sabato 3 ottobre 2020

Solennità di S. Francesco d'Assisi

 


«Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 25-30)

Oggi celebriamo la solennità del serafico Padre S. Francesco. In questo triduo abbiamo visto san Francesco come modello di ogni discepolo di Cristo e abbiamo lanciato uno sguardo ai tratti salienti della spiritualità francescana che nasce dal profondo amore di Francesco per il Suo Signore Gesù Cristo.

Oggi vorrei provare a fare una sintesi a partire dalla domanda: “Chi è S. Francesco?”. La risposta più immediata che mi viene in mente è che Francesco è un uomo pienamente realizzato: ha trovato il suo posto nella vita, ha vissuto pienamente la vita, ha realizzato ciò che il Signore aveva pensato per lui fin dall’eternità.

Francesco sente forte in lui, come ogni uomo, un desiderio di grandezza, di pienezza di vita, che il mondo non riesce a soddisfare. La sua giovinezza è fortemente segnata da questa ricerca di una vita piena. E il Signore interviene in questa ricerca orientandola, mettendo spine sulle strade sbagliate che Francesco percorre perché, ravvedendosi, possa imboccare la strada giusta.

Una prima grandezza di Francesco che vorrei evidenziare è l’autenticità della sua ricerca: nel ricercare il suo posto nel mondo Francesco non si fa condizionare da ciò che possono pensare gli altri: se comprende di star percorrendo una strada errata, torna indietro. L’autenticità e l’entusiasmo della sua ricerca fanno anche in modo che, appena comprende la volontà di Dio, Francesco la compie senza perdere tempo in vane speculazioni. Per questo Francesco è uomo veramente evangelico, perché si lascia guidare dal vangelo in tutte le sue scelte. Chiediamo a S. Francesco di pregare per noi perché anche la nostra ricerca possa essere autentica e come lui posiamo mettere in pratica con immediatezza e semplicità ciò che il Signore ci fa comprendere della sua volontà senza dar tempo alle nostre paure di bloccarci o di “ammorbidire” ciò che abbiamo compreso.

Un’altra caratteristica di Francesco che vorrei sottolineare è il suo essere fratello. Francesco comprende che il comandamento fondamentale, la “sintesi della legge e dei profeti” è l’Amore. Vive pienamente quest’amore per Dio e per i fratelli. Il titolo di “serafico” che la Chiesa gli ha attribuito richiama, infatti, i Serafini: le creature angeliche che ardono d’amore per Dio. Francesco sceglie quindi di vivere l’amore e di farsi fratello di ogni creatura. Francesco vuole che l’ordine da lui fondato sia una fraternità, ma ritengo sia significativo il fatto che raramente nei suoi scritti parli di “fraternità”, ma innumerevoli volte parli di “fratelli”: la fraternità in astratto non esiste. Esistono degli uomini e delle donne che scelgono di farsi fratelli e sorelle di chi il Signore pone loro accanto. È questa la fraternità francescana: riconoscere l’unica paternità di Dio e per questo scegliere di farsi fratelli di ogni uomo amandolo per primo come noi ci sentiamo amati dal Padre. Solo quando ciascuno di noi si farà fratello/sorella dell’altro ci sarà tra noi vera fraternità.

Un’altra caratteristica di Francesco che va evidenziata, forse la sua caratteristica più peculiare, è la Minorità: Francesco sceglie di rinunciare ad ogni superiorità, sceglie di stimare sempre gli altri come superiori a sé. Fa questa scelta spinto dall’imitazione di Gesù Cristo che “da ricco che era si fece povero per noi”. Se Lui che è Dio si fa uomo e piccolo, quanto più noi suoi discepoli siamo chiamati a farci piccoli, a riconoscere la nostra reale piccolezza e a consegnarla nelle Sue mani perché Lui posa compiere grandi cose.

La minorità di Francesco, caratteristica fondamentale della sua sequela di Cristo, si traduce anche nella sua povertà come rinuncia ad ogni potere, ad ogni idolatria e ad ogni autosufficienza. La povertà di Francesco è certamente motivata dall’imitazione di Cristo, ma anche dalla sua comprensione di quanto qualunque ricchezza ci separa rendendoci autosufficienti; la ricchezza, inoltre, va difesa e questo fa sì che non vediamo più in chi ci sta accanto un fratello, ma un nemico. Facciamo attenzione, però, che la ricchezza rifiutata da Francesco è dentro l’uomo, non fuori dall’uomo: si può essere ricchi anche della propria povertà quando la si usa come arma per sentirsi superiori ai fratelli. Quella di Francesco, invece, è una reale povertà interiore che diventa visibile anche esteriormente.

Parlando della minorità di Francesco, però, dobbiamo dire che essa diventa anche obbedienza: scegliendo Gesù come suo Signore, Francesco mette realmente la sua vita sotto la sua Signoria; e riconoscendo gli altri come superiori a sé vive in continuo ascolto della volontà di Dio che può manifestarsi attraverso qualunque dei suoi fratelli. L’obbedienza di Francesco, naturalmente, si fa estrema nei riguardi della Chiesa e di ogni suo rappresentante in cui vede una mediazione diretta e privilegiata della voce di Dio. Solo in questo modo Francesco poté realizzare la restaurazione della Chiesa che anche altri avevano inutilmente tentato. La Chiesa ai tempi di Francesco è una Chiesa che va in rovina, in cui solo con grande fatica si riconosce la Sposa di Cristo: i vescovi vivono come principi e come loro sono più impegnati in cose temporali che in cose spirituali. I sacerdoti spesso sono quasi analfabeti e vivono una dubbia morale. È questa la Chiesa che Francesco è chiamato a restaurare dall’interno, ed è questa la Chiesa alla quale Francesco vuole obbedire perché sa che nonostante tutto in essa il Signore continua a parlare.

Come seguaci Francesco, quindi anche noi disponiamoci ad accogliere la volontà di Dio che si manifesta nei fratelli che il Signore ha chiamato al governo della Chiesa e al governo delle nostre fraternità, sicuri che il Signore che li ha chiamati li assisterà nel compito loro affidato e che, come dice S. Agostino: «Se il Signore può permettere che sbagli chi comanda, non permette che sbagli chi obbedisce».

In conclusione, celebrando questa solennità, fratelli e sorelle, guardiamo a ciò che S. Francesco ha fatto della sua vita, seguiamo il suo esempio nella disponibilità a compiere il progetto d’amore del Padre per noi e come lui; mettiamo realmente la nostra vita sotto la Signoria di Cristo; in tal modo saremo realmente discepoli di Cristo e seguaci di Francesco, uomini e donne pienamente realizzati, strumenti di Dio per edificare giorno dopo giorno il Regno dei Cieli. Il Signore ce lo conceda per intercessione di S. Francesco nostro Serafico Padre.

Fr. Marco

venerdì 2 ottobre 2020

Triduo di S. Francesco d'Assisi. Terzo giorno: L’umiltà di cuore e il giogo del Signore

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.  Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero.» (Mt 11,25-30)

In questo terzo giorno del triduo il Maestro ci esorta: prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore. Come dicevamo ieri parlando della Minorità e dell’Umiltà, san Francesco, ci ricorda che di nostro abbiamo solo il peccato. Così scrive nell’Ammonizione V: «E tutte le creature, che sono sotto il cielo, ciascuna secondo la propria natura, servono, conoscono e obbediscono al loro Creatore meglio di te. E neppure i demoni lo crocifissero, ma sei stato tu con essi a crocifiggerlo, e ancora lo crocifiggi quando ti diletti nei vizi e nei peccati. Di che cosa puoi dunque gloriarti?» (FF 154; Amm. V) E ancora continua il Serafico Padre: «in questo possiamo gloriarci, nelle nostre infermità  e nel portare sulle spalle ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo.» (Ibid.).

È l’invito che ci fa oggi il Vangelo. Gesù ci esorta ad andare a Lui e ad imitarlo nella virtù fondamentale dell’umiltà senza la quale non può esistere la vera Carità, il vero amore di Dio e del prossimo, e a prendere su di noi il suo giogo. Lo sappiamo bene, il giogo di Cristo è la Croce abbracciata per amore.

Credo sia il caso di ricordare ancora una volta che la Croce salvifica non è una sofferenza subita mio malgrado. La Croce salvifica è tutto ciò che ci permette di fare della nostra vita un dono d’Amore a Dio e ai fratelli. Come ci ricorda, infatti, il servo di Dio Don Tonino Bello, terziario Francescano e Vescovo, come lui stesso volle essere ricordato: «Amare è voce del verbo morire». L’amore vero, non quello adolescenziale, è quello che ci fa uscire da noi, quello che ci fa mettere il bene della persona amata prima del nostro: «Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per gli amici» (Gv 15,13)

Francesco d’Assisi è innamorato dalla Croce del Signore che, dicono le biografie, si impresse nella sua anima ben prima che nel suo corpo con le Stimmate. Tutte le ammonizioni del serafico Padre, infatti, girano intorno al tema della vera povertà interiore con la quale l’uomo riproduce la Kenosi, la spoliazione e l’annientamento, di Cristo che da Dio si è fatto uomo per amore nostro  e umiliò se stesso facendo obbediente fino alla morte e alla morte di croce (Cfr. Fil 2,7-8).

Nella prima parte della V Amm. Francesco si sofferma sulla dignità eccelsa per la quale l’uomo è stato creato: essere a immagine e somiglianza di Dio. Di questa dignità non abbiamo alcun merito: è un dono gratuito dell’amore del Creatore. L’uomo, tuttavia, ha voltato le spalle al Datore di ogni bene, che senza suo merito lo aveva creato per tale altissima dignità e, nell’attuale stato di corruzione, è inferiore alle altre creature terrestri che servono e adorano il Creatore meglio dell’uomo peccatore. Francesco va oltre: fa notare che gli uomini, non i demoni, hanno crocifisso il Figlio di Dio. Di cosa possiamo dunque gloriarci?

Come ricordavamo ieri, da discepoli di Cristo sulle orme di Francesco, di fronte ai doni di Dio, anziché gloriarcene, dovremmo chiederci se li usiamo bene, cioè per la gloria di Dio e il bene dei fratelli. È allo scopo di farci fare questo esame di coscienza il più onestamente possibile, che Francesco ci pone a paragone con le creature irragionevoli che, a modo loro, servono il Creatore meglio di noi.

Se poi a questo aggiungiamo che è per il nostro peccato, con il quale ci sottraiamo alla Signoria di Dio rifiutandolo, che Nostro Signore Gesù Cristo è morto in Croce, risulta evidente che non abbiamo nulla di cui gloriarci.

Nell’ultima parte però, l’ammonizione si apre alla speranza. C’è in realtà qualcosa di cui possiamo gloriarci: l’essere amati da Dio al punto che si è incarnato ed è morto in croce per noi. È di questo che possiamo gloriarci e della possibilità di portare la nostra Croce ogni giorno nella sequela di Cristo. E ancora possiamo gloriarci delle nostre infermità vissute come partecipazione ai dolori di Cristo e nella Sua sequela. Il vero povero, poi, arriva anche a gloriarsi delle proprie debolezze che diventano occasione per affidarsi e farsi riempire dall’amore del Padre.

Proprio la consapevolezza della propria debolezza diventa, quindi, motivo di una gioia riconoscente di chi si rende conto che, senza suo merito e nonostante tutto, Dio lo ama. È questo il sentimento che anima S. Francesco quando ad un frate che gli chiede: «Padre, cosa ne pensi di te stesso?» rispose: «Mi sembra di essere il più grande peccatore, perché se Dio avesse usata tanta misericordia con qualche scellerato, sarebbe dieci volte migliore di me» (FF 707).

Come il serafico Padre Francesco, impariamo anche noi da Cristo mite ed umile di cuore a portare ogni giorno la nostra Croce; impariamo a svuotarci di noi stessi e dei nostri motivi di vanto perché il nostro “avere niente” sia riempito dalla misericordia del Padre. Soltanto il povero riconoscente, come un vaso vuoto, può essere riempito dell’amore di Dio.

Vorrei concludere con una citazione tratta dalla Vita II di Tommaso da Celano (FF 718):

«[Francesco] Ripeteva spesso ai frati: «Nessuno deve lusingarsi con ingiusto vanto per quelle azioni, che anche il peccatore potrebbe compiere. Il peccatore – spiegava – può digiunare, pregare, piangere, macerare il proprio corpo. Ma una sola cosa non gli è possibile: rimanere fedele al suo Signore. Proprio di questo dobbiamo gloriarci, se diamo a Dio la gloria che gli spetta (Sir 35,10), se da servitori fedeli attribuiamo a lui tutto il bene che ci dona.»

Il Signore ce lo conceda.

Fr. Marco

giovedì 1 ottobre 2020

Triduo di S. Francesco d'Assisi. Secondo giorno: Minorità

 

«In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: "Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?" … chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli.» (Mt 18,1-5.10)

In questo secondo giorno del triduo, il Vangelo ci presenta i discepoli che ancora una volta si interrogano su chi è più grande. Questa volta pongono la domanda a Gesù. Il Maestro per rispondere pone a modello un bambino e chiede ai discepoli la conversione, il passaggio dalla mentalità del mondo, che non ha spazio per i piccoli (i bambini nella società giudaica non avevano diritti), che cerca il più grande, che gonfia il proprio io tanto da schiacciare il fratello per emergere, alla mentalità del Vangelo che riconosce la propria dipendenza dal Padre e la vera grandezza nel farsi piccolo per servire.

La Minorità è forse la caratteristica peculiare del serafico Padre Francesco: egli sceglie di rinunciare ad ogni superiorità, sceglie di stimare sempre gli altri come superiori a sé. Fa questa scelta spinto dall’imitazione di Gesù Cristo che “da ricco che era si fece povero per noi”. Se Lui che è Dio si fa uomo e piccolo, quanto più noi suoi discepoli siamo chiamati a farci piccoli, a riconoscere la nostra reale piccolezza e a consegnarla nelle Sue mani perché Lui posa compiere grandi cose. Come abbiamo visto ieri anche la povertà per Francesco è segno di Minorità come rinuncia ad ogni potere, ad ogni idolatria e ad ogni autosufficienza.

Il Serafico Padre considera la Minorità come segno che si ha lo Spirito del Signore. In questi termini la presenta nella dodicesima ammonizione (FF 161).

« A questo segno si può riconoscere il servo di Dio, se ha lo Spirito del Signore: se quando il Signore compie per mezzo di lui qualcosa di buono, la sua carne[1] non se ne inorgoglisce – poiché la carne è sempre contraria ad ogni bene - , ma piuttosto si ritiene ancora più vile ai propri occhi e si stima più piccolo di tutti gi altri uomini.»

Il primo aspetto di questo segno distintivo ha a che fare con il bene che riusciamo a compiere, o meglio, che il Signore compie per mezzo nostro. Francesco, vero povero spirituale, ha chiarissima la verità biblica che tutto il bene della nostra vita viene da Dio, il Datore di ogni bene. Il sevo di Dio sa, quindi, che il bene che il Signore gli dona di compiere, non gli appartiene se non come un dono che gli è stato fatto senza suo altro merito che di averlo accettato. Poiché, invece il nostro Io a causa del peccato è “autoglorificante” e vede in Dio un antagonista alla sua realizzazione, vorrebbe appropriarsi dei doni di Dio attribuendosene il merito. Invece di dare gloria a Dio, vuole dare gloria a se stesso. Là dove il servo di Dio è pronto a restituire a Dio il merito del bene compiuto restando nell’atteggiamento della vera povertà spirituale, l’uomo schiavo del proprio io se ne insuperbisce.

Il secondo aspetto ha a che fare con l’immagine che abbiamo di noi. Se, infatti, guardiamo con sincerità alla nostra, vita scopriamo che di veramente nostro abbiamo solo i peccati e le incorrispondenze alle innumerevoli grazie che il Signore ci ha donato. È questa la base della vera umiltà e minorità. Francesco ha chiaro questo punto tanto da volere che i suoi frati siano detti e siano realmente “frati minori”. Chi è veramente “minore” ha vinto il proprio Io perché attribuisce tutto il bene della sua vita allo Spirito del Signore che opera in lui.

Il terzo aspetto ha a che fare con il modo i cui consideriamo noi stessi in confronto ai fratelli e  alle sorelle: « e si stima più piccolo di tutti gli altri uomini».

Davanti a tale aspetto, forse in molti ci scopriamo mancanti: quando nel segreto del nostro io ci confrontiamo con i fratelli spesso ci convinciamo di essere “più grandi”, “qualcosa in più”, di essere migliori di loro.

Se da una parte questo è un meccanismo psicologico che ci aiuta a rapportarci agli altri nutrendo una sana autostima, bisogna fare attenzione a evitare due errori: il nostro “termine di paragone” non devono essere i fratelli, ma Dio; facciamo inoltre attenzione a non confondere le “qualità” con “l’essenza”.

Per quanto riguarda il primo errore, è quello che compie il fariseo al tempio che invece di guardare a Dio guarda a se stesso confrontandosi con il pubblicano. L’oggetto della nostra contemplazione, la meta a cui guardare, non sono gli altri, ma Dio. Il servo di Dio quindi non si confronta con i fratelli, ma guarda a sé stesso e alla sua opera mettendosi dinanzi a Dio e alle innumerevoli grazie che da Lui ha ricevuto. Se faremo così scopriremo quante grazie abbiamo lasciato cadere, quanto poco abbiamo corrisposto all’amore di Dio e troveremo motivi per ritenere gli altri superiori a noi stessi. È facendo questa riflessione che Francesco arriva ad affermare: «Mi sembra di essere il più grande peccatore, perché se Dio avesse usata tanta misericordia con qualche scellerato, sarebbe dieci volte migliore di me». (FF 707).

Per quanto riguarda il secondo errore, cerco di chiarire il mio pensiero con un esempio: se dopo un sincero esame mi accorgo di avere delle qualità che il mio fratello non ha, se per esempio io so cucinare e il mio fratello è incapace di friggere un uovo, sono chiamato a riconoscere che questo è un dono che il Signore mi ha fatto senza mio merito, una qualità che devo mettere al servizio dei fratelli; ciò, tuttavia, non intacca minimamente la mia essenza, non mi fa essere qualcosa in più di chi non sa cucinare. Così, d’altra parte, se il mio fratello è un grande oratore ed io sono incapace di esprimere chiaramente e forbitamente il mio pensiero, questo non intacca la mia essenza, non mi rende qualcosa in meno di lui.

Tornando al Vangelo, mi colpisce che il maestro non rimprovera i discepoli per il loro desiderio di grandezza: siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio, siamo fatti per stare al cospetto di Dio; Gesù corregge il tipo di grandezza cercato dai discepoli: non quella diabolica del più grande a scapito degli altri, di colui che si erge sugli altri per dominarli (una grandezza che divide), ma la vera grandezza che è quella di lasciarci conformare a Lui, di affidarsi al Padre con la semplicità e la minorità dei bambini e di gioire di ciò che il Padre compie in noi e nei fratelli. Il Signore ce lo conceda.

fr. Marco



[1] Francesco usa qui “carne”, secondo il linguaggio paolino, per indicare il “proprio io” come antagonista di Dio.

mercoledì 30 settembre 2020

Triduo di S. Francesco d'Assisi. Primo Giorno: Povertà e Fraternità

«Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. … Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: "Pace a questa casa!» (Lc 10,1-12)

In questo triduo in preparazione alla solennità di S. Francesco d’Assisi, lasciandoci guidare dalla Parola di Dio, focalizzeremo alcuni tratti fondamentali della spiritualità Francescana. Voglio innanzitutto chiarire che guarderemo a Francesco come al cristiano realizzato, modello per tutti noi. La Chiesa, infatti, “canonizza” i santi non tanto perché noi ci rivolgiamo a loro nelle preghiere e li “ammiriamo da lontano”; li canonizza perché ce li presenta come “canone”, misura del Cristiano. I Santi ci sono dati perché impariamo da loro la sequela di Cristo.

I tratti della spiritualità francescana che oggi focalizzeremo sono la fraternità e la povertà. Sono i tratti che il Maestro chiede ai discepoli mandati in missione: li manda a due a due perché possano essere riconosciuti discepoli di Cristo dall’Amore che hanno l’uno per l’altro (cfr. Gv 13,35); chiede loro di non portare nulla lungo il viaggio perché prendano consapevolezza della loro costitutiva povertà che null’altro può colmare al di fuori della comunione col Signore. Come vedremo, infatti, la Povertà per s. Francesco non è il fine, ma il mezzo per vivere l’autentica relazione con Dio e con i fratelli.

La legenda dei tre compagni ci racconta che, all’inizio della sua esperienza di sequela, dopo avere restituito al padre Pietro da Bernardone tutto ciò che aveva ed avere intrapreso la vita da “penitente” tra le braccia del “Padre Nostro che è nei cieli”, Francesco durante una Messa ascolta proprio il Vangelo che oggi abbiamo ascoltato noi. Dopo la Messa, desideroso di compiere la Volontà di Dio, Francesco chiede al sacerdote di spiegargli il vangelo e pieno di gioia esclama: «Questo bramo di fare con tutte le mie forze!» (FF 1427).

Ecco il primo motivo per cui sceglie la Povertà: per vivere alla lettera al Vangelo, per obbedire e imitare Cristo. Più avanti il Signore gli darà dei fratelli e Francesco scoprirà che la povertà è anche funzionale alla fraternità. Nella regola ordina ai Frati: «E ovunque sono e si troveranno i frati, si mostrino familiari tra loro. E ciascuno manifesti con fiducia all’altro le sue necessità, poiché se la madre nutre e ama il suo figlio carnale, con quanto più affetto uno deve amare e nutrire il suo fratello spirituale?» (FF 91). Fine conoscitore dell’animo umano, Francesco sa che il possedere le cose facilmente ci porta a farci possedere da esse, a porre in esse le nostre speranze di vita e le nostre sicurezze facendone degli idoli. Posseduti dalle cose, inoltre, non saremo più capaci di riconoscere in chi ci sta accanto un fratello: vedremo un nemico, un potenziale ladro delle cose cui abbiamo attaccato il cuore, da cui ci aspettiamo vita. Forti della nostra “ricchezza”, infine, ci sentiremo autosufficienti: penseremo di non avere più bisogno né di Dio né dei fratelli. Ecco perché il serafico Padre sceglie per sè e prescrive ai fratelli la via della povertà evangelica. Essa è innanzitutto povertà interiore, consapevolezza di essere bisognosi di Cristo e dei fratelli. Evidentemente, se autentica, questa povertà interiore si manifesterà in concrete scelte esteriori. Poveri e bisognosi, inoltre, i frati saranno spinti a vincere il proprio orgoglio e le proprie resistenze e ad affidarsi gli uni agli altri.

Per Francesco la Povertà non è il fine, ma il mezzo. Al di sopra di tutto, fine supremo, è l’Amore per Cristo, senza la comunione col quale nulla può saziarci, e l’amore tra i fratelli. Innamorato di Cristo e guidato dal Vangelo, Francesco si sente chiamato ad annunciare profeticamente il Regno dei Cieli presente in mezzo a noi ogniqualvolta, accogliendo la Signoria di Cristo, ci affidiamo con la nostra miseria al Padre e prendiamo consapevolezza di essere fratelli tra noi e con tutte le creature. Penso che sia da sottolineare che il Francesco usa rarissimamente nei suoi scritti il termine fraternità, ma moltissime volte il temine fratello. Non esiste, infatti, la “fraternità” astratta, ma i concreti fratelli e sorelle che abbiamo accanto. A loro dobbiamo mostrarci fratelli amandoli di quell’amore gratuito e misericordioso non motivato da altro che dal fatto che, riconoscendo e accogliendo l’amore del Padre, conformati al Figlio, sappiamo di essere loro fratelli. Il Signore ce lo conceda.

fr. Marco

sabato 26 settembre 2020

Il figlio rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò.


 «… se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso …» (Ez 18, 25-28)

« … Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù …» (Fil 2-1-11)

« … Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?» (Mt 21, 28-32)

Questa domenica, XXVI del Tempo Ordinario, la Parola di Dio ci ricorda la nostra personale responsabilità nella risposta da dare al Signore. Con la nostra obbedienza o disobbedienza, siamo noi i responsabili della nostra salvezza o della nostra rovina. L’obbedienza che ci è richiesta è un’obbedienza “operosa”, non basta dire “Signore, Signore” (Cfr Mt 7, 21-23). Non basta neanche avere avuto la grazia di rispondere “sì” una volta: il nostro sì va confermato ogni giorno.
Non di rado noi battezzati, “gente di chiesa”, nella migliore delle ipotesi corriamo il rischio di trovarci nella stessa situazione dei capi dei sacerdoti e degli anziani del popolo a cui si rivolge oggi Gesù: attraverso i nostri genitori, abbiamo detto sì al Signore con il nostro Battesimo (quando non è stato celebrato semplicemente come un “rito di passaggio”); abbiamo “confermato” questo sì con la Cresima; molti di voi nel Matrimonio hanno detto sì a quello che hanno riconosciuto come la loro specifica vocazione e via di santità; io ho detto sì al Signore nella vocazione religiosa e sacerdotale; tra poco tutti insieme, come ogni domenica, diremo al Signore: “Credo …”; infine, tra non molto, ricevendo l’Eucarestia, uniremo sacramentalmente la nostra vita a quella di Gesù nell’offerta per la salvezza del mondo. A tutti questi nostri “sì”, però, abbiamo fatto seguire le opere corrispondenti? Questi nostri sì, sono realmente maturati nella conversione, nell’amore per Lui messo al centro della nostra vita? O non sono piuttosto motivati dalla ricerca del nostro io, dal desiderio della ricompensa e dalla paura del castigo?

... voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”. Chissà quante volte anche noi abbiamo osato giudicare perfino Dio pretendendo di sapere meglio di Lui ciò che è giusto/sbagliato. Per questo oggi Gesù ci parla di “convertirsi per credere”: per credere dobbiamo lasciare la mentalità del mondo e accogliere la logica del Vangelo; dobbiamo smettere di “sentirci a posto” per lasciare che il Padre ci mostri la giusta via (quante volte mi sento dire: “io non faccio peccati … io sono più cattolico del Papa”!).

Convertirsi, inoltre, significa anche cambiare la motivazione alla nostra obbedienza: non “la legge per la legge”, ma l’amore per il Padre e per i fratelli; non un’obbedienza “legalista” (dalla quale nascono domande come: «Questa messa è valida per la domenica? … «Se sono arrivato all’omelia, la messa mi vale?»), ma un’obbedienza d’amore che non si accontenta di soddisfare il precetto, ma cerca la comunione con il Signore. Solo così potremo realmente scoprire quanto bisogno abbiamo di pentimento. Diversamente sarà facile cadere nell’errore di “sentirsi a posto”: «Non ho ammazzato nessuno, non ho rubato  …»; ma ci siamo interessati dei fratelli in difficoltà? Abbiamo fatto attenzione a non diffamare il fratello mettendo in piazza il suo errore? Ci siamo comportati sempre onestamente o magari abbiamo ceduto alla logica del “così fan tutti”?

Nella seconda lettura di oggi S. Paolo ci esorta ad avere gli stessi sentimenti di Cristo, il quale è mosso dall’amore per il Padre e i fratelli, e ci prescrive qualche comportamento pratico: «Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri». Proviamo a prendere sul serio questa Parola e, confidando nella misericordia del Padre, cerchiamo di compiere “ciò che è giusto e retto” per giungere a quella pienezza di Vita che Cristo è venuto a donarci.

Fr. Marco

sabato 19 settembre 2020

Sei invidioso perché io sono buono?

 


«Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore.» (Is 55,6-9)

«Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo.» (Fil 1,20-24.27)

«“Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”» (Mt 20,1-16)

In questa XXV domenica del tempo ordinario, la Parola ci ricorda che i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri: la Sua giustizia misericordiosa sovrasta la nostra come il cielo sovrasta la terra.
La pagina evangelica, con la Parabola degli operai mandati nella vigna, ci mostra la distanza tra i pensieri e la giustizia di Dio e quelli nostri. Gesù coglie lo spunto da un evento abbastanza comune: un proprietario di una vigna che, nel periodo della vendemmia, va in cerca di operai durante tutto il corso della giornata. I primi vengono assunti all’alba; gli ultimi, dopo essere stati rimproverati per essere rimasti oziosi tutta la giornata, vengono mandati nella vigna “verso le cinque”. Con i primi si concorda la paga di un denaro, agli altri viene promesso quello che è giusto. La sorpresa arriva al momento di pagare gli operai: tutti ricevono la stessa paga di un denaro.

A questo punto gli “operai della prima ora” si lamentano pensando di essere stati defraudati: coloro che hanno lavorato un’ora soltanto vengono trattati come loro che hanno sopportato il peso di una giornata; ciò non è secondo giustizia, loro meritano di più!

È qui che si manifesta la grande distanza tra i pensieri di Dio e i nostri pensieri, tra la Sua giustizia e la nostra. Noi giudichiamo in ragione del merito, abbiamo una “logica servile”: lavoro per essere “pagato”, faccio ciò che devo fare per la ricompensa; più e meglio lavoro, più ricompensa merito. Se ci pensiamo un attimo, però, il “padrone della vigna” non viola la “giustizia umana”: ai primi viene dato quanto concordato. Il Padre, però, non misura il merito, ma il bisogno; non ci considera salariati, ma figli! Proprio perché ci ama come figli, non vuole farci mancare ciò che è necessario. E di cosa, in ultima analisi abbiamo bisogno? Di Cristo, della comunione con Lui. Se abbiamo Cristo, cos’altro potremmo desiderare? Se non abbiamo Lui, cos’altro potrebbe saziarci?

… tu sei invidioso perché io sono buono? Quanto è importante che riconosciamo la Bontà e l’amore gratuito del Padre! Quante volte anche noi, come i farisei, pensiamo che il Signore sia in debito con noi, pensiamo di meritarci il suo amore. Quante volte anche noi, come i farisei, ci permettiamo, dall’alto della nostra presunta giustizia, di condannare i fratelli; di additarli come indegni di ricevere l’amore del Signore.

“… nessuno ci ha presi a giornata” Vorrei soffermarmi brevemente su questa risposta degli “operai dell’ultima ora” al rimprovero del padrone. Si trovano oziosi perché ancora non avevano incontrato il padrone. Appena lo incontrano anch’essi vanno nella vigna e si mettono al lavoro. Chissà quanti nostri fratelli “lontani” si trovano in quella condizione perché ancora non hanno incontrato il Signore; e magari proprio per colpa nostra che non siamo stati testimoni credibili!

Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo. Questa esortazione di Paolo, con cui si conclude la seconda lettura, vale soprattutto per gli “operai della prima ora” chiamati ad annunciare la buona notizia del vangelo e a conformare la loro mentalità ai pensieri e alla giustizia misericordiosa di Dio e, sull’esempio di Paolo, a lavorare con frutto anelando solo alla comunione con Cristo.

Misericordioso e pietoso è il Signore. Così abbiamo pregato nel salmo responsoriale. Smettiamo, quindi, di condannare i fratelli lontani, in situazioni di irregolarità; facciamoci strumenti della misericordia del Padre perché i “lontani”, gli “oziosi”, possano incontrare il Signore, sentirsi amati e chiamati alla comunione; perché lascino le vie di morte e possano ricevere quella Vita piena di cui tutti abbiamo bisogno.

Fr. Marco

sabato 12 settembre 2020

Perdona l’offesa al tuo prossimo e ti saranno rimessi i peccati.


«Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore? Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati?» (Sir 27,33 – 28,9)

«Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.» (Rm 14,7-9)

«“Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.”» (Mt 18,21-35)

Nel Vangelo della XXIV domenica del tempo ordinario, Gesù continua l’insegnamento di domenica scorsa mostrandoci l’esigenza del perdono reciproco. Alla correzione fraterna segue il perdono, cioè dare al fratello una nuova possibilità.

Il perdono, infatti, non è “dimenticare” il torto subito; un dimenticare che se da una parte sentiamo come impossibile, dall’altra potrebbe significare non voler guardare in faccia la realtà. Il perdono non è dato per debolezza; non è cioè fare finta di non tener conto di un torto per paura del più forte che l’ha commesso. Il perdono non consiste nell’affermare senza importanza ciò che è grave, o bene ciò che è male. Il perdono non è indifferenza.

Il perdono è un atto di volontà e di lucidità, quindi un atto di libertà, che consiste nell’accogliere il fratello e la sorella così com’è, nonostante il male che ci ha fatto, come Dio accoglie noi peccatori, nonostante i nostri difetti. Il perdono consiste nel non rispondere all’offesa con l’offesa, ma nel fare quanto ci dice S. Paolo: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male» (Rm 12,21). Il perdono consiste nel donare al fratello che ha sbagliato la possibilità di un nuovo rapporto con te, la possibilità quindi, per lui e per te, di ricominciare la vita, di far sì che il male non abbia l’ultima parola.

Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Un numero simbolico che indica la sovrabbondanza, il perdono illimitato. Pietro forse pensava di essere stato generoso nel perdonare “sette volte”: sette è il numero della pienezza, ma una pienezza “limitata”. Il Maestro chiede, invece, che il perdono sia illimitato, come quello che il Padre è disposto a concederci. Interessante, poi, che alcuni codici riportino “settantasette volte” con un chiaro riferimento a Gen 4,24: «Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette». Lì dove l’uomo cerca la vendetta, il Signore chiede il perdono.

La parabola che segue spiega anche il motivo del perdono: siamo del Signore, come ci ricorda oggi san Paolo nella seconda lettura, e a lui dobbiamo rendere conto delle nostre incorrispondenze, delle nostre ingratitudini … dei nostri peccati. Se prendessimo davvero coscienza di tutto l’amore che il Signore ogni giorno ci dona e delle nostre incorrispondenze, non potremmo che riconoscerci nel servo debitore di diecimila talenti che è impossibilitato a restituire. Gesù, nel Padre Nostro, ci ha insegnato a chiedere ogni giorno «rimetti a noi i nostri debiti». È il motivo per il quale cominciamo ogni nostra celebrazione con l’atto penitenziale, chiedendo perdono al Signore di tutti i nostri peccati.

Nel Padre Nostro chiediamo «rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» Come possiamo, però, chiedere al Signore di perdonarci se noi non siamo disposti a fare altrettanto con il nostro fratello? È ciò che si chiede nella prima lettura l’autore del libro del Siracide: «Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati?».

Accogliamo l’insegnamento di Gesù e perdoniamoci a vicenda di vero cuore per potere ricevere il perdono del Padre.

Fr. Marco