domenica 23 settembre 2018

Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti

«[Dissero gli empi:] «Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni;» (Sap 2,12.17-20)

«Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra!» (Giac 3,16-4,3)

«Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà … Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti» (Mc 9,30-37)

In questa XXV domenica del tempo ordinario il Vangelo ci presenta il secondo annuncio della Passione anticipato, nella prima lettura, dalle “trame degli empi” che vogliono togliere di mezzo il giusto perché con la sua vita giusta mette in risalto la loro empietà.
Il Vangelo inizia descrivendo Gesù che attraversa la Galilea. È il territorio dei “gentili”, dei non giudei, dei “lontani da Dio”. Anche per loro Gesù darà la Vita perché scoprano l’infinito amore di Dio, diventino discepoli e con la loro vita rendano gloria al Padre (cfr. Gv 15,8). Mentre il Maestro annuncia ai discepoli ciò che sta andando a compiere a Gerusalemme, il dono della sua vita per amore, i discepoli parlano tra loro di chi è il più grande! Sono ben lontani dalla logica dell’amore che si fa dono, non hanno ancora ricevuto lo Spirito, l’Amore del Padre riversato nei nostri cuori (cfr Rm 5,5).
Può capitare anche a noi, però, nonostante il dono dello Spirito che abbiamo ricevuto attraverso i sacramenti, di scegliere di vivere per noi stessi, di ricadere nella schiavitù delle nostre passioni, di volere essere più grandi dei nostri fratelli. Di quella grandezza secondo il mondo, che gonfia e mette gli uni contro gli altri.  È da questo, ci ricorda S. Giacomo nella seconda lettura che vengono le gelosie, le invidie e ogni sorta di cattive azioni.
Gesù non rimprovera i suoi discepoli per il fatto che desiderano la grandezza, ma mostra loro la vera grandezza che consiste nel partecipare della grandezza di Dio. È per questo che oggi Gesù ci invita ad accogliere Lui e Colui che lo ha mandato, accogliendo i bambini, i più piccoli, quanti non hanno come ricompensarci. Per accogliere, però, è necessario farsi piccoli e mettersi al servizio. Farsi piccoli per fare spazio all’altro nella nostra vita. E mettersi al servizio ad imitazione di Lui che è venuto per servire e non per farsi servire (Mc 11,45).
Accogliamo allora il Signore nella nostra vita, facendoci piccoli e mettendoci al servizio dei più piccoli,  di quanti non valgono niente per il mondo. Sperimenteremo di non essere soli e parteciperemo della vera grandezza regale di Cristo. Il Signore ce lo conceda, per intercessione di San Pio da Pietrelcina che seppe unire strettamente la vita al Signore Crocifisso e Risorto sperimentando il rifiuto e i dolori della Passione e facendo anch’egli della sua vita un dono per quanti il Signore gli ha messo accanto.
Fr. Marco

sabato 15 settembre 2018

Se qualcuno vuol venire dietro a me ...

«Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro.» (Is 50, 5-9)

«A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha opere? Quella fede può forse salvarlo? … Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta.» (Gc 2,14-18)

«… “Ma voi, chi dite che io sia?” … “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” … “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà”» (Mc 8,27-35)

La Parola di Dio di questa domenica, XXIV del tempo ordinario, ci pone la domanda fondamentale da cui sola può scaturire la nostra vita di fede: chi è per noi Gesù? Non diamo per scontata la risposta. Troppo spesso, infatti, la nostra professione di fede viene smentita dalla nostra vita. Troppo spesso alla fede dichiarata a parole non facciamo seguire le opere corrispondenti.
Perché la nostra professione di fede in Gesù riconosciuto come il nostro Signore, il Messia e Salvatore, sia autentica e credibile, siamo chiamati a testimoniarlo con la vita comportandoci da discepoli: imparando a camminare dietro di Lui, in obbedienza alla Sua Parola e non come coloro che vogliono insegnargli ciò che deve fare!
Nel Vangelo di oggi, inoltre, Gesù ci istruisce sulle esigenze del discepolato: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Il rinnegamento di se stessi è un’esigenza imprescindibile della sequela. Ma che significa rinnegare se stessi? Nel Nuovo Testamento il verbo “rinnegare” ricorre con costanza in due contesti diversi: quando si parla di rinnegamento di sé e quando si parla di rinnegamento di Cristo: Chi mi rinnegherà davanti agli uomini … (Mt 10, 33). Le due cose, secondo il Vangelo, sono in alternativa: o si rinnega se stessi, o si rinnega Cristo. O si cerca di “salvarsi la vita” secondo la logica del mondo, si cerca, cioè di fare valere i propri diritti mettendo il nostro Io al centro della nostra vita; o ci si mette alla sequela di Cristo, si prende a cuore l’esigenza e la mentalità del Regno e si mette Cristo al centro della propria vita. 
Il “rinnegamento”, quindi, non è mai fine a se stesso, né un ideale in sé. Dire no a se stessi è il mezzo per dire sì a Cristo. Se scegliamo di seguire Cristo, dobbiamo smettere di seguire il nostro io e rinnegare noi stessi: il nostro orgoglio (che ci impedisce di perdonare) il nostro egoismo (che ci impedisce di condividere), la nostra vanagloria (che ci impedisce di riconoscere i doni dei fratelli)
La “logica del mondo” mi insegna che “tutto gira intorno a me”, che “io valgo”, che devo stare bene; per quanto riguarda la sofferenza, poi, come Pietro, afferma: questo non ti accadrà mai!. Anche a noi, come a Pietro, oggi Gesù dice: «Vieni dietro a me, non pensare più secondo gli uomini, ma secondo Dio».
La via della sequela, quindi, è la via dell’obbedienza, della vita donata per amore ad imitazione del nostro Maestro. Sabato 15 settembre, ricorre il 25° anniversario del martirio del Beato P. Pino Puglisi (A 15/9/37 - Ω 15/9/93). Un uomo che seppe davvero mettersi alla sequela del Maestro rinnegando se stesso e imparando a perdere la vita per amore. Consacrando la sua vita a Dio nel sacerdozio, si impegnò sempre per i più piccoli e deboli subendo per questo anche il rifiuto e gli insulti. Proprio questo suo continuo prendersi cura degli ultimi, delle persone più deboli e per questo più facilmente preda della malavita organizzata, diede fastidio a coloro che hanno messo la vita al servizio del “principe di questo mondo”. Lui lo sapeva, ma scelse di non rinnegare Gesù e di non difendere la propria vita. Accolse il suo assassino con un sorriso. Il primo frutto del suo martirio fu proprio la conversione del suo assassino.
Mettiamoci anche noi alla sequela del Maestro insieme ai fratelli che ci hanno preceduto in questo cammino faticoso e in salita, ma che sfocia in quella Vita Piena che il mondo non conosce.
Fr. Marco.

sabato 8 settembre 2018

Si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi.

«Dite agli smarriti di cuore:  “Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi”. Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi.» (Is 35,4-7a)


«Fratelli miei, la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria, sia immune da favoritismi personali … Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano?» (Gc 2,1-5)

«Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà”, cioè: “Apriti!”» (Mc 7,31-37)

La liturgia della Parola della XXIII Domenica del tempo ordinario si apre con un invito alla Speranza “Non temete. Egli viene a salvarvi”.
Nel Vangelo di oggi, infatti, Gesù ci è presentato come il pieno adempimento della profezia messianica di Isaia: viene a cercare l’umanità dispersa per aprirla nuovamente alla relazione vitale con il Padre. Viene a guarire la nostra sordità perché possiamo ascoltare nuovamente la Parola di Dio; guarisce il nostro mutismo perché possiamo tornare a rivolgerci al Padre e possiamo annunciarlo alle genti.
La pericope evangelica di questa domenica si apre con una notazione geografica: Gesù percorre le regioni pagane della Decàpoli. Viene a cercare i “lontani”, quanti non hanno mai sentito parlare di Dio e brancolano nel buio. Simbolo di quest’umanità dispersa, è il sordomuto incapace di ascoltare e di parlare. Gesù lo prende in disparte, cerca una relazione di intimità con lui, e tocca le sue orecchie e la sua lingua perché tornino ad aprirsi. È lo stesso gesto che Gesù, per mano del sacerdote, ha compiuto su di noi il giorno del nostro battesimo. Anche noi, quindi, siamo chiamati a riconoscerci “sordomuti guariti” e come tali siamo chiamati a rendere testimonianza delle grandi opere di Dio.
Guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà”, cioè: “Apriti!”. Gesù, accostandosi all’umanità malata emette un sospiro, letteralmente “un gemito”: partecipa alla sofferenza dell’uomo lontano dal Padre, si fa solidale con lui. La parola aramaica “Effatà” viene conservata dall’evangelista nella lingua originale per sottolinearne il carattere decisivo. Senza dubbio questa parola è rivolta al sordomuto perché si apra alla relazione, ma mi piace notare che Gesù sta guardando verso il Cielo: un Cielo che per l’uomo peccatore è chiuso, oscurato dal suo peccato, e che Gesù torna ad aprire perché l’uomo possa nuovamente vedere e riconoscere il Padre e relazionarsi con Lui.
Gli portarono un sordomuto. Prima di concludere, vorrei sottolineare che l’uomo sordomuto ha bisogno di essere condotto da Gesù. Siamo noi Chiesa, noi battezzati, che siamo chiamati a cercare e condurre a Gesù gli smarriti del nostro tempo, uomini e donne che hanno perso il senso della loro vita, che nel cuore hanno ancora il desiderio di Dio, ma sono incapaci di ascoltarlo e di relazionasi con Lui. Potremo adempiere a questa missione, però, solo se noi per primi ci apriamo alla relazione vitale con il Padre e conformandoci al nostro Maestro Gesù, ci apriremo a coloro che il mondo ha messo da parte, coloro che il mondo allontana. Come ci ricorda oggi san Giacomo nella seconda lettura, sono loro, i diseredati, i prediletti da Gesù coloro con i quali ha voluto identificarsi e noi non possiamo discriminarli senza, con ciò, chiuderci nuovamente alla relazione vitale con Dio.
Fr. Marco

sabato 1 settembre 2018

Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno

«Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla; ma osserverete i comandi del Signore, vostro Dio, che io vi prescrivo.» (Dt 4,1-2.6-8)

«Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza. Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi.» (Gc 1,17-18.21-22.27)

«Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. […] Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro» (Mc 7,1-8.14-15.21-23)

La Parola di Dio della XXII domenica del tempo ordinario ci invita alla religione pura e senza macchia (vedi seconda lettura), a non comportarci da ipocriti, a non “fare cose per il Signore” avendo il cuore lontano da Lui.
Nel Vangelo il Maestro rimprovera scribi e farisei perché, attenti all’osservanza scrupolosa della legge e delle tradizioni dei padri, hanno il cuore pieno di se stesi e della loro presunta giustizia, un cuore in cui non c’è posto per Dio e per i fratelli.
Può accadere anche a noi: facciamo “cose” per il Signore, appariamo santi e devoti, ma in realtà siamo ripiegati sui noi stessi e vogliamo che gli altri notino (e magari lodino) la nostra “perfezione”. Può capitare, per esempio, che facciamo belle preghiere (magari desiderando che gli altri notino quanto siamo “profondi”), ma non siamo disposti a perdonare chi ci fa un torto e siamo litigati con tutto il parentado; magari siamo anche disposti a dare qualcosa ai bisognosi, purché però sia ben evidente la nostra generosità! E più siamo “esposti”, più aumenta il pericolo della “vanità” (pregate per noi ministri dell’altare!)
Oggi Gesù ci esorta a fare attenzione a dove è rivolto il nostro cuore. Purtroppo dobbiamo ammettere, tuttavia, che difficilmente controlliamo il nostro cuore. Quanti vorrebbero smettere di bere troppo o di fumare e non riescono a farlo? Quanti sono schiavi del vizio del gioco e non riescono a smettere? Quanti vorrebbero disfarsi dell’invidia e dell’orgoglio e, invece, si sorprendono a fare il contrario? Spesso scopriamo che il nostro cuore è schiavo delle passioni.
San Giacomo, nella seconda lettura di oggi, ci indica la strada per permettere alla redenzione di Cristo di raggiungerci: «Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza». È lo stesso invito che risuona nella prima lettura: «Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, affinché le mettiate in pratica».
L’ascolto presuppone relazione: si può ascoltare solo se si ha di fronte qualcuno che parla. Ecco che cosa chiede il Signore da noi: la relazione, il metterci sinceramente davanti a Lui, alla Sua presenza, perché Egli possa insegnarci la Via della Vita. 
L’apostolo San Giacomo, infine, ci dà un’altra importante indicazione: «Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo.» È la concreta attenzione verso chi non ha nulla con cui ricambiarci, verso il nostro prossimo più bisognoso, che rende autentico il nostro amore per Dio.
Due cose di questo pensiero vorrei sottolineare, la prima è: «davanti a Dio Padre». Ciò che facciamo, non lo facciamo davanti la gente per essere ammirati; non lo facciamo neanche davanti a noi per accrescere l’immagine che abbiamo di noi stessi e autocompiacerci («come sono generoso!»). A nulla, poi, servono gli slogan gridati in piazza (o nei porti) da parte di chi concretamente non intende muovere un dito o spendere un euro (a quante “passerelle” assistiamo continuamente …). Il servizio agli ultimi è fatto davanti a Dio Padre, quel Padre Nostro dinanzi al quale siamo tutti fratelli; quel Padre nostro del quale vogliamo santificare il nome perché agiamo come suoi strumenti; quel Padre nostro, infine, che vogliamo compiacere animati dall’amore di figli che corrispondono l’amore del Padre.
L’ultima cosa che volevo sottolineare è l’attenzione a non lasciarsi contaminare da questo mondo. È l’attenzione alla mondanità da cui spesso ci mette in guardia anche Papa Francesco. Può capitare che cominciamo a pensare come “il mondo” e non “secondo Dio”. In quel caso cominceremo a volere “aggiornare” l’insegnamento del Vangelo. Nella prima lettura ascoltiamo un’ammonizione attualissima: «Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla». Una tentazione sempre presente quella di “aggiornare” i comandi del Signore eliminando quelli che ci danno fastidio, che riteniamo ormai obsoleti, per sostituirli magari con altri che ci disturbano meno e che ci fanno sentire a posto. Avete notato come coprendo tutto con un mal inteso concetto di “amore” («Love is love!») si vuole aggiornare la morale sessuale? Vi siete accorti dell’eccessiva attenzione animalista dei nostri giorni? Può capitare di incontrare fratelli che si schierano a difesa degli animali, ma non intendono muovere un dito per aiutare il pensionato o il disoccupato che hanno accanto; fratelli che combattono la sperimentazione sugli animali, che magari hanno anche scelto di diventare vegetariani, ma dinanzi ad una gravidanza non programmata «… insomma è solo un grumo di cellule!». 

Ascoltiamo, allora, ciò che ci chiede il Signore, mettiamolo in pratica senza togliere ne aggiungere nulla a ciò che il Signore ci ha chiesto. Guardiamoci dalla contaminazione del mondo vivendo la nostra religione pura e senza macchia con un cuore rivolto al Signore e docile alla Sua Parola.
Fr. Marco

sabato 25 agosto 2018

Sceglietevi oggi chi servire


«Giosuè disse a tutto il popolo: “Se sembra male ai vostri occhi servire il Signore, sceglietevi oggi chi servire: se gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume oppure gli dèi degli Amorrèi, nel cui territorio abitate. Quanto a me e alla mia casa, serviremo il Signore”». (Gs 24,1-2.15-17.18)

«Fratelli, nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri: le mogli lo siano ai loro mariti, come al Signore; […] E voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei» (Ef 5,21-32)

«Disse allora Gesù ai Dodici: “Volete andarvene anche voi?”. Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”». (Gv 6,60-69)

Dopo averci presentato nelle domeniche precedenti il Pane della Vita, Gesù Cristo che dà la sua vita per la salvezza del mondo, la Parola di Dio della XXI domenica del tempo ordinario ci esorta al servizio e alla sottomissione reciproca.
Già nella prima lettura di questa domenica Giosuè dichiara la propria decisione di servire il Signore e invita il Popolo a scegliere chi servire. La “libertà assoluta”, infatti, è un’illusione: siamo liberi per servire; e possiamo servire solo se siamo liberi. 
Se non serviamo il Signore della vita, finiremo per servire un idolo: qualcosa che possediamo, qualcuno che ci ha promesso di realizzare i nostri desideri, un lavoro, magari il nostro io. Fuggiamo dal servizio del Signore e ci scopriamo schiavi di qualcosa o di qualcuno, magari anche solo delle nostre passioni disordinate e delle pulsioni del momento. Ecco allora la necessità di scegliere con attenzione chi servire, chi riconoscere nei fatti Signore della nostra vita.
«Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Così reagiscono gli ascoltatori di Gesù al discorso sul pane e forse proprio alla affermazione: «… chi mangia di me vivrà per me» (Gv 6,57)
Servizio e sottomissione nella società in cui ci troviamo a vivere sono considerate parole dure, difficili da accettare in un contesto in cui la propria libertà individuale viene idolatrata; in cui ciò che conta è solo il piacere personale ed immediato; in cui il sacrificio viene visto solo con accezione negativa; una società in cui siamo bombardati da messaggi del tipo «Tutto attorno a te … perché tu vali!». In questo contesto l’unico “servizio” che si accetta è quello offerto per avere un contraccambio, un "servizio" in cui al centro c’è sempre il nostro io.
«Volete andarvene anche voi?». Dinanzi la durezza delle parole di Gesù, dinanzi le esigenze del messaggio evangelico, non pochi discepoli restano scandalizzati e se ne vanno. Forse avevano frainteso il messaggio del Maestro. L’amore che ci insegna Gesù, infatti, non è “volemose bene”, non è “cuoricini e fiorellini” … l’Amore che ci insegna Gesù è la Croce, è “morire” per colui che amo, rinnegare se stesso, è servizio gratuito e disinteressato.
La domanda che Gesù pone ai Dodici, quest’oggi è posta anche a noi. Pensiamo sia impossibile vivere il Vangelo? Ci sembra troppo gravoso servire il Signore? Vogliamo Amare il Signore e i fratelli? Le mogli sono disposte ad amare il proprio marito come la Chiesa ama Cristo, cioè facendo ruotare la propria esistenza attorno a lui? I mariti sono disposti ad amare la propria moglie come Cristo ama la Chiesa, cioè fino a donare a lei ogni istante della propria la vita? 
Certo servire è difficile e senza di Lui non possiamo fare nulla (Cfr. Gv 15, 5), ma solo servire con amore e per amore dà senso alla nostra vita, la riempie. Diversamente tutta la vita sarà percepita come una schiavitù da cui cercare di evadere (vedi la società contemporanea). È proprio per venire incontro alla nostra incapacità di servire che il Signore ci ha donato se stesso come pane della vita (il vangelo di oggi conclude il “discorso sul pane”). È nella Sua Parola, infatti, che troviamo la luce e la sapienza della vita. È nei sacramenti che troviamo la forza per Vivere pienamente di quella vita che dura in eterno.
«Volete andarvene anche voi?» Chiediamo la grazia di rispondere come Pietro, di riconoscere come lui: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna».
Fr. Marco


sabato 18 agosto 2018

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna

«Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato. Abbandonate l’inesperienza e vivrete, andate diritti per la via dell’intelligenza». (Pr 9,1-6)

«Fratelli, fate molta attenzione al vostro modo di vivere, comportandovi non da stolti ma da saggi, facendo buon uso del tempo, perché i giorni sono cattivi. Non siate perciò sconsiderati, ma sappiate comprendere qual è la volontà del Signore.» (Ef 5,15-20)

«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.» (Gv 6,51-58)

Nella XX domenica del Tempo Ordinario, Gesù, continua il “discorso sul pane”. Ha già detto che “l’opera di Dio” è Credere in Lui e fidarci di Lui; che Lui è il Pane dal Cielo dato per la salvezza del mondo. Oggi arriva ad affermare: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.
Chi si ciba dell’Eucarestia, del Corpo e Sangue di Cristo, allora, ha già nel presente la “Vita eterna” e risorgerà nell’ultimo giorno. La Vita eterna non è, allora, qualcosa che verrà, ma una realtà già presente in noi. Vita eterna, infatti, significa non solo vita “senza fine”, ma anche una vita “qualitativamente” diversa: una vita piena, bella; una vita che vale la pena di essere vissuta e non solo un “infinito trascinarsi di giorni”.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. È il Maestro stesso che quest’oggi nel Vangelo ci spiega cosa sia la Vita eterna: il rimanere in comunione con Lui. Lui in noi e noi in Lui. Gesù figlio di Dio, morto e risorto per noi, rimane dentro di noi e noi rimaniamo in Lui. Una comunione che diventa vita, a somiglianza della comunione tra Gesù e il Padre.
Questa vita eterna, quindi, è già presente in chi si nutre del Corpo e Sangue del Signore; è, però, una presenza, “imperfetta”, non pienamente realizzata (quel “già e non ancora” che caratterizza il tempo della Chiesa); ecco allora il rimando al futuro: lo risusciterò nell’ultimo giorno quando questa comunione, questa reciproca inabitazione sarà pienamente realizzata.
Oggi, nel presente della Chiesa, questa comunione già presente è fragile e va custodita con cura. Insieme al dono della liberazione dalla schiavitù del peccato, che ci è stato fatto nel battesimo, questa vita eterna già presente in noi che siamo morti e risorti con Cristo, rimanda alla nostra responsabilità: accogliere e custodire questo dono obbedendo sempre più perfettamente al Vangelo con la forza che traiamo dall’Eucarestia. È ciò a cui ci richiama oggi la prima lettura con l’appello a non comportarci da inesperti e a seguire la via dell’intelligenza. Un appello ripreso con forza da S. Paolo nella seconda lettura: fate molta attenzione al vostro modo di vivere, comportandovi non da stolti ma da saggi di quella sapienza che è saper riconoscere e compiere la volontà di Dio.
Accogliamo, allora, e custodiamo attentamente, la Vita eterna, quella Vita piena di senso, anche in mezzo alle traversie della vita, che solo Gesù può darci. Custodiamo con cura la comunione con Lui riconoscendolo, coi fatti, nostro Signore e nutrendoci di Lui perché possiamo sempre più divenire a Sua immagine e compiere le opere dei Figli di Dio.
Fr. Marco

martedì 14 agosto 2018

Un segno grandioso apparve nel cielo

«Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle» (Ap 11,19; 12,1-6.10)

«Fratelli, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita.» (1Cor 15,20-26)

«Grandi cose ha fatto per me l’onnipotente» (Lc 1,39-56)

Il Vangelo della solennità di Maria SS. assunta in Cielo, ci racconta il viaggio di Maria verso la parente Elisabetta. L’evangelista Luca costruisce il racconto ricalcando la narrazione della salita dell’Arca dell’Alleanza a Gerusalemme nella casa di Obed Edom (2Sam 6,1-11). Maria, infatti, coperta dallo Spirito Santo e portando nel grembo il Verbo fatto carne, è la Nuova Arca della definitiva Alleanza che Dio ha stipulato con l’uomo. Come l’antica Arca dell’Alleanza, che custodiva le tavole della legge e la manna, Maria è testimonianza della presenza di Dio in mezzo al popolo e primizia e caparra delle meraviglie che il Signore è capace di compiere per il suo popolo.
Contemplando Maria assunta in Cielo, infatti, la Chiesa è invitata a contemplare il destino finale cui il Signore ha destinato il popolo della Nuova Alleanza. Così la costituzione conciliare Lumen gentium ci invita a guardare a Maria: «La madre di Gesù, come in cielo, in cui è già glorificata nel corpo e nell’anima, costituisce l’immagine e l’inizio della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell’età futura, così sulla terra brilla ora innanzi al peregrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando non verrà il giorno del Signore».
Guardando a Maria, quindi, siamo invitati alla Speranza: il Signore ha per noi progetti di salvezza. Impariamo, allora, da questa santissima madre a non dubitare mai dell’amore del Padre. Impariamo a riconoscere con umiltà i prodigi che il Signore compie nella nostra vita e a rendere grazie per essi. Impariamo ad accogliere con fiducia e attenzione la Parola di Dio perché possa portare frutto in noi e conformarci sempre più al nostro Signore Gesù Cristo. Impariamo ad accogliere in noi l’Amore di Dio e ad amare per primi e gratuitamente i fratelli. Guardando al Cuore Immacolato di Maria, ardente di vero Amore, impariamo a perdonarci reciprocamente e a pregare per coloro che ci fanno del male. Impariamo, in fine, da questa perfetta discepola a rimanere uniti al Signore anche quando il Maestro ci chiede di seguirlo sulla via della croce.


Solo facendo così potremo anche noi dirci discepoli di Gesù e veri devoti di Maria. Imploriamo l’intercessione di Maria perché il Signore ci conceda la grazia di seguirlo come suoi autentici discepoli. Il mondo possa riconoscere in noi la presenza del Maestro e accogliere la Signoria di Cristo perché possiamo un giorno ritrovarci tutti alla presenza della Gloria di Dio. 

Fr. Marco