«Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.» (Rm 14,7-9)
«“Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.”» (Mt 18,21-35)
Questa domenica, XXIV del tempo ordinario, Gesù nella pagina di Vangelo continua ad insegnarci come comportarsi con il fratello che sbaglia: alla correzione fraterna segue il perdono, cioè dare al fratello una nuova possibilità.
Credo sia importante chiarire che perdonare non significa “dimenticare” il torto subito; dimenticare, infatti, a volte ci risulta impossibile; d’altra parte, dimenticare potrebbe significare non voler guardare in faccia la realtà. Il perdono, inoltre, non è dato per debolezza: non è fingere di non tener conto di un torto subìto perché chi l’ha commesso è più forte di noi. Il perdono, infine, non consiste nel considerare senza importanza ciò che è grave, o bene ciò che è male. Il perdono non è indifferenza.
Il perdono è un atto di volontà e di lucidità, quindi un atto di libertà, che consiste nell’accogliere il fratello o la sorella così com'è, nonostante il male che ci ha fatto; come Dio accoglie noi peccatori, nonostante i nostri peccati. Il perdono consiste nel non rispondere all’offesa con l’offesa, ma nel fare quanto ci dice San Paolo: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male» (Rm 12,21). Il perdono consiste nel donare al fratello che ha sbagliato la possibilità di un nuovo rapporto con te, la possibilità quindi, per lui e per te, di ricominciare la vita, di far sì che il male non abbia l’ultima parola.
«Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette». Un numero simbolico, che indica la sovrabbondanza, il perdono illimitato (7 – numero che indica la pienezza – per 10 – numero che indica la totalità del compimento). Pietro forse pensava di essere stato generoso nel perdonare “sette volte”: sette è il numero della pienezza. Il Maestro chiede, invece, che il perdono sia illimitato, come quello che il Padre è disposto a concederci. Interessante, poi, che alcuni codici riportino “settantasette volte” con un chiaro riferimento a Gen 4,24: «Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette». Lì dove l’uomo cerca la vendetta, il Signore chiede il perdono.
Con la “parabola del servo spietato” il Maestro spiega anche il motivo del perdono: siamo del Signore, come ci ricorda oggi san Paolo nella seconda lettura, e a lui dobbiamo rendere conto delle nostre mancate corrispondenze, delle nostre ingratitudini … dei nostri peccati. Se prendessimo davvero coscienza di tutto l’amore che il Signore ogni giorno ci dona e delle nostre mancate corrispondenze, non potremmo che riconoscerci nel servo debitore di diecimila talenti che è impossibilitato a restituire. Gesù, nel Padre Nostro, ci ha insegnato a chiedere ogni giorno «rimetti a noi i nostri debiti». È il motivo per il quale cominciamo ogni nostra celebrazione con l’atto penitenziale, chiedendo perdono al Signore di tutti i nostri peccati.
Nel Padre Nostro chiediamo «rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori». Una preghiera che ci impegna a perdonare e ci rende “misura” del perdono che riceviamo. Come possiamo, infatti, chiedere al Padre di perdonarci se noi non siamo disposti a fare altrettanto con il nostro fratello? È ciò che si chiede nella prima lettura l’autore del libro del Siracide: «Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati?». Quella sul perdono, inoltre, è l’unica petizione del Padre Nostro che Gesù riprende e commenta: «Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.» (Mt 6,14-15)
Accogliamo l’insegnamento di Gesù e perdoniamoci a vicenda di vero cuore per potere ricevere il perdono del Padre.
Fr. Marco

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