sabato 26 maggio 2018

Figli nel Figlio, animati dallo Spirito, obbediamo al Padre.

«Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da un’estremità all’altra dei cieli, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l’hai udita tu, e che rimanesse vivo?» (Dt 4,32-34.39-40)

«Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo … » (Rm 8,14-17)

«Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo …» (Mt 28,16-20)

Celebrando la Pentecoste, domenica scorsa,  abbiamo contemplato la terza Persona della Santissima Trinità, lo Spirito Santo. Effuso nei nostri cuori per il mistero pasquale del Figlio, lo Spirito Santo, “che è Signore e da la vita”, ci inserisce nella circolarità d’amore all’interno della santissima Trinità. È per questa ragione che nella seconda lettura di oggi s. Paolo ci può esortare, ricordandoci che siamo diventati “figli nel Figlio”, a comportarci conformemente a questa altissima dignità.
Il dogma della Santissima Trinità è uno dei Misteri centrali della nostra fede: l’unico Dio, Creatore del cielo e della Terra, che si è rivelato nella Storia stringendo la sua Alleanza con il popolo d’Israele e che, nella pienezza dei tempi, ha Rivelato pienamente se stesso in Gesù Cristo, Figlio eterno del Padre, è Uno e Trino. Un solo Dio in tre Persone: il Padre (Amante) che dall’eternità genera il Figlio (Amato) donandosi totalmente a Lui e tutto ricevendo da Lui nello Spirito Santo (Amore).

Il Dio che si rivela pienamente in Gesù Cristo, ed in cui veniamo battezzati, è questa eterna processione d’amore in cui le tre Persone divine hanno tutto in comune tranne la loro identità personale (l’essere rispettivamente Padre, Figlio e Spirito). Il nostro Dio è, quindi, già al suo interno, relazione d’Amore.
Ciò significa che l’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, è costitutivamente relazione: è fatto per la relazione ed è felice/realizzato solo nella relazione. la relazionalità dell’uomo si esplicita in due direzioni: la relazione fondamentale con il suo Creatore, la relazione di cui l’Alleanza (antica e nuova) è la manifestazione; e una relazione di comunione tra noi. Per questo Mosè nella prima lettura di oggi ci esorta a restare fedeli all’alleanza.
L’uomo, inoltre, è immagine del Dio trinitario e come tale si realizza solo quando permette all’amore-relazione che è in lui di manifestarsi:
«Come il Padre è nell’amore sorgività pura, così Egli dona alla creatura umana di essere nel tempo sorgente di amore. Questo significa che l’uomo è costitutivamente capace di amare.  Amato dall’eternità egli è fatto per amare. L’uomo è nel tempo soggetto di amore. In questo senso, amando, l’uomo riproduce in qualche modo la creatività del Padre. L’amore fa sbocciare la vita.
L’uomo è ancora immagine del Dio Trinitario perché è stato creato per mezzo del Figlio, in vista di Lui ed in Lui (Col  1,15-17). Come in forza dell’accoglienza pura (“mio cibo è fare la volontà del Padre”) il Figlio è immagine perfetta del Padre, così l’uomo è immagine di “Dio Figlio”, in quanto si fa recettività, cavità capace di accogliere, fino alla trasparenza, l’amore eternamente amante. Nel Figlio amato l’uomo è costitutivamente oggetto di amore, apertura radicale, “uditore della Parola”. Chi non riceve l’amore, non esisterà mai veramente: la povertà che accoglie è la condizione dell’amore … Chi non sa accogliere, non sa dire grazie, non sarà mai veramente e pienamente umano. Gli altri non sono dunque il limite del proprio esistere (concetto che Sartre esprime con: “l’inferno sono gli altri”), ma, in quanto l’uomo è recettività, essi sono la soglia dove comincia veramente ad esistere.

Nel più profondo del suo essere creaturale … l’uomo ha bisogno dell’altro. … Lo Spirito Santo imprime nella creatura umana un certo riflesso di quello che Egli è nel mistero di Dio. Come fra l’Amante e l’Amato Egli è l’eterno legame di unità ed insieme Colui che fonda l’apertura infinita del loro amore, lo Spirito è la fantasia di Dio. L’uomo creato ad immagine di “Dio Spirito” è unità vivente di questo duplice movimento dell’amore: amando, egli si fa amare; lasciandosi amare, egli ama. Quest’unità di sorgività e di recettività è il fondamento di quella reciprocità delle coscienze in cui si realizza pienamente la persona umana. Lo Spirito, presente nell’uomo, lo spinge continuamente a spezzare il cerchio dell’amante e dell’amato, a fuggire la cattura dell’esclusività, per andare verso il bisogno di amore dell’altro, di tutti gli altri.» (P. Alberto Neglia O. Carm.)
Essendo l’uomo creato ad immagine della Santissima Trinità e quindi per la relazione, penso che l’immagine terrena che più si avvicina a realizzare questo progetto sia la Famiglia in cui un uomo e una donna, una circolarità d’amore che si dona ed accoglie, si aprono alla fecondità dell’amore la cui prima, ma non esclusiva, concretizzazione è il figlio.

Accogliendo, dunque, l’esortazione di Mosè e la piena rivelazione di Cristo, contempliamo la SS. Trinità e realizziamo nella nostra vita ciò che siamo per costituzione. 
Fr. Marco

sabato 19 maggio 2018

Lo Spirito della verità che procede dal Padre mi darà testimonianza

«Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste … Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo» (At 2,1-11)

«Fratelli, camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne» (Gal 5,16-25)

«Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.» (Gv 15,26-27; 16,12-15)

Con la Pentecoste l’opera della redenzione iniziata con la resurrezione giunge a compimento e termina il tempo liturgico della pasqua. Prima di continuare la nostra meditazione su ciò che avviene a Pentecoste, però, è opportuno che ci soffermiamo sul legame tra la Pentecoste cristiana e quella del giudaismo.
Anche il giudaismo, infatti, conosce la festa di pentecoste nella quale fa memoria dell’alleanza al Sinai ratificata dal dono della Legge (Es 19-20). Nella I lettura, tratta dagli Atti degli apostoli, S. Luca sembra alludere proprio alla teofania al Sinai parlando di tuono, terremoto e fuoco dal cielo. È al Sinai che le “genti raccogliticce” liberate dalla schiavitù d’Egitto ratificano l’Alleanza e diventano il Popolo di Dio. Il fatto che lo Spirito scenda sugli apostoli proprio il giorno in cui il Popolo commemorava l’alleanza e il dono della legge, indica nello Spirito la Legge nuova  che suggella la Nuova Alleanza e che consacra il popolo regale e sacerdotale che è la Chiesa. Si realizza la profezia di Geremia: «Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo.» (Ger. 31, 33).
In cosa consista questa “legge interiore” lo spiega meglio Ezechiele: «Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi.» (Ez 36, 27).
Ciò che ci dice S. Paolo nella seconda riguardo la vita nuova nello Spirito si colloca proprio in questa prospettiva “interiore”: Dio ha scritto la Sua Legge nei nostri cuori con lo Spirito Santo. Questa legge nuova è l’amore che Egli ha effuso nei nostri cuori nel Battesimo mediante lo Spirito e che ci rende capaci di mettere in pratica tutte le altre leggi.
La Legge antica, infatti, ci rende consapevoli del peccato, ma non è in grado di liberarci da esso. Il “tronco del peccato”, cioè l’egoismo e “l’amore di se spinto fino all’odio di Dio” (secondo la definizione di S. Agostino), non può essere cancellato dall’osservanza di una legge, ma solo se si sarà ristabilito quello stato di Amicizia che c’era tra Dio e l’uomo all’origine.
La redenzione operata da Cristo nel mistero pasquale ha realizzato proprio questo: Gesù sulla Croce ha riconciliato l’uomo a Dio, ha distrutto, il cuore di Pietra, ha crocifisso l’uomo vecchio. In cambio di ciò ci ha dato la Sua Vita, la sua obbedienza al Padre, il Suo Spirito da Figlio.
Quello che abbiamo ricevuto, nel Battesimo come caparra e nella Cresima in pienezza, è quindi lo Spirito del Risorto che ci dà la Sua stessa vita, la linfa che attraverso Cristo, la vera vite, ci percorre come tralci e ci rende capaci di portare frutto; è lo Spirito che ci rende capaci di vivere da Figli di Dio. Noi riceviamo l’Amore di Dio, Dio stesso viene ad abitare in noi, e siamo inseriti in questo rapporto di reciproca donazione e accoglienza che è la SS. Trinità.
Proprio perché è Dio, lo Spirito, venendo nei credenti attraverso i sacramenti, nella misura in cui è accolto e assecondato (dalle nostre buone disposizioni), è in grado di cambiare quella situazione che la legge non poteva modificare. L’uomo “vecchio” è assetato di vita, ma la cerca dove è solo morte; pretende di salvarsi da solo e scopre la propria impotenza. L’uomo vecchio vive per se stesso, secondo la “carne”, percepisce Dio come un ostacolo, un antagonista che con i suoi comandamenti gli impedisce di realizzarsi.
Quando, invece, lo Spirito prende dimora nel cuore dell’Uomo avviene il cambiamento: lo Spirito gli comunica l’Amore di Dio, gli attesta che Dio, lungi dall’ostacolare la sua realizzazione, gli è veramente favorevole (Paràclito è il “riscattatore”, colui che ci consola e difende ed è totalmente “dalla nostra parte”); lo Spirito fa comprendere all’Uomo l’immenso amore di Dio che si è manifestato nell’opera redentrice di Gesù. In tal modo l’Uomo diventa Nuovo: un Uomo Nuovo che ama Dio e obbedisce volentieri: lo Spirito suscita nell’uomo i sentimenti del Figlio.
La Legge Nuova che è lo Spirito è “un’azione”: non si limita più a comandare di fare o non fare, ma fa egli steso con noi le cose che ci comanda. Se Gesù si fosse limitato a promulgare il comandamento nuovo dicendo: «Vi lascio un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 13,34), esso sarebbe stato, come la prima legge, “lettera morta”. È per lo Spirito che tale comandamento è “nuovo”. Solo perché il Suo Amore è effuso nei nostri cuori, possiamo amarci “come” Lui ci ama.
N. Cabasilas, un grande autore Ortodosso, fa notare che: «Gli apostoli ebbero il vantaggio di essere istruiti in ogni dottrina e per di più dal Salvatore in persona. […] Lo videro morire, risorgere e ascendere al cielo; tuttavia, pur avendo conosciuto tutto questo, finché non furono battezzati [allude alla Pentecoste], non mostrarono nulla di nuovo, di nobile di spirituale, di migliore dell’antico. Ma quando venne per essi il battesimo e il Paràclito irruppe nelle loro anime, allora divennero nuovi e abbracciarono una vita nuova …»
Oggi celebriamo la pienezza della nostra redenzione, il compimento della Nuova Alleanza, il passaggio dalla schiavitù alla Libertà dei figli di Dio; siamo chiamati, però, ad attuare esistenzialmente questo passaggio nella nostra vita.
Noi nasciamo “in rivolta contro Dio”, “uomini vecchi” con i desideri della carne e la fiducia nelle opere: nasciamo sotto la legge.  Con il battesimo veniamo innestati di diritto nella Nuova Alleanza, ma siamo chiamati a esplicitare e concretizzare tale passaggio durante tutta la nostra vita. Con il battesimo rinasciamo alla Vita nuova in Cristo, ma durante la nostra esistenza possiamo “narcotizzare”, questa nuova vita e ricadere nell’economia della legge, vivere da “uomini vecchi”. È il pericolo che Paolo denuncia ai Galati: «Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù.» (Gal 5,1).
Il dato rivelatore è fare attenzione a come percepiamo, esistenzialmente e non solo “nozionalmente”, Dio: guardiamo a lui con l’occhio dello schiavo, mosso dalla paura del castigo e dalla brama del premio, o, conformi al Figlio, siamo mossi dall’amore e dal desiderio di compiacere il Padre? Accogliamo pieni di gratitudine il gratuito Amore di Dio. Lasciamoci amare e permettiamo allo Spirito di accendere i nostri cuori d’amore per Dio, solo in tal modo potremo vedere i frutti dello Spirito e rendere testimonianza a Cristo con la nostra vita.
Fr. Marco

sabato 12 maggio 2018

comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto

«Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra» (At 1,1-11)

«Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace.» (Ef 4,1-13)

«Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.» (Mc 16,15-20)

La liturgia della Parola della solennità dell’Ascensione del Signore, nella seconda lettura, ci invita a guardare alla nostra vocazione e a comportarci in maniera degna di essa. È importante chiarire che l’Apostolo si riferisce alla vocazione fondamentale che tutti ci accomuna e alla quale giungiamo attraverso le varie chiamate particolari (Cfr. Ef 4,11): la piena realizzazione della nostra vita, quella che chiamiamo santità, che comincia qui e prosegue per l’eternità in Cielo! 
Celebrando l’ascensione di Gesù al Cielo, infatti, contempliamo il Signore che porta con sé nel seno del Padre la nostra umanità, quella umanità che aveva assunto con la Sua incarnazione e che ha glorificato con la Sua passione, morte e resurrezione. Gesù è andato a prepararci un posto (Cfr. Gv 14,2) perché, là dove Lui ci ha preceduto, possiamo un giorno raggiungerlo godendo della beatitudine eterna in attesa del Suo ritorno Glorioso alla fine dei tempi. Ecco la nostra vocazione. Oggi siamo invitati a guardare ad essa, ad alzare il nostro sguardo al Cielo ravvivando il nostro desiderio di esso.
« Signore, è questo il tempo …? » Nella Chiesa delle origini, che attendeva come imminente la fine dei tempi, questo desiderio del Cielo era ben presente, tanto che Gesù deve specificare: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti …» Ciò che è importante, infatti, non è conoscere “il momento” (andare dietro a “profezie”, “messaggi” e “segni” straordinari), ma vivere in maniera degna della nostra vocazione, cioè in attesa e in vista del Regno dei Cieli. 
È ancora la lettura tratta dalla lettera agli Efesini che ci dà delle indicazioni su come prepararci a quel momento: « … con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore». Umiltà, dolcezza e magnanimità sono frutti dello Spirito che siamo invitati ad accogliere in noi perché i fratelli possano gioirne. L’Apostolo ci invita, inoltre, alla sopportazione vicendevole, quello che altrove esprime con «portate i pesi gli uni degli altri» (Gal 6,2). Una sopportazione animata dall’amore disposto a portare il peso dell’altro, ma anche il peso che è l’altro. Vivere così ci porterà a custodire “l’unità dello spirito”, cioè quell’amore vicendevole che è il comandamento del Signore (Cfr. Gv 15).
Non è facile, ma il Signore conosce la nostra debolezza, sa che senza di Lui non possiamo far nulla (Cfr. Gv 15), per questo manda su noi la potenza dello Spirito Santo, che ci raggiunge principalmente attraverso i Sacramenti (in particolare battesimo, cresima ed eucarestia: i sacramenti dell’iniziazione cristiana). A noi la responsabilità di non contristare lo Spirito (Cfr. Ef 4,30), ma di accoglierlo e farlo fruttificare lasciandoci guidare da Lui. Solo così la nostra predicazione sarà credibile, solo così potremo essere testimoni del Signore e affrontare la “buona battaglia” della vita con le sue le difficoltà, da cui nessuno è esonerato, senza cedere allo sconforto. Solo così vivremo in maniera degna della nostra vocazione e un giorno saremo accolti da Gesù nella dimora che da sempre ha preparato per noi. 
Fr. Marco

mercoledì 9 maggio 2018

Peppino Impatato 9 maggio 1978 – 9 maggio 2018

Nel giorno in cui molti fanno memoria del ritrovamento del Corpo dell’On. ALDO MORO, io voglio ricordare il brutale assassinio di PEPPINO IMPASTATO.
Giuseppe Impastato, meglio conosciuto come “Peppino”, nacque il 5 gennaio 1948 a Cinisi. Nonostante la sua famiglia fosse inserita nell’organizzazione mafiosa, seppe prenderne ben presto le distanze. Già in questo scorgo un grande esempio di libertà: ognuno di noi può scegliere chi essere a prescindere dall’ambiente in cui è nato.
Di animo poetico, Peppino è stato un giornalista che coraggiosamente passò la sua vita a denunciare le attività di Cosa Nostra. Famosa  è la sua frase: “La mafia è una montagna di merda”. La sua strenua opposizione all’organizzazione mafiosa e al pensiero mafioso in genere, lo portò alla morte, a pochi giorni dalle elezioni per le quali si era candidato nella lista di Democrazia Popolare, nella notte del 9 maggio del 1978. 
Quella notte, uscito dalla sede di Radio-Aut, una piccola emittente autofinanziata dai microfoni della quale denunciava i crimini e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini (in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti - chiamato «Tano Seduto» da Peppino - che aveva un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell’aeroporto di Punta Raisi), Peppino si apprestava ad andare a casa. Venne rapito e portato in un casolare dove lo uccisero. La sua morte venne registrata come suicidio dato che il suo cadavere venne imbottito di una carica di tritolo che lo fece completamente a pezzi.
Il ritrovamento in quello stesso giorno del cadavere dell’On. Aldo Moro fece passare in secondo piano la morte di Peppino Impastato e la verità sulla sua morte venne scoperta con troppo ritardo. Solo negli ultimi anni, grazie alla mamma e al fratello, Peppino Impastato è diventato un morto di mafia considerato troppo scomodo a causa delle sue verità, delle sue idee, denunce ed opposizioni.
«Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. Bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vive la curiosità e lo stupore». (Peppino Impastato)
Perché la memoria di quest’uomo, che non si è arreso all’ambiente corrotto in cui era nato né al potere dei prepotenti, non si limiti solo alle belle parole, credo sia necessario vigilare sul nostro modo di pensare e di agire. Mettiamo al bando dalla nostra quotidianità ogni illegalità. Impariamo a prendere in mano le redini della nostra vita senza mai assumere il ruolo della vittima. Cessiamo di cercare “amici” per ottenere favori che non ci spettano. Nel contempo, però, impariamo ad esigere i diritti che ci spettano e che certi “amici” vorrebbero fare passare per favori per i quali rimanere in debito.
Solo quando rialzeremo la testa e smetteremo di riconoscere padrini, ma solo il Padre (per citare un pensiero del Beato Pino Puglisi), la mafia sarà estirpata dalla nostra bella Terra.

sabato 5 maggio 2018

In questo sta l’amore

«In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga» (At 10,25-27.34-35.44-48)

«In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.» (1Gv 4,7-10)

«Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 15,9-17)

Il Vangelo della sesta domenica di Pasqua, come domenica scorsa è tratto dal capitolo 15 di Gv: il secondo discorso di addio di Gesù, il Suo “testamento”, le Sue “ultime volontà”: «Rimanete nel mio amore … amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi».
Questa domenica vorrei fermare l’attenzione su una caratteristica particolare dell’Amore che siamo chiamati ad accogliere e a prendere ad esempio per praticarlo: la gratuità, la libera iniziativa.
«Dio non fa preferenze di persone». Ce lo ricorda S. Pietro fin dalla prima lettura di oggi, Dio non sceglie in base al merito o alla “simpatia”, ma accoglie e chiama tutti gli uomini alla salvezza. Dicendolo con uno “slogan”: “Dio non ci ama perché siamo buoni, ma ci chiede di essere buoni perché ci ama”.

«Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi». Nel Vangelo è Gesù stesso che afferma la sua libera iniziativa nella chiamata dei suoi discepoli. Contrariamente a quanto accadeva al tempo di Gesù, infatti, non sono stati i discepoli a scegliere di seguire il Maestro, a sceglierlo come loro Signore; è stato Gesù che li ha scelti e chiamati quando ancora loro non lo conoscevano. Ciò non vale solo per i discepoli di allora, vale anche per noi. È Gesù, infatti, che liberamente ci ha chiamati alla vita, ci ha liberati dal peccato e ci ha costituiti perché possiamo portare “frutti di vita eterna”.
« … come io ho amato voi» Dopo averci rivelato il Suo amore e la sua libera iniziativa, il Maestro oggi ci comanda di amarci gli uni gli altri “come” Lui ci ha amati. Abbiamo già visto che questo “come”, il modo in cui Gesù ci ha amati, implica la gratuità: siamo stati amati gratuitamente, senza aver fatto nulla per meritarcelo. Non siamo chiamati, quindi, ad amare solo i fratelli della “nostra cerchia” (fraternità, comunità, gruppo di preghiera ecc.) o solo i fratelli che “se lo meritano”; né, peggio ancora, siamo chiamati ad amare solo coloro che possono contraccambiare al nostro amore. Siamo chiamati, invece, ad amare in maniera particolare coloro che non possono contraccambiare al nostro amore: i piccoli, i poveri (cfr Mt 25,31-47); siamo chiamati ad amare anche coloro che non se lo meritano (i “nemici”).
Questo “come”, però, implica anche la “donazione della vita”: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.». Ciò significa fare della propria vita un dono per coloro che il Signore ci ha messo accanto non necessariamente morendo fisicamente, ma sicuramente morendo al nostro orgoglio e alla nostra pigrizia donando loro il nostro tempo, le nostre capacità, il nostro perdono … Gesù ci ha amati e ci ama così, anche quando non ce lo meritavamo: si è consegnato nelle mani dei suoi crocifissori perdonandoli.
Oggi il Maestro ci chiede solo di lasciarci amare, di lasciarci raggiungere dal Suo Amore, lo Spirito Santo effuso nei nostri cuori, per imparare ad amare e avere la gioia piena che è frutto solo una vita donata per amore.
Vorrei concludere con un pensiero di S. Teresa di Gesù Bambino: «Ah! Signore, so che non comandi nulla di impossibile. Conosci meglio di me la mia debolezza, la mia imperfezione, sai che non potrò mai amare le mie sorelle come tu le ami, se non sei ancora tu, Gesù mio, ad amarle in me. È per accordarmi questa nuova grazia che tu hai dato un comandamento nuovo. Oh! Quanto lo amo, se mi da la garanzia che la tua volontà è d’amare in me tutti coloro che comandi d’amare! Sì, ne sono convinta; quando uso carità è solamente Gesù che agisce in me. Quanto più sono unita a lui, tanto più amo tutte le mie sorelle»
Fr. Marco

sabato 28 aprile 2018

Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui

«La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samarìa: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero.» (At 9,26-31)

«Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato.» (1Gv 3,18-24)

«Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.» (Gv 15,1-8)

Il Vangelo della quinta domenica di Pasqua fa risuonare più volte l’esortazione a rimanere nel Signore o, meglio, a permettere al Signore di rimanere in noi.
Rimanete in me e io in voi. Il verbo greco usato dall’evangelista Giovanni ha il significato di “dimorare stabilmente”, quindi allude alla stabilità: il Signore ci invita a prendere dimora in Lui e ci chiede di lasciarlo dimorare stabilmente in noi. Noi in Lui e Lui in noi. Solo custodendo questa reciproca in abitazione, questa comunione d’amore, la nostra vita porterà frutto.
È lo Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, che realizza in noi questa comunione: l’Amore tra il Padre e il Figlio effuso nei nostri cuori. Questa comunione, però, va custodita. Nella lettera agli Efesini S. Paolo ammonisce: non contristate lo Spirito Santo (Cfr. Ef 4,30).
La Parola di Dio di questa domenica, oltre ad esortaci a rimanere stabilmente in Cristo, ci indica anche come custodire la comunione con Lui. È per questo che ci raccomanda di camminare nel timore del Signore (I lettura), di osservare i suoi comandamenti, cioè di credere in Gesù e amarci gli uni gli altri (II lettura) e di fare rimanere in noi le Sue parole (Vangelo). Tre modi per esprimere, in effetti, la stessa cosa: l’obbedienza a Dio. Le tre letture di oggi, però, ci danno anche tre sottolineature che arricchiscono il concetto di obbedienza. 
Il timore del Signore, di cui ci parla la prima lettura non è paura del Signore; è, invece, quel sentimento di rispetto e di fedeltà che aiuta a fuggire il male e a scegliere il bene e, se abbiamo peccato, a pentirci. È l’amore del figlio che non vuole rattristare il padre amato; è l’amore del giovane che non vuole rattristare colei che ama. Obbediamo a Dio, quindi non per paura del castigo, ma per amore, per non contristarlo, per compiacerlo, perché “possa essere contento di noi”.
La seconda lettura ci presenta l’esigenza di osservare i comandamenti, cioè di credere in Gesù e quindi di amarci gli uni gli altri. Il motivo per osservare i comandamenti, infatti, e in maniera particolare il comandamento dell’amore reciproco che garantisce l’autenticità dell’amore per Dio, è che ci fidiamo di Gesù. Non ci amiamo tra noi perché siamo simpatici o perché ne traiamo un vantaggio materiale. Così ama il mondo. Ci amiamo reciprocamente e gratuitamente, invece, perché crediamo che così siamo amati da Gesù che ha dato la vita per noi; e perché ci fidiamo di Gesù che ci ha indicato la croce, l’amore gratuito, come via perché la nostra vita possa essere piena di senso.
Per poterci fidare di Lui, per potergli credere, infine, è necessario che Lo conosciamo e conosciamo ciò che ci chiede. Per questo la terza raccomandazione di oggi è di fare dimorare in noi la Sua Parola. Solo se abbiamo un contatto assiduo e profondo con la Sua Parola, infatti, possiamo conoscere chi è Gesù e conformare la “nostra mente” non al modo di pensare del mondo, ma alla volontà di Dio (Cfr. Rm 12, 2).
… senza di me non potete far nulla. Gesù oggi ci chiede di custodire la comunione con lui, la reciproca in abitazione, perché la nostra vita sia ricca di frutti, perché possiamo realizzare pienamente la nostra vita. Lui ci dona tutto se stesso, il Suo Corpo, il Suo Sangue, il Suo Spirito: accogliamolo in noi, lasciamoci guidare da Lui nella nostra quotidianità, non a parole e con la lingua, ma coi fatti e nella verità: saremo realmente suoi discepoli e porteremo frutti di vita eterna.


Fr. Marco

venerdì 20 aprile 2018

Il Buon Pastore conosce le sue pecore


« … In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (At 4,8-12)

«Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui.» (1Gv 3,1-2)

«Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore.» (Gv 10,11-18)

La quarta domenica di Pasqua è detta Domenica del Buon Pastore perché nel Vangelo Gesù si autorivela come il “Bel Pastore” (letteralmente): il pastore ideale, quello vero, contrapposto al mercenario per il quale le pecore che gli sono affidate sono solo un mezzo per “pascere se stesso” (Cfr. Ez 34).
Ciò che fa da discrimine tra il vero (bello/buono) pastore e coloro che lo sono solo in apparenza, è la capacità di donare la vita per le “pecore”. Il mercenario è interessato solo a se stesso e al proprio guadagno, non “conosce” le pecore, non gli interessa di loro. Il Pastore, invece, “conosce” coloro che gli appartengono, è interessato a loro. Nella pagina evangelica di questa domenica, inoltre, oggi Gesù manifesta pienamente la Sua Libertà: «io do la mia vita … Nessuno me la toglie: io la do da me stesso». Il dono della vita in obbedienza al Padre è l’atto di più grande libertà di Gesù.
«Conosco le mie (pecore) e le mie (pecore) conoscono me». In questo versetto 14 il testo greco non usa il termine “pecore”, ma soltanto l’aggettivo “mie” («Conosco le mie e conoscono me le mie») che diventa in tal modo ciò che ci identifica: gli apparteniamo.

«… come il Padre conosce me e io conosco il Padre» Dopo avere detto che gli apparteniamo e che ci conosce, oggi il Signore specifica pure il modo in cui ci conosce: «Come il padre conosce me». Vale la pena allora di chiedersi in che modo il Padre conosce il Figlio: con una comunione d’amore inscindibile che li rende “una cosa sola”. Il Buon Pastore, quindi, ci conosce con una “conoscenza d’amore” che ci unisce a Lui: nel battesimo, infatti, siamo stati uniti inscindibilmente a Lui, nella Comunione Lui ci unisce alla Sua passione morte e resurrezione … Lui ci conosce, ha unito la Sua vita alla nostra, ci ama per quello che siamo, non per quello che appariamo o che dobbiamo essere. Lui ci vuole felici. Il mondo, invece, non ci “conosce”, non ci ama, non può renderci felici, ci costringe troppo spesso ad essere ciò che non siamo.
Solo Gesù è il vero/buon Pastore. S. Pietro oggi nella prima lettura è chiaro: «In nessun altro c’è salvezza». Non seguiamo quindi altri “pastori” che non vogliono (e non potrebbero) darci la Vita.
«Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.» Fin qui abbiamo visto ciò che contraddistingue il Buon Pastore. Ora vorrei soffermarmi brevemente sulla caratteristica distintiva di chi gli appartiene (“le mie”): l’ascolto obbediente e la comunione reciproca. Ecco ciò che ci deve caratterizzare se Gli apparteniamo. Ecco da cosa possiamo riconoscere se siamo Suoi, se viviamo secondo la grazia del nostro Battesimo: da figli di Dio.

Per volontà di Paolo IV, oggi è anche la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni: come ci ricorda l’ultima esortazione di Papa Francesco, Gaudete et exultate, tutti siamo chiamati alla santità (la vocazione universale), ma a questa ciascuno è chiamato per una “via” personalissima. La nostra piena realizzazione, la nostra felicità, dipende dalla capacità di comprendere e realizzare questo personale progetto d’amore.
Questa domenica vorrei invitarvi a pregare in maniera particolare per i presbiteri, che il Signore chiama ad essere suoi collaboratori nel ministero pastorale, e per le persone di vita consacrata, frati e suore, che sono chiamati ad essere segno profetico della totale dedizione al Regno. A ogni cristiano, ma a loro in maniera particolare, il Signore chiede di fare della propria vita un dono giorno per giorno, di dimenticarsi di sé (rinnegare se stessi), per amore di Dio e dei fratelli. Tutto ciò, lo sperimentiamo, non è facile, ma è l’unica strada che conduce alla piena realizzazione, alla Gloria eterna. Sosteniamoci reciprocamente in questo cammino perché ciascuno di noi, restando fedele alla vocazione che ha ricevuto, possa giungere alla Pienezza della Vita per l’eternità.
Fr. Marco.