domenica 24 marzo 2019

Dio è con noi. Nulla è impossibile a Dio!

«Il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele, perché Dio è con noi» (Is 7,10-14; 8,10)

«“Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà” … Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre.» ( Eb 10,4-10)

«“Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te … Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. … Allora Maria disse: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”» (Lc 1,26-38)

La solennità dell’Annunciazione del Signore ci ricorda una verità che troppo spesso tendiamo a dimenticare: Dio è con noi! Il Signore, l’Altissimo, l’Onnipotente, cammina con noi, è venuto in mezzo a noi per salvarci!
Quanto spesso, purtroppo, dinanzi i problemi che ci affliggono e dai quali ci sentiamo come assediati, ci comportiamo come il re Acaz della Prima lettura: non ci fidiamo del Signore e, per non “comprometterci” ed essere in qualche modo obbligati a fidarci, non osiamo nemmeno chiedere segni del Suo aiuto e della Sua presenza.
Ma il Signore c’è, Egli è “Colui che c’è” (secondo una a accreditata traduzione del nome di Dio rivelato a Mosè al roveto ardente: Es 3,14) e si china sulla nostra miseria per soccorrerci. Il nostro Dio non è un dio che noi ci siamo inventati, un “dio secondo me”, un idolo che alla resa dei conti manifesta la sua inconsistenza e impotenza; il nostro Dio è il Dio Vivente, che fa cose inedite: nulla è impossibile a Dio. A noi chiede solo di fidarci, di lasciarlo operare, e vedremo le meraviglie che solo Lui può compiere.
Con l’Annunciazione, Dio Onnipotente chiede il permesso a Maria Santissima per fare irruzione nella storia e trasformarla in Storia di Salvezza. A Maria è chiesto solo di fidarsi, di lasciarlo operare, di accogliere l’opera che Dio sta compiendo. Anche questo è indizio che ci troviamo alla presenza del Dio Vivente e non di un idolo da noi pensato: Dio, l’Onnipotente e il Creatore, ci ama a tal punto da non volere schiacciare la nostra libertà; ci chiede di dare il nostro assenso per essere così “collaboratori” dell’opera di salvezza.
 Maria Santissima si fida. Pur non potendo comprendere pienamente come agirà il Signore, si fida e dà il suo consenso perché il Signore operi. Certamente l’opera del Signore “sconvolge la vita”: ci fa uscire dalle nostre vie e ci fa entrare nella Sue vie. Ma il Suo progetto è certamente più grandioso di ciò che noi possiamo pensare e realizzare senza di Lui. Il Suo progetto per noi è una Vita Piena ed Eterna, quella vita che tutti in fondo al cuore desideriamo, ma che da soli non possiamo raggiungere. Il Signore ci fa uscire dalle nostre comode schiavitù, dai nostri meschini compromessi,  per farci camminare con Lui verso “un paese dove scorre latte e miele”. Al primo Sì, infatti devono seguirne tanti altri. È un cammino faticoso quello che siamo chiamati ad intraprendere con Lui, ma è il cammino che da senso alla nostra vita.
Contemplando, allora, il Sì di Maria grazie al quale il Verbo eterno del Padre fa irruzione nella storia, impariamo anche noi a dire Sì a Dio nella nostra vita, ad accogliere la Sua Presenza e a fidarci del Dio Vivente ascoltando la Sua Parola e compiendo ciò che ci chiede. Sperimenteremo le meraviglie che Solo Dio può compiere: nulla è impossibile a Dio.
Fr. Marco

giovedì 21 marzo 2019

Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte?


«Il Signore disse: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele”». (Es 3,1-8.13-15)

«… chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere …» (1Cor 10,1-6.10-12).

​«Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo … “Padrone, lascialo ancora quest’anno, … Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”» (Lc 13,1-9)

La Parola di Dio della terza domenica di quaresima ci esorta ancora, in maniera pressante, alla conversione. Gesù, infatti, nel Vangelo che abbiamo ascoltato, prende spunto da due fatti di cronaca per invitarci a fare tesoro del tempo che il Signore ci dona per fare frutti di vita eterna, a cambiare vita.
magari capita anche a noi che, sentendo parlare di alluvioni, terremoti, disgrazie sul lavoro, siamo tentati di credere che le vittime di tali tragedie se le siano in qualche modo “meritate”: è un pensiero che ci rassicura perché ci permette di puntare il dito su gli altri e riusciamo a racchiudere la disgrazia in una logica che possiamo comprendere.

Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? Il Maestro prende le distanze da una lettura che veda in queste tragedie il castigo di Dio. Tuttavia conclude: «se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Credo sia lo stesso avvertimento che altrove diventa: «Il Figlio dell’Uomo verrà come un ladro di notte» (Cfr. Mt 24, 42-44). È l’invito a essere sempre pronti a rendere conto della nostra vita. Quegli uomini morirono improvvisamente e forse senza essere pronti: ecco perché l’urgenza della conversione! Una conversione personale: l’appello alla conversione non è per “gli altri”, è per me. Sono io che devo convertirmi.
Il Dio che Gesù ci rivela, quindi, non è un Dio vendicatore che ci punisce per il male che abbiamo fatto. Il male è già punizione a se stesso. Il Dio che ci rivela Gesù è, invece, un Padre che non smette di chiamare il suo popolo alla salvezza, un Dio che “osserva la miseria” del suo popolo con occhi di misericordia (Cfr. I lettura). Il nostro tempo, tuttavia, è limitato e corriamo due pericoli ugualmente da evitare: da un lato il pericolo di costruirci l’immagine errata di un “Dio giustiziere” pronto a “pesare” scrupolosamente i nostri peccati e a punirci per essi; dall’altro lato il pericolo di costruirci l’immagine di un Dio “troppo buono” che, indipendentemente dalle nostre azioni, alla fine salverà tutti.

Entrambe le immagini sono false. La prima immagine  ci porta ad assumere atteggiamenti servili: agiamo spinti dalla paura, attenti all’osservanza letterale della legge, ma con il cuore distante da Dio. In tale prospettiva la salvezza, destinata a pochissimi, non è dono di Dio, ma conquista dell’uomo. La seconda immagine, al contrario, ci porta a deresponsabilizzarci, a non vigilare sul nostro comportamento: viviamo, di fatto, come se Dio non ci fosse, presumendo che ci sarà sempre tempo … e che alla fine “Dio perdona tutti”. Dimentichiamo che il nostro tempo è limitato e che non sappiamo quando compariremo davanti il Suo giusto giudizio.
Il Dio che ci presenta Gesù, invece, è un Padre infinitamente giusto e misericordioso: si china sulla miseria del suo popolo, prende l’iniziativa della salvezza, nutre la nostra debolezza con i sacramenti, ma ci chiede di accogliere questa salvezza, di portare frutto, di assumere la logica dell’amore.
«Padrone, lascialo ancora quest’anno …». Usiamo bene il tempo che il Signore ci dona, assumiamo la logica dell’amore sulla quale saremo giudicati. Facciamo in modo di essere pronti quando il Signore cercherà i frutti. Pur confidando nella misericordia del Padre, vigiliamo sulla nostra vita senza presumere della nostra salvezza: «… chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere …».

Fr. Marco.

sabato 16 marzo 2019

Videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui


«… “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle” e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza”. Egli credette … Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un forno fumante e una fiaccola ardente passarono in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse questa alleanza con Abram … » (Gen 15, 5-12.17-18)

​«Perché molti … si comportano da nemici della croce di Cristo. La loro sorte finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra.» (Fil 3,17- 4,1)


«… E, mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante … videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. … Questi è il Figlio mio, l’eletto, ascoltatelo!» (Lc 9, 28-36).

La Parola di Dio della seconda domenica di quaresima ci presenta la Trasfigurazione. Fin dai primi passi del cammino quaresimale, il Signore offre ai suoi discepoli di ieri e di oggi la grazia di intravedere la meta del Suo e del nostro cammino. Una meta gloriosa che, tuttavia, si raggiunge attraverso la “via stretta”, ma ineludibile, della croce.
Il Signore conosce la nostra debolezza, la debolezza della nostra fede, la nostra paura, e ci offre quest’oggi la visione della meta perché possiamo farci coraggio quando il cammino si fa più difficile, quando il “non senso” sembra averla vinta.
A noi, come ad Abramo (prima lettura),  non è chiesto altro che di fidarci di Lui. Siamo invitati a  credere alle Sue Parole. È una fede ragionevole quella che ci viene chiesta: il Signore si impegna solennemente e conferma con segni concreti la veridicità della Sua Parola.
Anche ad Abramo il Signore promette qualcosa che va al di là di ogni credibilità: è un uomo ormai vecchio, lontano dalla sua terra e dalla sua tribù. Il Signore gli promette una discendenza senza numero e una ricca terra che apparterà a questa discendenza. Veramente quella di Abramo è una fede che sfida ogni speranza umana! Una fede capace di fondarsi solo sulla Parola di Colui che promette. Il Signore, però, conosce la fatica di Abramo e si piega sulla sua debolezza offrendogli un solenne impegno nelle modalità che gli erano ben note. Era, infatti, un uso comune ai popoli del vicino oriente antico quella di giurare e stabilire alleanze passando in mezzo a carcasse di animali uccisi: i due contraenti, con il passaggio, si impegnavano a rispettare il patto; la pena per la trasgressione  era condividere la sorte di quegli animali. A questo punto, però, è importante notare che nel brano di Genesi solo la “Fornace ardente” (chiara rappresentazione della presenza di Dio) passa attraverso le carcasse: è Dio che si impegna! È solo sulla Sua fedeltà che si fonda l’alleanza!
Ciò è valido anche per noi: la Nuova Alleanza è fondata sulla fedeltà di Dio. Non ci sono più le carcasse di animali immolati, ma Lui stesso, immolato per amore sulla croce, si offre a garanzia della promessa. A noi chiede solo di accogliere la Sua fedeltà, di fidarci del Suo amore, di ascoltare e obbedire alla Sua Parola. Un ascolto chiamato a diventare, discepolato, sequela e imitazione: come Abramo anche noi siamo chiamati ad “uscire dalla nostra terra”, a lasciare le logiche del mondo, dell’egoismo, dell’edonismo e del potere, per percorrere nuove strade, per vivere secondo una logica nuova, quella dell’amore che si dona senza riserve fino a morire per l’amato, la logica della Croce. Come ci ricorda l’apostolo Paolo, siamo chiamati a non comportarci da “nemici della Croce”.

Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra. Trovo attualissime queste parole. Quante volte attorno a noi vediamo fratelli e sorelle, che hanno smarrito il senso e la direzione della loro vita, ostentare con orgoglio le peggiori nefandezze, pretendere di chiamare giusto e “diritto” ciò che va contro la legge di Dio! Avendo smarrito l’orizzonte dell’eternità, sono tutti presi dalle cose della terra. Tutto questo purtroppo, non sarà senza conseguenze: la loro sorte finale sarà la perdizione.
Viviamo, allora, come “cittadini del Cielo” (Cf Fil 3,20) e, fissando la nostra speranza nel nostro Salvatore, trasformiamo ogni giorno, con la nostra vita, questo mondo nel Regno dei Cieli.
Fr. Marco

sabato 9 marzo 2019

Se tu sei Figlio di Dio ...

«Mio Padre era un Arameo errante… allora gridammo al Signore ed Egli ascoltò la nostra voce» (Dt. 26, 4-10)

«… se con la tua bocca proclamerai: «Gesù è il Signore!», e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo.» (Rm 10,8-13)

«Gesù si allontanò … nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo» (Lc 4,1-13)

​Con la prima domenica di quaresima, anche noi siamo condotti con Gesù nel deserto “per essere tentati”, per scoprire cosa c’è nel nostro cuore, ma anche per “esercitarci”. Come nello sforzo atletico, infatti, siamo chiamati, iniziando il nostro cammino di conversione, a metterci alla prova, o meglio a lasciarci mettere alla prova, per aumentare la nostra capacità di risposta alle sollecitazioni, per imparare a scegliere sempre la Volontà di Dio.
È importate, però, iniziando questo cammino, partire dalla consapevolezza della nostra identità: non a caso la Parola di Dio di oggi si apre con la professione di fede che il popolo eletto è invitato a fare nella liturgia primaverile. Bisogna che riconosciamo la nostra profonda identità di “erranti accolti”. Uomini e donne sempre alla ricerca di un “di più” che solo il Signore ci può donare. Comprendendo questa nostra profonda identità di “erranti”, di nomadi, comprenderemo anche la relazione fondamentale della nostra vita: il Signore ascolta la nostra voce e ci dona una terra, ci dona stabilità. 
Non di solo pane vivrà l’uomo: ecco il senso del donare le primizie (prima lettura). Ciò che mi soddisfa e mi dona stabilità, non è il mio pane, ciò che posso procurarmi con le mie mani, ma Dio. Quella dell’autonomia, dell’autarchia, del “self made man”, è la prima e la più antica delle tentazioni: “non hai bisogno di nessuno, soddisfa da solo la tua fame, dì che queste pietre diventino pane …”. Gesù risponde mettendo in chiaro la relazione vitale con il Padre e la dipendenza da Lui: ciò di cui l’uomo ha bisogno non può darselo da solo, ma deve riceverlo dal Padre. L’uomo non ha bisogno solo del pane, ma della “Parola”, della relazione con il Padre!
… se ti prostrerai in adorazione davanti a me … Nella seconda tentazione presentata da Luca, sembra che sia proprio la relazione ad essere presa in considerazione. Si tratta però di una relazione traviata, falsa fin dall’origine: si rende culto a “qualcosa/qualcuno” per ottenere il potere. Alla fine, centro del mio amore è sempre il mio Io che pretende di avere potere su tutte le creature. È la tentazione della magia che poco ha a che fare con la fede. Facciamo attenzione a questa tentazione, perché subdolamente potrebbe nascondersi anche in un atteggiamento che appare religioso.
… gettati giù … L’ultima tentazione è quella del prodigioso, del mettere alla prova Dio: “se mi ama …”. È la tentazione che sta alla base di ogni tentazione: Se tu sei Figlio di Dio. Non a caso questa formula ricorre in tutte e tre le tentazioni. Il pensiero sottostante è che Dio, per mostrarsi nostro Padre, deve fare ciò che noi decidiamo essere giusto … la stessa logica che ha il bambino capriccioso quando il padre gli nega qualcosa che sa non è per lui un bene, almeno in quel momento.
Questa tentazione nasce dal dubbio: Dio è veramente capace di salvarmi? Veramente mi ama? Un dubbio profondo che nessun miracolo potrà veramente fugare: dopo un evento prodigioso, se ne chiederà un altro ed un altro ancora … Il nocciolo del problema è ancora una volta la relazione: si compie l’errore di pensare di essere il centro della relazione. Il nostro Io si erge ancora a dio: sarò io allora a decidere ciò che è giusto che avvenga e come deve avvenire … siamo ancora lontani dal“sia fatta la tua volontà” che preghiamo quotidianamente.
Non a caso l’evangelista Luca pone l’ultima tentazione a Gerusalemme: di questo “Se tu sei Figlio di Dio, gettati” si sentirà l’eco nel racconto della Passione la domenica delle palme: “Salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, l’eletto” (Lc 23,35). È la tentazione di fuggire dalla volontà di Dio, la tentazione di fuggire alla Croce. Sappiamo, però, che è una strada obbligata per giungere alla gloria della resurrezione, una strada sicura perché ci è stata aperta dal nostro Maestro e Signore.
Fr. Marco.

sabato 2 marzo 2019

Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso?

«Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela i pensieri del cuore.» (Sir 27,5-8)

«… rimanete saldi e irremovibili, progredendo sempre più nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.» (1Cor 15,54-58)

«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso?  … Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda». (Lc 6,39-45)

Questa VIII domenica del tempo ordinario, la Parola di Dio continua ad ammonirci a fare attenzione a dove poniamo le nostre radici: siamo radicati in Dio o affondiamo altrove le nostre radici? Per aiutarci a fare questo discernimento, la Parola ci invita a guardare i frutti che produciamo: l'albero buono produce frutti buoni; l'albero cattivo frutti cattivi.
Tra questi frutti cattivi che escono dal nostro cuore quando affonda le sue radici lontano da Dio, c'è sicuramente il giudizio del fratello, l'incapacità di amarlo. Già domenica scorsa il Vangelo ci invitava ad amare gratuitamente e a non giudicare (Cf. Lc 6,27-38). Oggi ce ne mostra il motivo: «Può forse  un cieco guidare un altro cieco?» Siamo ciechi, accecati dalla trave del nostro giudizio, e pretendiamo di correggere e guidare i fratelli!
A volte ci atteggiamo a maestri, guide spirituali,  per essere apprezzati e guardati con stima. Ecco perché la Parola oggi ci chiama ipocriti, cioè “teatranti” (letteralmente: “maschere di teatro”): recitiamo una parte in cerca di applausi, ma non siamo veri, autentici.
Il Maestro, l'unica nostra guida  («Uno solo è il vostro maestro ...» Mt 23,8) ci chiede oggi di entrare nella verità della nostra vita e farci suoi discepoli. A chi ci accosta, indichiamo Lui come guida. Sradichiamo dalla nostra vita il giudizio e la presunzione di essere guide dei nostri fratelli. Impariamo ad amare. Certo, la correzione fa parte dell’amore (Gesù stesso insegna la correzione fraterna: Mt 18,15-17): se mio fratello sbaglia ed io non lo correggo, me ne disinteresso, e lascio che si perda, non lo sto certo amando. Per fare questo però, dovrò prima avere permesso al Signore di togliere dal mio occhio la trave del “giudizio” e della condanna; solo allora ci vedrò bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del mio fratello. Riconosciamo umilmente la nostra cecità perché il Signore ci guarisca e noi possiamo essere riconosciuti Suoi discepoli capaci di indicare Lui a quanti ci accostano.
Facendo attenzione alle nostre parole, vigiliamo, allora sui frutti che escono da nostro cuore: «Del resto sono ben note le opere della carne: … inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. …. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé;» (Cf Gal 5,19-23)
Fr. Marco

sabato 23 febbraio 2019

Sarete figli dell’Altissimo


«Abisài disse a Davide: “Oggi Dio ti ha messo nelle mani il tuo nemico. Lascia dunque che io l’inchiodi a terra con la lancia in un sol colpo e non aggiungerò il secondo”. Ma Davide disse ad Abisài: “Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?”». (1 Sam 26,2.7-9.12-13.22-23)

«Come è l’uomo terreno, così sono quelli di terra; e come è l’uomo celeste, così anche i celesti. E come eravamo simili all’uomo terreno, così saremo simili all’uomo celeste.» (1Cor 15, 45-49)

«Ma a voi che ascoltate, io dico … Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.» (Lc 6, 27-38)

Domenica scorsa la Parola ci esortava a porre solo in Dio il nostro fondamento, la nostra fiducia, e dichiarava: «maledetto l’uomo che confida nell’uomo» e «guai a voi, ricchi». Questa domenica, VII del tempo ordinario, la Parola approfondisce ancora di più cosa significhi essere poveri e confidare nel Signore e cosa invece essere ricchi e confidare nell’uomo (soprattutto in se stessi).
Ma a voi che ascoltate, io dico... La pericope evangelica di oggi, infatti, nel Vangelo di Luca si apre con una congiunzione avversativa che rende esplicito il collegamento con quanto precede e l’invito a prendere le distanze dall’atteggiamento prima descritto: ricchezza e fiducia nelle proprie forze e nell’approvazione degli uomini. Noi che ascoltiamo la Parola, siamo invitati a vivere in un atteggiamento diverso.
Già nella prima lettura di oggi, vediamo Davide che rinuncia a farsi giustizia con le proprie mani: Saul, che lo cerca per ucciderlo, si trova esposto e vulnerabile. Abisai, pensando come direbbe s. Paolo, come l’uomo terreno, gli consiglia di approfittare della debolezza del suo nemico e ucciderlo. Ma Davide pone la sua fiducia nel Signore, non nelle proprie forze e sa che, nonostante tutto, Saul è consacrato al Signore, appartiene a Lui. Solo al Signore spetta rendere a ciascuno secondo la sua giustizia e la sua fedeltà.
Anche il Vangelo di oggi, quindi, ci invita a perdonare, a fare del bene anche a chi ci fa del male, a pregare per i nostri nemici … vette altissime della vita del cristiano. Talmente alte che da qualcuno sono considerate irraggiungibili. Eppure solo comportandoci così saremo considerati figli dell’Altissimo, che è benevolo verso gli ingrati e i malvagi,  e potremo renderci conto se siamo passati dalla morte alla Vita. Lo dice chiaramente l’Apostolo Giovanni nella sua prima lettera: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte.» (1Gv 3,14). Rinunciamo a farci giustizia da soli. Come il Padre Misericordioso, diamo tempo ai fratelli per pentirsi. Ricordandoci, inoltre, che ogni giorno preghiamo il Padre di rimettere a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, facciamo attenzione ad essere “di larga manica” perché la misericordia nei nostri confronti possa essere altrettanto abbondante. Faccio notare, ancora, che questa è l’unica petizione del Padre Nostro che Gesù riprende e commenta: «Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.» (Mt 6,14-15)
Riconoscendo la nostra povertà e piccolezza, allora, non presumiamo di conoscere tutta la verità e lasciamo a Dio il giudizio. Verrà il momento in cui ciascuno sperimenterà i frutti delle proprie scelte: la “morte” il non senso eterno, l’eterna mancanza della “Vita”, della pienezza, del senso; o la “Vita eterna”, la gioia piena, la felicità che non passa. Tutte cose che sperimentiamo già qui nella misura in cui viviamo in Dio o senza di Lui.
Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla. Torna l’appello alla povertà, a non confidare nella carne, a non fare del bene per ottenere un contraccambio, a non sperare nulla dal bene che facciamo. Se amiamo quelli che ci amano (se poniamo come condizione al nostro amore il fatto di essere a nostra volta amati), e facciamo del bene per ricevere altrettanto, stiamo ponendo la nostra fiducia sulle nostre forze, stiamo cercando una “ricchezza” su cui confidare e ricadiamo nella maledizione dell’uomo che confida nell’uomo. Ciò vale nei confronti degli “uomini” che siamo chiamati ad amare “gratuitamente”, anche se a nostro parere non se lo meritano; ma vale anche nei confronti di Dio che siamo chiamati ad amare per se stesso, da figli e non da “mercenari” che fanno qualcosa per ottenere una ricompensa.
Le mete che oggi ci pone il Vangelo sono altissime, ma imprescindibili per chi vuole seguire il Maestro sulla via della vita. Benché altissime, inoltre, sono mete “alla nostra portata”. Come ci ricorda S. Paolo nella seconda lettura, infatti, con il Battesimo siamo stati conformati all’Uomo Celeste, al nostro Signore Gesù Cristo, abbiamo ricevuto lo Spirito Santo, lasciamolo operare nella nostra vita.
Fr. Marco

sabato 16 febbraio 2019

Maledetto l’uomo che confida nell’uomo ... Benedetto l'uomo che confida nel Signore


«Così dice il Signore: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore.”» (Ger 17,5-8)

«Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini.» (1 Cor 15,12.16-20)

«Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.» (Lc 6,17.20-26)

Questa domenica, VI del tempo ordinario, la Parola di Dio tratta del nostro fondamento, di ciò in cui poniamo la nostra fiducia e la nostra speranza. L’uomo che pone la propria speranza “nell’uomo”, cioè in se stesso, nei propri averi, nelle proprie capacità, nelle “alleanze” che ha stipulato con i potenti di questo mondo, è detto maledetto. Ritengo sia maledetto non perché Dio lo maledice (Lui, datore di ogni bene, ama tutti gli uomini), ma perché staccandosi dalla fonte del Bene, non potrà che restare deluso.
Di quest’uomo è detto che “non vedrà venire il bene”. Costui, infatti, “lega le  mani a Dio”, Gli impedisce di donargli il bene perché Lo esclude dal suo orizzonte decisionale. L’uomo che confida nell’uomo, così come è descritto nella prima lettura, infatti, è “ricco di se”, autoreferenziale. Lungi dall’affidarsi al Signore, dal lasciarsi guidare, costui cerca in ogni modo di ottenere ciò che ritiene essere bene (per se). Per quanto possa apparire religioso, la sua vita si svolge “a prescindere da Dio”. staccato dalla fonte della Vita. presto tutto attorno a lui parlerà di morte, di non senso (“dimorerà in luoghi aridi, nel deserto …”)
È una realtà attualissima attorno a noi: uomini e donne che vogliono piegare tutto alla propria volontà, che vogliono prescindere da ogni oggettività, che pretendono di prescindere anche dalle leggi di natura. Fratelli e sorelle che vivono come se Dio non ci fosse, al massimo relegandolo alla sfera intimistica, facendosi il loro dio che non li disturba. Tali uomini e donne con le loro scelte si creano il loro deserto … È una realtà attualissima nelle scelte etiche che la società civile è chiamata a fare: l’uomo che confida nell’uomo (nei sondaggi, nei referendum …) non “vede più il bene”. Ha smarrito il senso profondo dei suoi atti.
Benedetto l’uomo che confida nel Signore … Beati voi, poveri. Che significa “confidare nel Signore”, essere “poveri” dinanzi a Dio? Significa porre nel Signore la propria fiducia. Non certo, però, con l’atteggiamento di chi  “sta con le mani in mano”, ma scegliendo a partire da una Parola che ci interpella. Significa, allora, accogliere nei nostri processi decisionali l’orizzonte di Dio. Essere consapevoli che è Lui la fonte di ogni Bene a partire dalla quale siamo chiamati ad agire.
Per questo, nella seconda lettura di oggi, San Paolo ci richiama alla fede nella resurrezione, a spingere il nostro sguardo al fine ultimo della nostra vita. È importante allargare i nostri orizzonti di senso, non restare ancorati ad una immanenza che ci ingabbia. Anche questo pericolo è concreto e attuale: quanti fratelli e sorelle, anche nella Chiesa, vivono la loro fede come una garanzia che non gli accadrà nulla di male … e poi si scandalizzano quando le insopprimibili difficoltà della vita li colgono. A costoro oggi San Paolo dice: “Se abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare”.
Allora: “Benedetto l’uomo  che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia”. Poniamo in Lui la nostra fiducia, accogliamo la Sua Parola e lasciamoci guidare. Vedremo i frutti.
Fr. Marco.