sabato 24 luglio 2021

Che cos’è questo per tanta gente?

 «Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: “Ne mangeranno e ne faranno avanzare”». (2Re 4,42-44)

« … comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace.» (Ef 4,1-6)

«“C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?” … erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. … riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.» (Gv 6,1-15)

La Parola di Dio della XVII domenica del Tempo ordinario prosegue il racconto della “cura pastorale” di Gesù verso le folle. Domenica scorsa, nel Vangelo, contemplavamo Gesù, il Vero e Buon pastore che, avendo compassione ha della folla perché erano come pecore che non hanno pastore, si mette a insegnare, dà loro la guida di cui hanno bisogno per giungere ai “pascoli” della Vera Vita. Nei versetti successivi l’evangelista Marco racconta della moltiplicazione dei pani. 
La liturgia di questa domenica continua il racconto scegliendo, però, la versione del vangelo di Gv più ricco di simboli: l’erba su cui viene fatta sedere la folla, simbolo dei pascoli a cui il buon pastore conduce il gregge; la simbologia eucaristica dei gesti e delle parole di Gesù; le dodici ceste avanzate simbolo delle “dodici colonne” del nuovo popolo di Dio.
Centro della Parola odierna, oltre alla presentazione di Gesù come il Vero Pastore, il “profeta” atteso che attualizza i gesti di Mosè nell’esodo (Cfr. Dt 18,18), è la necessità della condivisione. L’indiscusso protagonista del brano evangelico è Gesù: prende l’iniziativa di nutrire la folla; provocatoriamente, pone la domanda: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?»; distribuisce il pane ed il pesce. 
Perché il miracolo si compia, tuttavia, Gesù chiede la collaborazione dei discepoli: si fa consegnare i cinque pani e due pesci, il poco posseduto da un ragazzo presente. Solo a partire da questo gesto di condivisione di chi non tiene per sé il poco che possiede, ma è pronto a donarlo con generosità, è possibile il miracolo che tutti abbiano da mangiare. 
La “logica del mondo”, improntata all’egoismo, insegna: «Meglio uno sazio che cento digiuni!» (e solitamente chi la pensa così è colui che sarà sazio). La logica evangelica, invece, ci insegna a donare con generosità, a “perdere”, per amore. Solo il pane condiviso è capace di saziare quella “fame” che nessun pane potrà mai saziare: la fame di amore, di fraternità, di comunione.
Gesù non ha cessato di prendersi cura del suo popolo: è ciò che avviene ad ogni celebrazione eucaristica in cui veniamo nutriti alla duplice mensa della Parola e dell’Eucarestia. Oggi come allora, però, il Maestro chiede la collaborazione della pochezza umana per potere compiere il suo miracolo. All’offertorio, insieme al pane ed al vino, siamo chiamati a presentare a Gesù ciò che essi significano: il nostro lavoro quotidiano, la nostra stessa vita, “la gioia e la fatica di ogni giorno”. È tutto questo che Lui moltiplica e “trasforma” per donarci se stesso, il Suo Corpo e Sangue che ci nutre per la vita eterna e ci dà la forza per unire la nostra vita alla Sua offerta per la salvezza del mondo.
Lo facciamo sacramentalmente durate la celebrazione, ma siamo poi chiamati a viverlo esistenzialmente uscendo dalle nostre chiese: siamo chiamati, sull’esempio del Maestro, a fare della nostra vita un dono d’amore; a non farci fermare dalla nostra pochezza: fidiamoci del Signore che la farà sovrabbondare. Siamo chiamati, infine, a “sopportarci nell’amore” gli uni gli altri: a sostenere la debolezza del fratello e della sorella che il Signore mi ha messo accanto, a sorreggerlo e a custodirlo.
Come ogni estate, anche in questi giorni stiamo assistendo a numerosi sbarchi sulle coste siciliane. Il “fenomeno migratorio” ci chiama alla solidarietà, a non chiudere il cuore dinanzi a questi fratelli e sorelle che, spinti da sogni e spesso illusi ed ingannati da veri e propri “trafficanti di uomini”, intraprendono un viaggio disperato verso una vita migliore (che spesso non trovano). Ognuno con il suo ruolo, abbiamo il dovere di rispondere a questo fenomeno. Chi ha il ruolo di Governo non può sottrarsi al compito di “governare” il fenomeno: regolamentando gli arrivi perché i fratelli e sorelle accolti possano realmente essere integrati e non buttati in mezzo alla strada a chiedere l’elemosina (o peggio schiavizzati sui marciapiedi o nei campi), come spesso ha ricordato Papa Francesco. L’Europa tutta è chiamata a farsi carico dell’accoglienza. Bisogna, inoltre, impegnarsi perché cessino nelle Terre di origine di questi fratelli e sorelle le condizioni di miseria spesso causate dalle “politiche coloniali” di quei paesi che, oltretutto, con più difficoltà si aprono alla prima accoglienza. Ad ognuno di noi compete, però, aprire realmente il cuore a questi fratelli e sorelle, non solo a parole o con begli slogan, ma concretamente per quanto si può con intelligenza e discernimento ( che sono doni dello Spirito. Se faremo così Vivremo la Vita Piena che il Signore ci ha pensato per noi e il mondo resterà affascinato dal nostro Maestro.
Fr. Marco

venerdì 16 luglio 2021

Ebbe compassione perché erano come pecore senza pastore

 «Radunerò io stesso il resto delle mie pecore da tutte le regioni dove le ho scacciate e le farò tornare ai loro pascoli; saranno feconde e si moltiplicheranno. Costituirò sopra di esse pastori che le faranno pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi; non ne mancherà neppure una.» (Ger 23,1-6)

«Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini.» (Ef 2,13-18)

«“Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”. … Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.» (Mc 6,30-34)

Questa domenica, XVI del tempo ordinario, la Parola di Dio ci mostra Gesù come il Pastore che si prende cura delle pecore sbandate, senza pastore, dei "vicini" e dei "lontani" (seconda lettura): che prova compassione sia per la stanchezza dei suoi, sia per le folle di cui nessuno si cura.

Nella prima lettura, il profeta Geremia riporta il rimprovero che Dio rivolge ai pastori che non si prendono cura del gregge loro affidato, ma che lo sfruttano e allontanano i più bisognosi. Il Signore promette la punizione dei pastori che fanno perire e disperdono il gregge; soprattutto, promette che Lui stesso si prenderà cura delle sue pecore e susciterà un Pastore che si prenderà cura e salverà il suo popolo. 

La pagina di Vangelo, ci mostra appunto il Pastore che si preoccupa per i suoi. Domenica scorsa ascoltavamo che Signore aveva inviato i Dodici ad annunciare (Mc 6, 7-13); ora essi tornano entusiasti, ma stanchi. Il Maestro ha compassione di loro e li invita a ritirarsi per recuperare le forze: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Il loro “ritiro”, però, non dura che il tempo della traversata del lago in cui sicuramente si saranno attardati a riposare e pescare (tanto che le folle li possono precedere a piedi sull’altra riva).

Appena sbarcati, infatti, scorgono una grande folla. Le pecore hanno riconosciuto la voce del Pastore e lo seguono. Gesù ha compassione di questa folla e dà loro ciò ci cui hanno veramente bisogno: la Parola prima ancora del pane (la moltiplicazione dei pani sarà raccontata nei versetti immediatamente successivi).

La Parola oggi, quindi, si rivolge in prima istanza ai pastori, collaboratori del Pastore, per esortarli a prendersi cura delle pecore loro affidate; si rivolge, però, anche alle “pecore”, a coloro i quali hanno riconosciuto la voce del Pastore e intendono seguirlo. Ad entrambi insegna uno “stile pastorale” fatto di tempi di attività, ma anche di tempi di riposo in cui vivere una maggiore intimità con il Pastore; ad entrambi insegna che ciò di cui c’è veramente bisogno, prima ancora del pane, è la Parola che dia senso e gusto alla vita; diversamente non ci sarà pane capace di saziare la “fame di vita” del popolo di Dio.

La Parola di oggi, inoltre, esorta tutti, pastori e pecore, alla “compassione”, ad avere “viscere di misericordia” per coloro i quali hanno perso il senso del vivere e, allontanati da tutti, brancolano alla ricerca della Vita e spesso incontrano il non senso e la morte.

Penso che valga la pena di sottolineare, infine, che nel Vangelo di questa domenica, stranamente, non è il Pastore ad andare in cerca delle “pecore smarrite”, ma sono queste ultime che, avendone riconosciuto la voce, vanno in cerca del Pastore. Ritengo questo particolare istruttivo per noi oggi. Quando ci smarriamo, siamo invitati anche noi a non restare in passiva attesa che il Pastore ci venga a cercare. Sicuramente il Pastore, che ci ama più di quanto noi possiamo immaginare, ci cerca; i pastori suoi collaboratori sicuramente non possono omettere la ricerca dei lontani; anche questi ultimi, tuttavia, sono invitati alla ricerca del Pastore che solo può saziare la loro fame e dare loro la pace di cui ci parla oggi san Paolo.

Fr. Marco

sabato 10 luglio 2021

Il Signore mi disse: Va’, profetizza al mio popolo!

 «Il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge. Il Signore mi disse: Va’, profetizza al mio popolo Israele». (Am 7,12-15)

«Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità …» (Ef 1,3-14)

«Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.» (Mc 6,7-13)

In questa XV domenica del Tempo Ordinario la Parola di Dio ci invita a riflettere sul nostro essere chiamati alla missione. Per il nostro battesimo, infatti, conformati a Cristo Re, Sacerdote e Profeta, siamo chiamati alla profezia, ad annunziare il Regno dei Cieli, per ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra. Una chiamata gratuita, che non abbiamo cercato né meritato, in cui è il Signore con la Sua liberalità ad avere l’iniziativa. A noi solo la responsabilità della risposta.

… mi prese, mi chiamò … Il Signore mi disse. Nella prima lettura ascoltiamo il profeta Amos che riconosce la gratuità della scelta del Signore. Così nel Vangelo: è il Signore che chiama e manda. È Lui che prende l’iniziativa ed è ancora il Signore che dona la grazia per compiere la missione.  La seconda lettura, inoltre, ci ricorda che tutti noi siamo stati scelti e chiamati ad essere santi e immacolati nella carità.

L’evangelista S. Marco nel capitolo 3 del suo Vangelo, aveva annotato che Gesù «chiamò a sé quelli che egli volle … perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni.» (Mc 3,13-15). Dopo avere descritto lo stare con Lui, nei capitoli che precedono la pericope odierna, questa Domenica l’evangelista ci racconta l’invio in missione. Una missione in cui i Dodici, capostipiti del Nuovo Israele, sono invitati a non fare affidamento sulle loro forze o su “sicurezze mondane”: possono prendere con se solo il bastone, simbolo del loro essere pellegrini e forestieri (Cfr 1Pt 2,11) che si affidano solo alla potenza di Colui che li invia e del Vangelo che annunciano.

Prese a mandarli a due a due. Fondamentale è rimanere nella comunione con il Maestro e quindi con i fratelli. Ecco perché il Signore li invia a due a due: perché lì dove due o tre sono riuniti nel Suo nome, Lui è in mezzo a loro (Mt 18,20) e perché solo se avranno amore l’uno per l’altro saranno riconoscibili come discepoli del Cristo (Cfr. Gv 13,35)

… proclamarono che la gente si convertisse … Prima ancora dello scacciare i demòni e dell’operare guarigioni, l’evangelista nota l’appello alla conversione, a lasciare, cioè, le proprie vie e la via del peccato, per accogliere il Vangelo. Convertirsi è ciò che altrove san Paolo descrive esortando «Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.» (Rm 12,2). È a partire da questo che è possibile entrare nella Signoria di Cristo ed essere guariti e liberati.

Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero … La missione, tuttavia, comporta anche il rischio del rifiuto. Coloro che vivono nella logica del mondo, asserviti alla ideologia dominante, mal sopportano l’annuncio della Parola. Ne fa l’esperienza Amos nella prima lettura, ma ne fanno esperienza anche i profeti di tutti i tempi. Dinanzi al rifiuto, il Maestro comanda agli apostoli un gesto profetico: «andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». È il gesto di chi prende le distanze, di chi non vuole mischiarsi con certe logiche e rimanda tutto al Giudizio divino (i passi paralleli citano la punizione di Sodoma e Gomorra).

Prendendo consapevolezza del fatto che siamo stati amati e chiamati fin da prima della creazione del mondo, uniamoci a S. Paolo nel benedire il Padre del Signore nostro Gesù Cristo e impariamo a corrispondere a tanto amore, rendendo la nostra testimonianza, lì dove il Signore ci ha voluti, confidando non sulle nostre capacità o su i mezzi che sapremo procurarci, ma sul Fatto che Colui che ci ha chiamati ed inviati non ci lascia soli e opera anche attraverso di noi.

Fr. Marco

sabato 3 luglio 2021

La forza si manifesta pienamente nella debolezza.


 «Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli d’Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me.» (Ez 2,2-5)

«Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». ( 2Cor 12,7-10)

​«“Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?”. Ed era per loro motivo di scandalo.» (Mc 6,1-6)

La Parola di questa XIV Domenica tratta ancora di fede e incredulità, di obbedienza e ribellione. La prima lettura, infatti, racconta della vocazione del profeta Ezechiele che viene inviato ad annunciare ad una razza di ribelli, che non vuole ascoltare la Parola di Dio. Nella pagina del Vangelo, i conterranei di Gesù si “scandalizzano” nel sentire la Parola di Dio annunciata dal falegname, il figlio di Maria, di cui conoscono tutta la parentela.

Non è costui il falegname …? Anche a noi può capitare di volere insegnare a Dio non solo “cosa” rivelare, ma anche “come” rivelarsi. Forse pensiamo che Dio per rivelarsi dovrebbe scegliere mezzi “alti”, “straordinari”: che parli solo attraverso i sacerdoti (meglio ancora se si presentano austeri, lontani dalla nostra quotidianità), o i veggenti; magari immaginiamo che adoperi un “linguaggio arcano”. Lo Spirito di profezia, invece, viene nel quotidiano, scende nella mia casa e nella casa del mio vicino, entra là dove la vita celebra la sua mite e solenne liturgia, la trasfigura da dentro. Il Dio onnipotente sceglie la via della debolezza per accostarsi a noi e farsi conoscere. Trovo che questo sia di conforto per noi tutti suoi discepoli chiamati alla testimonianza: ogniqualvolta facciamo esperienza della nostra debolezza, sperimentiamo la nostra insufficienza, siamo chiamati a ricordarci che Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti (1Cor 1,28) e che la forza si manifesta pienamente nella debolezza.

Ed era per loro motivo di scandalo. L'umanità di Gesù, la prossimità di Dio, scandalizza. È  proprio questa, però, la buona notizia del Vangelo: Dio ha un volto d'uomo, è venuto in mezzo a noi. Il Dio Amore annunziato e testimoniato da Gesù Cristo non è rimasto nell’impassibilità del Cielo, ma si è chinato sulle miserie dell’umanità: impariamo a riconoscerlo inginocchiato a terra con una brocca in mano e un asciugamano ai fianchi o piagato e crocifisso; impariamo a riconoscerlo nei piccoli e sofferenti: di loro Gesù ci ha detto che qualunque cosa avremmo fatto a uno solo dei suoi fratelli o delle sue sorelle più piccole, l'avremmo fatta a lui (cfr. Mt 25,40).

E si meravigliava della loro incredulità. Dinanzi al rifiuto dei compaesani, come dinanzi al nostro rifiuto, Gesù non si scandalizza. Si meraviglia, ma non si arrende. Il Dio che ordina a Ezechiele di annunciare ascoltino o non ascoltino, non rinuncia ad annunziare la Misericordia del Padre e l’avvento del Regno.

Concludendo il racconto della visita di Gesù a Nazareth, l’evangelista Marco annota: «Non vi poté operare nessun prodigio»; subito, però, aggiunge: «Solo impose le mani a pochi malati e li guarì». Il Dio rifiutato si fa ancora guarigione, anche di pochi, anche di uno solo. L'amante respinto continua ad amare anche pochi, anche uno solo. L'amore non è stanco: è solo stupito. Così è il nostro Dio: non nutre mai rancori, continua a manifestare il Suo Amore che chiede solo di essere corrisposto. Se solo sapremo abbandonarci alla Sua Grazia, il Signore non tarderà a manifestare la Sua potenza salvifica.

Fr. Marco

venerdì 25 giugno 2021

Dio non gode per la rovina dei viventi. Abbi fede!

«Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi.» (Sap 1,13-15; 2,23-24)

​«Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà.» (2Cor 8,7.9.13-15)

«“Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male”. Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: “Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?”. Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: “Non temere, soltanto abbi fede!”». (Mc 5,21-43)

La Parola di Dio di questa domenica, tredicesima del Tempo Ordinario, riprende l’invito a non lasciarci paralizzare dalla paura, ma a vincere la paura con la fede: Non temere, soltanto abbi fede!  Quando tutto è perduto, quando nessuno può più aiutarti, non lasciarti prendere dalla paura, ma abbi fede.

Già nella prima lettura, infatti, la Parola di oggi ci ricorda che Dio non è venuto per la morte o per la rovina, ma per la Vita di coloro che ha creato e amato fin dall’eternità. Il nostro Dio è il Signore che ha dato tutto se stesso per noi, che da ricco che era, si è fatto povero per noi, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà (II lettura).

Ecco perché ci invita a credere, a fidarci, anche quando l’ultima speranza sembra perduta. Nel Vangelo leggiamo di una donna che nessuno può curare e di una bambina ormai morta. Di fronte a queste situazioni in cui l’uomo sperimenta la propria impotenza, Gesù esorta al coraggio della fede. La donna emorroissa è invitata a prendere posizione, a uscire dall’anonimato testimoniando la propria fede. Il padre della bambina, ormai morta, è esortato a continuare a credere.

La pagina evangelica di oggi, inoltre, ci mette in guardia da due cose che possono impedirci di credere: la paura e il “non prendere sul serio” il Signore. Entrambe hanno origine nel porre se stessi come misura del possibile.

Nel primo caso, la nostra fede è minacciata dalla paura del nostro limite e della nostra indegnità: pensiamo che se noi non possiamo fare niente, se noi non possiamo perdonarci, nessuno lo possa fare. La donna emorroissa sa di essere “impura” ed ha paura di presentarsi dinanzi a Gesù. Il Maestro la deve chiamare a farsi coraggio perché possa ricevere, oltre alla guarigione, anche la salvezza. I servitori di Giairo ritengono ormai inutile “disturbare il Maestro”.

Nel secondo caso, confidando eccessivamente sulla nostra ragione, siamo tentati di ritenere stoltezza ciò che non comprendiamo: i discepoli non capiscono come Gesù possa domandare, in mezzo ad una folla che lo stringe, «Chi mi ha toccato?»; i presenti nella casa di Giairo deridono Gesù che afferma: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme».

Come i protagonisti del Vangelo di oggi, anche noi siamo invitati ad avere Fede, a credere, e quindi a prendere sul serio Gesù; non lasciamo che la grande confidenza che ci accorda ci faccia dimenticare che Lui è il Signore e il Maestro. Siamo invitati a fidarci di Lui più che di noi. Se faremo così, se davvero crederemo al Suo amore onnipotente e provvidente, allora anche noi, liberi dalla paura e dalla morte, potremo aprirci alla Vita vera che si sperimenta nel donare con gioia e generosità (II lettura).

Fr. Marco

venerdì 18 giugno 2021

L'amore di Cristo ci possiede. Perché avete paura?

 

«Il Signore prese a dire a Giobbe in mezzo all’uragano: “Chi ha chiuso tra due porte il mare …?”» (Gb 38,1.8-11)

«Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro.» (2Cor 5,14-17)

«Allora lo svegliarono e gli dissero: “Maestro, non t’importa che siamo perduti?”. … “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”». (Mc 4,35-41)

In questa XII domenica TO la Parola di Dio ci presenta il contrasto tra la paura per la propria vita e la Fiducia che lascia che Dio sia Dio.

Nella prima lettura abbiamo ascoltato parte della risposta di Dio a Giobbe che gli chiede conto del perché delle sue sofferenze. In sostanza il Signore gli risponde: «Io sono il Signore che ha creato e ordinato il mondo, tu sei una creatura. Lascia che io sia Dio!».

Maestro, non t’importa che siamo perduti? Nella pagina evangelica, riportando il miracolo della tempesta sedata, l’evangelista Marco si rivolge probabilmente in prima istanza alla sua comunità che soffre la persecuzione e che comincia a chiedersi perché il Signore la permetta, perché non distrugga i persecutori.

Anche noi, ogni tanto, abbiamo la tentazione di volere insegnare a Dio ciò che deve fare, di chiedergli conto del perché soffriamo. Anche noi, ogni tanto, come i discepoli chiediamo «non t’importa che siamo perduti?». Oggi anche a noi Gesù risponde: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».

Il brano evangelico si chiude sull’interrogativo riguardo l’identità di Gesù, un interrogativo rivolto anche a noi: «Chi è dunque costui …?» È il Signore, Colui per cui viviamo? (vedi II lettura) O è al nostro servizio e deve fare ciò che gli chiediamo noi?

Ci fidiamo di Gesù? Se è così, ciò che deve importarci è la consapevolezza di appartenergli, la consapevolezza che avvenga la sua volontà. Gesù ci ha insegnato a pregare così: «Venga il tuo Regno, sia fatta la tua volontà …».

Lasciamoci guidare da Gesù: anche se dovremo attraversare la tempesta, se dovremo salire con Lui sulla croce della sofferenza per amore … anche quando tutto sembrerà perduto (“le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena”), Egli ci condurrà ad una Vita piena ed Eterna che solo Lui può darci (a Giobbe, alla fine del racconto, viene restituito moltiplicato tutto quanto aveva perso). Se, invece, cercheremo scappatoie e scorciatoie, allora sì rischieremo di perderci, di non giungere mai al Porto.

Ravviviamo, allora, la nostra fiducia: «l’amore del Cristo ci possiede»; siamo nelle Sue mani, non lasciamoci condizionare dalla paura.

Fr. Marco

sabato 12 giugno 2021

Un ramoscello io prenderò dalla cima del cedro e lo pianterò

 


«Così dice il Signore Dio: «Un ramoscello io prenderò dalla cima del cedro, dalle punte dei suoi rami lo coglierò e lo pianterò sopra un monte alto, imponente;lo pianterò sul monte alto d’Israele. Metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico.» (Ez 17,22-24)


«… siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore. Perciò, sia abitando nel corpo sia andando in esilio, ci sforziamo di essere a lui graditi.» (2Cor 5,6-10)

«Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura» (Mc 4,26-34)

​In questa XI domenica del TO la Parola di Dio ci esorta alla fiducia e alla Speranza: è il Signore che opera; a noi è chiesto solo di fidarci di Lui e di non porre impedimenti.
Il Vangelo di oggi, infatti, ci invita a guardare alla realtà contemporanea con gli occhi profetici del contadino della parabola: lui lavora, prepara il terreno e getta il seme, ma non vede immediatamente i frutti; sa di dovere aspettare con pazienza; sa di avere fatto la sua parte, ma che il frutto non dipende da lui.
Anche noi siamo invitati quest’oggi a fare quanto è in nostro potere, a preparare “il terreno del nostro cuore” ad accogliere la Parola del Signore, il Suo Corpo e il Suo Sangue. Siamo invitati lavorare quotidianamente nel mondo per trasformarlo nella “vigna del Signore”. Siamo invitati a fare tutto “quanto dovevamo fare” (Cfr. Lc 17,10) anche se sul momento, magari, non vedremo frutti.
Sarà Lui, il Signore, se glielo permettiamo e non poniamo impedimenti, a portare frutto nella nostra vita, a condurci alla Vita Piena, Eterna e realizzata che Egli da sempre ha pensato per noi. Se lasciamo operare il Signore in noi e realizziamo la nostra vocazione alla santità per la strada che Egli ha pensato per noi, qualunque essa sia, allora anche il mondo, arricchito dai frutti che il Signore saprà produrre in noi, diventerà sempre più quel Regno di Dio che è “già e non ancora”.
Ciò che il Signore ci chiede, la nostra responsabilità, quindi, è di lasciarci guidare e di seguire Lui anche quando il “mondo” e il nostro stesso “corpo” (l’uomo “vecchio”, “carnale”, secondo il linguaggio paolino della II lettura) ci tirano in un’altra direzione.
Lasciamoci guidare con fiducia. Alimentiamo in noi la Speranza anche quando l’attesa ci tenta allo sconforto. Non spaventiamoci se gli inizi saranno quasi insignificanti: l’albero inizia con un ramoscello e i frutti con un germoglio.
Ma non dubitiamo: arriva “la mietitura” in cui si vedranno i frutti che avremo permesso al Signore di produrre in noi. In quel giorno riceverà ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male (II lettura).
Fr. Marco