sabato 20 luglio 2019

La fecondità dell'accoglienza


«… Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo.» (Gn 18,1-10)

«Fratelli, sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa.» (Col 1,24-28)

«In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.» (Lc 10,38-42)

La settimana scorsa Gesù, rispondendo al dottore della legge che gli chiedeva: «Chi è il mio prossimo?», invitava lui e noi a farci prossimi dei fratelli nel bisogno. Questa domenica, XVI del Tempo Ordinario, va oltre: ci chiede di farci “suoi prossimi”, di accoglierlo nella nostra vita.
Già nella prima lettura tratta dal libro della Genesi, infatti, Dio si manifesta come un Dio in cerca di accoglienza. Abramo è sollecito nell’ospitare nella sua tenda questi tre misteriosi personaggi che capitano nel suo accampamento nell’ora più calda del giorno. Mette in gioco il suo tempo, le sue energie e i suoi averi. L’ospitalità è “feconda”: questi tre personaggi annunciano ad Abramo la nascita del “figlio della promessa”.

La pagina evangelica ci presenta Gesù che, lungo il cammino verso Gerusalemme, viene ospitato da Marta. La tradizione presenta Marta e Maria come due icone antitetiche, l’azione e la contemplazione, delle quali la parte migliore, da preferire, sarebbe la contemplazione. Pensa vada sottolineato, tuttavia, che l’evangelista afferma chiaramente che è Marta ad ospitare Gesù. È lei che ha l’iniziativa. Anche lei, però, incorre nell’errore che i contemporanei di Gesù commettevano nel loro rapporto con Dio: comincia a fare tante cose per Gesù, mettendo in secondo piano il rapporto con Lui. Maria, invece, si fa totale ricettività: ai piedi del Signore, in atteggiamento da discepola, ascolta la Sua parola.
«Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Marta, che inizialmente è presentata come icona positiva di accoglienza e ospitalità, cadendo nell’errore di permettere che “le cose da fare” offuschino lo stare con Gesù, a lungo andare comincia ad accampare “pretese” e a far valere diritti. Cade nell’errore di dimenticare la sola cosa veramente necessaria: il rapporto con Gesù. Tutto il resto ha valore ed è importante a partire da questo rapporto. Mettere, come Maria, Gesù e l’ascolto della Sua parola al centro della nostra vita è fondamentale. L’ascolto, però,  se non vuole rimanere sterile, non può che sfociare nell’obbedienza fattiva.
Marta e Maria, dunque, non devono essere separate o peggio contrapposte, ma unite in un unico modello che a partire dall’accoglienza di Gesù, dall’ascolto della Sua volontà, si metta in movimento per realizzare ciò che Lui vuole.
Anche S. Paolo nella seconda lettura si pone su questa linea. Parlando delle sue fatiche apostoliche che tante sofferenze gli hanno procurato e che non sempre hanno trovato immediata e facile accoglienza, si mostra consapevole dell’importanza di compiere la volontà di Dio anche quando non vede i frutti delle sue fatiche, anche quando le cose non vanno come si aspetterebbe. Mettendo al centro della sua vita Gesù, gli importa solo di compiere la Sua volontà. È in quest’ottica che anche noi, nelle nostre sofferenze, nelle nostre malattie che ci fanno sperimentare i nostri limiti, nelle nostre incapacità, possiamo ancora accogliere Gesù, compiere la Sua volontà.
Accogliere Gesù, naturalmente, significa anche accoglierci reciprocamente, accogliere il fratello nel bisogno. Oggi si parla tanto di accoglienza, ma spesso ci si limita alle parole o, peggio, si pratica un'accoglienza interessata che, sotto l'apparenza di accoglienza diventa sfruttamento. Spessissimo, poi, ci si dimentica del "prossimo più prossimo", che diventa invisibile e che può morire non visto dinanzi al nostro portone. Torniamo ad accoglierci autenticamente, a metterci al servizio gli uni degli altri con il cuore.
Prima di concludere, vorrei sottolineare una particolare ricaduta nel quotidiano di questa Parola. Nella frenesia delle nostre giornate può capitare anche nella nostra vita familiare di trascurare “la cosa più importante”, di perdere “la parte migliore”. Quante volte nelle nostre relazioni con i nostri cari, penso in particolare al rapporto genitori – figli, cadiamo nell’errore di “fare tante cose per loro" (tante ore di lavoro, magari anche un secondo lavoro), ma di trascurare il rapporto con loro?
Accogliamo la Parola di Dio nella nostra Vita, mettiamo Lui e la Sua volontà al centro del nostro essere e del nostro agire. Lasciamo che sia Lui a dirci cosa fare e come farlo: vedremo meraviglie nella nostra vita.
Fr. Marco

sabato 13 luglio 2019

Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?


«Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. … questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica» (Dt 30,10-14)

«Cristo Gesù è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili» (Col 1,15-20)

«… “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”. Costui rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. Gli disse: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”» (Lc 10,25-37)


La Parola di Dio della XV domenica del Tempo Ordinario ci propone il comandamento centrale della legge d’Israele: l’Amore di Dio e del prossimo. IL dottore della legge, infatti, sollecitato da Maestro, enuncia un comandamento tratto dallo Shemà, professione di fede contenuta nel Deuteronomio (6,4 ss), e dal “Codice di santità” contenuto nel Levitico (capp. 17-26; in particolare da Lv 19,18).Già nella sapienza antica si afferma che dall’osservanza dei comandamenti deriva la Vita, quella vita piena che il Signore ha pensato per il suo popolo. Il Signore, quindi, dà i comandamenti al suo popolo perché questi sappia come comportarsi per rimanere in comunione con Dio e godere di una vita bella e piena di senso.
Col passare del tempo, però Israele finisce per assolutizzare sempre più la Legge a scapito della relazione vitale con Dio che essa doveva custodire. Comincia ad elaborare comandi su comandi che perdono il loro originario significato. La “fede” d’Israele si allontana sempre più dalla comunione con Dio e diventa una “fede speculativa” in cui è impossibile per la gente comune osservare tutti i comandi. È in questo contesto che nasce la domanda del dottore della legge: «Che cosa devo fare …?». Gesù risponde rimandando in suo interlocutore a ciò che già conosce e invitandolo a metterlo in pratica.
«E chi è il mio prossimo?» Il dottore della legge tenta di scappare dalla pratica con la “speculazione”: lo straniero, il peccatore, l’eretico … sono il mio prossimo? Non devo forse starne lontano? 
«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico …» Al tentativo di fuga nella speculazione, il Maestro risponde raccontando un a parabola. Da notare che l’uomo incappato nei briganti scende “da Gerusalemme a Gerico”. Questo itinerario, in chiave spirituale, potrebbe indicare un allontanamento dalla santità verso il peccato. Potremmo allora identificare quest’uomo con “il peccatore” che, proprio per la sua condizione di peccato, è “mezzo morto”. Il “cuore freddo” del sacerdote e del levita, un cuore ormai lontano da cuore di Dio, resta ancorato alla purezza legale e si guarda bene dal contaminarsi con il sangue dell’uomo ferito. Solo un Samaritano, un uomo considerato dai pii giudei come eretico e scismatico, ha compassione. Una compassione che lo porta ad agire e a spendere del suo per aiutare il bisognoso. Solo la compassione, la misericordia, che muove all’azione, infatti, è autentica.

«Chi … ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?» Adesso è Gesù ad interrogare il dottore della legge, ma la prospettiva è ribaltata: il prossimo da individuare non è colui che è caduto nelle mani dei briganti, ma colui che è stato capace di farsi a lui prossimo.
La pagina del Vangelo si chiude ancora con l’invito alla “pratica”, al fare ciò che sappiamo essere bene perché possiamo “ereditare la vita eterna”, quella Vita Piena che solo la relazione di amicizia con Dio può donarci.

Fr. Marco

sabato 6 luglio 2019

Il Signore li inviò a due a due davanti a sé


«Così sarete allattati e vi sazierete al seno delle sue consolazioni; succhierete e vi delizierete al petto della sua gloria.» (Is 66,10-14)

«Fratelli, quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura.» (Gal 6,14-18)

​«La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.» (Lc 10,1-12.17-20)

La Parola di Dio della XIV Domenica del Tempo Ordinario ci presenta un preciso comando di Gesù: Pregate il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Il Signore chiama continuamente operai per il Regno, ma ci chiede di pregare perché essi trovino il coraggio e la libertà per rispondere alla Sua chiamata. Il Vangelo di oggi, inoltre, ci ricorda la  missionarietà di tutta la Chiesa: tutti, ciascuno con la sua particolare vocazione, in quanto battezzati, conformati a Cristo Re, Sacerdote e Profeta, siamo inviati al mondo per annunziare il Regno dei Cieli.
Nel ricordarci la comune vocazione missionaria, il brano evangelico dio oggi ci presenta anche le caratteristiche che il Maestro chiede ai missionari. La prima cosa che notiamo è che Gesù manda i suoi discepoli a due a due. In Gv 13,35 Gesù afferma: «Da questo vi riconosceranno, se avrete amore gli uni per gli altri». Non bastano quindi crocifissi o rosari ostentati: il “distintivo” del cristiano, ciò che lo accredita come discepolo di Cristo è la disponibilità a dare la vita per amore del fratello. Per questo motivo i discepoli sono inviati a due a due: per dare la vita l’uno per l’altro, per testimoniare al mondo che non si vive veramente se si è centrati solo su se stessi.
Vi mando come agnelli in mezzo a lupi. La logica del mondo con  la sua aggressività e “rapacità”, dove sembra regnare “la legge del più forte”, ha giustificato l’espressione latina: homo homini lupus (l’uomo è un lupo per l’uomo). I discepoli, però, chiamati ad annunciare il Vangelo, non possono conformarsi a questa logica. Nell’ottica della vita donata per amore di Cristo e del fratello, il cristiano è chiamato alla mitezza, a non opporsi al malvagio (Mt 5,39), a rispondere al male con il bene (Rm 12,21).
Non portate borsa, né sacca, né sandali. Ciò su cui il Maestro ci invita a fondare la nostra certezza, anche la riuscita della nostra attività missionaria, non sono i mezzi materiali di cui disponiamo, ma sulla Fede in Lui, l’obbedienza alla Parola. È per questo che S. Paolo può dire: «quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo». Non contano i mezzi di cui disponiamo, non conta la nostra appartenenza un’elite. Ciò che conta è che Cristo ci ha resi “nuove creature”, uomini e donne “nuove”, nel Battesimo: siamo chiamati per questo a vivere la Vita Nuova del Vangelo.
Non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. Probabilmente, uno dei livelli di significato di questa prescrizione ha a che fare con l’urgenza del messaggio: non può attendere. Nel contesto in cui si trova, però, credo di potere affermare che riguardi anche la libertà richiesta ai discepoli: dopo avere chiesto ai suoi di essere liberi nei confronti dei mezzi, di porre la propria fiducia solo sulla potenza della croce, ora Gesù chiede la libertà dai condizionamenti umani, dal pericolo di porre la propria fiducia sulle “alleanze umane” in una logica clientelare che, piuttosto che favorirne la diffusione, soffoca il messaggio del Vangelo. Trovo che sia una prescrizione particolarmente attuale. Oggi certa politica scadente ci ha abituati a tale logica: «Io ti finanzio questo progetto, ma tu mi devi garantire una certa visibilità» (se non si arriva al vero e proprio voto di scambio). Una logica che siamo tentati di assumere anche nel privato: grazie all’“amico” che parla con l’“amico” abbiamo accesso a certi servizi o giungiamo in certi posti di autorità. Tutto questo, però, a scapito della libertà: non potrò più denunciare l’errore del fratello additandogli la verità del Vangelo, se gli sono debitore della posizione in cui mi trovo! Anzi, facilmente sarò costretto a scendere ancora a compromessi! Tutto ciò non è accettabile come discepoli di Cristo. Non ha niente a che fare con la logica del Vangelo. Come discepoli di Cristo non possiamo cadere in certe trame, ma siamo chiamati alla gratuità dell’amore ed alla libertà profetica per potere liberamente annunciare la verità del Vangelo.
Accogliamo l’invito del Maestro a metterci in cammino per annunciare il Vangelo in maniera libera a coraggiosa ponendo in Lui ogni nostra speranza e  fiducia per potere sperimentare le consolazioni del Suo Amore (I lettura)
Fr. Marco.

sabato 29 giugno 2019

Gesù si mise in cammino verso Gerusalemme

«Quello lasciò i buoi e corse dietro a Elìa, dicendogli: “Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò”. Elìa disse: “Va’ e torna, perché sai che cosa ho fatto per te”» (1Re 19,16.19-21)

«Fratelli, Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù.» (Gal 5,1.13-18)

«Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme …» (Lc 9,51-62)

La Parola di Dio della XIII Domenica del TO ci invita a fare memoria di ciò che il Signore ha compiuto per noi e a comportarci di conseguenza.
… sai che cosa ho fatto per te Già nella prima lettura, infatti, con le parole del profeta Elia, il Signore ci ricorda che ben più che Eliseo noi siamo stati riempiti dallo Spirito; siamo stati unti Re, Sacerdoti e Profeti; siamo stati conformati a Cristo morto e risorto; siamo stati liberati dalla schiavitù del peccato e delle passioni (II lettura). Siamo invitati, quindi, a comportarci da uomini liberi.
La libertà, però, lo sappiamo bene, non consiste nel fare “ciò che ci passa per la testa”, ma nel fare ciò che è Bene, nel fare “ciò che è da fare”. La vera libertà è quella che ci mostra il Maestro oggi nel Vangelo: Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme.

Solo chi si possiede pienamente ed è quindi veramente libero, può fare della sua vita un dono. È questo, infatti, che Gesù va a compiere a Gerusalemme: va a donare la sua vita in obbedienza al Padre e per amore.
A tanta libertà fanno da contrasto gli incontri avuti da Gesù lungo i cammino. Il primo è un “incontro mancato”: i Samaritani non vogliono accoglierlo. Sono ancora schiavi del loro pregiudizio. La motivazione riportata dall’evangelista, però, («era chiaramente in cammino verso Gerusalemme») potrebbe essere letta “spiritualmente” e riguardare qualcosa di molto vicino a noi: la paura della croce. Può capitare anche a noi, infatti, di rifiutare certe occasioni di incontro con il Signore, certe occasioni per compiere la Sua Volontà, perché chiaramente orientate alla croce che ancora ci è di scandalo. Dinanzi il rifiuto, Gesù non si impone: passa oltre. Chissà se quei samaritani avranno mai capito chi hanno rifiutato! Chissà se noi capiremo mai ciò che abbiamo perso ogniqualvolta abbiamo detto “no” a Gesù per paura della Croce!
«Ti seguirò dovunque tu vada» Dopo il rifiuto dei Samaritani, l’evangelista ci presenta un discepolo entusiasta. Noi non conosciamo le motivazioni di quest’uomo, ma la risposta di Gesù ci ammonisce a non cercarLo per avere un “posto al sole”; per “sistemarci”, per avere un ruolo che ci faccia stare tranquilli: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
«… permettimi di andare prima a seppellire mio padre» Nel terzo incontro, è Gesù a chiamare un uomo che, però, rimanda la risposta. È il modello di tutti quelli che non si decideranno mai, che posticiperanno sempre la scelta: “Da domani … !” Un domani che non verrà mai! Gesù ci invita a prendere oggi la ferma decisione di seguirlo, di diventare suoi discepoli.
«Ti seguirò … però …» Infine, abbiamo l’incontro con il tentativo di “compromesso”. Quante volte anche noi ci comportiamo così: “Sono cristiano, però non è che posso perdonare sempre chi mi fa del male!”; “Sono cattolico, però la domenica ho altro da fare, non posso venire sempre a Messa!”; “Sono cristiano, però non è che posso pagare tutte le tasse …” Quanti “sì, però” nella nostra vita! Oggi Gesù ci ammonisce: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio». Niente compromessi! Siamo stati liberati dalla “schiavitù della carne”, siamo invitati a vivere non più per noi stessi, ma per Dio che ci ha chiamati. Accogliamo l’invito di Gesù e seguiamolo con ferma decisione: «camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne
Fr. Marco.

giovedì 27 giugno 2019

Mi ha amato e ha dato se stesso per me!


«Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia» (Ez 34,11-16)

«Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.» (Rm 5,5-11)

«Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? … “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”»

Nella solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù la Parola di Dio ci mostra alla contemplazione il gratuito e fedele amore di Dio per noi.
Nella prima lettura, infatti, Dio si manifesta come il Pastore amorevole che ama, custodisce e nutre il suo gregge. Alle pecore non viene chiesto nient’altro che di riconoscere e seguire il Pastore. Non hanno altro “merito” che l’essere amate.
Può capitare di pensare di “meritare” l’amore di Dio. Credo che l’invito di questa solennità a compiere “atti di riparazione al Cuore di Gesù”, ci aiuti a capire che, come ci ricorda san Francesco, di nostro abbiamo solo il peccato: «E tutte le creature, che sono sotto il cielo, ciascuna secondo la propria natura, servono, conoscono e obbediscono al loro Creatore meglio di te. E neppure i demoni lo crocifissero, ma sei stato tu con essi a crocifiggerlo, e ancora lo crocifiggi quando ti diletti nei vizi e nei peccati. Di che cosa puoi dunque gloriarti?» (FF 154; Amm. V).
È questa gratuità che ci viene ricordata da S. Paolo nella seconda lettura: «mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi»
Gesù nel Vangelo richiama ancora l’immagine del pastore. Un pastore “illogico” che lascia le novantanove pecore per andare in cerca dell’unica smarrita. Tale è l’amore gratuito di Cristo per noi, che sarebbe morto in croce anche per salvare solo uno di noi. Gesù non guarda alla maggioranza, non fa calcoli statistici, ci vuole tutti salvi. Anzi sembra avere a cuore maggiormente la salvezza dei “lontani”, di quelli che si sono smarriti. Veramente questo è “vangelo”, “buona notizia”: chi infatti può affermare con sicurezza di essere salvo? La pecora smarrita siamo ciascuno di noi. A tutti Gesù ha insegnato a pregare: «Rimetti a noi i nostri debiti». Tutti quindi siamo invitati a riconoscerci nella pecora smarrita salvata da Gesù. Con san Paolo possiamo affermare «Mi ha amato e ha dato se steso per me» (Gal 2,20)
 Uno dei versetti alleluiatici proposti dalla liturgia di oggi ci invita: « … imparate da me, che sono mite e umile di cuore.» Il primo tratto distintivo dell’umiltà di cuore che siamo invitati ad imparare dal Maestro, è avere una giusta conoscenza di sé e saper apprezzare gli altri. Il superbo, infatti, non ha una giusta conoscenza di sé e non è capace di stimare gli altri: o si stima superiore agli altri, o non riconosce ciò che il Signore ha operato nella sua vita perché pretende di essere più grande di quello che è. Anche Padre Pio, grande devoto del Sacro Cuore, raccomanda ai suoi figli spirituali: «Non ti meraviglierai affatto delle tue debolezze ed imperfezioni ma riconoscendoti per quello che tu sei, ti arrossirai della tua incostanza ed infedeltà a Dio, ed in Lui proponendo e confidando, ti abbandonerai tranquillamente sulle braccia del celeste Padre come un tenero bambino su quelle materne» (Epist. IV, 257). Ed ancora: «Tenetevi sempre sull’ultimo luogo tra gli amanti del Signore, stimando tutti migliori di voi; rivestitevi di umiltà verso gli altri, poiché Dio resiste ai superbi e da la grazia agli umili.» (Epist. III, 50)
Questa conoscenza di sé e delle proprie debolezze, però non è compiacenza o rassegnazione, ma pazienza con i propri limiti nel continuo impegno, con l’aiuto di Dio, per migliorarsi. È ancora a questo che Padre Pio ci esorta: «Conviene sopportare pazientemente la nostra imperfezione per potere arrivare alla perfezione; dico sopportarla con pazienza e non già di amarla e accarezzarla; l’umiltà si nutre in questa sofferenza.» (Epist. IV, 365)
Contemplando quest’oggi l’amore gratuito e fedele di Dio per noi, prendiamo umilmente atto delle tante nostre in corrispondenze a questo amore e umilmente chiediamogli Perdono e la Grazia di amarLo imitando la Sua mitezza e umiltà e portando ogni giorno su di noi il Suo giogo – la Croce abbracciata per amore – rinnegando noi stessi per dare a Lui il primo posto nella nostra vita.
Fr. Marco


sabato 22 giugno 2019

«Voi stessi date loro da mangiare»

«In quei giorni, Melchìsedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo» (Gen 14,18-20)

​«Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”». (1Cor 11,23-26)

«In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. … Gesù disse loro: “Voi stessi date loro da mangiare”. Ma essi risposero: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci …” … Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.» (Lc 9,11-17)

​Nella solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo la liturgia della Parola ci presenta, già dalla prima lettura, il tema di Gesù Sacerdote, Vittima ed Altare. Melchìsedek, infatti, “re di Salem” che offre il pane ed il vino, è un typos, una figura, di Gesù Vero e Sommo sacerdote che offre l’unico e definitivo sacrificio della Nuova ed eterna Alleanza: il Suo Corpo e il Suo Sangue in cui il pane e il vino vengono transustanziati (II lettura).
Oltre al “tema sacerdotale”, però, la liturgia di oggi ci presenta anche Gesù come il Buon Pastore che si prende cura dei suoi, li guida e li nutre. È così infatti che lo invochiamo nella sequenza: «Buon pastore, vero pane, / o Gesù, pietà di noi: / nutrici e difendici, / portaci ai beni eterni / nella terra dei viventi.». Il Vangelo insiste su questo tema: si apre con la figura di Gesù che insegna alle folle indicando loro il Regno dei Cieli, l’unica cosa necessaria per sperimentare la Pienezza della Vita. Il Vangelo continua con Gesù intento a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il Medico viene per gli ammalati, Gesù è venuto a cercare i peccatori per condurli alla salvezza.
Ancora nel contesto del “ministero pastorale” di Gesù, il Vangelo ci presenta la moltiplicazione dei pani come ulteriore modalità con cui il Buon Pastore si prende cura di coloro che hanno messo da parte tutto il resto per seguirlo. Sappiamo che l’evangelista, ben compreso dalla liturgia odierna, intende presentarci in questo racconto un’anticipazione dell’istituzione dell’Eucarestia nell’Ultima Cena.
Due cose mi colpiscono immediatamente contemplando la scena evangelica: una riguarda le condizioni per partecipare al banchetto, l’altra riguarda i discepoli. La prima cosa che noto è che l’unica condizione prevista per partecipare a questo banchetto è l’avere seguito Gesù, l’averlo ascoltato ed avere messo Lui al di sopra e prima di tutti gli altri bisogni (e non è poco!). È questa, infatti, l’unica cosa veramente necessaria per potersi accostare degnamente al Banchetto Eucaristico: avere messo Gesù al centro della nostra vita, l’impegnarsi nell’ascolto e nella conversione. In quest’ottica va compreso anche il Sacramento della Riconciliazione: non un “arrifriscarisi l’anima” per potere fare la comunione (magari senza un adeguato esame di coscienza e quindi con la convinzione di non avere peccati), ma chiedere e accogliere la Grazia per impegnarsi nella propria conversione. La seconda cosa che mi colpisce, è la volontà da parte dei discepoli di deresponsabilizzarsi nei confronti della folla: «congedali … vadano …». A questi discepoli Gesù risponde: «Voi stessi date loro da mangiare». Penso sia da  sottolineare come questo comando apra ad una “dimensione eucaristica” della vita del cristiano e soprattutto del sacerdozio ministeriale: il farsi “pane spezzato”, il dare da “mangiare” noi stessi.
Oggi però voglio sottolineare particolarmente come questo comando coinvolga i discepoli più vicini a Gesù e li inviti a prendersi cura dei loro fratelli più bisognosi: troppo spesso, anche tra i cristiani, si è sempre pronti a “puntare il dito”, a richiamare gli altri alle loro responsabilità, ad accusare chi dovrebbe fare … cercando in tal modo di deresponsabilizzarsi. Certo, quello della denuncia e del richiamo al dovere sociale delle Istituzioni è un ruolo importante dei discepoli, ma non può essere l’unico. Il Beato Pino Puglisi, che il bisogno delle persone l’ha toccato da vicino, è famoso per la frase “Se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto”. Unendoci a Cristo, allora, impariamo anche noi a farci “pane spezzato” per i fratelli. Prendiamoci cura gli uni degli altri e camminiamo insieme verso quella Vita Piena ed Eterna che Solo Gesù ci può donare.
Fr. Marco

sabato 15 giugno 2019

L'Amante, l'Amato e l'Amore


«Così parla la Sapienza di Dio: “Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine. Dall’eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra.» (Pr 8,22-31)

«Fratelli, … ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. » (Rm 5,1-5)

«Quando verrà lui, lo Spirito della verità, … Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà». (Gv 16,12-15)

​Nella solennità di Pentecoste, domenica scorsa, affermavo che lo Spirito Santo ci inserisce nella circolarità d’amore all’interno della Santissima Trinità. Questa domenica la Chiesa ci propone alla riflessione proprio questo Mistero centrale della nostra fede: L’unico Dio, Creatore del cielo e della Terra, è Uno e Trino. Un solo Dio in tre Persone: il Padre (Amante) che dall’eternità genera il Figlio (Amato) donandosi totalmente a Lui e tutto ricevendo da Lui nello Spirito Santo (Amore).
Elemento fondamentale dell’annuncio salvifico del nostro Signore Gesù Cristo è la piena rivelazione di Dio agli uomini («Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato …» Gv 17,6). Gesù ci ha rivelato l’eterna processione d’amore in cui le tre Persone divine hanno tutto in comune tranne la loro identità personale (l’essere rispettivamente Padre, Figlio e Spirito). Il nostro Dio è, quindi, già al suo interno, relazione d’amore.
Cosa significa per noi il fatto che il Dio Vivo e Vero è Uno e Trino, Eterna relazione d’Amore? Significa che l’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, è costitutivamente relazione, è fatto per la relazione ed è felice/realizzato solo nella relazione. L’uomo è immagine del Dio trinitario e come tale si realizza solo quando permette all’amore-relazione che è in lui di manifestarsi. Citando fr. Alberto Neglia (O. Carm.), mio docente di Spiritualità: «Come il Padre è nell’amore sorgività pura, così Egli dona alla creatura umana di essere nel tempo sorgente di amore. Questo significa che l’uomo è costitutivamente capace di amare.  Amato dall’eternità egli è fatto per amare. … amando, l’uomo riproduce in qualche modo la creatività del Padre. L’amore fa sbocciare la vita. L’uomo è ancora immagine del Dio Trinitario perché è stato creato per mezzo del Figlio, in vista di Lui ed in Lui (Col  1,15-17). Come in forza dell’accoglienza pura … il Figlio è immagine perfetta del Padre, così l’uomo è immagine di “Dio Figlio”, in quanto si fa  recettività, cavità capace di accogliere, fino alla trasparenza, l’amore eternamente amante. Nel Figlio amato l’uomo è costitutivamente oggetto di amore, apertura radicale, “uditore della Parola”. Chi non riceve l’amore, non esisterà mai veramente: la povertà che accoglie è la condizione dell’amore … Chi non sa accogliere, non sa dire grazie, non sarà mai veramente e pienamente umano. … Nel più profondo del suo essere creaturale … l’uomo ha bisogno dell’altro. … Lo Spirito Santo imprime nella creatura umana un certo riflesso di quello che Egli è nel mistero di Dio. Come fra l’Amante e l’Amato Egli è l’eterno legame di unità ed insieme Colui che fonda l’apertura infinita del loro amore, lo Spirito è la fantasia di Dio. L’uomo creato ad immagine di “Dio Spirito” è unità vivente di questo duplice movimento dell’amore: amando, egli si fa amare; lasciandosi amare, egli ama. … Lo Spirito, presente nell’uomo, lo spinge continuamente a spezzare il cerchio dell’amante e dell’amato, a fuggire la cattura dell’esclusività, per andare verso il bisogno di amore dell’altro, di tutti gli altri
Il cristiano santificato dallo Spirito, conformato a Cristo, porta quindi in sé il mistero della Trinità d’Amore e lo manifesta al mondo. Il Signore ci conceda, contemplando il suo Amore Trinitario e ciò che esso è capace di compiere in chi lo accoglie, di realizzare pienamente la nostra vocazione all’amore per potere giungere a quella pienezza di vita per la quale siamo stati pensati fin dall’eternità.
Fr. Marco.