sabato 15 agosto 2026

Condurrò sul mio monte santo e colmerò di gioia gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore

«Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fermi nella mia alleanza, li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera.» (Is 56,1.6-7)

«Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti!» (Rm 11,13-15.29-32)

«Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri» (Mt 15,21-28)

La Liturgia della Parola di questa XX domenica del tempo ordinario si apre con la buona notizia che la salvezza del Signore sta per venire ed è offerta a tutti gli uomini e donne che lo riconoscono praticando il diritto e la giustizia.

«Li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia» Nella prima lettura, tratta dal libro del Profeta Isaia, si afferma che questo è il desiderio di Dio: colmare di gioia «gli stranieri che hanno aderito al Signore per servirlo». Non è l’appartenenza ad un particolare popolo, ad un determinato gruppo o ad un’élite ad essere determinante per essere salvato. Ciò che conta è aderire al Signore, servirlo ed amarlo con tutto il cuore, obbedire alla Sua legge scritta nei nostri cuori. 

La Chiesa è il Popolo della Nuova ed Eterna Alleanza che ha accolto la pienezza della Rivelazione in Gesù Cristo, Via, Verità e Vita, il solo attraverso il quale si giunge al Padre (Cfr. Gv 14,6). La salvezza, tuttavia, è offerta a chiunque, alla sincera ricerca del Vero e del Buono, agisce secondo la propria coscienza. Lo ha ribadito anche il Concilio Vaticano II al n. 16 della costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium: «… quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, e tuttavia cercano sinceramente Dio, e sotto l'influsso della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di Dio, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna.» (LG 16 ripreso dal CCC 847). Chi cerca il Vero e il Buono, infatti, anche se non lo sa, cerca Gesù.

Anche la pagina evangelica di oggi ci mostra la chiamata universale alla salvezza: la donna Cananèa è una pagana, non appartiene al popolo eletto. Gesù stesso, secondo la logica giudaica del tempo, ribadisce la sua estraneità al popolo dell’alleanza: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Eppure questa donna pagana riconosce Gesù come Messia (figlio di Davide) e Signore e, con la sua fede umile e perseverante, ottiene ciò che chiede e persino la lode: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri».

Per essere salvato, allora, non serve l’appartenenza esteriore ad un popolo o ad un gruppo. Ciò che conta è l’adesione reale (anche se magari non tematizzata) al Signore Gesù; l’umile riconoscimento della propria piccolezza e incapacità di salvarsi da soli; la perseveranza nella preghiera; la fiducia nel Signore che si concretizza nell’amore e nel sevizio ai fratelli. Comportandoci così saremo davvero discepoli del Signore e saremo anche noi condotti sul suo santo monte per esservi colmati di Gioia.

A questo punto penso non sia superfluo per ciascuno di noi domandarsi: io che ascolto la Parola e magari appartengo a un gruppo di preghiera,  ad un itinerario di fede, ad un ordine religioso …, io che sono parte del Popolo della Nuova ed Eterna Alleanza, sono tra quelli che hanno realmente aderito al Signore?

Fr. Marco

venerdì 14 agosto 2026

Maria segno di sicura speranza e di consolazione

«Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle.» (Ap 11,19; 12,1-6.10)

«Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo.» (1Cor 15,20-26)

«Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Lc 1,39-56)

Nella solennità di Maria SS. Assunta in Cielo, il Vangelo ci propone il viaggio di Maria verso la cugina Elisabetta e il cantico del Magnificat elevato da Maria al saluto della parente.

Nel suo racconto l’evangelista Luca segue la traccia della narrazione, fatta nel II libro di Samuele, della salita dell’Arca dell’alleanza a Gerusalemme nella casa di Obed Edom (2Sam 6,1-11). Coperta dallo Spirito Santo e portando nel grembo il Verbo fatto carne, Maria è la Nuova Arca della definitiva Alleanza che Dio ha stipulato con l’uomo. Come l’antica Arca dell’alleanza, che custodiva le tavole della legge e la manna, Maria porta nel suo grembo il Legislatore e il Pane della Vita ed è testimonianza della presenza di Dio in mezzo al popolo, primizia e caparra delle meraviglie che il Signore è capace di compiere.

Oggi, nel segno grandioso di Maria Santissima Assunta in Cielo, siamo invitati a contemplare il destino finale al quale il Signore l'ha destinato la Chiesa, il Popolo della Nuova Alleanza. Così la Costituzione Conciliare Lumen gentium al numero 68 ci invita a guardare a Maria: «La madre di Gesù, come in cielo, in cui è già glorificata nel corpo e nell’anima, costituisce l’immagine e l’inizio della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell’età futura, così sulla terra brilla ora innanzi al peregrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando non verrà il giorno del Signore». Guardando a Maria, siamo quindi invitati alla Speranza: il Signore ha per noi progetti di salvezza.

Rivolgendo lo sguardo alla vita di Maria e alla sua glorificazione finale, impariamo da questa santissima madre a non dubitare mai dell’amore del Padre. Impariamo a riconoscere con umiltà i prodigi che il Signore compie nella nostra vita e a rendere grazie per essi. Impariamo ad accogliere con fiducia e attenzione la Parola di Dio perché possa portare frutto in noi e conformarci sempre più al nostro Signore Gesù Cristo. «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!» Così, nel Vangelo della messa della vigilia (Lc 11,27-28), Gesù risponde alla donna che proclama beato il grembo che l’ha portato.

Guardando al Cuore Immacolato di Maria, ardente di vero Amore, impariamo a perdonarci reciprocamente e a pregare per coloro che ci fanno del male. Impariamo da Maria Santissima ad accogliere in noi l’Amore di Dio e ad amare per primi e gratuitamente i fratelli. Impariamo, infine, da questa perfetta discepola a rimanere uniti al Signore anche quando il Maestro ci chiede di seguirlo sulla via della croce.

Solo facendo così potremo anche noi dirci discepoli di Gesù e veri devoti di Maria. Imploriamo l’intercessione di Maria perché il Signore ci conceda la grazia di seguirlo come suoi autentici discepoli. Il mondo possa riconoscere in tutti noi la presenza del Maestro e accogliere la Signoria di Cristo perché possiamo un giorno ritrovarci tutti alla presenza della Gloria di Dio.

Fr. Marco

 

sabato 8 agosto 2026

il coraggio della Fede

 « … ecco che il Signore passò. … il sussurro di una brezza leggera.» (1Re 19,9.11-13)

​«Vorrei essere io stesso anàtema, separato da Cristo, a vantaggio dei miei fratelli.» (Rm 9,1-5)

«Coraggio, sono io, non abbiate paura!» (Mt 14,22-33)

Questa domenica, XIX del tempo ordinario, la liturgia della Parola ci invita a farci coraggio, a non avere paura, e a riconoscere la presenza di Dio nella nostra vita.

Nella prima lettura ascoltiamo del profeta Elia che, perseguitato e scoraggiato, sale sull’Oreb dove il Signore lo ha chiamato per ascoltare la Parola. Il vento impetuoso, il terremoto e il fuoco sono manifestazioni solitamente legate alle teofanie, alle manifestazioni divine;  ma “il Signore non era” in esse. È necessario che Elia faccia silenzio perché possa sentire e riconoscere la voce di Dio nel sussurro di una brezza leggera. È il particolare “stile” di Dio, che per manifestare la sua onnipotenza sceglie ciò che è umile e discreto, il farsi piccolo per fare posto all’altro.

«È un fantasma!» Nella pagina di Vangelo gli apostoli, costretti dal Maestro a salire sulla barca per sottrarli alla tentazione di gloriarsi per avere sfamato la folla (il vangelo di domenica scorsa), sono presi dalla preoccupazione per la tempesta in cui si trovano e quando scorgono Gesù non lo riconoscono e lo scambiano per un fantasma.

Raccontando questo evento, l’evangelista Matteo si rivolge in prima istanza alla sua comunità che attraversa “la tempesta” della persecuzione e forse comincia a chiedersi se non abbia creduto in un “fantasma”, in qualcosa di irreale, in una fantasia. A loro e a noi oggi Gesù dice: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!» È quel “Io Sono” che traduce il tetragramma divino JHWH, il “nome” rivelato a Mosè e che andrebbe meglio tradotto con “Io ci sono”, “io sono presente”. Anche quando attraversiamo le prove della vita, Dio non è lontano, non si è dimenticato di noi, ma è lì presente e ci chiede di fidarci di Lui.

«Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque.» Al comando del Maestro, Pietro, desideroso di una prova della reale presenza di Gesù, tenendo gli occhi fissi su di Lui, si fida, lascia la sicurezza della barca e riesce a camminare sulle acque in tempesta. Quando però permette che la paura per il vento e il mare grosso prendano il sopravvento, comincia ad affondare. Anche allora, tuttavia, Pietro ha un estremo slancio di fiducia: «Signore, salvami!». Prima o poi può accadere a tutti di attraversare le “il mare in tempesta” e di non percepire più la presenza del Signore. Anche in quei momenti, però, non lasciamo che il frastuono della tempesta ci impedisca di ascoltare la “voce della brezza leggera”. Non permettiamo che si insinui il dubbio nella nostra vita.

«Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» Pietro comincia ad affondare quando dubita. Non smette di credere in Gesù, tanto che continua ad invocarlo. La paura, tuttavia, prende il sopravvento sulla fiducia e la sua fede vacilla. Forse dubita di avere capito bene il comando del Maestro. Può capitare anche a noi che nel cuore si insinui il dubbio: «Avrò capito bene? Non avrò frainteso? È veramente questa la volontà di Dio?». Il modo di agire di Dio, infatti, è tale che può capitare che ciò che per opera dello Spirito appare chiaro in un istante, non lo sia più in seguito.

«Coraggio sono io, non abbiate paura». Avere “il coraggio della Fede”, camminare nella fede, significa fondare la propria certezza sulla Parola di Dio una volta ascoltata dentro di sé. Significa, dopo avere seriamente fatto discernimento, magari lasciandosi aiutare da qualcuno più avanti nel cammino che ci faccia da specchio, richiamare alla memoria quel momento di chiarezza e fidarsi di Dio anche contro ogni evidenza.

Siamo ormai prossimi alla solennità di Maria SS. Assunta in Cielo, impariamo dalla nostra santissima Madre il coraggio della Fede. Per tutta la sua vita Maria ha camminato nella Fede continuando coraggiosamente a seguire il Figlio anche quando non comprendeva le sue azioni, anche quando il suo popolo lo rifiutava. Penso di potere affermare, però, che l’atto più grande del coraggio della Fede, Maria lo compia sul Calvario ai piedi della Croce: come riconoscere nel suo Figlio crocifisso e morente il Messia atteso, il Figlio dell’Altissimo? Eppure Maria è lì e continua a credere. Stando presso la croce di Gesù, è come se Maria continuasse a ripetere in silenzio, con i fatti: «Eccomi! Sono qui, mio Dio; continuo ad avere fiducia». Pietro, invitato dal Signore a seguirlo sulle acque in tempesta, dubita e per questo rischia di affondare. Maria nell’ora delle tenebre è capace di seguire il suo Figlio e Maestro senza dubitare, senza lasciarsi sopraffare dalla paura.

Impariamo dalla nostra Madre Celeste a fidarci di Dio, a non lasciarci vincere dal dubbio e dalla paura. Anche quando ci troviamo “nella tempesta”, quando non comprendiamo dove la volontà di Dio ci conduce, quando il Maestro ci sembra solo “un fantasma”, un sogno  o magari il frutto della nostra immaginazione; anche allora non cediamo alla paura, e, facendo memoria di quei momenti di chiarezza che il Signore ci ha donato, imitiamo il coraggio della nostra Madre celeste.
Maria, la donna coraggiosa, interceda per noi e ci conceda di vincere le nostre paure per riconoscere e compiere sempre più perfettamente la volontà di Dio.

Fr. Marco

sabato 1 agosto 2026

Su, ascoltatemi e gusterete cibi succulenti.

 «Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia?» (Is 55, 1-3)

«Fratelli, chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?» (Rm 8, 35.37-39)

«Gesù disse loro: “Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare”. Gli risposero: “Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!”. Ed egli disse: “Portatemeli qui”». (Mt 14, 13-21)

Questa domenica, XVIII del Tempo Ordinario, la Parola di Dio ci esorta a non sprecare la vita per acquistare ciò che non sazia, ciò che non può darci quella realizzazione che cerchiamo. Il Signore, infatti, vuole saziarci gratuitamente, vuole riempire di senso la nostra vita. Perché ciò avvenga, però, ci chiede di ascoltarlo, di mettere Lui e la Sua parola al centro della nostra vita.

«Perché spendete … il vostro guadagno per ciò che non sazia?» Quante volte abbiamo fatto l’esperienza di cui ci parla la prima lettura? Quante volte abbiamo speso “il nostro guadagno”, abbiamo investito la nostra energia, la nostra vita, e siamo rimasti delusi, profondamente insoddisfatti? Se ciò è capitato, è perché abbiamo pensato di trovare Vita in ciò che non può darcela, in ciò che non può saziarci: soldi, terreni, case …. Siamo caduti nell’inganno di credere che, possedendo queste cose, la nostra vita sarebbe stata felice. Se questo è ciò che pensiamo, è normale che per ottenere e difendere queste cose siamo disposti a spendere tutto: il nostro tempo, la nostra energia, gli affetti a volte perfino la nostra dignità. Nel mondo c’è chi, lo sappiamo bene, per denaro è disposto anche a fare del male.

È un inganno! Per quanta ricchezza possiamo accumulare, ne vorremo sempre altra, non ci basterà mai. Non riuscirà mai a riempire il vuoto di senso che abbiamo dentro. Non di rado, al contrario, queste cose finiranno per avvelenarci la vita.

Oggi il Signore ci invita: «Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti.» Ascoltare la Parola del Signore, però, significa disporci all’obbedienza, fidarci di Lui. Significa assumere la logica del Vangelo, la logica dell’amore gratuito. Ascoltare il Signore, infine, significa mettere Lui e la sua volontà in cima alle nostre priorità; in un altro punto del Vangelo Gesù ci invita: «Cercate anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.» (Mt 6,33).

Ascoltare la Parola del Signore, cercare anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, concretamente si traduce nell’osservare il duplice comandamento dell’Amore per Dio e per il prossimo; essere capaci di fare posto ai bisogni del fratello nella propria vita; capaci, per amore di Dio, di condividere anche il poco che abbiamo, sicuri che non ne verrà a mancare per nessuno.

Nel Vangelo di oggi il Maestro ci dà l’esempio: rattristato per la morte di Giovanni il Battista, vorrebbe ritirarsi in solitudine, ma la folla bisognosa non glielo permette. Invece di infastidirsi per questa indiscrezione della folla, Gesù ne prova compassione: mette da parte le sue esigenze per andare incontro a quelle dei fratelli. Alla sera, però, sopravviene un altro bisogno: la folla non ha da mangiare. I discepoli, secondo la logica del mondo, propongono a Gesù di congedare la folla perché vada a comprarsi da mangiare. Gesù, invece, realizza pienamente ciò che è stato annunciato nella prima lettura: coloro che lo hanno ascoltato, che si sono preoccupati solo di restare con Lui, vengono sfamati gratuitamente. Per compiere questo miracolo, però, il Signore chiede la collaborazione dei discepoli e un atto di fede da parte loro: devono essere disposti a condividere quel poco che hanno, cinque pani e due pesci.

È richiesto un atto di fede perché, umanamente, è impossibile che questo basti e la logica del mondo insegna: «Meglio uno sazio che cento digiuni» (soprattutto quando quello sazio sono io). La logica del Vangelo, invece, insegna che la condivisione è capace di compiere il miracolo: Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene.

Dinanzi ai bisogni dei fratelli può capitare anche a noi di sperimentare la nostra insufficienza, di pensare: «Come posso io risolvere il problema di questo fratello?»; «Che posso fare io che a stento riesco a bastare a me stesso?». Anche a noi oggi Gesù chiede un atto di fede, chiede di condividere il poco che abbiamo, a volte il poco che siamo, facendo spazio nella nostra vita alle esigenze del fratello, senza chiudere il cuore. Se faremo così anche noi sperimenteremo il miracolo: le nostre risorse risulteranno moltiplicate e vedremo che, anche se dovesse anche mancarci tutto, non ci mancherà mai l’unica cosa veramente capace di saziare la nostra vita: l’amore di Cristo (cfr. II lettura).

Fr. Marco

venerdì 24 luglio 2026

Concedi al tuo servo un cuore docile per riconoscere ciò che realmente vale

 «… “Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male; …» (1Re 3,5. 7-12)

«Fratelli, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio» (Rm 8,28-30)

«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.» (Mt 13,44-52)

La Parola di Dio della XVII domenica del TO ci fa riflettere sul Regno dei cieli presentandoci, sia nella prima lettura che nella pagina evangelica, il giusto atteggiamento da assumere per accogliere ed entrare nel Regno.

«Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo che hai scelto» Nella prima lettura il re Salomone sta rispondendo a Dio che gli aveva chiesto di esprimere i suoi desideri. Prima ancora di chiedere un cuore docile e sapiente, egli mostra la consapevolezza di essere parte di un popolo che appartiene a Dio, che Dio si è scelto, e di essere chiamato a servirlo. Questa consapevolezza è importante per restare al giusto posto dinanzi a Lui, l’unico Signore della nostra vita. Proprio a partire da questo, Salomone può chiedere la docilità e lo spirito di discernimento, doni preziosi che permettono di svolgere la missione che il Signore gli ha affidato.

Anche san Paolo, nella seconda lettura, parla dei discepoli di Cristo come di coloro che sono stati chiamati, predestinati e glorificati per essere conformi all'immagine del Figlio. Anche per noi, Chiesa di Cristo e Popolo della Nuova Alleanza, quindi, è importante la consapevolezza di essere scelti e chiamati da Dio, di appartenere a Lui, l’unico che può donarci la Vita Piena che desideriamo. Per questo anche noi siamo invitati a chiedere lo spirito di discernimento per riconoscere il bene e il male, ciò che va fatto e ciò che va evitato, ciò che è importante e ciò che è superfluo. Diversamente, rischiamo di sprecare la vita inseguendo cose vane, superflue, secondarie, incapaci di darci la felicità che cerchiamo.

Che disgrazia sarebbe avere dinanzi il tesoro della nostra vita, ciò per cui siamo creati, ciò che solo è capace di darci quella felicità che cerchiamo, ed essere incapaci di riconoscerlo; o, peggio, non avere il coraggio di investire tutto ciò che siamo e abbiamo per acquistarlo.

Nelle Parabole evangeliche di oggi, l’uomo che trova il tesoro nascosto e il mercante di perle hanno saputo riconoscere ciò che veramente vale ed hanno avuto il coraggio di investire tutto – sicuramente anche cose cui erano affezionati – per fare propria quella felicità di cui erano in cerca. Anche noi siamo invitati a fare scelte coraggiose per giungere a quella Vita piena che il Padre ha pensato per noi fin dall’eternità.

Penso di potere affermare che tutti noi cerchiamo una Vita piena di senso e possibilmente serena; ma sicuramente una vita in cui sperimentiamo che siamo amati, non siamo soli, e che la nostra fatica non è inutile.

Quanti fratelli e sorelle, però, si trovano a vivere una vita vuota, di cui non capiscono il senso; un supplizio che la mitologia greca ha identificato nel supplizio di Tantalo, che non riesce mai ad appagare la sua fame e sete, e nel supplizio di Sisifo costretto a faticare inutilmente. Ciò, a volte, dipende dalle scelte che hanno compiuto, scelte in cui si sono lasciati ingannare dai falsi bagliori del mondo invece di seguire la Luce vera (penso alle scelte professionali fatte in ragione del guadagno; a tutte quelle scelte che compiamo guidati dal “così fan tutti”). Forse non sono stati docili nell'ascolto. È fondamentale, infatti, scegliere dopo avere ascoltato la Volontà del Padre. Finché abbiamo tempo, ravvediamoci perché il supplizio di una vita vuota e senza senso non diventi eterno!

A volte, tuttavia, ciò che sembra svuotare di senso la nostra vita non dipende da noi. Nella seconda lettura di questa domenica San paolo ci aiuta a discernere come comportarci: «Tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio». Anche quando non possiamo scegliere le “situazioni” da vivere, infatti, possiamo però scegliere come viverle: invece di “subire la vita”, possiamo scegliere di Viverla, di abbracciarla pienamente e trasformarla in un’offerta d’Amore.

Ogni uomo è un “cercatore della Verità” (Cfr. S. Giovanni Paolo II) e della Vita. Per noi Verità e Vita non sono concetti astratti, ma una persona: il Signore nostro Gesù Cristo. Chiediamo anche noi un cuore docile come quello di Salomone, perché sappia riconoscere il tesoro nascosto del Regno e abbia il coraggio di scegliere Cristo sopra ogni altra cosa. Solo così la nostra vita sarà piena di quella gioia che nessuno potrà toglierci. 

Fr. Marco

sabato 18 luglio 2026

Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e con molta indulgenza

«Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose, perché tu debba difenderti dall’accusa di giudice ingiusto. […] Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza, perché, quando vuoi, tu eserciti il potere.» (Sap 12,13.16-19)

«Fratelli, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza» (Rm 8,26-27)

«“Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. … Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”» (Mt 13,24-43)

La pagina evangelica di questa XVI domenica del tempo ordinario, con le parabole del grano e della zizzania, del seme di senapa e del lievito nella massa, ci racconta la pazienza di Dio e la grandezza che si nasconde nell’apparenza debole e umile.

«Da dove viene la zizzania?... Vuoi che andiamo a raccoglierla?» Dinanzi il male presente nel mondo, credo sia capitato a tutti, prima o poi, di pensarla come i servi della parabola ansiosi di sradicare la zizzania: vogliamo “fare giustizia”, eliminare i peccatori dalla faccia della terra. Magari rimaniamo anche scandalizzati dalla pazienza del Signore: «Se Dio c’è ed è buono, perché permette certe cose? Perché permette che i  peccatori prosperino?»

Rispondendo a queste perplessità, il Maestro stesso spiega ai discepoli la parabola del buon grano e della zizzania: il Signore è paziente e misericordioso, non ha fretta di sradicare la “zizzania” per non sradicare con essa anche il “buon grano”: vuole che l’una e l’altro abbiano il tempo di portare frutto; vuole dare il tempo alla zizzania di convertirsi. Verrà, tuttavia, il tempo del raccolto ed allora il “buon grano” sarà riposto nel granaio e la zizzania bruciata.

Sarebbe superficiale, leggendo questa parabola, pretendere di riconoscere tra di noi il “grano” e la “zizzania”; facendo distinzioni nette e magari anche mettendoci dalla parte del “grano”. La realtà è più complessa: in noi spesso convivono il “grano” e la “zizzania”, ciò che “ha piantato” il Signore e ciò che invece ci viene dal “nemico”. Sta a noi non lasciare che la zizzania soffochi il buon grano perché questo possa portare frutto.

La parabola di oggi, oltre ad esortarci all’impegno perché in noi la zizzania non soffochi il buon grano, ha anche un’altra ricaduta pratica sulla nostra vita: consapevoli della pazienza e misericordia che il Signore usa verso di noi, siamo invitati ad imparare da Lui, nel rapportarci con i nostri fratelli e sorelle, ad usare pazienza, a non emettere condanne frettolose, ad essere indulgenti.

L'indulgenza, infatti, è la benevola disposizione d’animo per cui si è portati a perdonare, compatire, scusare le colpe, gli errori, i difetti altrui (si contrappone in genere a severità); è un’espressione della carità, perché è insieme comprensione, discrezione, pazienza e fiducia. Con l’indulgenza, infatti l'amore non cerca se stesso, il proprio appagamento, la propria soddisfazione: cerca soltanto il vero bene della persona amata. Se saremo indulgenti, quindi, riusciremo a vincere ciò che ci impedisce di adempiere il comandamento dell’amore del prossimo: i difetti dei nostri fratelli che siamo sempre pronti a notare e condannare più dei nostri.

L'indulgenza, tuttavia, non consiste nel non volere vedere gli errori dei fratelli, nel semplice “chiudere gli occhi”. Gli errori vanno visti per poterli evitare noi e, se il Signore ce ne dà la grazia, correggerli nei fratelli. Essere indulgenti significa che, pur vedendo gli errori e i difetti dei fratelli, siamo disposti a concedere loro il perdono e quindi la possibilità di correggersi.

Fino a che punto si deve usare indulgenza? La risposta ce la dà il Signore dicendoci di perdonare non sette volte, ma «settanta volte sette», cioè sempre (cfr. Mt 18,22). Lasciamo al Signore che conosce la verità del cuore il giudizio e l’eventuale condanna.

«La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo». Anche noi a volte ci comportiamo proprio come figli del diavolo, del divisore per eccellenza: “seminiamo zizzania” mettendo divisione tra i nostri fratelli, fomentando rancori, instillando il dubbio l’uno verso l’altro col fare “porta e riporta” di cose che sarebbe bene non divulgare. Il Vangelo di oggi ci ammonisce: verrà “il tempo della mietitura”, e dovremo rendere conto dei frutti che abbiamo prodotto.

Facendo attenzione a noi stessi, allora, perché la zizzania non soffochi il buon grano e questo porti frutto, non arroghiamoci mai il compito di “estirpare la zizzania” dei fratelli e usiamo con loro l’indulgenza e la pazienza del Padre fino al momento della mietitura.

Fr. Marco

sabato 11 luglio 2026

Colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto

«Come la pioggia e la neve … così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 55, 10-11)

«Fratelli, ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio.» (Rm 8, 18-23)

«Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti» (Mt 13, 1-23)

La liturgia della Parola della XV domenica del Tempo Ordinario, quest’anno si apre con l’affermazione che Parola di Dio è efficace e non resterà senza effetto, senza aver operato ciò che Dio desidera e senza aver compiuto ciò per cui l’ha mandata (prima lettura); la Parola ha la capacità di cambiare la nostra vita, di portare frutto, di renderci sempre più “figli di Dio” conformandoci a Cristo (vedi seconda lettura).

Dinanzi questa “verità rivelata”, tuttavia, abbiamo una “verità fattuale”: purtroppo non è raro che le nostre vite così spesso e abbondantemente raggiunte dalla Parola di Dio, non cambiano. Come è possibile?

A questo interrogativo risponde il Maestro nel Vangelo: «Il seminatore uscì a seminare. … una parte cadde lungo la strada». Il seme è efficace e abbondante, ma non sempre il terreno in cui cade è disposto ad accoglierlo perché porti frutto. Può capitare che ascoltiamo la Parola con distrazione e superficialità (così tanto che, appena terminata la celebrazione, non ricordiamo che cosa è stato proclamato); siamo come la terra lungo la strada: impermeabili alla parola, non le permettiamo di penetrare nella nostra vita. È l’atteggiamento assunto da chi ascolta il Vangelo come fosse una “favoletta” che non ha niente a che fare con la vita reale e quindi non si preoccupa di comprendere ciò che il Signore gli sta dicendo. Per questa categoria di ascoltatori vale la condanna pronunciata dal profeta Isaia e oggi riportata nel Vangelo: «Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete». Sentono, ma non si preoccupano di comprendere e per questo si escludono dalla salvezza. «Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano.» L’atteggiamento dei discepoli, invece, è quello di interrogare il Maestro, di mettersi con sincerità dinanzi alla Parola per comprenderla e realizzarla.

«Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra» Altre volte, magari, ascoltiamo la Parola con entusiasmo, ma non siamo disposti a sopportare la “persecuzione” e il rifiuto di coloro i quali seguono la logica del mondo: appena la Parola ci chiede di metterci in opposizione al modo di pensare e di agire del “mondo”, rinunciamo e ci conformiamo al “così fan tutti”.

«Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono» Capita, anche, che ascoltiamo disposti ad accogliere la Parola con le migliori disposizioni, ma nella nostra vita sono presenti tante di quelle “preoccupazioni del mondo” (direbbe il Vangelo le cose “di cui si preoccupano i pagani”), che soffocano la Parola impedendole di portare frutto. È ciò che avviene, per esempio, quando abbiamo compreso che il Vangelo ci chiama al perdono, ma diciamo tra noi: “Se io perdono sempre, finirà che mi metteranno i piedi addosso … non posso essere sempre io a fare il primo passo!”. Oppure quando abbiamo capito che siamo chiamati a dare a chi ha bisogno, ma ci facciamo frenare dalla preoccupazione che ciò che oggi potremmo dare, domani potrebbe servire a noi.

«Un’altra parte cadde sul terreno buono» Purtroppo, se ci interroghiamo con sincerità, forse scopriremo che spesso abbiamo impedito alla Parola di entrare realmente nella nostra vita e portare frutto. In tal caso, ritengo che la prima cosa da fare, sia chiedere al Signore di “dissodare” il terreno del nostro cuore per renderlo idoneo ad accogliere la Parola. La pagina evangelica di oggi, inoltre, ci invita a prendere esempio dai discepoli e fermarci ad interrogare il Maestro sul Significato della Parola: ascoltiamo con attenzione e fermiamoci a meditare la Parola. Non lasciamola cadere senza comprenderla.

Prima di concludere, infine, vorrei attingere anche all’esperienza del serafico padre S. Francesco: egli metteva in pratica immediatamente ciò che comprendeva della Parola e ciò gli permetteva di comprenderla sempre meglio. Impariamo anche noi a fare così: mettiamo in pratica ora, subito, ciò che abbiamo compreso della Parola; anche se la nostra comprensione è parziale, il Signore ci darà una comprensione più profonda e la Parola porterà frutto in noi. Facendo in questo modo, giorno dopo giorno, faremo della nostra vita un capolavoro e contribuiremo alla piena realizzazione del Regno.

Fr. Marco