giovedì 16 maggio 2019

Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri


«Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede. » (At 14,27)

«E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” » (Ap 21,5)

«Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri”. » (Gv 13, 31-33.34-35)


​La chiave interpretativa della Parola di Dio di questa quinta domenica di pasqua, è “la novità”. Il Signore fa cose nuove, ci dà un comandamento nuovo, ci rende nuovi.
L’aggettivo “nuovo” si oppone a “vecchio”, “obsoleto”, aggettivi che identificano qualcosa che ormai non è più efficace. Nuovo è, allora, qualcosa di efficace, migliore. Ancora, l’aggettivo “nuovo” ci apre alla speranza, accende le nostre attese: da qui la gioia che accompagna l’inizio di un nuovo anno.
Ecco, io faccio nuove tutte le cose Quest’oggi il Signore ci dice che fa cose nuove, inedite, efficaci. Non a caso il comandamento nuovo ci viene consegnato nell’ultima Cena, dopo che Gesù “avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (cf. Gv 13, 1); dopo che Giuda è uscito nella notte per compiere gli ultimi atti che porteranno Gesù alla donazione totale di sé sulla croce.
I discepoli conoscevano sicuramente il comandamento dell’amore espresso nell’Antico Testamento: «amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lev. 19,18). Un comandamento già arduo che dava come parametro dell’amore al prossimo l’amore per se stessi. Sono chiamato a fare al prossimo ciò che vorrei fosse fatto a me: come vorrei essere soccorso nel bisogno, così devo soccorrere il fratello; come vorrei essere accolto, così devo accogliere il fratello; come voglio essere perdonato quando sbaglio, così devo perdonare il fratello … Il comandamento di Gesù, però, è “nuovo” perché supera l’antico: parametro di confronto non è più l’amore per se stessi, ma l’amore che Gesù ci ha mostrato in tutta la sua vita di donazione che si conclude con l’estrema donazione sulla Croce. L’amore per se stessi non è più il limite all’amore per il fratello: Gesù ci ha donato un amore capace di espropriarsi, di dimenticarsi di se, di donarsi totalmente e gratuitamente.

La novità del comandamento, però, non è solo nella formulazione, ma anche nella capacità nuova che Gesù ci dà. L’uomo vecchio, non vivificato dallo Spirito, non innestato nella morte e resurrezione di Cristo, non è capace di amare come Gesù, espropriandosi, facendosi pane spezzato. L’uomo nuovo, invece, morto e risorto con Cristo e in cui è effuso lo Spirito di Dio, costui trova in sé una forza sconosciuta che gli permette di amare come Gesù ci ama. In noi questa forza è presente, ma spesso è sopita, come un seme gettato nella terra che aspetta le condizioni essenziali al suo sviluppo.
Come fare a essere uomini e donne “nuovi” capaci di vivere il comandamento nuovo? Credo che in questo ci possa venire in aiuto il Serafico Padre Francesco che vuole vivere il Vangelo “sine glossa”. Francesco, infatti, si pone dinanzi il Vangelo in atteggiamento di estrema obbedienza: compie immediatamente ciò che comprende e, facendo, comprende sempre meglio. La stessa cosa vale per il comandamento dell’amore, per la vita nuova presente in noi: nutrendoci dei sacramenti, segni efficaci dell’amore di Dio per noi, amiamo come meglio possiamo, amiamo nella misura in cui siamo capaci; ciò ci trasformerà, ci farà sempre più nuovi. Dicendolo con S. Agostino: «È questo amore che ci rinnova, rendendoci uomini nuovi, eredi del Testamento nuovo, cantori del cantico nuovo». Solo così saremo riconoscibili come discepoli del Signore e il nostro annuncio sarà credibile.
Fr. Marco


venerdì 10 maggio 2019

Io do loro la vita eterna

«Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani. ...» (At 13,14.43-52)

«… Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi» (Ap 7, 9.14b-17).

«Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna … » (Gv 10, 27-30).

La Parola di Dio della quarta domenica di pasqua ci presenta il Signore come il Pastore che conosce e ama le sua pecore e dà loro la vita eterna. Nei versetti precedenti (Gv 10 12-13) Gesù fa una chiara distinzione tra se stesso, il Pastore che è disposto a dare la vita per le sue pecore, e i mercenari che vogliono solo trarre un profitto per loro stessi e scappano appena vedono arrivare il lupo.
«Io le conosco».  È un’affermazione che trovo consolante: il Signore della vita ci conosce, singolarmente, uno per uno, e ci ama. Ci garantisce la vita eterna, la nostra vita non sarà perduta. Tutto ciò, però, a condizione di essere Sue pecore, cioè di riconoscere la Sua voce e seguire il nostro Pastore.
«Io do loro la vita eterna» Credo sia il caso di soffermarci brevemente a riflettere sulla vita eterna che il Signore quest’oggi ci promette usando il tempo presente. La vita eterna non è quella “futura”, che segue questa vita terrena; non è un’utopia che ci fa “stringere i denti” nelle tribolazioni del mondo in vista di una felicità futura di cui non abbiamo altra certezza che la Fede. Una vita eterna che fosse solo questo, può a ragione essere definita “oppio dei popoli”. La vita eterna comincia qui, comincia con il nostro battesimo, nel momento in cui veniamo innestati in Cristo, nella sua morte e resurrezione. Qui, in questa vita terrena cominciamo a sperimentare la Vita eterna come una vita piena di senso. Una vita che “non è perduta”, cioè che non è sprecata. Per sperimentare questa vita, però, siamo chiamati a seguire il nostro Pastore nella sua vita di donazione d’amore. Perché la nostra vita non sia perduta, sprecata, siamo chiamati a spenderla bene! A donarla per amore; allora sperimenteremo quella pienezza di senso che nessun altro potrà darci, sperimenteremo che stiamo vivendo veramente.
Nella vita non è importante il numero di attimi o anni che si susseguono, ma l’intensità con la quale questi attimi sono vissuti. Seguendo il nostro Maestro e Pastore, anche noi passeremo per le tribolazioni, ma esse non saranno subite passivamente, stringendo i denti, ma accolte e valorizzate come donazione d’amore. È in questo stesso discorso che Gesù chiarisce: «nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso» (cfr. Gv 10,18).
Certamente, in tutto ciò non può mancare il volgere lo sguardo “in alto”, alle cose di lassù dove Cristo è assiso alla destra del Padre: è necessario sapere che la nostra vita è destinata ad un’ulteriorità che ci permette di dare il giusto valore alle tribolazioni presenti.
Oggi la Chiesa intera prega per le vocazioni di speciale consacrazione. Permettetemi di concludere con l’appello ad ascoltare la voce del Buon Pastore: ascoltiamo la Sua voce, accogliamo il suo progetto d’amore per ciascuno di noi, e la nostra vita non andrà perduta, ma andrà di pienezza in pienezza per l’eternità.
Fr. Marco

sabato 4 maggio 2019

«Mi ami?»


«Essi allora se ne andarono via dal Sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù.» (At 5,27b-32.40b-41)

«L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza,

onore, gloria e benedizione». (Ap 5, 11-14)


«Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». […] Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». (Gv 21, 1-19)

La Parola di Dio della terza domenica di pasqua ci mostra Cristo Risorto che si china sulla debolezza dei suoi. Anche quando facciamo esperienza del fallimento, della nostra incapacità e debolezza, siamo invitati a non scoraggiarci, ma a confidare nella grandezza del Signore capace di compiere grandi cose a partire dalla nostra pochezza.
Il racconto evangelico, infatti, si apre con l’ennesima notte in cui i discepoli, andati a pescare, non presero nulla. Penso sia importante sottolineare l'annuncio di Pietro: «Io vado a pescare». finché il protagonista è il nostro Io, finché facciamo le cose senza il Signore, no possiamo far nulla. Solo l’incontro con il Risorto e l’obbedienza alla Sua Parola garantiscono un risultato insperato e sovrabbondante. L’evangelista Giovanni, dietro l’immagine della pesca, presenta le difficoltà dei missionari della Chiesa delle origini: fanno esperienza della loro inadeguatezza e incapacità, ma scoprono anche che il Signore Risorto li accompagna ed assiste.
La seconda scena evangelica ci mostra Gesù che ha già preparato da mangiare per i suoi, ma chiede ugualmente ai discepoli di portare il frutto della loro pesca. È il Signore a preparare a noi il banchetto della vita, senza di Lui non avremmo nulla da mangiare, ma vuole comunque la nostra collaborazione. È quello che il sacerdote ci invita a fare prima della preghiera offertoriale: «Pregate, fratelli e sorelle, perché portando all’altare la gioia e la fatica di ogni giorno, ci disponiamo a offrire il sacrificio gradito a Dio Padre onnipotente.» Siamo invitati ad accostarci alla mensa eucaristica portando la nostra vita in offerta perché, unita a quella di Gesù, possa essere mensa di salvezza per il mondo intero.
La terza scena del Vangelo, infine, ci fa assistere al dialogo tra Gesù e Pietro: la triplice professione d’amore richiama e ripara al triplice rinnegamento e fonda la missione di pascere il gregge. I verbi greci usati sono infatti agapao e fileo: il primo (agapao) indica l’amore “allocentrico”, che sposta il proprio centro sull’amato, che si china sull’amato, un amore di donazione che non è condizionato dalla reciprocità (la reciprocità è sempre sperata/desiderata dall’amore, ma qui non è la condizione); il verbo fileo, invece, indica l’amore in cui il soggetto, mantenendo il proprio centro in sé, porta nella sua intimità l’amato: è un amore più condizionato dalla reciprocità e in cui è ancora presente la ricerca di sé. Rivolgendosi a Pietro, il Signore le prime due volte usa il verbo agapao (“mi ami?”). Pietro risponde con fileo (“ti voglio bene”, “ti sono amico”). Alla terza volta, Gesù, quasi a chinarsi sulla debolezza di Pietro, usa anch’egli fileo. Il Maestro chiede a Pietro un amore capace di donarsi gratuitamente, di dimenticarsi di sé. Pietro, però, ha già fatto esperienza della propria debolezza e non si sbilancia: è capace di accoglierlo nella propria intimità, ma non è capace di espropriarsi ed ha bisogno di sentire forte la Sua presenza e le Sue consolazioni. Pietro non più fondato su se stesso, non è più quell’uomo che non cenacolo aveva superficialmente affermato «Darò la mia vita per te!» (Gv 13, 37). Ormai ha sperimentato la propria debolezza. Proprio fondandosi su questa disponibilità ad amare e sulla consapevolezza della propria debolezza, però, Gesù affida a Pietro il compito di pascere il suo gregge. Conoscendo la debolezza umana e la potenza di Dio, Pietro ora può guidare, confortare e nutrire i suoi fratelli. Così il Vangelo che si era aperto con il protagonismo di Pietro, si chiude con l'invito alla sequela: «Seguimi!».
La debolezza umana, infatti, non è ostacolo alla potenza di Dio: nella prima lettura abbiamo letto di come, dopo la Pentecoste, Pietro e gli apostoli non cercano più di salvare se stessi, ma anzi sono lieti di soffrire per amore di Gesù.
Fr. Marco

sabato 27 aprile 2019

La Sorgente della Misericordia


«Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti impuri, e tutti venivano guariti.» (At 5,12-16)

«Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi.» (Ap 1,9-11.12-13.17-19)

«La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco.  … “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”». (Gv 20,19-31)

​La Parola di Dio dell’Ottava di Pasqua, ci fa ascoltare ancora il racconto del giorno della Resurrezione: la Pasqua è un evento così unico e meraviglioso, che la Chiesa sente il bisogno di dilatarlo in otto giorni per contemplarlo.
Questa domenica, tradizionalmente detta “in Albis”, era per la Chiesa delle origini la domenica in cui coloro che erano stati battezzati a Pasqua e che per tutta la settimana avevano portato la veste bianca dei risorti, deponevano la veste battesimale. Oggi, per volere di San Giovanni Paolo II, la Chiesa celebra la Festa della Divina Misericordia.
Nel Vangelo di oggi contempliamo ancora Gesù Risorto che entra a porte chiuse nel luogo in cui i discepoli si nascondono, donando il primo dono pasquale: la Pace. È questo il dono che fa anche a noi qui oggi. Se glielo permettiamo, Gesù vuole entrare nel più profondo delle nostre angosce e paure per portare la Pace che solo Lui ci può donare. Anche noi, spesso angosciati dai nostri fallimenti, tradimenti e incoerenze, siamo chiamati a gioire nel vedere il Signore.
Solo dopo avere accolto in noi la Pace che il Risorto e venuto a donarci, anche noi come i discepoli siamo mandati quest’oggi per essere testimoni. Non annunciatori di un “sentito dire”, ma testimoni: uomini e donne capaci di annunciare ciò che hanno sperimentato, ciò che il Signore ha compiuto nella loro vita. È per questo che, subito dopo aver donato la Pace, Gesù dona alla Chiesa lo Spirito insieme al “Potere” di rimettere i peccati. La Chiesa è mandata così a continuare l’opera di riconciliazione e guarigione compiuta da Cristo. Solo accogliendo il perdono e la misericordia ricevuta, è possibile donare il perdono e vivere la Pace.
La Pace pasquale che Gesù viene a donarci, infatti, non è “non belligeranza”, reciproca indifferenza, ma reciproca accoglienza e perdono. Il perdono capace di creare una nuova vita in colui che lo riceve. Ecco il senso della festa della divina Misericordia: accogliere nella nostra vita il perdono del Padre che ci giunge per la Passione del Figlio e per opera dello Spirito. Avendo accolto questa misericordia, siamo chiamati a implorarla per il mondo intero a farci intercessori per la salvezza del mondo. Siamo chiamati, però, soprattutto a farci operatori di misericordia eliminando in noi ogni giudizio di condanna dei fratelli.
Chiarisco il mio pensiero: se vediamo il fratello o la sorella che sbaglia, per amore di verità non possiamo negare l’oggettività dell’errore. Siamo chiamati tuttavia, non a condannare e magari divulgare l’errore, ma a comprendere, giustificare e, con vero amore fraterno, correggere il fratello. Siamo chiamati ad usare misericordia, cioè ad avere un cuore rivolto verso i miseri.
È significativo che proprio questa domenica la Parola accentui l’attenzione sulle Piaghe del Risorto: è da quelle piaghe che sgorga la sorgente della Misericordia. È per questo che la festa della Divina Misericordia è preparata da una novena che inizia il venerdì santo: dalle Sue piaghe siamo stati guariti. Il Risorto porta addosso le ferite inflittegli dalla cattiveria degli uomini, ma proprio a partire da esse usa misericordia al mondo. Anche noi siamo piagati dal nostro peccato e dal peccato dei fratelli, ma è proprio a partire dal contemplare le piaghe di Cristo e dall’unire le nostre sofferenze alle Sue, che siamo chiamati ad usare misericordia divenendo, ognuno nello stato a cui il Signore lo ha chiamato, ministri del perdono.
Tutto ciò non è facile, la nostra natura ferita si ribella. Da ciò, però, dipende l’autenticità della nostra fede. Se davvero crediamo che Gesù è risorto e che noi, nel battesimo, siamo risorti con lui, lasciamo che lo Spirito ci insegni a vivere da risorti che non temono più la morte e le ferite che il peccato nostro e altrui potrà infliggerci e preghiamo con le parole rivelate a Santa Faustina e che la Chiesa ha accolto e tramandato: Eterno Padre, ti offriamo il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità del tuo dilettissimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, in espiazione dei nostri peccati e di quelli del mondo intero!
Fr. Marco

sabato 20 aprile 2019

Cristo, nostra Vita, è Risorto!


«Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno» (At 10,34.37-43)

«Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria» (Col 3,1-4)

«Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.» (Gv 20,1-9)

​La liturgia solenne della Pasqua, soprattutto della Veglia, è ricca di simboli ed è già in se significativa. Ritengo, tuttavia, che sia importante soffermarsi sulla simbologia battesimale della luce e dell’acqua che sono all’origine di ogni vita cristiana: il cero pasquale, simbolo eminente del Cristo Risorto, e l’acqua lustrale, in cui siamo rinati a nuova vita nel Battesimo, e dalla quale durante la veglia siamo stati aspersi.
La luce e l’acqua, infatti, sono i simboli che maggiormente risaltano nella liturgia della veglia e del giorno di Pasqua. Elementi indispensabili alla vita naturale, la luce e l’acqua trasfigurati diventano anche elementi indispensabili alla vita soprannaturale, quella vita in Cristo che trova la sua origine proprio nella resurrezione del nostro Signore.
Con il Battesimo, infatti, anche noi siamo morti e risorti con Cristo; siamo stati conformati a Cristo morto e risorto. Il Battesimo, è la venuta del Risorto in noi! Il giorno di Pasqua, quindi una nuova primavera di speranza comincia nel mondo. È l’inizio di una Vita Nuova, perché il Signore presente cambia le nostre logiche, le nostre abitudini, i nostri rapporti.
La celebrazione Pasqua, non è soltanto “folclore”, né la memoria di un evento confinato nel passato. La celebrazione della Pasqua è un “memoriale” che riattualizza l’evento principale della nostra salvezza: Cristo ha sconfitto il peccato e la morte! Non siamo più schiavi del peccato che ci separava da Dio e dai fratelli. La pietra che ci imprigionava nel sepolcro è stata rotolata via: la Vita è libera.
Morto e risorto con Cristo, infatti, ogni battezzato, vive in comunione con Gesù Cristo, nel corpo di mistico che è la Chiesa: tutti siamo «uno in Cristo» (Gal 3, 28). Nel Battesimo il Signore Risorto è entrato nella nostra vita per la porta del nostro cuore. Noi non siamo più uno accanto all'altro o uno contro l'altro. Il Risorto viene a noi e congiunge la Sua vita con la nostra, tenendoci dentro al suo amore. Noi battezzati diventiamo un'unità, una cosa sola con Lui e una cosa sola tra di noi.
Abbiamo, tuttavia, la responsabilità di accogliere il dono: Cristo ha sconfitto il peccato e la morte e ci ha regalato una Vita nuova e piena che è iniziata in noi nel Battesimo, ma non si sostituisce a noi. Lui ci ha donato la libertà dalla schiavitù del peccato, ma siamo noi a doverne fare buon uso e scegliere di servire il Signore della Vita perché la libertà non diventi un pretesto per continuare ad asservirci alle opere della carne.
Con il Battesimo, infatti Cristo ha fatto iniziare in noi una vita nuova ed eterna, ma ci ha lasciato la responsabilità di coltivare questa vita o lasciarla appassire. Proprio perché questa Vita nuova che è iniziata in noi possa crescere e svilupparsi, il Signore ci ha lasciato ciò che è essenziale: la Luce e l’acqua. La Luce che promana dalla Sua Resurrezione e che si irradia nella Sua Parola proclamata dalla Chiesa la quale nutre la nostra Fede perché possa illuminare ogni ambito della nostra vita. L’acqua del Battesimo che ci ha introdotti nella vita sacramentale permettendoci di nutrire, purificare e rafforzare la nostra Vita perché cresca e porti frutto.
Ecco perché durante la santa veglia rinnoviamo i nostri impegni battesimali e veniamo ancora una volta aspersi con l’acqua lustrale: siamo chiamati a ravvivare sempre il dono della vita cristiana perché non venga soffocata dalle spine del mondo. Siamo chiamati a ravvivare il dono della Fede, della Speranza e della Carità che ci rendono conformi a Cristo.
Il Signore Risorto oggi ancora una volta regala a tanti nostri fratelli che riceveranno il Battesimo una Vita nuova e Piena, una Vita bella che, anche nelle immancabili difficoltà quotidiane, non soccombe al nonsenso, una Vita destinata a durare per l’eternità. Questa stessa Vita oggi la rinnova in noi che già l’abbiamo ricevuta. A noi però la responsabilità di farla sviluppare, di portare frutto. 
La pietra è rotolata, il sepolcro è aperto, non siamo più schiavi del peccato e della morte, vogliamo Vivere la vita vera o continueremo a restare nei nostri sepolcri? Il Signore Risorto ci conceda di morire ogni giorno al peccato per potere vivere “per Dio in Cristo Gesù”. Auguri
Fr. Marco


domenica 14 aprile 2019

Come un asino

In questa giornata in cui nsi commemora l'ingresso di Gesù a Gerusalemme, voglio fare mia un pensiero di Mons. Etchegaray. 
«Come un asino.
Sì, proprio come quell’animale che un dizionario biblico così descrive: 

"L’asino della Palestina è molto vigoroso, sopporta il caldo, si nutre di cardi; ha una forma di zoccoli che rende molto sicuro il suo incedere, costa poco il mantenerlo. I suoi soli difetti sono la caparbietà e la pigrizia"
Io vado avanti come quell’asino di Gerusalemme, che, in quel giorno della festa degli ulivi, divenne la cavalcatura regale e pacifica del Messia.
Io non sono sapiente, ma una cosa so: so di portare Cristo sulle mie spalle e la cosa mi rende più orgoglioso che essere borgognone o basco.
Io lo porto, ma è lui che mi guida: io credo in lui, lui mi guida verso il suo regno. Chissà quanto si sente sballottato il mio signore, quando inciampo contro una pietra!
Ma lui non mi rinfaccia mai niente. E’ così bello percepire quanto sia buono e generoso con me: mi lascia il tempo di salutare l’incantevole asina di Balaan,di sognare davanti a un campo di spighe, di dimenticarmi persino di portarlo.
Io vado avanti in silenzio.
E’ strano quanto ci si capisca anche senza parlare!
La sua sola parola, che io ho ben capito, sembra essere stata detta apposta per me:
“il mio giogo è facile da sopportare e il mio passo leggero” (Mt 11 ,30).
Fede d’animale, come quando, una notte di Natale, allegramente portavo sua madre verso Betlemme.
Io vado avanti nella gioia.
Quando voglio cantare le sue lodi, io faccio un baccano del diavolo, io canto stonato. Lui allora ride, ride di cuore e il suo riso trasforma le strettoie del mio vecchio cammino in una pista da ballo e i miei pesanti zoccoli in sandali alati.
Io vado avanti come un asino che porta Cristo sulle sue spalle.»
(Mons. Etchegaray)


sabato 6 aprile 2019

Non ricordate più le cose passate


«Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche!» (Is  43, 16-21)

«Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo»  (Fil 3, 8-14)

«Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». (Gv 8, 1-11)

La Parola di Dio della quinta domenica di quaresima continua a mostrarci la Misericordia di Dio che ci rende nuove creature. Il Vangelo ci presenta il  caso di una donna colta in “flagrante adulterio”. Scribi e Farisei la conducono a Gesù perché sia lui ad emettere la sentenza.
Ciò che li muove non è, però, lo zelo per la legge. Si tratta evidentemente di una trappola: se questo “maestro”, che mangia con i peccatori, perdona l’adultera, potranno accusarlo di contravvenire alla legge; se, al contrario, la condanna, si sarà allineato all’interpretazione più severa della legge, contraddicendo il suo comportamento precedente, e perderà il consenso del popolo (di cui scribi e farisei sono gelosi).

Già qui trovo che sia importante fermasi a riflettere. Anche a noi può capitare di puntare il dito verso un nostro fratello o sorella che sbaglia. Magari ci appelliamo a “una questione di principio”; forse osiamo addirittura parlare di “correzione fraterna”; ma è veramente questo a muoverci? Siamo veramente interessati a promuovere l’osservanza dei comandamenti? Ad aiutare il fratello o la sorella a non sbagliare più? Può capitare, piuttosto, che le nostre motivazioni siano altre: gettare fango sul peccatore perché possa splendere la nostra “giustizia”; mettere a tacere chi la pensa diversamente da noi ecc.
«Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». Gesù non cade nella trappola che gli viene tesa: non nega il peccato della donna, ma chiama gli accusatori a prendere coscienza della comune condizione di peccato da cui, purtroppo, nessun uomo è esente. L’adulterio, inoltre, è un peccato fortemente simbolico: spesso Israele è accusato dai profeti di adulterio, di avere il cuore lontano dal suo Dio (Cfr. Osea 2 e Ezechiele 16). Anche il gesto di scrivere sulla polvere ha sapore profetico: nel libro del profeta Geremia si legge: “Sarà scritto sulla polvere chi si allontana da te, poiché essi hanno abbandonato il Signore, la fonte dell’acqua sprizzante” (Ger 17, 13b).
Coloro che vengono a denunciare l’adultera, non sono forse anch’essi colpevoli di adulterio verso il loro Signore? Ed ecco che Gesù chiede a ciascuno dei suoi ascoltatori di esaminare se veramente hanno il diritto di accusare o se, piuttosto, devono anch’essi appellarsi alla Misericordia di Dio.
«Se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi» Cominciando da chi ha una più lunga storia di infedeltà, gli accusatori rinunciano all’accusa. Rimangono “la misera e la Misericordia”(S. Agostino).

Gesù non giustifica il peccato, ma salva la peccatrice donandole il perdono, che lei non ha ancora chiesto, insieme all’ingiunzione di “non peccare più”. Quest’ultima è una tensione importante: non possiamo rassegnarci alla nostra miseria, ma, consapevoli di essere ancora lontani dalla meta, siamo chiamati “correre per conquistarla” (Cfr. II lettura). Gesù è capace di rinnovare la nostra vita; il nostro passato, gettato nel braciere della sua misericordia, non è più un peso; Guardiamo con speranza al futuro e tendiamo sempre ad una maggiore fedeltà al Dio fedele e misericordioso.
fr. Marco