sabato 14 settembre 2019

La gioia del Padre


«Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo.» (Es. 32,7-11.13-14)
«Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io.» (1Tm 1,12-17)

«“Rallegratevi con me … questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”» (Lc 15,1-32)

In questa XXIV domenica del Tempo Ordinario, la Parola di Dio ci presenta il Dio “vivo” capace di accendersi d’ira, di pentirsi, di rallegrarsi … ci presenta un Dio che viene a salvare i peccatori. Il “Dio di Gesù Cristo”, quindi, il Padre che Gesù è venuto a rivelarci in pienezza, è ben lontano dal Dio “beata immobilità e immutabilità” immaginato dai filosofi. La piena rivelazione del Padre, però, si allontana pure dall’idea di un Dio collerico e vendicativo pronto a pesare le nostre azioni e ad elargire punizioni; un’immagine cara ai “farisei” di tutti i tempi.
Il Vangelo di questa domenica, infatti, ci presenta “il trittico” della “parabola della misericordia” costituita da tre scene caratterizzate dal sentimento di angoscia per ciò che si è perduto e dalla gioia al momento del ritrovamento/ritorno. L’evangelista Luca precisa che Gesù racconta questa parabola per rispondere a scribi e farisei che mormorano a proposito del suo accogliere i peccatori e mangiare con loro. La rivelazione di Dio che ne risulta sconvolge l’immagine deformata del Dio vendicativo, mostrando un Dio Padre che soffre per la perdita dei suoi figli e gioisce per il loro ritorno. Un Padre che non vuole privarci della Libertà e che, pur indicandoci senza sosta la via della Vita, si fa da parte soffrendo in silenzio quando scegliamo vie che ci allontanano dalla Vita.
È proprio questa la verità sconvolgente della Parola di questa domenica: Dio nostro Padre soffre in attesa del ritorno dei suoi figli che si sono perduti, che si stanno rovinando la vita, che hanno dimenticato la loro dignità di figli.

«Così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.» La gioia è grande perché grande è l’attesa: «la  penitenza dell’uomo è il coronamento di una speranza di Dio. L’attesa di questa penitenza ha fatto scattare la speranza nel cuore di Dio … Perché tutti gli altri Dio li ama in amore. Ma quella pecora Gesù l’ha amata anche in speranza.» (C. Péguy, Il mistero del portico della seconda virtù).
Chi sono, però, e qual è la sorte dei novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione? Mi viene immediatamente da pensare, dato che Gesù si rivolge ai farisei, che questo non aver bisogno di conversione sia soggettivo e non reale: loro pensano, ingannandosi, di essere giusti e questo impedisce loro di giungere a quella vera Vita che solo Gesù può dare. A quanti sono veramente giusti, tuttavia, è riservata una parte speciale: «rallegratevi con mequello che è mio è tuo». I giusti sono invitati a prendere parte all’attesa del Padre ed alla Sua gioia. Non possono rimanere indifferenti ad un fratello che si perde e sono invitati a gioire per ogni peccatore che si converte.
Accogliamo, allora, la rivelazione dell’Amore misericordioso del Padre. Purifichiamo la nostra idea di Dio e impegniamoci a seguire la via della Vita perché il Padre possa rallegrarsi e gioire della nostra felicità.
Fr. Marco.

sabato 7 settembre 2019

Essere discepoli


«A stento immaginiamo le cose della terra … ma chi ha investigato le cose del cielo?» (Sap 9, 13-18)

«… perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo» (Fm 1, 9-10.12-17)

«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.» (Lc 14, 25-33)

La Parola di Dio della XXIII Domenica del Tempo Ordinario ci pone una questione sapienziale: «Quale uomo può conoscere il volere di Dio?». Si tratta di una questione fondamentale, di avere quella Sapienza che da sapore alla nostra vita (sapienza e sapore hanno la stessa radice nel latino sàpere: “aver sapore”). Dal conoscere e fare la volontà di Dio, infatti, dipende la realizzazione o il fallimento della nostra vita. Viviamo veramente quando sappiamo e facciamo la volontà di Dio. Senza questa Sapienza, quindi, la nostra vita risulta insipida, vuota, una vita in cui “tiriamo a campare”. Ecco perché è importane cercare di conoscere il volere di Dio.
Purtroppo, tuttavia, facciamo continuamente esperienza della nostra inadeguatezza: a stento riusciamo a conoscere le cose a noi vicine; spesso non conosciamo pienamente neanche noi stessi, tanto da restare sorpresi da alcune nostre reazioni e da non riuscire a dominarci pienamente.
Il Padre stesso, però, ci viene incontro donandoci la Sua Sapienza. Nell’antico patto ha donato la Legge; nella pienezza dei tempi ci ha donato se stesso nel Figlio e nello Spirito perché l’Amore, riversato nei nostri cuori, ci abilitasse a vivere la legge. Noi conosciamo il volere di Dio: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9, 23); «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso» (Lc 10, 27).
Purtroppo, però, anche conoscendo il volere di Dio, non sempre viviamo con sapienza, non sempre sappiamo ordinare i valori nella giusta gerarchia: difficilmente rinneghiamo noi stessi per mettere Dio al primo posto. Con difficoltà rinunciamo a tutti i nostri averi (rinunciamo a possedere  e a “possederci”) per camminare dietro il Maestro. Troppo spesso confondiamo le cose importanti con le cose “urgenti”: sappiamo che è importante l’Eucarestia domenicale, ma poi veniamo bloccati da mille cose che ci impediscono l’incontro con il nostro Signore; sappiamo che è importante pregare e meditare la Parola di Dio, ma le “urgenze” di ogni giorno fanno sì che non troviamo tempo da dedicare al Signore; sappiamo che Gesù ci chiede di perdonare “settanta volte sette”, ma spesso l’amor proprio (magari camuffato da “amore di giustizia”) ci impedisce di obbedire al nostro Signore.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Gesù oggi ci ricorda che la vita cristiana, la vita da discepoli, è una vita impegnativa e va presa seriamente. Siamo chiamati a camminare dietro a Lui facendo della nostra vita un dono d’amore: questo significa prendere la croce.
Non è raro, purtroppo, che il nostro modo di vivere la fede ci renda simili a quel tale che ha iniziato a costruire una torre, ma l’ha lasciata incompiuta. Una vita cristiana vissuta con superficialità è una vita che dà scandalo: noi non gustiamo la bellezza della vita e chi ci osserva non è attratto alla sequela (quante volte sentiamo il commento: «Se questi sono quelli che vanno in Chiesa … »)
Accogliamo l’invito del Maestro: prendiamo seriamente l’impegno della sequela e viviamo la vita con sapienza. La nostra vita sarà più bella, più "saporita", vivremo pienamente.

Fr. Marco

venerdì 30 agosto 2019

Imparate da me che sono mite ed umile di cuore

«Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi, ma ai miti Dio rivela i suoi segreti. Perché grande è la potenza del Signore, e dagli umili egli è glorificato.» (Sir 3,19-21.30-31)

«… Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli» (Eb 12,18-19.22-24)

​«Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. … Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato» (Lc 14,1.7-14)

La Parola di Dio della XXII domenica del Tempo Ordinario ci richiama al valore dell’umiltà. Fin dalla prima lettura, tratta dal libro sapienziale del Siracide, ascoltiamo: «Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore.» Ecco, quindi, il primo motivo per cui l’Umiltà è preziosa: per trovare grazia dinanzi al Signore.
Nel Vangelo ascoltiamo che il Maestro approfitta del banchetto in cui è invitato per insegnare attraverso parabole ispirate da ciò che accadeva attorno a lui: gente che sceglie i primi posti e che sgomita per mettersi avanti agli altri. Un atteggiamento prepotente che presto troverà umiliazione e discredito da parte del padrone di casa.
«Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato». L’umiltà è la strada per giungere alla vera gloria, quella che dà il Padre nel Regno. Cosa significa però essere umile? Potremmo rispondere: parlare poco di sé e mai per vantarsi; confessare le proprie colpe (dinanzi a Dio e dinanzi ai fratelli); non essere vanitosi; essere disposti ad ascoltare … Sono tutte forme in cui si manifesta l’umiltà, eppure non vanno alla radice. Può accadere anche che la nostra umiltà sia falsa: siamo disposti a dire male di noi, purché gli altri ci contraddicano. Guai se chi ci ascolta denigrarci mostra di essere d’accordo con noi!
«Imparate da me che sono mite ed umile di cuore». Il versetto alleluiatico, introducendoci al Vangelo, ci riporta le parole con cui Gesù addita se stesso a modello di umiltà. Quale è stato il modo in cui Gesù è stato umile? Non una “umiltà delle parole”, ma l’umiltà dei fatti: «pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.» (Fil 2,6-8). Gesù è stato umile perché ha scelto per sé l’ultimo posto, si è abbassato concretamente a lavare i piedi ai suoi discepoli, ha donato la vita per noi. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome (Fil 2,9).
Ecco l’umiltà che oggi Gesù ci addita nell’immagine del banchetto: scegliere l’ultimo posto, abbassarsi per servire. Questo significa imparare da Gesù mite ed umile. Questo significa comportarsi come Gesù si è comportato.
L’umiltà, inoltre, ci aiuta a fare verità su noi stessi: non meritiamo l’amore gratuito di Dio. Siamo amati gratuitamente. Ecco che scopriamo allora il rapporto tra la prima e la seconda parte del vangelo: « … quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti.» Se umilmente abbiamo riconosciuto di essere amati gratuitamente da Dio, allora anche noi siamo chiamati alla gratuità, a fare del bene a chi, come noi, non lo merita.
Solo se vivremo questa umiltà che ci rende simili al Figlio amato, potremo entrare al banchetto del Regno perché saremo riconosciuti come Suoi discepoli e figli di Dio.

«Per la misera condizione del superbo non c’è rimedio, perché in lui è radicata la pianta del male.» La prima lettura di oggi, inoltre, ci mette in guardia dal pericolo della superbia, atteggiamento opposto all’umiltà. Se con l’umiltà, infatti, imitiamo il comportamento stesso di Dio che continuamente si abbassa fino a noi per amore, con la superbia, invece, volendo esaltare noi stessi, ci allontaniamo da Dio e ci comportiamo come Lucifero.
Prima di concludere vorrei riproporvi le “tre parole” che Papa Francesco ci ha proposto fin dai primi tempi del suo pontificato: permesso, scusa e grazie. Mi sembrano tre comportamenti concreti che ci aiutano a vivere l’umiltà: chiedere permesso, cioè accostarsi all’altro con delicatezza e non con l’arroganza ci chi pensa di avere sempre ogni diritto sull’altro; chiedere scusa, cioè riconoscere umilmente che anche noi sbagliamo; ringraziare sempre per ciò che riceviamo senza la presunzione che tutto ci sia dovuto.
Fr. Marco

venerdì 23 agosto 2019

Sono pochi quelli che si salvano?


«Così dice il Signore: “Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria.”» (Is 66,18-21)

«Perciò, rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche e camminate diritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire.» (Eb 12,5-7.11-13)

«Un tale gli chiese: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Disse loro: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.”» (Lc 13,22-30)

In questa domenica, XXI del tempo ordinario, il Vangelo ci pone dinanzi la questione della salvezza: “sono pochi quelli che si salvano?”. Il Maestro non risponde direttamente alla domanda che, in effetti, è posta male: sembra una curiosità su gli altri.
Sforzatevi (voi) di entrare per la porta stretta” Gesù, invece di rispondere, approfitta della domanda per esortare il tale che pone la questione e tutti i presenti a preoccuparsi della propria salvezza. Ciò che più ci deve urgere, infatti, non è tanto la curiosità oziosa e pettegola se Tizio e Caio si salveranno o se i musulmani o gli induisti si salveranno; ciò che con più urgenza mi devo chiedere è: “Io mi salverò?”.
Il Signore oggi ci esorta ad entrare per la “porta stretta”. Come sapete, le città antiche, circondate da mura, avevano delle porte grandi e spaziose che permettevano l’accesso di un gran numero di persone. Durante la notte, però, per sicurezza, queste porte erano chiuse e, se qualcuno avesse avuto necessità di entrare in città dopo il tramonto, doveva passare per una porticina che permetteva l’accesso di una sola persona alla volta in modo che il custode potesse riconoscerlo e permettere o negare l’accesso.
Per entrare, quindi, bisognava essere riconosciuti. Ciò che ci permetterà di accedere alla salvezza, allora, sarà l’essere riconosciuti dal Padre, l’esserci conformati a Cristo, l’esserci rivestiti di Cristo. Diversamente (“Non so di dove siete”), non potremo entrare. Se non ci saremo conformati a Cristo, non ci servirà a niente la nostra appartenenza ad un popolo o ad una congregazione; non ci servirà a niente essere stati a Piazza S. Pietro durante l’udienza del Papa, l’essere stato in questo o quell’altro santuario o l’avere partecipato a questa o quell’altra manifestazione (“ … tu hai insegnato nelle nostre piazze …”) Se non avremo i tratti distintivi del Figlio di Dio, non ci servirà a niente persino essere stati presenti a Messa ogni domenica (magari con la testa e il cuore altrove: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza”). Ciò per cui potremo entrare nella salvezza è l’impegno che avremo messo per conformarci a Cristo, per rendere manifesta quella conformazione iniziata con il nostro Battesimo.
Quali sono, allora, i tratti distintivi del Figlio di Dio? Oggi Gesù ci è presentato mentre si dirige a Gerusalemme e sappiamo bene che lì sarà crocifisso per la nostra salvezza. Da risorto, entrando nel cenacolo, per essere riconosciuto mostrerà agli apostoli le mani e il costato piagati dalla croce. Ecco, dunque, da cosa potremo essere riconosciuti come conformi a Lui: se saremo stati capaci di portare con amore la nostra croce, se avremo fatto della nostra vita un dono d’amore, se Lo avremo seguito sulla via del Calvario unendo la nostra vita alla Sua per la salvezza del mondo.
Il Maestro è esigente, ma non preclude a nessuno la salvezza: “Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio.” A condizione di essere trovati conformi a Cristo, la salvezza è offerta a tutti.

Sforzatevi di entrare per la porta stretta. Una sottolineatura vorrei farla, infine, sulla necessità dello “sforzo”, dell’impegno: il Signore è esigente e non si accontenta di niente di meno che di tutto il nostro impegno. Il Signore guarda il cuore: ciò che importa è l’amore che mettiamo in ciò che facciamo, l’impegno con cui lo facciamo. Può accadere che questo nostro impegno non sortisca l’effetto che vorremmo. Può accadere anche che il Signore stesso, perché non montiamo in superbia, permetta che il nostro impegno non porti i frutti desiderati. Ricordiamo che più che ai frutti, il Signore guarda l’amore e l’impegno che avremo messo nelle nostre azioni. Concludo con una citazione di Santa Teresa di Calcutta: “Non importa fare grandi cose, ma fare le cose con grande amore”.
Fr. Marco

sabato 17 agosto 2019

Sono venuto a gettare fuoco sulla terra!


«In quei giorni, i capi dissero al re: “Si metta a morte Geremìa, appunto perché egli scoraggia i guerrieri che sono rimasti in questa città e scoraggia tutto il popolo dicendo loro simili parole …”» (Ger 38,4-6.8-10)

«Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato.» (Eb 12,1-4)

«Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre». (Lc 12,49-53)

In questa XX domenica del Tempo Ordinario, la Parola di Dio ci libera dall’illusione di comodi irenismi, ci presenta un Dio esigente, che chiede di prendere posizione anche quando questa risulta scomoda e sgradita al mondo.
È ciò che avviene a Geremia chiamato da Dio ad annunziare la sconfitta contro il re Nabucodonosor a causa del peccato di Israele, consistente soprattutto nell’idolatria, nell’avere separato il culto a Dio dalla vita quotidiana. Sono parole sgradite al re e alla sua corte. È più piacevole credere a falsi profeti che, senza mandato di Dio, annunciano una facile vittoria. Geremia subirà persecuzione per la sua fedeltà al messaggio divino, ma resterà fedele ad esso.
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione Anche nel Vangelo Gesù ci avvisa che camminare dietro a Lui, essere suoi discepoli, richiede di prendere posizione per rimanere fedeli al Suo messaggio, alla Verità. Essere discepoli di Cristo è incompatibile con il “volemose bene” al quale oggigiorno alcuni vorrebbero ridurre il messaggio cristiano: «fai come ti pare, l’importante e che ti senti a posto … l’amore è amore … tanto Dio è buono e perdona a tutti».
Oggi un cristiano che prende sul serio il Vangelo e vuole viverlo fedelmente, facilmente viene accusato di essere “estremista”, bigotto, viene ostracizzato, estromesso da luoghi di lavoro, soprattutto se questi hanno alta visibilità; cantanti che vengono “esclusi dal giro” perché si dichiarano cristiani (per es. Giacomo Celentano), giornalisti che devono subire polemiche e rischiano di non potere lavorare perché portano al collo un crocifisso (per es. Marina Nalesso). Oggi tutto è permesso, a tutti si garantisce libertà di espressione, tranne che a chi si professa cristiano e annuncia la Verità del Vangelo.
Il Maestro oggi ci invita a non lasciarci spaventare se la nostra fede ci procura persecuzione, anche all’interno del nostro nucleo familiare. Rimaniamo fedeli al Vangelo, opponiamoci al peccato in noi e alle “strutture di peccato” che la società attuale vorrebbe proporci come giuste. Non accettiamo che la nostra fede sia relegata alla sfera intima e slegata dalla vita quotidiana. Facciamo scelte coraggiose. Denunciamo il male nella società perché i fratelli possano correggersi.
Ardenti d’Amore per Cristo, quindi, guardando a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, rendiamo coraggiosamente testimonianza della nostra fede. Se non Lo rinnegheremo, alla fine anche noi saremo riconosciuti come Suoi.
Fr. Marco

sabato 10 agosto 2019

Non temere!


«La notte [della liberazione] fu preannunciata ai nostri padri, perché avessero coraggio, sapendo bene a quali giuramenti avevano prestato fedeltà.» (Sap 18,6-9)

«Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: «Mediante Isacco avrai una tua discendenza». Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo.» (Eb 11,1-2.8-19)

«Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.» (Lc 12,32-48)

In questa XIX Domenica del TO la pagina evangelica si apre con l’esortazione a non temere. Un invito che ricorre spesso nella Parola di Dio (qualcuno ha contato 365 volte: una per ogni giorno dell’anno).
Già la grande frequenza con cui ricorre, ci indica quanto sia importante questa esortazione a non temere: ne va della nostra Fede e della nostra Carità e quindi della pienezza della nostra Vita: ​«Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore» (1Gv 4,18).
Quando ci lasciamo dominare dalla paura, infatti, ci ritroviamo “paralizzati”, incapaci di fare scelte di Vita; spesso, anzi, nel tentativo di “salvarci la vita” facciamo “scelte di morte”. Per questo il Signore ci esorta a non temere e a lasciarci guidare dalla Fiducia nell’Amore gratuito del Padre il quale ci dona la Vita, il Regno, tutto se stesso.

Se crederemo realmente all’Amore del Padre, se ci lasceremo amare, allora saremo capaci di fare scelte liberanti, scelte di Vita; non saremo più schiavi dell’idolo del possesso, non ci affanneremo più ad accaparrare e a difendere ciò che non è capace di darci Vita; saremo capaci di condividere ciò che abbiamo: sapremo di avere un Padre che si prende cura di noi, avremo un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma.
Siate pronti, … Oltre ad esortarci a non lasciarci paralizzare dalla paura, il Vangelo di oggi ci invita anche alla vigilanza, all’attesa operosa. Ci invita a ricordarci che la vita è un “andare verso”, ha un senso, una meta; ci invita a ricordarci che attendiamo l’incontro con il nostro Signore. Un incontro che sarà festoso se sarà stato preparato; se non avremo permesso alle cose del mondo di intontirci tanto da farci dimenticare chi aspettiamo; se saremo rimasti operosi nell’amore (le vesti ai fianchi, il prendersi cura dei fratelli): Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli.
Se, invece, avremo permesso alla paura, alla pigrizia, all’egoismo e a tutte le nostre passioni di farci dimenticare chi aspettiamo, dovremo rendere conto delle nostre scelte egoistiche, delle nostre scelte di morte: al momento incontro, il Signore ratificherà la nostra scelta di vivere senza di Lui. Ecco l’unica cosa che dobbiamo temere: essere privati di Lui che è la Vita, la Luce, ogni Bene …
L’incontro con il Signore, il fine, più che la fine della nostra vita terrena, non dovrà spaventarci se saremo stati operosi, se avremo mantenuto vive Fede, Speranza e Carità, se avremo fatto fruttare le innumerevoli grazie che il Signore ci ha donato. Il Signore ce lo conceda.
Fr. Marco

sabato 3 agosto 2019

Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio

«Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e un grande male.» (Qo 1,2;2,21-23)

«Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. […] Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria.» (Col 3,1-5.9-11)

«Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». (Lc 12,13-21)

La pagina evangelica di questa domenica, XVIII del Tempo Ordinario, si apre con una scena tristemente sempre attuale: due fratelli che litigano per l’eredità. La richiesta rivolta da uno di loro  al Maestro, inoltre, fa capire che uno dei fratelli si è accaparrato tutta l’eredità lasciando l’altro senza ciò che gli spetta.
Il rifiuto del Signore di intervenire e fare da mediatore è motivato dal non volere dare importanza a tale questione. Contrariamente a quanto insegna “il mondo” con la sua idolatria del denaro, non sono queste le cose importanti della vitaanche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede. Sia chiaro: appropriarsi indebitamente dei beni della terra sottraendoli a colui al quale apparterrebbero, operare iniquità nella spartizione dei beni, significa rubare e chi se ne macchia dovrà renderne conto. Oggi, però, Gesù ci esorta a evitare quella cupidigia che è idolatria: affidare la propria speranza di Vita all’idolo della ricchezza.
La Parola di questa domenica, quindi, ci esorta a rivolgere il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Sono queste, infatti, a rimanere per sempre. Sono queste che danno pienezza alla nostra Vita. Non lasciamoci ingannare: i soldi non saziano, non danno pienezza alla nostra vita: più se ne hanno e più se ne vogliono avere!
Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti! Il “mondo”, “il principe di questo mondo”, ci vorrebbe “anestetizzare”: disimpegnati, “sballati”, senza più nulla per cui valga la pena di lottare, senza più valori eterni. I potenti di questo mondo vogliono solo “consumatori”. Non individui che abbiano una loro identità forte, che sappiano scegliere ciò che veramente vale, ma persone alle quali instillare sempre “nuovi bisogni” da soddisfare con il mercato.
Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. Il Maestro, invece, ci esorta a ricordarci che il tempo della nostra vita è limitato. «Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo.» (Sal 89,10). È questa consapevolezza la sapienza del cuore che chiediamo nel salmo responsoriale di oggi: abbiamo un tempo limitato per fare “frutti di vita eterna”, per iniziare a vivere quella Vita piena di senso che andrà di pienezza in pienezza per l’eternità.
Ecco perché altrove ci rivolge l’invito alla vigilanza: Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno, né l’ora.
Anche nel vegliare, naturalmente Maria santissima ci è madre e modello. Lei che ha vissuto la sua vita piena della Speranza certa e senza mai perdere di vista “la Meta” dell’eternità, oggi è per noi un faro che ci guida, che ci indica qual è la nostra meta; Maria è veramente, come la invoca la liturgia,  la “Stella del Mare” che ci permette di non perdere di vista il “Porto sicuro” verso cui tutti noi siamo diretti.
Maria seppe vivere la sua vita come un’attesa dell’incontro: apparteneva a quelle anime umili e grandi in Israele che, come Simeone, aspettavano «il conforto d'Israele» e attendevano, come Anna, «la redenzione di Gerusalemme»; Maria viveva in intimo contatto con le Sacre Scritture di Israele, che parlavano della speranza – della «promessa fatta ad Abramo ed alla sua discendenza»;
Guardandoci, allora, da ogni cupidigia e pigrizia, ascoltiamo la Voce del Maestro e, vivendo quel progetto d’amore che il Padre da sempre ha pensato per noi, facciamo della nostra vita un capolavoro.
Fr. Marco