sabato 9 novembre 2019

Il Re dell'universo ci risusciterà a vita nuova ed eterna


«Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re dell’universo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna». (2Mac 7,1-2. 9-14)

«Fratelli, lo stesso Signore nostro Gesù Cristo e Dio, Padre nostro, che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene.» (2Ts 2,16 – 3,5)

​«… quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, … sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui.» (Lc 20,27-38)

​Questa domenica, XXXII del tempo ordinario, avvicinandosi la conclusione dell’anno liturgico, la Parola di Dio ci invita a pensare alle “cose ultime”. Oggi ci mette dinanzi la realtà della resurrezione dei corpi per la vita eterna alla fine dei tempi.
«Aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà.» Così diciamo professando la nostra fede. Noi lo proclamiamo, ma siamo consapevoli che è difficile vivere esistenzialmente questa fede, perché la nostra cultura scientista e razionalista ci dice che è impossibile la resurrezione della carne.
L’uomo, quindi, è diviso tra il desiderio di “ulteriorità” che sente nel suo intimo (“non può finire tutto qui”) e l’impossibilità scientifica della resurrezione. Per questo si rifugia in credenze di matrice orientali che, però, gli fanno perdere il senso della sua individualità; o vive ancorato a questo mondo tutto in tensione verso una sorta di “vita futura” nella memoria dei suoi discendenti a cui lasciare le proprietà accumulate.
È quest’ultima la logica  che sta a fondamento della legge del levirato richiamata dai Sadducei nel Vangelo. Provocato dai Sadducei, Gesù dice una parola autorevole sul tema della resurrezione. I Sadducei, difensori della legge del levirato, forse vedono in esso un mezzo per continuare ad avere proprietà e un ruolo di rilievo nella società; forse sono anche influenzati dall’antropologia dualistica dell’ellenismo che vede nel corpo la prigione dell’anima e la radice di ogni male (quanto questa antropologia, estranea alla Rivelazione, ha influenzato anche il nostro modo di pensare!) e aspirano alla liberazione dell’anima dal corpo. Per questo motivo vedono come impensabile la risurrezione dei corpi.
Quale che sia la loro motivazione, la loro argomentazione, però, pur rifacendosi alla legge mosaica del levirato, mostra una concezione errata sia della vita futura, sia della donna e del matrimonio. La donna, infatti, è vista come una proprietà che tutti e sette i fratelli del racconto hanno il diritto di rivendicare. Non a caso, nel parallelo di Marco, Gesù li rimprovera: «Siete in grande errore!» (Mc 12, 27). Nella sua risposta il Maestro non si concentra tanto sul “come”, ma attesta la realtà della resurrezione rifacendosi anche Lui alla tradizione mosaica: il modo in cui Dio si presenta a Mosè: «il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe». Al tempo della rivelazione a Mosè, Abramo, Isacco e Giacobbe erano ormai morti da generazioni. Se questi patriarchi con la loro morte avessero cessato di esistere, allora Dio sarebbe un Dio dei morti, degli inesistenti, e quindi morto/inesistente egli stesso. Dio, invece «non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».
Anche i fratelli di cui ci narra la prima lettura mostrano di avere questa fede ed è essa a dare loro la forza di rimanere fedeli a Dio anche nella persecuzione.

Certamente il “come” della resurrezione resta un mistero. Gesù si limita a dire che saremo come angeli. L’appellativo di “figli di Dio” mi ricorda la prima lettera di Giovanni nella quale si dice: «Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato» (1Gv 3,2). Non sappiamo come avverrà la resurrezione della carne e come sarà questa carne; sappiamo, però, che Gesù è risorto come primizia e possiamo quindi intuire, contemplando Lui risorto, che il corpo della resurrezione sarà un “corpo glorioso”, spirituale, capace di entrare a porte chiuse eppure tangibile. Sarà il “nostro” corpo pur non essendo “questo” corpo soggetto alla corruzione.
Confortati da questa fede, viviamo la vita tenendo lo sguardo fisso alle realtà ultime.

Fr. Marco

sabato 2 novembre 2019

Sia glorificato il nome del Signore nostro Gesù in voi


«Hai compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento … tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano e li ammonisci ricordando loro in che cosa hanno peccato, perché, messa da parte ogni malizia, credano in te, Signore.» (Sap 11, 22 – 12, 2)

«… il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata e, con la sua potenza, porti a compimento ogni proposito di bene e l’opera della vostra fede, perché sia glorificato il nome del Signore nostro Gesù in voi, e voi in lui, secondo la grazia del nostro Dio e del Signore Gesù Cristo.» (2Ts 1, 11 – 2, 2)

​« “Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. … “Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto”». (Lc 19, 1-10)

Ritengo che il tema della Parola di Dio di questa XXXI domenica del Tempo Ordinario possa essere ben sintetizzato da questo versetto della seconda lettura: «sia glorificato il nome del Signore nostro Gesù in voi, e voi in lui». Glorificare Dio, infatti, significa riconoscere e proclamare la Sua gloria, ma anche vivere in modo che la Sua gloria sia visibile: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.» (Mt 5,16).
Se la nostra vita sarà una vita bella, “Piena”, secondo la volontà di Dio, una vita in cui la condivisione fraterna risplende nelle opere, allora sarà una vita che rende gloria al Padre che ne è l’autore. Per contro, una vita in cui si idolatrano i beni della terra, in cui si vive come se Dio non esistesse, in cui l’egoismo è la regola di vita, una vita in cui non si cerca la gloria di Dio, ma la vana-gloria propria, non rende gloria e si rivela essere una vita infelice in cui gli uomini corrono sempre alla ricerca di una pienezza che non possono raggiungere.
La pagina evangelica di questa domenica, con il racconto della “chiamata” di Zaccheo, ci mostra il miracolo della conversione dalla vana-gloria alla gloria di Dio. Zaccheo, infatti, è presentato come il capo dei pubblicani nella commerciale città di Gerico. È quindi un uomo ricco e potente che probabilmente non si è fatto molti scrupoli per raggiungere la sua posizione. L’evangelista lo descrive «pubblicano e ricco … piccolo di statura». È un peccatore pubblico, un uomo piccolo forse anche di statura morale, che ha un “orizzonte ristretto”: si accontenta di ciò che riesce ad arraffare in questa vita terrena. Tuttavia Zaccheo appare anche come un uomo inquieto, alla ricerca di qualcosa che gli manca: probabilmente ha sentito parlare di Gesù, di questo Maestro che parla con autorità, e vuole vederlo. Sembrerebbe, quindi, che sia Zaccheo a cercare Gesù ma, quando giunge sotto l’albero su cui Zaccheo si è arrampicato, lo sguardo di Gesù, rivela una ricerca che precede quella di Zaccheo: «Scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Sembra quasi che Gesù avesse appuntamento con lui. In quest’incontro di sguardi che si cercano (che i “benpensanti” non mancano di criticare) avviene il miracolo: Zaccheo è capace di cambiare orientamento alla sua vita. Non agisce più per vanagloria. Quando sente che a causa sua il Maestro è criticato, non si difende dall’accusa di essere un peccatore, ma “difende” Gesù, mostrando il cambiamento frutto della presenza del Signore. Un cambiamento che si manifesta in opere concrete che rendono gloria a Dio: riconosce il valore della condivisione (“do la metà di ciò che possiedo ai poveri”), e rimedia ai peccati commessi (“se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto”).
Accogliamo anche noi l’invito del Signore che ha pazienza con la nostra miseria (I lettura) e viene in cerca di coloro che si sono rovinati la vita per restituire loro una vita Bella, Piena, che renda gloria al Padre.
Fr. Marco.

giovedì 31 ottobre 2019

Quale grande amore ci ha dato il Padre, siamo realmente figli di Dio!


«Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce:“La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello”». (Ap 7,2-4.9-14)


«Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui.» (1Gv 3,1-3)

«Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». (Mt 5,1-12)

Con la solennità odierna la Chiesa celebra tutti i santi, anche quelli “anonimi”, non canonizzati, e ci ricorda che tutti siamo chiamati alla santità.
Penso che sia il caso, allora, di chiedersi cosa significhi essere santo. Fare miracoli? Leggere le coscienze? Avere il dono della bilocazione? … No! Queste sono solo manifestazioni visibili, doni che il Signore può concedere per il bene della Chiesa. Essere santo significa principalmente e fondamentalmente vivere il proprio Battesimo, fare giungere a pienezza quella conformità a Cristo che ci è stata donata, cioè vivere la Fede, la Speranza e la Carità.
Vivere la Fede non significa credere che Dio esiste: questo lo credono anche i filosofi e lo sanno anche i demòni. Avere la Fede, vivere la Fede ricevuta nel nostro Battesimo, significa credere che Dio è il Padre che ci ama dall’eternità; che Gesù Cristo, Figlio eterno del Padre, si è fatto uomo ed è morto in croce per la nostra giustificazione ed è risorto per la nostra salvezza; che lo Spirito Santo, uno con il Padre e il Figlio, è stato effuso nei nostri cuori e ci guida alla Vita eterna. Avere Fede significa fidarsi del Signore e riconoscere la Sua Signoria nella nostra vita.
La Speranza virtù teologale che abbiamo ricevuto nel Battesimo non ha niente a che fare con la “speranza incerta” di chi “spera” di vincere il super enalotto, una speranza di cui giustamente il proverbio dice «chi di speranza vive, disperato muore». La Speranza cristiana è “Speranza Certa”, come direbbe S. Francesco: è la consapevolezza, fondata sulla Fede che il Padre ci ha salvati, ci ha destinati alla Vita eterna e ad essa ci conduce se noi ci lasciamo guidare. Come dice S. Giovanni nella seconda lettura di oggi: «noi fin d’ora sappiamo di essere Figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato …»
Vivere la Carità, infine, ha ben poco a che fare con l’elemosina fatta dando il nostro superfluo perché il “fratello bisognoso” smetta di importunarci. La Carità è l’amore stesso di Dio che arde nei nostri cuori e che ci spinge ad Amare Dio e i fratelli più di noi stessi. È la capacità di amare gratuitamente, di donare amore anche quando non siamo contraccambiati.
Solo vivendo quella conformità a Cristo ricevuta nel Battesimo, cioè  vivendo la Fede, la Speranza e la Carità, sperimenteremo quella Vita pienamente realizzata che il Padre ha pensato per noi. Solo così riusciremo a vivere le Beatitudini, che oggi ci vengono riproposte: potremo essere realmente “poveri in spirito” perché sapremo che la nostra vita non dipende da ciò che possediamo, ma è nelle mani di un Padre che si prende cura di noi. Potremo essere misericordiosi perché avremo fatto esperienza della misericordia del Padre che nel suo Figlio ci ha liberati dai peccati … ecc.
Come si fa ad avere la Fede, la Speranza e la Carità? È questione di “impegnarsi”? No! Come Papa Francesco ci ha ricordato, per essere santi è importante lasciare operare Dio nella nostra vita, abbandonarsi a Lui: «Cercare il Signore, custodire la sua Parola, cercare di rispondere ad essa con la propria vita, crescere nelle virtù, questo rende forti i cuori dei giovani. Per questo occorre mantenere la “connessione” con Gesù, essere “in linea” con Lui, perché non crescerai nella felicità e nella santità solo con le tue forze e la tua mente» (Christus Vivit n. 158)
 È Gesù che ci ha conformati a sé e che ci ha donato Fede, Speranza e Carità. Sono dono gratuito di Dio che ci è stato consegnato al momento del Battesimo: ogni battezzato ha in se il seme della Fede che produce i frutti della Speranza e della Carità. Un dono che ci chiama a responsabilità: se ci regalano una pianta che fa fiori meravigliosi, ma noi non la concimiamo, non la innaffiamo, non togliamo le erbacce e magari la teniamo al buio in un angolo nascosto della nostra casa, è forse colpa della pianta se non potrà fare fiori? Così è della nostra Fede: il Padre ce la dona con il Suo Spirito al momento del Battesimo; sta a noi però coltivarla, nutrirla, purificarla. Il Padre ce ne dà pure l’occasione con i Sacramenti. Nutriamo allora la nostra Fede, procuriamo di farla crescere e vedremo nascere nella nostra vita i frutti della Speranza e della Carità. Diventeremo così realmente ciò che siamo chiamati ad essere: santi che con la loro vita saranno capaci di testimoniare al mondo la Bellezza di Dio perché il mondo possa trasformarsi ogni giorno di più nel Regno di Dio.
Il Signore ce lo conceda anche per l’intercessione dei suoi santi che contemplano già la Sua Gloria. Auguri di santità.

Fr. Marco

sabato 26 ottobre 2019

«O Dio, abbi pietà di me peccatore»

«Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone. Non è parziale a danno del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano, né la vedova, quando si sfoga nel lamento.» (Sir. 35, 15-17.20-22)

«Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone.» (2Tm 4, 6-8.16-18)

«Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: … Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato» (Lc 18, 9-14)

Questa domenica, XXX del Tempo Ordinario, il Maestro continua ad istruirci sulla Preghiera. Domenica scorsa ci aveva istruito sulla necessità di pregare sempre, oggi ci presenta una caratteristica fondamentale della preghiera: l’umiltà, lo “stare al nostro posto” davanti a Dio e a i fratelli.
La prima cosa che ritengo sia il caso di chiarire è che l’umiltà è una virtù particolare: come e più delle altre virtù, va vissuta come una tensione costante. Chi affermasse di “avere raggiunto l’umiltà”, sostanzialmente “vantandosi di essere umile” (anche solo dinanzi a se stesso),  dimostrerebbe il contrario. Umile è colui che riconosce la Signoria di Dio nella sua vita e si sottomette al Suo giudizio riconoscendo la propria povertà (I lettura). Ciò non lo esime dal fare tutto quanto deve fare, ma ha sempre la consapevolezza che è il Signore a dargli la grazia e la forza di compiere il suo dovere (II lettura).

«… per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri» Nell’accostarci al Vangelo dobbiamo subito fare attenzione alla motivazione per cui il Maestro dice la parabola. Gesù non intende condannare le opere di giustizia del fariseo, né tanto meno approva i peccati del pubblicano. Ciò che rispettivamente è condannato e approvato è il modo di porsi dinanzi a Dio: è errato quello del fariseo e corretto quello del pubblicano.
«Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé». Il vangelo sottolinea che il fariseo sta in piedi, nell’atteggiamento esteriore di chi è eretto e fiero; sale sul piedistallo della sua “giustizia” e da lì condanna i fratelli e si compiace della sua “perfezione”: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano … ». Il fariseo, ancora, “prega tra sé”. Apparentemente si rivolge al Signore, ma la sua “preghiera” è tutta ripiegata su di sé, sull’autoglorificazione: presenta al Signore i suoi meriti sottolineando il suo essere migliore degli altri. Non cerca la giustizia salvifica del Giusto Giudice perché si è già giudicato e salvato da solo. In sostanza, afferma che Dio gli è debitore della giusta ricompensa per le sue opere. Il fariseo non ha bisogno di Dio.
«Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto». L’atteggiamento esteriore è totalmente diverso: non c’è fierezza, ma consapevolezza della propria indegnità. Si batte il petto, sede del cuore, perché consapevole che il suo cuore è malato, incapace di amare Dio e i fratelli. La sua preghiera, inoltre, pur se “non osa alzare gli occhi al cielo”, è tutta rivolta al Giusto Giudice al quale chiede pietà. Sappiamo che solo quest’ultimo torna a casa giustificato.
Penso sia importante notare che, al contrario del fariseo, il pubblicano non si paragona agli altri uomini, ma si pone al cospetto di Dio. Questo è fondamentale per coltivare l’umiltà: finché il mio confronto saranno i fratelli e le sorelle con le loro debolezze e miserie, il mio cuore malato potrà sempre trovare qualcuno “peggiore” di me che mi faccia sentire “a posto”. Il nostro metro di misura, colui col quale siamo chiamati a confrontarci, allora, non siano i fratelli e sorelle verso i quali dobbiamo avere misericordia, ma il nostro Maestro Gesù che ci ha mostrato l’Uomo secondo il progetto del Padre e ci ha conformati a Lui nel Battesimo.
A questo punto sarebbe facile (e comodo) cadere nella tentazione di identificarci con il pubblicano salvato e magari cadere nell’errore di “disprezzare” i farisei di tutti i tempi. Come ci ricorda P. Raniero Cantalamessa, «Pochissimi (forse nessuno) sono o sempre dalla parte del fariseo, o sempre dalla parte del pubblicano, cioè giusti in tutto o peccatori in tutto. I più abbiamo un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. La cosa peggiore sarebbe comportarci come il pubblicano nella vita e come il fariseo nel tempio. I pubblicani erano dei peccatori, uomini senza scrupoli che mettevano il denaro e gli affari al di sopra di tutto; i farisei, al contrario, erano, nella vita pratica, molto austeri e osservanti della Legge. Noi somigliamo, dunque, al pubblicano nella vita e al fariseo nel tempio, se, come il pubblicano, siamo dei peccatori e, come il fariseo, ci crediamo giusti.».
Fr. Marco

sabato 19 ottobre 2019

Il mio aiuto viene dal Signore.


«Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amalèk» (Es 17, 8-13)

«Figlio mio, tu rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente.» (2Tm 3,14 – 4,2)

«… Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». (Lc 18, 1-8)

In questa XXIX domenica del tempo ordinario, il vangelo, già dal primo versetto, ci presenta quale insegnamento Gesù vuole darci: la necessità di pregare sempre senza stancarci. Solo con la preghiera, infatti, possiamo trovare la vittoria contro il nostro “avversario”, il “nemico” dei figli di Dio: Satana (che in ebraico indica proprio il nemico, l’avversario), il diavolo (colui che divide) che vuole allontanarci dalla Vita vera. Solo nella preghiera, ancora, possiamo ottenere ciò di cui abbiamo bisogno.
«il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». In questo mio breve commento voglio partire proprio da questa domanda con cui si conclude la pagina evangelica. Per pregare sempre senza stancarsi, infatti, è necessario mantenere desta la fede. Per contro, stancarsi di pregare significa non avere più fede/fiducia, convincersi che la nostra preghiera è inutile, che Dio non ci ascolta e che “dobbiamo salvarci da soli”.
La preghiera autentica si alimenta di fiducia, è l’espressione di un cuore di figlio che si fida del Padre e confida in Lui dal quale si sa amato. Così S. Giovanni Crisostomo parla della preghiera: «La preghiera, o dialogo con Dio, è un bene sommo. È, infatti, una comunione intima con Dio. Come gli occhi del corpo vedendo la luce ne sono rischiarati, così anche l’anima che è tesa verso Dio viene illuminata dalla luce ineffabile della preghiera. Deve essere, però, una preghiera non fatta per abitudine, ma che proceda dal cuore. Non deve essere circoscritta a determinati tempi od ore, ma fiorire continuamente, notte e giorno.»
La preghiera, allora, è un dialogo con Dio, ma non è “questione di parole”. «Quando pregate, non sprecate parole come i pagani,  i quali credono di venire ascoltati a forza di parole». Così ci ammonisce Gesù nel vangelo di Matteo. La preghiera non è una “formula magica” con la quale convinciamo Dio a darci ciò che vogliamo. Chi prega in questa maniera dimostra di non avere fede in Dio: non sa (o almeno non ci crede veramente) che Dio è il Padre che conosce e vuole darci ciò che è buono per noi.
L’evangelista Luca è quello che più degli altri tratta della preghiera e specialmente della preghiera di Gesù. Il Maestro è spesso presentato in preghiera, ma non certo per chiedere “cose”. La preghiera di Gesù è mettersi alla presenza del Padre, sperimentare la comunione con Lui per potere sempre meglio compiere la Sua volontà. Questo il Maestro ci ha insegnato consegnandoci il modello di ogni preghiera, il Padre Nostro, nel quale ci insegna a chiedere “Sia fatta la Tua volontà”. Questo è il modo in cui gli evangelisti ci presentano Gesù in preghiera al Getsemani, nel momento della sofferenza: «Passi da me questo calice, ma sia fatta la Tua e non la mia volontà».
Essendo dialogo, la preghiera ci mette in comunione con Dio, ci illumina, ci fa comprendere ciò che Dio vuole da noi. Ecco l’esigenza del pregare sempre: la preghiera non serve a convincere Dio a darci ciò che vogliamo, ma a rimanere in comunione d’amore con Lui, a comprendere quale progetto d’amore Dio ha per noi e ad avere la forza per realizzarlo anche quando passa per la “croce”. Le formule che i santi e la Chiesa ci hanno consegnato, i luoghi e i tempi particolarmente consacrati al dialogo con Dio, sono tutte cose buone nella misura in cui non spengono, ma ravvivano e “incanalano”, la spontaneità del cuore che si affida al Padre e confida in Lui.
L’esortazione a pregare sempre senza stancarsi, ha influenzato molto la spiritualità cristiana ed ha prodotto, nella spiritualità ortodossa, la “preghiera del cuore”, o “preghiera di Gesù” di cui si tratta anche nella Filocalia e che è stata largamente diffusa dei Racconti di un Pellegrino Russo. Si tratta della ripetizione, collegata al respiro ed ai battiti del cuore, della preghiera pronunciata nel vangelo dal cieco di Gerico (che l’evangelista Luca riporta più avanti nello stesso capitolo 18): «Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Una preghiera quindi, volta a mettersi dinanzi a Gesù, il nostro Signore, nell’atteggiamento di chi non chiede qualcosa di particolare, ma tutto si aspetta da Dio di cui riconosce la maestà. Penso possa essere annoverata in questo genere di preghiera anche quella fatta da Francesco durante le lunghe notti di veglia: «Chi se’ tu, o dolcissimo Iddio mio? Che sono io, vilissimo vermine e disutile servo tuo?» (FF 1915).
Accogliamo l’insegnamento del Vangelo e, con Fiducia, viviamo la comunione con Dio per potere compiere la Sua Volontà.
Fr. Marco.

sabato 12 ottobre 2019

In ogni cosa rendete grazie ..


«Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele …» (2Re 5,14-17)

« … se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà» (2Tm  2, 8-13)

«Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?» (Lc 17, 11-19)

Questa domenica, XXVIII del tempo ordinario, la Parola di Dio ci mette dinanzi l’importanza della relazione con il Datore di ogni Bene in un percorso che va dalla guarigione al riconoscimento e alla riconoscenza.
Nella prima lettura e nel vangelo, infatti, assistiamo a due guarigioni miracolose. La lebbra è una malattia fortemente simbolica della condizione del peccatore: il lebbroso, come il peccatore, sperimenta la morte e il disfacimento. È questo che il peccato compie in noi: ci allontana dalla fonte della vita facendoci sperimentare la morte in una vita che ha perso il suo senso.
Penso sia da sottolineare in questi due racconti di guarigione che in entrambi è richiesto un rapporto di personale fiducia in colui che compie la guarigione. Una fiducia che chiede di lasciare da parte le nostre precomprensioni e attese: a Naaman il Siro, che si aspettava complicati rituali “magici”, Eliseo, senza neanche incontrarlo (Cf. 2Re 5,10), manda a dire semplicemente di bagnarsi nel Giordano; ai dieci lebbrosi Gesù chiede di presentarsi ai sacerdoti che avrebbero dovuto verificare una guarigione che, al momento in cui li invia, non è ancora avvenuta. Soltanto in questo rapporto personale di fiducia può avvenire il miracolo.
Il miracolo, infatti, ha senso come Segno: indica l’identità di colui che lo compie. Per questo Naaman guarito proclama l’unicità di Dio e il lebbroso si prostra dinanzi a Gesù: hanno saputo comprendere il segno e per loro la guarigione diventa salvezza.
È ancora nell’ambito del rapporto personale e del riconoscimento del segno che trova posto il ringraziamento. Ringraziare, infatti ci pone nel giusto rapporto con il datore del dono e con il dono stesso. Ringraziando mi riconosco debitore nei confronti del datore del dono, riconosco che il dono non mi è dovuto, ma è una grazia, un regalo, che mi è stato fatto. In tal  modo, inoltre, sarò capace di riconoscere il dono come segno dell’amore del donatore e ne avrò la giusta considerazione.
Non è da passare sotto silenzio, poi, il fatto che l’unico lebbroso che torna ringraziare Gesù sia un Samaritano, uno scismatico. È da supporre che gli altri nove fossero Israeliti, appartenenti al popolo eletto. Forse i nove Israeliti davano per scontata la guarigione, pensavano fosse loro dovuta? Non lo sappiamo, ma sappiamo che mentre tutti e dieci sono stati “purificati”, solo al Samaritano Gesù parla di salvezza.
Ecco allora che fiducia e gratitudine vengono presentati come l’antidoto alla lebbra del peccato. Il peccato, infatti, è non volere accettare il giusto rapporto con Dio, non riconoscere i Suoi infiniti doni di grazia come segni del Suo amore, ma considerarli come dovuti; assolutizzarli come capaci di darci la vita e metterli al posto del donatore.
Accogliamo l’invito della Parola e impariamo a dire grazie a Dio per tutti i suoi doni. Un “grazie” non forzato, ma di cuore e che si manifesti soprattutto nel tenere in giusto conto i doni di Dio usandoli per darGli gloria.
Fr. Marco

sabato 5 ottobre 2019

Il giusto vivrà per la sua fede


«Scrivi la visione … È una visione che  attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà. Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede». (Ab 1,2-3;2,2-4)

« … Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, … » (2Tm 1,6-8.13-14)

​«Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe. … quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”». (Lc 17,5-10)

​Nella XXVII domenica del tempo ordinario, la Parola di Dio ci fa invocare insieme agli apostoli: «Accresci in noi la fede!». Basta guardare un telegiornale, infatti, per rimanere sgomenti dinanzi la violenza e l’iniquità del mondo. È l’esperienza fatta dal profeta Abacuc nella I lettura. A lui e a noi il Signore risponde che tutto ciò avrà un termine. La violenza, l’iniquità e la follia del mondo non hanno l’ultima parola: «soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede».
Oggi il Signore ci invita, quindi, a fidarci e a Sperare. La Fede, infatti, non può essere vissuta separata dalla Speranza che si fonda sull’ascolto della Parola.
Il giusto vivrà per la sua fede. Siamo chiamati a fidarci, a non indurire il nostro cuore, ad ascoltare la sua Parola con un ascolto attivo e operoso. Non possiamo, infatti, limitarci a professare delle “verità teoriche”. Vivere per la Fede, significa vivere conseguentemente a ciò che crediamo. È a questo che ci esorta s. Paolo nella seconda lettura scrivendo a Timoteo: rinnoviamo il dono della fede che abbiamo ricevuto con il nostro Battesimo, non vergogniamoci di testimoniare Cristo, non conformiamoci al mondo. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza.
Facciamo attenzione, però, a non cadere nell’errore di comportarci come “salariati” e non come figli, di credere di “fare qualcosa per Dio”, di “accumulare meriti” dinanzi a Lui, di rendendolo “nostro debitore”. Anche questo, infatti, sarebbe sintomo della nostra mancanza di fede: significherebbe che pensiamo di doverci “guadagnare” la salvezza  e, quindi, che non conosciamo il Padre che esaudisce le preghiere del suo popolo al di là di ogni desiderio e di ogni merito e aggiunge ciò che la preghiera non osa sperare (preghiera colletta).
“Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” Per aiutarci a non cadere in questo errore, Gesù ci esorta oggi a riconoscerci “servi inutili”, che fanno ciò che devono fare senza aspettarsi niente in cambio. Guardiamoci dalla mentalità mercantile del “io faccio perché tu mi dia”. Assumiamo la mentalità dei figli che, animati dalla Carità, dall’Amore per il Padre e per i fratelli, non chiedono altro che di servire per compiacere il Padre.
Le tre Virtù Teologali, quindi, Fede, Speranza e Carità, ricevute nel Battesimo, che ci conformano a Cristo, il solo giusto, inscindibili, che possono essere possedute e vissute solo insieme.
È grazie alla Fede, infine, che potremo convertirci, che potremo cambiare mentalità, luogo a cui attingiamo vita: è l’immagine del gelso che si sradica per trapiantarsi in mare. Siamo chiamati a cambiare il nostro modo di vedere, il nostro modo di vivere, attingendo vita da dove il mondo pensa che sia assurdo, attingendo vita dal Vangelo. Il Signore ce lo conceda.
Fr. Marco