sabato 21 maggio 2022

Il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.


 «… Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi. … È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie … » (At 15,1-2.22-29)

«La città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. … In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. » (Ap 21,10-14.22-23)

«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. … il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.» (Gv 14,23-29)

La Parola di Dio della VI domenica di Pasqua, avvicinandosi la solennità della Pentecoste, ci invita a cercare ciò che è essenziale nella nostra vita e a non lasciarci prendere da paura e turbamento. Lo Spirito Santo, l’Amore che è Dio, sarà riversato nei nostri cuori e ci insegnerà ogni cosa, ciò che è essenziale, ciò che è importante. Il “di più”, ciò che è motivo di paura e turbamento, non viene dall’Amore. Dove c’è Amore, infatti, non c’è paura e turbamento.

Se uno mi ama, osserverà la mia parola. Oggi il Signore ci dona un criterio per scoprire se veramente lo amiamo: osservare la Parola, fidarci di Lui e quindi fare ciò che ci chiede. È questo ciò che conta. Anche a noi può capitare l’esperienza raccontata nella prima lettura: “falsi pastori” che vengono a sconvolgere i nostri animi imponendoci pesi e comportamenti gravosi o chiedendoci l’adesione a questo o quel movimento quasi che la nostra salvezza dipenda da essi.

«È parso bene, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie». Le parole del primo concilio di Gerusalemme, riportate nella prima lettura, ci invitano a tornare a ciò che è necessario e a non lasciarci opprimere da obblighi e gravami che rendono la nostra vita più pesante e ci distolgono da ciò che realmente conta.

Nella pagina evangelica di questa domenica il Maestro, preparando i discepoli alla sua ascensione al Cielo, ci presenta ciò che veramente è necessario nella vita dei credenti: Amarlo, ascoltare la Sua Parola e vivere la comunione con Lui. Tutto il resto può anche avere il suo posto, purché non sia fonte di turbamento e paura, chiaro sintomo che non viene da Dio.

«… noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.» Questo è ciò che avverrà quando, accostandoci alla Comunione, riceveremo in noi il Signore vivo e vero inseparabile del Padre e dallo Spirito Santo. Ma è anche ciò che avviene ogniqualvolta accogliamo nel nostro cuore lo Spirito Santo e ci lasciamo istruire da Lui su come comportarci.

Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. La presenza in noi del Signore è fonte di una Pace che il mondo non conosce, della Vera Pace che è il dono pasquale per eccellenza. Una pace che non è solo assenza di conflitto, ma vera riconciliazione, perdono, che accolto dal Padre si diffonde anche nelle nostre relazioni. La Pace di Cristo, però non è neanche assenza di tribolazioni. È, invece, forza nelle tribolazioni, consapevolezza che Cristo è più forte del mondo con le sue tribolazioni e che queste quindi non potranno prevalere.

Osserviamo la Parola di Cristo, cerchiamo l’amore di Lui al di sopra di tutto, accogliamo la Sua adorabile presenza nella nostra vita. Sperimenteremo la vera Pace e saremo suoi testimoni nel mondo.

Fr. Marco.

sabato 14 maggio 2022

Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli

 «Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede. » (At 14,27)

​«E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” » (Ap 21,5)

«Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri”. » (Gv 13, 31-33.34-35)

In questa quinta domenica di pasqua, la liturgia della Parola è caratterizzata dalla tematica della “novità”: il Signore fa cose nuove, ci dà un comandamento nuovo, ci rende nuovi. L’aggettivo “nuovo” si oppone a “vecchio”, “obsoleto”, aggettivi che identificano qualcosa che ormai non è più efficace. Nuovo è, allora, qualcosa di efficace, migliore. L’aggettivo “nuovo”, inoltre, ci apre alla speranza, accende le nostre attese: da qui la gioia che accompagna l’inizio di un nuovo anno.

Ecco, io faccio nuove tutte le cose. Nella seconda lettura abbiamo sentito che Signore fa cose nuove, inedite. Non a caso il “comandamento nuovo” ci viene consegnato nell’ultima Cena, dopo che Gesù avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine (cf. Gv 13, 1); dopo che Giuda è uscito nella notte per compiere gli ultimi atti che porteranno Gesù alla donazione totale di sé sulla croce.

«Vi do un comandamento nuovo» I discepoli conoscevano sicuramente il comandamento dell’amore espresso nell’Antico Testamento: «Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lev. 19,18). Gesù stesso nel Vangelo lo presenta, insieme all’amore per Dio, come compendio di tutta la legge. Amare il prossimo come se stessi è già arduo: sono chiamato a fare al prossimo ciò che vorrei fosse fatto a me: come vorrei essere soccorso nel bisogno, così devo soccorrere il fratello; come vorrei essere accolto, così devo accogliere il fratello; come voglio essere perdonato quando sbaglio, così devo perdonare il fratello. Il comandamento che ci dà oggi Gesù, però, è “nuovo” perché supera l’antico: parametro di confronto non è più l’amore per se stessi, ma l’amore che Gesù ci ha mostrato in tutta la sua vita di donazione che si conclude con l’estrema donazione sulla Croce. L’amore per se stessi non è più il limite all’amore per il fratello: Gesù ci ha donato un amore capace di espropriarsi, di dimenticarsi di se, di donarsi totalmente e gratuitamente.

Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore (Gv 15,9).  La novità del comandamento, tuttavia, non è solo nella formulazione, ma anche nella capacità nuova che Gesù ci dà. Perché possiamo Amare come Gesù ci Ama, è necessario accogliere il Suo amore, credere nel Suo Amore, lasciare che questo Amore ci raggiunga nei sacramenti e non opporre resistenze alle mozioni dello Spirito. Come dicevamo, infatti, per l’uomo “carnale”, l’uomo vecchio non vivificato dallo Spirito e non innestato nella morte e resurrezione di Cristo, è già arduo amare il prossimo come se stesso: non è capace di amare come Gesù, espropriandosi, facendosi pane spezzato. L’uomo nuovo, invece, l’uomo “spirituale” morto e risorto con Cristo che ha ricevuto lo Spirito di Dio, costui trova in sé una forza sconosciuta che gli permette di amare come Gesù ci ama. In noi, innestati in Cristo con il Battesimo, questa forza è presente, ma spesso è sopita, come un seme gettato che non può portare frutto senza le condizioni essenziali al suo sviluppo.

Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli. Dalla nostra disponibilità ad accogliere la Vita nuova in Cristo e a vivere il comandamento nuovo dell’Amore, dipende non solo la nostra credibilità, ma anche il nostro discepolato: solo amandoci gli uni gli altri come Gesù ci ama possiamo dirci ed essere riconosciuti suoi discepoli. Solo accogliendo realmente Gesù come nostro Maestro e Signore potremo sperimentare la Vita piena ed eterna che Egli ci ha regalato.

Come fare a essere uomini e donne “nuovi” capaci di vivere il comandamento nuovo? Come dicevo la prima cosa è lasciarci Amare e credere nell’Amore di Gesù fidandoci di Lui. Credo possa esserci d’aiuto l’esempio di San Francesco d’Assisi. Il Serafico Padre, infatti, si lascia amare da Gesù, crede veramente nel Suo Amore e lo accoglie come maestro; si pone dinanzi il Vangelo in atteggiamento di estrema obbedienza: compie immediatamente ciò che comprende e, facendo, comprende sempre meglio. La stessa cosa vale per il comandamento dell’Amore, per la vita nuova presente in noi: nutrendoci dei sacramenti, segni efficaci dell’amore di Dio per noi, amiamo come meglio possiamo, amiamo nella misura in cui siamo capaci; ciò ci trasformerà, “dilaterà” la nostra capacità di amare, ci farà sempre più nuovi. Dicendolo con S. Agostino: «È questo amore che ci rinnova, rendendoci uomini nuovi, eredi del Testamento nuovo, cantori del cantico nuovo». Solo così saremo riconoscibili come discepoli del Signore e il nostro annuncio sarà credibile.

Fr. Marco

sabato 7 maggio 2022

Le mie pecore non andranno perdute in eterno

 «Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani. ...» (At 13,14.43-52)

«… Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi» (Ap 7, 9.14b-17).

«Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna … » (Gv 10, 27-30).

​La quarta domenica di pasqua, detta domenica del Buon Pastore, nel Vangelo ci presenta Gesù come il Pastore che conosce e ama le sue pecore e dà loro la vita eterna. Nei versetti precedenti a quelli proclamati nella liturgia odierna (Gv 10 12-13) Gesù fa una chiara distinzione tra se stesso, il Pastore che è dà la vita per le sue pecore, e i mercenari che vogliono solo trarre un profitto per loro stessi e scappano appena vedono arrivare il lupo.

«Io le conosco».  Trovo consolante questa affermazione: il Signore della vita ci conosce, singolarmente, uno per uno, e ci ama. Ci garantisce la vita eterna: la nostra vita non sarà perduta. Tutto ciò, però, a condizione di essere Sue pecore, cioè di riconoscere la Sua voce e seguire il nostro Pastore.

«Le mie pecore ascoltano la mia voce» Ciò che ci identifica come appartenenti a Lui, infatti, è l’ascolto della Sua Voce, della Sua Parola, e il fatto di seguirlo. Quanti appartengono a Gesù, seguono Lui e obbediscono alla Sua Parola vivendo nella logica del Vangelo e da Lui ottengono Vita. Quanti seguono i “falsi pastori”, i “mercenari”, e vivono nella logica del mondo alla ricerca del potere, dell’avere, del piacere, non appartengono a Gesù e non hanno in sé la Vita.

«Io do loro la vita eterna» Credo sia il caso di soffermarci brevemente a riflettere sulla vita eterna che il Signore quest’oggi ci promette usando il tempo presente. La vita eterna non è quella “futura”, che segue questa vita terrena; non è un’utopia che ci fa “stringere i denti” nelle tribolazioni del mondo in vista di una felicità futura di cui non abbiamo altra certezza che la Fede. Una vita eterna che fosse solo questo, può a ragione essere definita “oppio dei popoli”. La vita eterna comincia qui: comincia con il nostro battesimo, nel momento in cui veniamo innestati in Cristo, nella Sua morte e resurrezione. Qui, in questa vita terrena cominciamo a sperimentare la Vita eterna come una vita piena di senso. Una vita che non è “perduta”, cioè che non è sprecata. L’unico modo per sperimentare questa vita, però, è seguire il nostro Pastore sulla via della donazione d’amore. Perché la nostra vita non sia perduta, sprecata, siamo chiamati a spenderla bene! Il modo per non sprecare la vita è donarla per amore. Solo allora sperimenteremo quella pienezza di senso che nessun altro potrà darci, sperimenteremo che stiamo vivendo veramente. «Meglio aggiungere vita ai giorni che giorni alla vita» è un aforisma che ci invita a vivere veramente. Nella vita, infatti, non è importante il numero di attimi o anni che si susseguono, ma l’intensità con la quale questi attimi sono vissuti.

«… esse mi seguono» La via percorsa da Gesù, lo sappiamo, passa dalla croce, dalla donazione della vita per amore. Seguendo il nostro Maestro e Pastore, anche noi passeremo per le tribolazioni, ma esse non saranno subite passivamente, stringendo i denti, ma accolte e valorizzate come occasioni per fare della nostra vita una donazione d’amore. Al versetto 18 del capitolo 10 di Giovanni, lo stesso da cui è tratta la pericope odierna, Gesù chiarisce: «Nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso» (cfr. Gv 10,18). Il nostro Maestro non subisce gli eventi e l’ingiustizia che scatenano contro di Lui, ma li assume, li vive pienamente, e li trasforma in occasione per donare la vita.

Certamente, in tutto ciò non può mancare il volgere lo sguardo “in alto”, alle cose di lassù dove Cristo è assiso alla destra del Padre (cfr Col 3,1): è necessario sapere che la nostra vita è destinata ad un’ulteriorità che ci permette di dare il giusto valore alle tribolazioni presenti.

Oggi la Chiesa intera prega per le vocazioni di speciale consacrazione. Permettetemi di concludere con l’appello ad ascoltare la voce del Buon Pastore: accogliamo il suo progetto d’amore per ciascuno di noi e la nostra vita non andrà perduta, ma andrà di pienezza in pienezza per l’eternità.

Fr. Marco

venerdì 29 aprile 2022

È il Signore! Venite a mangiare

 «… “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini” … Essi allora se ne andarono via dal Sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù. » (At 5,27b-32.40b-41)

«L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza,
onore, gloria e benedizione
». (Ap 5, 11-14)

«Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». […] Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». (Gv 21, 1-19)

In questa ​terza domenica di pasqua la Parola ci mostra Cristo Risorto, il Signore, che si china sulla debolezza dei suoi. Anche quando facciamo esperienza del fallimento, della nostra incapacità e debolezza, siamo invitati a non scoraggiarci, ma a confidare nella grandezza del Signore capace di compiere grandi cose a partire dalla nostra pochezza. Il racconto evangelico, infatti, si apre con l’ennesima notte in cui i discepoli, andati a pescare, non presero nulla.

«Io vado a pescare» … ma quella notte non presero nulla. Finché il protagonista è il nostro Io, finché siamo nella notte, senza il Signore, non possiamo far nulla. Solo l’incontro con il Risorto e l’obbedienza alla Sua Parola garantiscono un risultato insperato e sovrabbondante. L’evangelista Giovanni, dietro l’immagine della pesca, presenta le difficoltà dei missionari della Chiesa delle origini: fanno esperienza della loro inadeguatezza e incapacità, ma scoprono anche che il Signore Risorto li accompagna ed assiste.

«È il Signore!» Riconoscere che Gesù è il Signore significa già entrare nella salvezza. Significa, infatti, riconoscere la sua signoria e porsi sotto di essa. Nel Vangelo si dice che i demoni conoscono Gesù, ma sempre lo chiamano «il Figlio di Dio» o «il santo di Dio»; mai possono riconoscerlo Signore perché questo significherebbe porsi sotto la Sua Signoria e loro lo rifiutano. La signoria di Cristo, però, non è come quella del mondo: Gesù non viene per esigere di essere servito, ma perché abbiamo la Vita in abbondanza (cfr. Gv 10,10). Ponendoci sotto la Sua signoria, quindi, obbedendo a Lui, sperimentiamo quella Vita piena ed eterna che solo Lui vuole e può donarci.

«Venite a mangiare». La seconda scena evangelica ci mostra Gesù che ha già preparato da mangiare per i suoi, ma chiede ugualmente ai discepoli di portare il frutto della loro pesca. È il Signore a preparare a noi il banchetto della Vita, senza di Lui non avremmo nulla da mangiare, ma vuole comunque la nostra collaborazione. È quello che il sacerdote ci invita a fare prima della preghiera offertoriale: «Pregate, fratelli e sorelle, perché portando all’altare la gioia e la fatica di ogni giorno, ci disponiamo a offrire il sacrificio gradito a Dio Padre onnipotente.» Siamo invitati ad accostarci alla mensa eucaristica portando la nostra vita in offerta perché, unita a quella di Gesù, possa essere mensa di salvezza per il mondo intero.

«… mi ami più di costoro?». … «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene» La terza scena del Vangelo, infine, ci fa assistere al dialogo tra Gesù e Pietro: la triplice professione d’amore richiama e ripara al triplice rinnegamento e fonda la missione di pascere il gregge. I verbi greci usati sono agapao e fileo. Il primo (agapao) indica l’amore “allocentrico”, che sposta il proprio centro sull’amato, che si china sull’amato: un amore di donazione che non è condizionato dalla reciprocità (la reciprocità è sempre sperata/desiderata dall’amore, ma qui non è la condizione). Il verbo fileo, invece, indica l’amore in cui il soggetto, mantenendo il proprio centro in sé, porta nella sua intimità l’amato: è un amore più condizionato dalla reciprocità e in cui è ancora presente la ricerca di sé. Rivolgendosi a Pietro, il Signore le prime due volte usa il verbo agapao (“mi ami?”). Pietro risponde con fileo (“ti voglio bene”, “ti sono amico”). Alla terza volta, Gesù, quasi a chinarsi sulla debolezza di Pietro, usa anch’egli fileo.

«Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene» Il Maestro chiede a Pietro un amore capace di donarsi gratuitamente, di dimenticarsi di sé. Pietro, però, ha già fatto esperienza della propria debolezza e, forse ricordando il triplice rinnegamento, non è più certo di sè, non si sbilancia: è capace di accoglierlo nella propria intimità, ma non è capace di espropriarsi ed ha bisogno di sentire forte la Sua presenza e le Sue consolazioni. Pietro non più fondato su se stesso, non è più quell’uomo che nel cenacolo aveva superficialmente affermato «Darò la mia vita per te!» (Gv 13, 37). Ha fatto esperienza della propria debolezza.

«Pasci le mie pecore … Seguimi!» Proprio fondandosi su questa disponibilità ad amare e sulla consapevolezza della propria debolezza, Gesù affida a Pietro il compito di pascere il suo gregge. Conoscendo la debolezza umana e la potenza di Dio, Pietro ora può guidare, confortare e nutrire i suoi fratelli. Così il racconto evangelico che iniziava con il protagonismo di Pietro («Io vado a pescare»), si chiude invece con l'invito alla sequela: «Seguimi!». La debolezza umana, infatti, posta sotto la Signoria di Cristo non è ostacolo alla potenza di Dio: nella prima lettura abbiamo letto di come, dopo la Pentecoste, Pietro e gli apostoli, avendo sperimentato la Vita che Cristo ha donato loro, non cercano più di salvare se stessi, ma anzi sono lieti di soffrire per amore di Gesù.

Fr. Marco

sabato 23 aprile 2022

Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi

 «Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti impuri, e tutti venivano guariti.» (At 5,12-16)

«Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi.» (Ap 1,9-11.12-13.17-19)

«La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco.  … “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”». (Gv 20,19-31)

In questa domenica, Ottava di Pasqua, nel Vangelo ascoltiamo ancora il racconto del primo giorno della settimana, il giorno della Resurrezione: la Pasqua è un evento così unico e meraviglioso, che la Chiesa sente il bisogno di dilatarlo in otto giorni per contemplarlo.

Per la Chiesa antica, questa era la domenica “in Albis” in cui coloro che erano stati battezzati a Pasqua e che per tutta la settimana avevano portato la veste bianca dei risorti, deponevano la veste battesimale. Oggi, per volere di San Giovanni Paolo II, la Chiesa celebra la Festa della Divina Misericordia.

Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!” Nella pagina di Vangelo contempliamo Gesù Risorto che entra a porte chiuse nel luogo in cui i discepoli si nascondono, donando il primo dono pasquale: la Pace. Questo è il dono che fa anche a noi qui oggi. Se glielo permettiamo, Gesù vuole entrare nel più profondo delle nostre angosce e paure per portare la Pace che solo Lui ci può donare. Anche noi, spesso angosciati dai nostri fallimenti, tradimenti e incoerenze, siamo chiamati a gioire nel vedere il Signore.

Solo dopo avere accolto in noi la Pace che il Risorto e venuto a donarci, anche noi come i discepoli possiamo essere testimoni. Non annunciatori di un “sentito dire”, ma testimoni: uomini e donne capaci di annunciare ciò che hanno sperimentato, ciò che il Signore ha compiuto nella loro vita. È per questo che, subito dopo aver donato la Pace, Gesù dona alla Chiesa lo Spirito insieme all’autorità di rimettere i peccati. La Chiesa è mandata così a continuare l’opera di riconciliazione e guarigione compiuta da Cristo. Solo accogliendo il perdono e la misericordia ricevuta, è possibile donare il perdono e vivere la Pace.

La Pace pasquale che Gesù viene a donarci, però, non è semplicemente “non belligeranza”, reciproca indifferenza, ma reciproca accoglienza e perdono. Il perdono capace di creare una nuova Vita in colui che lo riceve. Le nostre “guerre”, piccole e grandi, infatti, nascono dalla “fame di Vita” che prova l’uomo staccato da Dio a causa del peccato: separato dalla fonte della Vita, tenta disperatamente di accaparrarsi vita accumulando beni anche a scapito di chi si trova nel bisogno, cercando fama nei posti di potere, asservendo i fratelli … Un tentativo destinato al fallimento. Solo la riconciliazione col Padre, la comunione con la fonte della vita, potrà darci quella Vita che ci permetterà di vivere in Pace.

Ecco il senso della festa della divina Misericordia: accogliere nella nostra vita il perdono del Padre che ci giunge per la Passione del Figlio e per opera dello Spirito. Avendo accolto questa Misericordia, siamo chiamati a implorarla per il mondo intero a farci intercessori per la salvezza del mondo. Siamo chiamati, però, soprattutto a farci operatori di misericordia eliminando in noi ogni giudizio di condanna dei fratelli.

Chiarisco il mio pensiero: se vediamo il fratello o la sorella che sbaglia, non possiamo negare l’oggettività dell’errore. Siamo chiamati tuttavia, non a condannare e magari divulgare l’errore, ma a comprendere, giustificare e, con vero amore fraterno, correggere il fratello. Siamo chiamati ad usare misericordia, cioè ad avere “un cuore rivolto verso i miseri”.

Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco.  È significativo che proprio questa domenica la Parola accentui l’attenzione sulle Piaghe del Risorto: è da quelle piaghe che sgorga la sorgente della Misericordia. È per questo che la festa della Divina Misericordia è preparata da una novena che inizia il venerdì santo: dalle Sue piaghe siamo stati guariti. Il Risorto porta addosso le ferite inflittegli dalla cattiveria degli uomini, ma proprio a partire da esse usa misericordia al mondo. Anche noi siamo piagati dal nostro peccato e dal peccato dei fratelli, ma è proprio a partire dal contemplare le piaghe di Cristo e dall’unire le nostre sofferenze alle Sue, che siamo chiamati ad usare misericordia divenendo, ognuno nello stato a cui il Signore lo ha chiamato, ministri del perdono: i ministri ordinati, donando il Perdono del Padre; tutti i battezzati non rispondendo al male con il male, rinunciando alla vendetta, non resistendo al malvagio, amando i nostri nemici e pregando per loro (cfr. Mt 5,38 ss).

Tutto ciò non è facile, la nostra natura ferita si ribella. Da ciò, però, dipende l’autenticità della nostra fede. Se davvero crediamo che Gesù è risorto e che noi, nel battesimo, siamo risorti con lui, lasciamo che lo Spirito ci insegni a vivere da risorti che non temono più la morte e le ferite che il peccato nostro e altrui potrà infliggerci e preghiamo con le parole rivelate a Santa Faustina e che la Chiesa ha accolto e tramandato: Eterno Padre, ti offro il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità del tuo dilettissimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, in espiazione dei nostri peccati e di quelli del mondo intero!

Fr. Marco

domenica 17 aprile 2022

«Perché cercate tra i morti colui che è Vivo? E' Risorto!»

«Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti.» (At 10,34.37-43)

«Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio» (Col 3,1-4)

«Simon Pietro, … entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.» (Gv 20,1-9)

Cristo nostra Pasqua è risorto! È questo il grido di gioia che in tutta la Chiesa si eleva in questo giorno solennissimo. E se Cristo è risorto la morte è sconfitta e anche noi, nel Battesimo, siamo resi partecipi della Sua Vittoria.

Fratelli, se siete risorti con Cristo. Trovo che sia opportuno soffermarmi sulla simbologia battesimale della luce e dell’acqua che dominano la veglia e il giorno di Pasqua e che sono all’origine di ogni vita cristiana: il Cero Pasquale, simbolo eminente del Cristo Risorto, e l’acqua lustrale, in cui siamo rinati a nuova vita nel Battesimo, e dalla quale durante la veglia siamo stati aspersi. La luce e l’acqua dunque, elementi indispensabili alla vita naturale, trasfigurati diventano anche elementi indispensabili alla vita soprannaturale, quella vita in Cristo che trova la sua origine proprio nella resurrezione del nostro Signore.

Stanotte il Vangelo ci chiedeva: «Perché cercate tra i morti colui che è Vivo?» (Lc 24,5) Cristo è il Vivente, non va relegato tra i morti di cui facciamo memoria ma che non sono più tra noi. Accogliendolo e riconoscendolo Vivente anche noi diveniamo partecipi della Sua Vita. Il Battesimo, infatti, è l'inizio della nostra risurrezione. È la venuta del Risorto in noi! È l’inizio di Vita nuova, perché il Signore presente cambia le nostre logiche, le nostre abitudini, i nostri rapporti. Ciò che celebriamo a Pasqua, non è mero folclore, né un evento relegato al passato, ma è un memoriale che riattualizza l’evento principale della nostra salvezza: Cristo ha sconfitto il peccato e la morte, non siamo più schiavi del peccato che ci separava da Dio e dai fratelli, la pietra che ci imprigionava nel sepolcro è stata rotolata via: la Vita è libera.

Mediante la venuta del Risorto, infatti, ogni battezzato, vive in comunione con Gesù Cristo, nel corpo di Cristo che è la Chiesa, «uno in Cristo» (Gal 3, 28). Nel Battesimo il Signore risorto è entrato nella nostra vita per la porta del nostro cuore. Noi non siamo più uno accanto all'altro o uno contro l'altro. Il Risorto viene a noi e congiunge la Sua vita con la nostra, tenendoci dentro al suo amore. Noi battezzati diventiamo un'unità, una cosa sola con Lui e una cosa sola tra di noi.

«… se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù …» Sta a noi, però, accogliere il dono: Cristo ha sconfitto il peccato e la Morte e ci ha regalato una Vita nuova e piena che è iniziata in noi nel Battesimo, ma non si sostituisce a noi. Lui ci ha donato la libertà dalla schiavitù del peccato, ma siamo noi a doverne fare buon uso e scegliere di servire il Signore della Vita perché la libertà non diventi un pretesto per continuare ad asservirci alle opere della carne. Con il Battesimo, infatti Cristo ha fatto iniziare in noi una vita nuova ed eterna, ma ci ha lasciato la responsabilità di coltivare questa vita o lasciarla appassire.

Proprio perché questa Vita nuova che è iniziata in noi possa crescere e svilupparsi, il Signore ci ha lasciato ciò che è essenziale: la Luce e l’Acqua.

La Luce della sua Resurrezione, che si irradia nella Sua Parola proclamata dalla Chiesa la quale nutre la nostra Fede perché possa illuminare ogni ambito della nostra vita; e l’Acqua del Battesimo che ci ha introdotti nella vita sacramentale permettendoci di nutrire, purificare e rafforzare la nostra Vita perché cresca e porti frutto. Ecco perché durante la santa veglia rinnoviamo i nostri impegni battesimali e veniamo ancora una volta aspersi con l’acqua lustrale: siamo chiamati a ravvivare sempre il dono della vita cristiana perché non venga soffocata dalle spine del mondo.

Il Signore Risorto oggi ancora una volta regala a tanti nostri fratelli che riceveranno il Battesimo una Vita nuova e Piena, una Vita bella che, anche nelle immancabili difficoltà quotidiane, non soccombe al nonsenso, una Vita destinata a durare per l’eternità. Questa stessa Vita oggi la rinnova in noi che già l’abbiamo ricevuta. A noi però la responsabilità di farla sviluppare, di portare frutto. 

La pietra è rotolata, il sepolcro è aperto, non siamo più schiavi del peccato e della morte, vogliamo Vivere la vita vera o continueremo a restare nei nostri sepolcri? Il Signore Risorto ci conceda di morire ogni giorno al peccato per potere vivere “per Dio in Cristo Gesù”. Auguri

Fr. Marco

sabato 9 aprile 2022

«Veramente quest’uomo era giusto»

 «Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro.» (Is 50,4-7)

«Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, … umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce.» (Fil 2,6-11)

«… chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. … io sto in mezzo a voi come colui che serve. … Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà … Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato”. Allora cominceranno a dire ai monti: “Cadete su di noi!”, e alle colline: “Copriteci!”. Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco? …«Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso». … Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò. … Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto» (Lc 22,14 - 23,56)

Questa domenica, domenica di Passione detta anche domenica delle palme, facciamo memoria dell’ingresso messianico di Gesù a Gerusalemme. In ricordo del suo ingresso trionfale, benediciamo le palme e leggiamo il racconto della sua passione e della sua morte.

La prima lettura, tratta dal terzo cantico sul servo sofferente di Iahvè del profeta Isaia, ci da la chiave di lettura degli eventi della passione che ascoltiamo nel Vangelo. La docilità obbediente fino alla sofferenza fa parte della missione del servo. Nell’obbedienza, però, risiede la vittoria.

“Egli spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato al di sopra di tutto”. San Paolo,  riportando ai Filippesi un antico inno cristiano sula kenosi, ci ricorda che l’intera gloria del servo di Iahvè sta nello spogliarsi completamente, nell’abbassarsi, nel servire come uno schiavo, fino alla morte. La parola essenziale è: “Per questo”. L’elevazione divina di Cristo è nel suo abbassarsi, nel suo servire, nella sua solidarietà con noi, in particolare con i più deboli e i più provati.

«Veramente quest’uomo era giusto». La passione di Gesù rivela pienamente il suo essere Giusto, cioè secondo la volontà del Padre. La categoria biblica di “giustizia”, infatti, non riguarda tanto il “dare a ciascuno il suo”, ma è soprattutto il compiere la volontà di Dio; potremmo anche tradurre “giusto” con “santo”. Gesù è il “Santo dei Santi”. Nella cella più interna del tempio, “il santo dei santi”, era custodita l’arca come testimonianza della presenza e della potenza di Dio. Gesù è il vero “Santo dei Santi” perché il lui risiede realmente la pienezza della santità, della divinità, e questa si manifesta pienamente nella sua Passione che porta a compimento il mistero di una vita donata per amore. Poiché Dio è Amore (cfr. 1Gv 4,8). Il racconto dell’evangelista Luca, infatti, sottolinea come anche durante il momento più buio della sua vita Gesù è sempre rivolto con misericordia agli altri e consegnato, abbandonato per amore, alla volontà del Padre.  

La folla … ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto. Anche noi imprimiamoci bene in mente quale sia la misura dell’amore di Dio per noi, cosa ha sofferto per la nostra salvezza, e chiediamogli la grazia di ammorbidire il nostro cuore di pietra cosicché possiamo corrispondere a tanto amore amando Lui con tutto il cuore, con tutta l’anime e con tutta la mente, e il prossimo come noi stessi.

Fr. Marco