sabato 16 marzo 2019

Videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui


«… “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle” e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza”. Egli credette … Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un forno fumante e una fiaccola ardente passarono in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse questa alleanza con Abram … » (Gen 15, 5-12.17-18)

​«Perché molti … si comportano da nemici della croce di Cristo. La loro sorte finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra.» (Fil 3,17- 4,1)


«… E, mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante … videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. … Questi è il Figlio mio, l’eletto, ascoltatelo!» (Lc 9, 28-36).

La Parola di Dio della seconda domenica di quaresima ci presenta la Trasfigurazione. Fin dai primi passi del cammino quaresimale, il Signore offre ai suoi discepoli di ieri e di oggi la grazia di intravedere la meta del Suo e del nostro cammino. Una meta gloriosa che, tuttavia, si raggiunge attraverso la “via stretta”, ma ineludibile, della croce.
Il Signore conosce la nostra debolezza, la debolezza della nostra fede, la nostra paura, e ci offre quest’oggi la visione della meta perché possiamo farci coraggio quando il cammino si fa più difficile, quando il “non senso” sembra averla vinta.
A noi, come ad Abramo (prima lettura),  non è chiesto altro che di fidarci di Lui. Siamo invitati a  credere alle Sue Parole. È una fede ragionevole quella che ci viene chiesta: il Signore si impegna solennemente e conferma con segni concreti la veridicità della Sua Parola.
Anche ad Abramo il Signore promette qualcosa che va al di là di ogni credibilità: è un uomo ormai vecchio, lontano dalla sua terra e dalla sua tribù. Il Signore gli promette una discendenza senza numero e una ricca terra che apparterà a questa discendenza. Veramente quella di Abramo è una fede che sfida ogni speranza umana! Una fede capace di fondarsi solo sulla Parola di Colui che promette. Il Signore, però, conosce la fatica di Abramo e si piega sulla sua debolezza offrendogli un solenne impegno nelle modalità che gli erano ben note. Era, infatti, un uso comune ai popoli del vicino oriente antico quella di giurare e stabilire alleanze passando in mezzo a carcasse di animali uccisi: i due contraenti, con il passaggio, si impegnavano a rispettare il patto; la pena per la trasgressione  era condividere la sorte di quegli animali. A questo punto, però, è importante notare che nel brano di Genesi solo la “Fornace ardente” (chiara rappresentazione della presenza di Dio) passa attraverso le carcasse: è Dio che si impegna! È solo sulla Sua fedeltà che si fonda l’alleanza!
Ciò è valido anche per noi: la Nuova Alleanza è fondata sulla fedeltà di Dio. Non ci sono più le carcasse di animali immolati, ma Lui stesso, immolato per amore sulla croce, si offre a garanzia della promessa. A noi chiede solo di accogliere la Sua fedeltà, di fidarci del Suo amore, di ascoltare e obbedire alla Sua Parola. Un ascolto chiamato a diventare, discepolato, sequela e imitazione: come Abramo anche noi siamo chiamati ad “uscire dalla nostra terra”, a lasciare le logiche del mondo, dell’egoismo, dell’edonismo e del potere, per percorrere nuove strade, per vivere secondo una logica nuova, quella dell’amore che si dona senza riserve fino a morire per l’amato, la logica della Croce. Come ci ricorda l’apostolo Paolo, siamo chiamati a non comportarci da “nemici della Croce”.

Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra. Trovo attualissime queste parole. Quante volte attorno a noi vediamo fratelli e sorelle, che hanno smarrito il senso e la direzione della loro vita, ostentare con orgoglio le peggiori nefandezze, pretendere di chiamare giusto e “diritto” ciò che va contro la legge di Dio! Avendo smarrito l’orizzonte dell’eternità, sono tutti presi dalle cose della terra. Tutto questo purtroppo, non sarà senza conseguenze: la loro sorte finale sarà la perdizione.
Viviamo, allora, come “cittadini del Cielo” (Cf Fil 3,20) e, fissando la nostra speranza nel nostro Salvatore, trasformiamo ogni giorno, con la nostra vita, questo mondo nel Regno dei Cieli.
Fr. Marco

sabato 9 marzo 2019

Se tu sei Figlio di Dio ...

«Mio Padre era un Arameo errante… allora gridammo al Signore ed Egli ascoltò la nostra voce» (Dt. 26, 4-10)

«… se con la tua bocca proclamerai: «Gesù è il Signore!», e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo.» (Rm 10,8-13)

«Gesù si allontanò … nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo» (Lc 4,1-13)

​Con la prima domenica di quaresima, anche noi siamo condotti con Gesù nel deserto “per essere tentati”, per scoprire cosa c’è nel nostro cuore, ma anche per “esercitarci”. Come nello sforzo atletico, infatti, siamo chiamati, iniziando il nostro cammino di conversione, a metterci alla prova, o meglio a lasciarci mettere alla prova, per aumentare la nostra capacità di risposta alle sollecitazioni, per imparare a scegliere sempre la Volontà di Dio.
È importate, però, iniziando questo cammino, partire dalla consapevolezza della nostra identità: non a caso la Parola di Dio di oggi si apre con la professione di fede che il popolo eletto è invitato a fare nella liturgia primaverile. Bisogna che riconosciamo la nostra profonda identità di “erranti accolti”. Uomini e donne sempre alla ricerca di un “di più” che solo il Signore ci può donare. Comprendendo questa nostra profonda identità di “erranti”, di nomadi, comprenderemo anche la relazione fondamentale della nostra vita: il Signore ascolta la nostra voce e ci dona una terra, ci dona stabilità. 
Non di solo pane vivrà l’uomo: ecco il senso del donare le primizie (prima lettura). Ciò che mi soddisfa e mi dona stabilità, non è il mio pane, ciò che posso procurarmi con le mie mani, ma Dio. Quella dell’autonomia, dell’autarchia, del “self made man”, è la prima e la più antica delle tentazioni: “non hai bisogno di nessuno, soddisfa da solo la tua fame, dì che queste pietre diventino pane …”. Gesù risponde mettendo in chiaro la relazione vitale con il Padre e la dipendenza da Lui: ciò di cui l’uomo ha bisogno non può darselo da solo, ma deve riceverlo dal Padre. L’uomo non ha bisogno solo del pane, ma della “Parola”, della relazione con il Padre!
… se ti prostrerai in adorazione davanti a me … Nella seconda tentazione presentata da Luca, sembra che sia proprio la relazione ad essere presa in considerazione. Si tratta però di una relazione traviata, falsa fin dall’origine: si rende culto a “qualcosa/qualcuno” per ottenere il potere. Alla fine, centro del mio amore è sempre il mio Io che pretende di avere potere su tutte le creature. È la tentazione della magia che poco ha a che fare con la fede. Facciamo attenzione a questa tentazione, perché subdolamente potrebbe nascondersi anche in un atteggiamento che appare religioso.
… gettati giù … L’ultima tentazione è quella del prodigioso, del mettere alla prova Dio: “se mi ama …”. È la tentazione che sta alla base di ogni tentazione: Se tu sei Figlio di Dio. Non a caso questa formula ricorre in tutte e tre le tentazioni. Il pensiero sottostante è che Dio, per mostrarsi nostro Padre, deve fare ciò che noi decidiamo essere giusto … la stessa logica che ha il bambino capriccioso quando il padre gli nega qualcosa che sa non è per lui un bene, almeno in quel momento.
Questa tentazione nasce dal dubbio: Dio è veramente capace di salvarmi? Veramente mi ama? Un dubbio profondo che nessun miracolo potrà veramente fugare: dopo un evento prodigioso, se ne chiederà un altro ed un altro ancora … Il nocciolo del problema è ancora una volta la relazione: si compie l’errore di pensare di essere il centro della relazione. Il nostro Io si erge ancora a dio: sarò io allora a decidere ciò che è giusto che avvenga e come deve avvenire … siamo ancora lontani dal“sia fatta la tua volontà” che preghiamo quotidianamente.
Non a caso l’evangelista Luca pone l’ultima tentazione a Gerusalemme: di questo “Se tu sei Figlio di Dio, gettati” si sentirà l’eco nel racconto della Passione la domenica delle palme: “Salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, l’eletto” (Lc 23,35). È la tentazione di fuggire dalla volontà di Dio, la tentazione di fuggire alla Croce. Sappiamo, però, che è una strada obbligata per giungere alla gloria della resurrezione, una strada sicura perché ci è stata aperta dal nostro Maestro e Signore.
Fr. Marco.

sabato 2 marzo 2019

Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso?

«Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela i pensieri del cuore.» (Sir 27,5-8)

«… rimanete saldi e irremovibili, progredendo sempre più nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.» (1Cor 15,54-58)

«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso?  … Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda». (Lc 6,39-45)

Questa VIII domenica del tempo ordinario, la Parola di Dio continua ad ammonirci a fare attenzione a dove poniamo le nostre radici: siamo radicati in Dio o affondiamo altrove le nostre radici? Per aiutarci a fare questo discernimento, la Parola ci invita a guardare i frutti che produciamo: l'albero buono produce frutti buoni; l'albero cattivo frutti cattivi.
Tra questi frutti cattivi che escono dal nostro cuore quando affonda le sue radici lontano da Dio, c'è sicuramente il giudizio del fratello, l'incapacità di amarlo. Già domenica scorsa il Vangelo ci invitava ad amare gratuitamente e a non giudicare (Cf. Lc 6,27-38). Oggi ce ne mostra il motivo: «Può forse  un cieco guidare un altro cieco?» Siamo ciechi, accecati dalla trave del nostro giudizio, e pretendiamo di correggere e guidare i fratelli!
A volte ci atteggiamo a maestri, guide spirituali,  per essere apprezzati e guardati con stima. Ecco perché la Parola oggi ci chiama ipocriti, cioè “teatranti” (letteralmente: “maschere di teatro”): recitiamo una parte in cerca di applausi, ma non siamo veri, autentici.
Il Maestro, l'unica nostra guida  («Uno solo è il vostro maestro ...» Mt 23,8) ci chiede oggi di entrare nella verità della nostra vita e farci suoi discepoli. A chi ci accosta, indichiamo Lui come guida. Sradichiamo dalla nostra vita il giudizio e la presunzione di essere guide dei nostri fratelli. Impariamo ad amare. Certo, la correzione fa parte dell’amore (Gesù stesso insegna la correzione fraterna: Mt 18,15-17): se mio fratello sbaglia ed io non lo correggo, me ne disinteresso, e lascio che si perda, non lo sto certo amando. Per fare questo però, dovrò prima avere permesso al Signore di togliere dal mio occhio la trave del “giudizio” e della condanna; solo allora ci vedrò bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del mio fratello. Riconosciamo umilmente la nostra cecità perché il Signore ci guarisca e noi possiamo essere riconosciuti Suoi discepoli capaci di indicare Lui a quanti ci accostano.
Facendo attenzione alle nostre parole, vigiliamo, allora sui frutti che escono da nostro cuore: «Del resto sono ben note le opere della carne: … inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. …. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé;» (Cf Gal 5,19-23)
Fr. Marco

sabato 23 febbraio 2019

Sarete figli dell’Altissimo


«Abisài disse a Davide: “Oggi Dio ti ha messo nelle mani il tuo nemico. Lascia dunque che io l’inchiodi a terra con la lancia in un sol colpo e non aggiungerò il secondo”. Ma Davide disse ad Abisài: “Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?”». (1 Sam 26,2.7-9.12-13.22-23)

«Come è l’uomo terreno, così sono quelli di terra; e come è l’uomo celeste, così anche i celesti. E come eravamo simili all’uomo terreno, così saremo simili all’uomo celeste.» (1Cor 15, 45-49)

«Ma a voi che ascoltate, io dico … Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.» (Lc 6, 27-38)

Domenica scorsa la Parola ci esortava a porre solo in Dio il nostro fondamento, la nostra fiducia, e dichiarava: «maledetto l’uomo che confida nell’uomo» e «guai a voi, ricchi». Questa domenica, VII del tempo ordinario, la Parola approfondisce ancora di più cosa significhi essere poveri e confidare nel Signore e cosa invece essere ricchi e confidare nell’uomo (soprattutto in se stessi).
Ma a voi che ascoltate, io dico... La pericope evangelica di oggi, infatti, nel Vangelo di Luca si apre con una congiunzione avversativa che rende esplicito il collegamento con quanto precede e l’invito a prendere le distanze dall’atteggiamento prima descritto: ricchezza e fiducia nelle proprie forze e nell’approvazione degli uomini. Noi che ascoltiamo la Parola, siamo invitati a vivere in un atteggiamento diverso.
Già nella prima lettura di oggi, vediamo Davide che rinuncia a farsi giustizia con le proprie mani: Saul, che lo cerca per ucciderlo, si trova esposto e vulnerabile. Abisai, pensando come direbbe s. Paolo, come l’uomo terreno, gli consiglia di approfittare della debolezza del suo nemico e ucciderlo. Ma Davide pone la sua fiducia nel Signore, non nelle proprie forze e sa che, nonostante tutto, Saul è consacrato al Signore, appartiene a Lui. Solo al Signore spetta rendere a ciascuno secondo la sua giustizia e la sua fedeltà.
Anche il Vangelo di oggi, quindi, ci invita a perdonare, a fare del bene anche a chi ci fa del male, a pregare per i nostri nemici … vette altissime della vita del cristiano. Talmente alte che da qualcuno sono considerate irraggiungibili. Eppure solo comportandoci così saremo considerati figli dell’Altissimo, che è benevolo verso gli ingrati e i malvagi,  e potremo renderci conto se siamo passati dalla morte alla Vita. Lo dice chiaramente l’Apostolo Giovanni nella sua prima lettera: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte.» (1Gv 3,14). Rinunciamo a farci giustizia da soli. Come il Padre Misericordioso, diamo tempo ai fratelli per pentirsi. Ricordandoci, inoltre, che ogni giorno preghiamo il Padre di rimettere a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, facciamo attenzione ad essere “di larga manica” perché la misericordia nei nostri confronti possa essere altrettanto abbondante. Faccio notare, ancora, che questa è l’unica petizione del Padre Nostro che Gesù riprende e commenta: «Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.» (Mt 6,14-15)
Riconoscendo la nostra povertà e piccolezza, allora, non presumiamo di conoscere tutta la verità e lasciamo a Dio il giudizio. Verrà il momento in cui ciascuno sperimenterà i frutti delle proprie scelte: la “morte” il non senso eterno, l’eterna mancanza della “Vita”, della pienezza, del senso; o la “Vita eterna”, la gioia piena, la felicità che non passa. Tutte cose che sperimentiamo già qui nella misura in cui viviamo in Dio o senza di Lui.
Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla. Torna l’appello alla povertà, a non confidare nella carne, a non fare del bene per ottenere un contraccambio, a non sperare nulla dal bene che facciamo. Se amiamo quelli che ci amano (se poniamo come condizione al nostro amore il fatto di essere a nostra volta amati), e facciamo del bene per ricevere altrettanto, stiamo ponendo la nostra fiducia sulle nostre forze, stiamo cercando una “ricchezza” su cui confidare e ricadiamo nella maledizione dell’uomo che confida nell’uomo. Ciò vale nei confronti degli “uomini” che siamo chiamati ad amare “gratuitamente”, anche se a nostro parere non se lo meritano; ma vale anche nei confronti di Dio che siamo chiamati ad amare per se stesso, da figli e non da “mercenari” che fanno qualcosa per ottenere una ricompensa.
Le mete che oggi ci pone il Vangelo sono altissime, ma imprescindibili per chi vuole seguire il Maestro sulla via della vita. Benché altissime, inoltre, sono mete “alla nostra portata”. Come ci ricorda S. Paolo nella seconda lettura, infatti, con il Battesimo siamo stati conformati all’Uomo Celeste, al nostro Signore Gesù Cristo, abbiamo ricevuto lo Spirito Santo, lasciamolo operare nella nostra vita.
Fr. Marco

sabato 16 febbraio 2019

Maledetto l’uomo che confida nell’uomo ... Benedetto l'uomo che confida nel Signore


«Così dice il Signore: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore.”» (Ger 17,5-8)

«Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini.» (1 Cor 15,12.16-20)

«Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.» (Lc 6,17.20-26)

Questa domenica, VI del tempo ordinario, la Parola di Dio tratta del nostro fondamento, di ciò in cui poniamo la nostra fiducia e la nostra speranza. L’uomo che pone la propria speranza “nell’uomo”, cioè in se stesso, nei propri averi, nelle proprie capacità, nelle “alleanze” che ha stipulato con i potenti di questo mondo, è detto maledetto. Ritengo sia maledetto non perché Dio lo maledice (Lui, datore di ogni bene, ama tutti gli uomini), ma perché staccandosi dalla fonte del Bene, non potrà che restare deluso.
Di quest’uomo è detto che “non vedrà venire il bene”. Costui, infatti, “lega le  mani a Dio”, Gli impedisce di donargli il bene perché Lo esclude dal suo orizzonte decisionale. L’uomo che confida nell’uomo, così come è descritto nella prima lettura, infatti, è “ricco di se”, autoreferenziale. Lungi dall’affidarsi al Signore, dal lasciarsi guidare, costui cerca in ogni modo di ottenere ciò che ritiene essere bene (per se). Per quanto possa apparire religioso, la sua vita si svolge “a prescindere da Dio”. staccato dalla fonte della Vita. presto tutto attorno a lui parlerà di morte, di non senso (“dimorerà in luoghi aridi, nel deserto …”)
È una realtà attualissima attorno a noi: uomini e donne che vogliono piegare tutto alla propria volontà, che vogliono prescindere da ogni oggettività, che pretendono di prescindere anche dalle leggi di natura. Fratelli e sorelle che vivono come se Dio non ci fosse, al massimo relegandolo alla sfera intimistica, facendosi il loro dio che non li disturba. Tali uomini e donne con le loro scelte si creano il loro deserto … È una realtà attualissima nelle scelte etiche che la società civile è chiamata a fare: l’uomo che confida nell’uomo (nei sondaggi, nei referendum …) non “vede più il bene”. Ha smarrito il senso profondo dei suoi atti.
Benedetto l’uomo che confida nel Signore … Beati voi, poveri. Che significa “confidare nel Signore”, essere “poveri” dinanzi a Dio? Significa porre nel Signore la propria fiducia. Non certo, però, con l’atteggiamento di chi  “sta con le mani in mano”, ma scegliendo a partire da una Parola che ci interpella. Significa, allora, accogliere nei nostri processi decisionali l’orizzonte di Dio. Essere consapevoli che è Lui la fonte di ogni Bene a partire dalla quale siamo chiamati ad agire.
Per questo, nella seconda lettura di oggi, San Paolo ci richiama alla fede nella resurrezione, a spingere il nostro sguardo al fine ultimo della nostra vita. È importante allargare i nostri orizzonti di senso, non restare ancorati ad una immanenza che ci ingabbia. Anche questo pericolo è concreto e attuale: quanti fratelli e sorelle, anche nella Chiesa, vivono la loro fede come una garanzia che non gli accadrà nulla di male … e poi si scandalizzano quando le insopprimibili difficoltà della vita li colgono. A costoro oggi San Paolo dice: “Se abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare”.
Allora: “Benedetto l’uomo  che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia”. Poniamo in Lui la nostra fiducia, accogliamo la Sua Parola e lasciamoci guidare. Vedremo i frutti.
Fr. Marco.


sabato 9 febbraio 2019

“Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore”.


«“Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato”.  … “Eccomi, manda me!”». (Is 6,1-2.3-8)

«Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo … Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana. Anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me.» (1Cor 15,1-11)

« “Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca”. Simone rispose: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”. … “Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore”. … “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”». (Lc 5,1-11)

La Parola di Dio della V domenica del Tempo Ordinario ci presenta il mistero della vocazione ad un particolare ministero: l’annuncio della Parola per la quale il Signore sceglie di servirsi di uomini limitati e peccatori.
La prima lettura tratta dal libro del Profeta Isaia, racconta di una visione avuta dal Profeta probabilmente durante una liturgia al Tempio: Isaia contempla la potenza e maestà di Dio, il “tre volte Santo”. Dinanzi alla gloria e santità di Dio, il Profeta ha una bruciante consapevolezza del proprio peccato e della propria indegnità e ne è atterrito. Isaia, tuttavia, fa anche esperienza della infinita misericordia di Dio la cui Grazia e Santità è infinitamente più grande del suo peccato ed è capace di annullarlo. L’immagine del tizzone ardente mi richiama un verso di una poesia di S. Teresa di Gesù Bambino: «Se avessi mai commesso, il peggiore dei crimini per sempre manterrei la stessa fiducia, poiché io so che questa moltitudine di offese non è che goccia d’acqua in un braciere ardente.». Purificato dal proprio peccato e acceso dall’amore per Dio, il profeta è reso ardito: «Eccomi, manda me!»
«sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo» Ogni chiamato nella Scrittura fa questa esperienza della propria indegnità e della infinita misericordia di Dio che lo sceglie liberamente senza suo merito e lo purifica con il suo infinito amore.
Anche  S. Paolo e S. Pietro fanno questa esperienza: consapevoli della propria miseria, sperimentano che la misericordia di Dio è immensamente più grande e li chiama a fidarsi di Lui.
Nel Vangelo di oggi, infatti, assistiamo alla vocazione di Pietro che, dopo avere ascoltato Gesù, e avere assistito a diverse guarigioni, è disposto a fidarsi di Lui, a mettere in discussione tutto ciò che conosce e ad affrontare la fatica che questo comporta (avevano già lavato e rassettato le reti!): «Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Forse la fede di Pietro, nonostante ciò che ha visto e sentito, non è ancora perfetta. Forse nella sua frase c’è una connotazione “di sfida”. Da qui, dunque il grande stupore e la confessione del proprio peccato dinanzi la grande abbondanza di pesci pescati miracolosamente: “Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore”. A Gesù però basta questa fiducia, magari imperfetta e tuttavia operosa, per mostrare la grande potenza di Dio.
“Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini” Fatta l’esperienza della grande potenza di Dio, però, a Pietro viene chiesto di continuare a fidarsi, di crescere nella Fede e lasciare ogni sua certezza, per mettersi alla sequela del Maestro e annunciare il Regno.
«abbiamo faticato tutta la notte». Viene messa in evidenza la differenza di chi “fatica” senza Dio e di chi lascia che la Grazia lo muova alla fatica: “ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me” (II lettura). Se “fatichiamo” secondo i nostri criteri, i nostri ragionamenti, anche dotti, secondo i nostri “programmi pastorali”, rischiamo di faticare invano. Senza di Lui non possiamo far nulla! Per questo è indispensabile per ogni chiamato sperimentare la propria inadeguatezza, riconoscere la propria pochezza, e affidarsi realmente e totalmente a Colui che lo chiama. Lasciarsi guidare dalla Grazia. Solo in tal modo porteremo frutti.
A questo punto, però, vorrei sottolineare che tutti i battezzati siamo chiamati, tutti i battezzati abbiamo una missione da compiere: annunciare il Vangelo nel nostro contesto vitale, testimoniare la presenza di Gesù nel mondo attraverso di noi. Come potremo adempiere questa missione? Solo fidandoci di Lui, “gettando le reti” sulla Sua Parola e non su ciò che secondo la logica del mondo ci sembra ragionevole. Impariamo a scegliere e ad agire non in base alla sapienza e prudenza umana, ma in base alla logica del Vangelo. Sperimenteremo la potenza della Grazia.
Non lasciamoci spaventare dai nostri limiti, dai nostri peccati: l’Amore Misericordioso che ci chiama ci conosce e ci ama: non si scandalizza delle nostre miserie e ci dona la grazia per superarle. Fidiamoci di Lui e combattiamo virilmente per superare i nostri limiti e peccati. Non arrendiamoci alle nostre miserie, ma non scandalizziamoci: non siamo stati chiamati perché siamo “perfetti” o “degni”, ma per il mistero del Suo Amore gratuito.
Fr. Marco

sabato 2 febbraio 2019

Abbi Fede: vedrai le meraviglie di Dio


«Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato;ti ho stabilito profeta delle nazioni. […] non spaventarti di fronte a loro, altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro.» (Ger 1,4-5.17-19)

« … E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla.» (1Cor 12,31-13,13)

«In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, […]; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». (Lc 4,21-30)

​In questa IV domenica TO la Parola del Vangelo riprende ripetendo l’ultimo versetto di domenica scorsa: la meraviglia con cui i presenti reagiscono alle parole di Gesù nella Sinagoga di Nazaret. Una reazione positiva che, tuttavia, non tarderà a mutarsi in sdegno e rifiuto. Che cosa determina questo mutamento? Lo si può intuire dalle parole di Gesù che sa ciò che i presenti hanno nel cuore: non sono minimamente interessati alla relazione con Dio, alla riconciliazione con Lui, all’anno di Grazia; vogliono solo benefici materiali ed immediati: “Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”.
Non a caso Gesù cita due grandi profeti rifiutati perché Israele aveva perso fiducia nel suo Dio. Elia (1Re) viene cacciato e minacciato di morte dal re Acab e sua moglie Gezabele perché Israele non confida più in Dio, ma chiede la fecondità, la prosperità del paese, dalle divinità pagane Baal ed Astarte. Mentre Israele si affida agli idoli, una vedova pagana è capace di credere alle parole del profeta e si affida a Dio per il suo sostentamento: condivide il poco che ha e questo le viene moltiplicato. Eliseo (2Re) viene cercato dal pagano Naamàn per guarire dalla lebbra e, senza neanche uscire dalla tenda per riceverlo, gli manda a dire di bagnarsi nel Giordano; dopo una prima riluttanza (si aspettava riti spettacolari), Naamàn decide di fidarsi e ottiene la guarigione.
Quanto spesso accade pure a noi di cercare segni prodigiosi, miracoli, apparizioni … Quanto spesso anche noi cerchiamo i doni di Dio e trascuriamo il rapporto con Lui, tanto che siamo disposti anche a rivolgerci agli "idoli" (il denaro, gli “amici potenti”, la magia ecc.) pur di ottenere ciò che vogliamo. Anche noi spesso non ci fidiamo di Dio! È per questo che non vediamo le Sue meraviglie nella nostra vita. Meraviglie “quotidiane”, ordinarie, ma che manifestano il Suo prendersi cura di noi.
Dio ci ama, ci ha pensati fin dall’eternità e si prende cura di noi. Ci chiede solo di fidarci di Lui, di non avere paura (I lettura), e di essere suoi profeti e testimoni nel mondo. Profeti la cui parola deve essere autenticata dallo stesso “segno” che ha contraddistinto quella di Gesù: l’Amore autentico capace di donare tutto. È con questo amore che Gesù ci ha amati e ci ama. E con questo amore che il Padre ha pensato per noi un progetto di pienezza e di eternità. Fidiamoci.
È questo il segno che oggi san Paolo ci addita nella seconda lettura: la Carità senza la quale la nostra vita e le nostre parole risultano vuote, senza senso. Una carità spesso nascosta, feriale, ma capace di realizzare grandi cose, capace di realizzare pienamente la nostra vita (penso per esempio alla beata Madre Teresa di Calcutta, universalmente considerata santa per il “miracolo” del suo amore agli ultimi).

Crediamo nel Suo amore per noi, accogliamo con fiducia il Suo progetto per la nostra vita, viviamo senza paura la nostra vita in obbedienza alla Sua Signoria: vedremo le meraviglie di Dio e giungeremo alla Pienezza della Vita.
Fr. Marco