: "Pace a questa casa!» (Lc 10,1-12)

In questo triduo in preparazione alla solennità di S. Francesco d’Assisi, lasciandoci guidare dalla Parola di Dio, focalizzeremo alcuni tratti fondamentali della spiritualità Francescana. Voglio innanzitutto chiarire che guarderemo a Francesco come al cristiano realizzato, modello per tutti noi. La Chiesa, infatti, “canonizza” i santi non tanto perché noi ci rivolgiamo a loro nelle preghiere e li “ammiriamo da lontano”; li canonizza perché ce li presenta come “canone”, misura del Cristiano. I Santi ci sono dati perché impariamo da loro la sequela di Cristo.

I tratti della spiritualità francescana che oggi focalizzeremo sono la fraternità e la povertà. Sono i tratti che il Maestro chiede ai discepoli mandati in missione: li manda a due a due perché possano essere riconosciuti discepoli di Cristo dall’Amore che hanno l’uno per l’altro (cfr. Gv 13,35); chiede loro di non portare nulla lungo il viaggio perché prendano consapevolezza della loro costitutiva povertà che null’altro può colmare al di fuori della comunione col Signore. Come vedremo, infatti, la Povertà per s. Francesco non è il fine, ma il mezzo per vivere l’autentica relazione con Dio e con i fratelli.

La legenda dei tre compagni ci racconta che, all’inizio della sua esperienza di sequela, dopo avere restituito al padre Pietro da Bernardone tutto ciò che aveva ed avere intrapreso la vita da “penitente” tra le braccia del “Padre Nostro che è nei cieli”, Francesco durante una Messa ascolta proprio il Vangelo che oggi abbiamo ascoltato noi. Dopo la Messa, desideroso di compiere la Volontà di Dio, Francesco chiede al sacerdote di spiegargli il vangelo e pieno di gioia esclama: «Questo bramo di fare con tutte le mie forze!» (FF 1427).

Ecco il primo motivo per cui sceglie la Povertà: per vivere alla lettera al Vangelo, per obbedire e imitare Cristo. Più avanti il Signore gli darà dei fratelli e Francesco scoprirà che la povertà è anche funzionale alla fraternità. Nella regola ordina ai Frati: «E ovunque sono e si troveranno i frati, si mostrino familiari tra loro. E ciascuno manifesti con fiducia all’altro le sue necessità, poiché se la madre nutre e ama il suo figlio carnale, con quanto più affetto uno deve amare e nutrire il suo fratello spirituale?» (FF 91). Fine conoscitore dell’animo umano, Francesco sa che il possedere le cose facilmente ci porta a farci possedere da esse, a porre in esse le nostre speranze di vita e le nostre sicurezze facendone degli idoli. Posseduti dalle cose, inoltre, non saremo più capaci di riconoscere in chi ci sta accanto un fratello: vedremo un nemico, un potenziale ladro delle cose cui abbiamo attaccato il cuore, da cui ci aspettiamo vita. Forti della nostra “ricchezza”, infine, ci sentiremo autosufficienti: penseremo di non avere più bisogno né di Dio né dei fratelli. Ecco perché il serafico Padre sceglie per sè e prescrive ai fratelli la via della povertà evangelica. Essa è innanzitutto povertà interiore, consapevolezza di essere bisognosi di Cristo e dei fratelli. Evidentemente, se autentica, questa povertà interiore si manifesterà in concrete scelte esteriori. Poveri e bisognosi, inoltre, i frati saranno spinti a vincere il proprio orgoglio e le proprie resistenze e ad affidarsi gli uni agli altri.

Per Francesco la Povertà non è il fine, ma il mezzo. Al di sopra di tutto, fine supremo, è l’Amore per Cristo, senza la comunione col quale nulla può saziarci, e l’amore tra i fratelli. Innamorato di Cristo e guidato dal Vangelo, Francesco si sente chiamato ad annunciare profeticamente il Regno dei Cieli presente in mezzo a noi ogniqualvolta, accogliendo la Signoria di Cristo, ci affidiamo con la nostra miseria al Padre e prendiamo consapevolezza di essere fratelli tra noi e con tutte le creature. Penso che sia da sottolineare che il Francesco usa rarissimamente nei suoi scritti il termine fraternità, ma moltissime volte il temine fratello. Non esiste, infatti, la “fraternità” astratta, ma i concreti fratelli e sorelle che abbiamo accanto. A loro dobbiamo mostrarci fratelli amandoli di quell’amore gratuito e misericordioso non motivato da altro che dal fatto che, riconoscendo e accogliendo l’amore del Padre, conformati al Figlio, sappiamo di essere loro fratelli. Il Signore ce lo conceda.

fr. Marco