sabato 25 agosto 2018

Sceglietevi oggi chi servire


«Giosuè disse a tutto il popolo: “Se sembra male ai vostri occhi servire il Signore, sceglietevi oggi chi servire: se gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume oppure gli dèi degli Amorrèi, nel cui territorio abitate. Quanto a me e alla mia casa, serviremo il Signore”». (Gs 24,1-2.15-17.18)

«Fratelli, nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri: le mogli lo siano ai loro mariti, come al Signore; […] E voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei» (Ef 5,21-32)

«Disse allora Gesù ai Dodici: “Volete andarvene anche voi?”. Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”». (Gv 6,60-69)

Dopo averci presentato nelle domeniche precedenti il Pane della Vita, Gesù Cristo che dà la sua vita per la salvezza del mondo, la Parola di Dio della XXI domenica del tempo ordinario ci esorta al servizio e alla sottomissione reciproca.
Già nella prima lettura di questa domenica Giosuè dichiara la propria decisione di servire il Signore e invita il Popolo a scegliere chi servire. La “libertà assoluta”, infatti, è un’illusione: siamo liberi per servire; e possiamo servire solo se siamo liberi. 
Se non serviamo il Signore della vita, finiremo per servire un idolo: qualcosa che possediamo, qualcuno che ci ha promesso di realizzare i nostri desideri, un lavoro, magari il nostro io. Fuggiamo dal servizio del Signore e ci scopriamo schiavi di qualcosa o di qualcuno, magari anche solo delle nostre passioni disordinate e delle pulsioni del momento. Ecco allora la necessità di scegliere con attenzione chi servire, chi riconoscere nei fatti Signore della nostra vita.
«Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Così reagiscono gli ascoltatori di Gesù al discorso sul pane e forse proprio alla affermazione: «… chi mangia di me vivrà per me» (Gv 6,57)
Servizio e sottomissione nella società in cui ci troviamo a vivere sono considerate parole dure, difficili da accettare in un contesto in cui la propria libertà individuale viene idolatrata; in cui ciò che conta è solo il piacere personale ed immediato; in cui il sacrificio viene visto solo con accezione negativa; una società in cui siamo bombardati da messaggi del tipo «Tutto attorno a te … perché tu vali!». In questo contesto l’unico “servizio” che si accetta è quello offerto per avere un contraccambio, un "servizio" in cui al centro c’è sempre il nostro io.
«Volete andarvene anche voi?». Dinanzi la durezza delle parole di Gesù, dinanzi le esigenze del messaggio evangelico, non pochi discepoli restano scandalizzati e se ne vanno. Forse avevano frainteso il messaggio del Maestro. L’amore che ci insegna Gesù, infatti, non è “volemose bene”, non è “cuoricini e fiorellini” … l’Amore che ci insegna Gesù è la Croce, è “morire” per colui che amo, rinnegare se stesso, è servizio gratuito e disinteressato.
La domanda che Gesù pone ai Dodici, quest’oggi è posta anche a noi. Pensiamo sia impossibile vivere il Vangelo? Ci sembra troppo gravoso servire il Signore? Vogliamo Amare il Signore e i fratelli? Le mogli sono disposte ad amare il proprio marito come la Chiesa ama Cristo, cioè facendo ruotare la propria esistenza attorno a lui? I mariti sono disposti ad amare la propria moglie come Cristo ama la Chiesa, cioè fino a donare a lei ogni istante della propria la vita? 
Certo servire è difficile e senza di Lui non possiamo fare nulla (Cfr. Gv 15, 5), ma solo servire con amore e per amore dà senso alla nostra vita, la riempie. Diversamente tutta la vita sarà percepita come una schiavitù da cui cercare di evadere (vedi la società contemporanea). È proprio per venire incontro alla nostra incapacità di servire che il Signore ci ha donato se stesso come pane della vita (il vangelo di oggi conclude il “discorso sul pane”). È nella Sua Parola, infatti, che troviamo la luce e la sapienza della vita. È nei sacramenti che troviamo la forza per Vivere pienamente di quella vita che dura in eterno.
«Volete andarvene anche voi?» Chiediamo la grazia di rispondere come Pietro, di riconoscere come lui: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna».
Fr. Marco


sabato 18 agosto 2018

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna

«Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato. Abbandonate l’inesperienza e vivrete, andate diritti per la via dell’intelligenza». (Pr 9,1-6)

«Fratelli, fate molta attenzione al vostro modo di vivere, comportandovi non da stolti ma da saggi, facendo buon uso del tempo, perché i giorni sono cattivi. Non siate perciò sconsiderati, ma sappiate comprendere qual è la volontà del Signore.» (Ef 5,15-20)

«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.» (Gv 6,51-58)

Nella XX domenica del Tempo Ordinario, Gesù, continua il “discorso sul pane”. Ha già detto che “l’opera di Dio” è Credere in Lui e fidarci di Lui; che Lui è il Pane dal Cielo dato per la salvezza del mondo. Oggi arriva ad affermare: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.
Chi si ciba dell’Eucarestia, del Corpo e Sangue di Cristo, allora, ha già nel presente la “Vita eterna” e risorgerà nell’ultimo giorno. La Vita eterna non è, allora, qualcosa che verrà, ma una realtà già presente in noi. Vita eterna, infatti, significa non solo vita “senza fine”, ma anche una vita “qualitativamente” diversa: una vita piena, bella; una vita che vale la pena di essere vissuta e non solo un “infinito trascinarsi di giorni”.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. È il Maestro stesso che quest’oggi nel Vangelo ci spiega cosa sia la Vita eterna: il rimanere in comunione con Lui. Lui in noi e noi in Lui. Gesù figlio di Dio, morto e risorto per noi, rimane dentro di noi e noi rimaniamo in Lui. Una comunione che diventa vita, a somiglianza della comunione tra Gesù e il Padre.
Questa vita eterna, quindi, è già presente in chi si nutre del Corpo e Sangue del Signore; è, però, una presenza, “imperfetta”, non pienamente realizzata (quel “già e non ancora” che caratterizza il tempo della Chiesa); ecco allora il rimando al futuro: lo risusciterò nell’ultimo giorno quando questa comunione, questa reciproca inabitazione sarà pienamente realizzata.
Oggi, nel presente della Chiesa, questa comunione già presente è fragile e va custodita con cura. Insieme al dono della liberazione dalla schiavitù del peccato, che ci è stato fatto nel battesimo, questa vita eterna già presente in noi che siamo morti e risorti con Cristo, rimanda alla nostra responsabilità: accogliere e custodire questo dono obbedendo sempre più perfettamente al Vangelo con la forza che traiamo dall’Eucarestia. È ciò a cui ci richiama oggi la prima lettura con l’appello a non comportarci da inesperti e a seguire la via dell’intelligenza. Un appello ripreso con forza da S. Paolo nella seconda lettura: fate molta attenzione al vostro modo di vivere, comportandovi non da stolti ma da saggi di quella sapienza che è saper riconoscere e compiere la volontà di Dio.
Accogliamo, allora, e custodiamo attentamente, la Vita eterna, quella Vita piena di senso, anche in mezzo alle traversie della vita, che solo Gesù può darci. Custodiamo con cura la comunione con Lui riconoscendolo, coi fatti, nostro Signore e nutrendoci di Lui perché possiamo sempre più divenire a Sua immagine e compiere le opere dei Figli di Dio.
Fr. Marco

martedì 14 agosto 2018

Un segno grandioso apparve nel cielo

«Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle» (Ap 11,19; 12,1-6.10)

«Fratelli, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita.» (1Cor 15,20-26)

«Grandi cose ha fatto per me l’onnipotente» (Lc 1,39-56)

Il Vangelo della solennità di Maria SS. assunta in Cielo, ci racconta il viaggio di Maria verso la parente Elisabetta. L’evangelista Luca costruisce il racconto ricalcando la narrazione della salita dell’Arca dell’Alleanza a Gerusalemme nella casa di Obed Edom (2Sam 6,1-11). Maria, infatti, coperta dallo Spirito Santo e portando nel grembo il Verbo fatto carne, è la Nuova Arca della definitiva Alleanza che Dio ha stipulato con l’uomo. Come l’antica Arca dell’Alleanza, che custodiva le tavole della legge e la manna, Maria è testimonianza della presenza di Dio in mezzo al popolo e primizia e caparra delle meraviglie che il Signore è capace di compiere per il suo popolo.
Contemplando Maria assunta in Cielo, infatti, la Chiesa è invitata a contemplare il destino finale cui il Signore ha destinato il popolo della Nuova Alleanza. Così la costituzione conciliare Lumen gentium ci invita a guardare a Maria: «La madre di Gesù, come in cielo, in cui è già glorificata nel corpo e nell’anima, costituisce l’immagine e l’inizio della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell’età futura, così sulla terra brilla ora innanzi al peregrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando non verrà il giorno del Signore».
Guardando a Maria, quindi, siamo invitati alla Speranza: il Signore ha per noi progetti di salvezza. Impariamo, allora, da questa santissima madre a non dubitare mai dell’amore del Padre. Impariamo a riconoscere con umiltà i prodigi che il Signore compie nella nostra vita e a rendere grazie per essi. Impariamo ad accogliere con fiducia e attenzione la Parola di Dio perché possa portare frutto in noi e conformarci sempre più al nostro Signore Gesù Cristo. Impariamo ad accogliere in noi l’Amore di Dio e ad amare per primi e gratuitamente i fratelli. Guardando al Cuore Immacolato di Maria, ardente di vero Amore, impariamo a perdonarci reciprocamente e a pregare per coloro che ci fanno del male. Impariamo, in fine, da questa perfetta discepola a rimanere uniti al Signore anche quando il Maestro ci chiede di seguirlo sulla via della croce.


Solo facendo così potremo anche noi dirci discepoli di Gesù e veri devoti di Maria. Imploriamo l’intercessione di Maria perché il Signore ci conceda la grazia di seguirlo come suoi autentici discepoli. Il mondo possa riconoscere in noi la presenza del Maestro e accogliere la Signoria di Cristo perché possiamo un giorno ritrovarci tutti alla presenza della Gloria di Dio. 

Fr. Marco

sabato 11 agosto 2018

Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo


«“Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri”. Si coricò e si addormentò sotto la ginestra. Ma ecco che un angelo lo toccò e gli disse: “Àlzati, mangia!” … Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio» (1Re 19,4-8)

«Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi» (Ef 4,30-5,2)

«Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me … In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna … Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,41-51)

In questa XIX domenica del Tempo Ordinario continua il “discorso sul pane” cominciato domenica scorsa: Gesù, rispondendo alla mormorazione dei giudei che non comprendono le sue parole e sono scandalizzati dalla sua umanità, arriva ad affermare non solo che lui ci dà il Pane dal Cielo, ma anche che Lui è il Pane dal Cielo perché il Pane del Cielo è la sua Carne.
Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”? Anche oggi, forse più di allora, c’è chi vorrebbe “racchiudere” Gesù nella sua sola umanità. Al massimo si arriva a considerarlo un profeta o un maestro che ci insegna come “salvarci da soli”, alla stregua degli illuminati maestri orientali, ma negando in tal modo il Suo ruolo di Salvatore e stravolgendo il Suo messaggio.
Sicuramente Gesù è il Maestro e noi siamo chiamati a imparare da Lui, a farci suoi imitatori (II lettura); ma è anche il Salvatore, colui senza il quale non possiamo fare nulla (Cfr. Gv 15, 5). È capitato certamente anche a ciascuno di noi, infatti, come ad Elia, di sperimentare la pochezza delle proprie forze dinanzi l’altezza delle esigenze evangeliche. Sicuramente anche per noi c’è stato un momento in cui abbiamo esclamato: «Basta! Non ce la faccio!». È a questo punto che il diavolo, il “principe di questo mondo”, che vuole convincerci che noi siamo il “centro del mondo”, la “misura della verità”, tenta di convincerci che non sono le nostre forze ad essere insufficienti, ma le esigenze ad essere eccessive: «Come si può donare sempre con generosità? Essere sempre benevoli con gli altri anche quando non corrispondono alle nostre attese? Amare tutti con un amore disponibile al servizio gratuito e disinteressato? Come si può perdonare chi ci ha fatto del male? … è follia!». E così, pur chiamati a partecipare della vera Vita che dura per l’eternità, ci accontentiamo di una vita spesso meno che mediocre …
Àlzati, mangia! Gesù conosce la nostra debolezza, sa che abbiamo bisogno di Lui per alzarci dalla nostra mediocrità, vivere la Vita vera dei figli di Dio e camminare verso la piena manifestazione del Suo Regno, per questo viene a donarci Sé stesso come pane; ci dona il Suo Spirito perché possiamo riconoscere il Padre e, animati da sentimenti filiali, realizzare la nostra Vita secondo il Suo progetto d’amore e giungere così alla Felicità.
Solo con la Sua forza in noi potremo liberamente scegliere di non “rattristare lo Spirito Santo di Dio”. Una libertà terribile che non ci esonera dalla fatica del cammino e che implica la possibilità di volgere le spalle alla vera Vita.
Guidati da Maria santissima, accogliamo l’invito della Parola, riconosciamo nel nostro Maestro Gesù Cristo il nostro Signore e Salvatore e accogliendolo nel nostro cuore, impariamo a fare della nostra vita un’offerta d’amore a Lui e ai fratelli.
fr. Marco

sabato 4 agosto 2018

Io sono il pane della VIta

«… la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne. … Allora il Signore disse a Mosè: “Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina o no secondo la mia legge …» (Es 16,2-4.12-15)

«… non comportatevi più come i pagani con i loro vani pensieri. Voi non così avete imparato a conoscere il Cristo, se davvero gli avete dato ascolto e se in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù …» (Ef 4,17.20-24)

« “… voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà …”. Gli dissero allora: “Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?”. Gesù rispose loro: “Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato”» (Gv 6,24-35)

Nel Vangelo della XVIII domenica del Tempo Ordinario Gesù, dopo la moltiplicazione dei pani, inizia il suo “discorso sul pane” in cui presenta il Pane del Cielo, quello vero, cioè se stesso.
Il racconto evangelico di questa domenica inizia con la folla in ricerca di Gesù. Il Maestro, però, sa bene che cercano solo il loro interesse materiale; lo cercano con un atteggiamento “da pagani”: vogliono solo riempirsi la pancia. Sono ben lontani dall’avere riconosciuto in lui il vero e definitivo Profeta che conduce il Popolo di Dio nell’Esodo dal peccato alla libertà dei figli di Dio.
Gesù esorta questa folla affamata a cercare il Pane della Vita eterna, quello che solo può saziare la più autentica fame dell’uomo. I suoi ascoltatori, però hanno ancora una mentalità “pagana”: pretendono di potersi “acquistare” questo pane, di potere “compiere opere” che ottengano loro la Vita eterna. Gesù torna a correggerli: una sola è l’opera da compiere, accogliere il Pane del Cielo che il Padre ha inviato; credere in Gesù, fidandosi di Lui, riconoscendo di avere bisogno di Lui.
Anche a noi può capitare di cadere nello stesso errore, di comportarci come i pagani con i loro vani pensieri (II lettura). Accade quando cerchiamo Dio quasi come una “polizza assicurativa”, solo per il nostro interesse materiale immediato. Magari può capitarci di pensare che nel compiere le “opere di religione” facciamo qualcosa per Dio, accumuliamo meriti davanti a Lui e, in qualche modo, lo rendiamo “nostro debitore”.
Questa è l’opera di Dio: che crediate … Il Maestro oggi ci mette in guardia: una sola è l’opera fondamentale che ci chiede, fidarci di Lui, credere in Lui e riconoscerlo nostro Signore. Ecco che allora le “opere di religione” acquistano il loro vero senso: non sono qualcosa che noi facciamo per lui, ma la conseguenza della nostra fede nel Signore che ci ama e ci ha donato tutto se stesso. Non più, quindi, qualcosa che noi facciamo per Dio, ma un dono che il Signore fa a noi perché possiamo giungere a quella Pienezza di vita che solo Lui ci può donare.
Fondamentale nel nostro rapporto con Dio è l’atteggiamento di fiducia e Speranza che ci deve animare. È questo che YHWH “mette alla prova” quando, nel dare la manna per il nutrimento del popolo, ordina che se ne raccolga solo il necessario per la razione di un giorno (I lettura); è ancora per questo che Gesù ci ha insegnato a chiedere “il pane quotidiano”.
Fidiamoci di Lui che si prende cura di noi, smettiamo di pensare di poterci “salvare da soli” accumulando beni quasi che siano essi a darci la vita. Se ci disporremo dinanzi a Lui come anawim (i poveri di YHWH) che, pur facendo la loro parte, sanno di potere contare solo su Dio, vedremo le Sue meraviglie e gusteremo quella Vita Piena ed Eterna che Egli è venuto a regalarci.
Maria Santissima, modello della fede, ci conceda di fidarsi sempre del nostro Signore Gesù Cristo e di vivere secondo i Suoi insegnamenti.
Fr. Marco

sabato 28 luglio 2018

Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto

«Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: “Ne mangeranno e ne faranno avanzare”». (2Re 4,42-44)

« … comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace.» (Ef 4,1-6)

«“C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?” … erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. … riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.» (Gv 6,1-15)

La Parola di Dio della XVII domenica del Tempo ordinario prosegue il racconto della “cura pastorale” di Gesù verso le folle. La scorsa domenica, nel Vangelo, ascoltavamo che Gesù ha compassione della folla perché erano come pecore che non hanno pastore e Lui, il  Vero e Buon Pastore, si mette a insegnare, dà loro la guida di cui hanno bisogno per giungere ai “pascoli” della Vera Vita. La liturgia di questa domenica continua il racconto scegliendo, però, la versione del vangelo di Gv più ricco di simboli: l’erba su cui viene fatta sedere la folla, simbolo dei pascoli a cui il buon pastore conduce il gregge; la simbologia eucaristica dei gesti e delle parole di Gesù; le dodici ceste avanzate simbolo delle “dodici colonne” del nuovo popolo di Dio.
Centro della Parola odierna, oltre alla presentazione di Gesù come il Vero Pastore, il “profeta” atteso che attualizza i gesti di Mosè nell’esodo (Cfr. Dt 18,18), è la necessità della condivisione.
L’indiscusso protagonista del brano evangelico è Gesù che prende l’iniziativa di nutrire la folla; che, provocatoriamente, pone la domanda: Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?; che distribuisce il pane ed il pesce. Perché il miracolo si compia, tuttavia, Gesù chiede la collaborazione dell’uomo: si fa consegnare i cinque pani e due pesci, il poco posseduto da un ragazzo presente.
Solo a partire da questo gesto di condivisione di chi non tiene per sé il poco che possiede, ma è pronto a donarlo con generosità, è possibile il miracolo che tutti abbiano da mangiare. La “logica del mondo”, improntata all’egoismo, insegna: «Meglio uno sazio che cento digiuni!»; la logica evangelica, invece, ci insegna a donare con generosità, a “perdere”, per amore. Solo il pane condiviso è capace di saziare quella “fame” che nessun pane potrà mai saziare: la fame di amore, di fraternità, di comunione.
Gesù non ha cessato di prendersi cura del suo popolo: è ciò che avviene ad ogni celebrazione eucaristica in cui veniamo nutriti alla duplice mensa della Parola e dell’Eucarestia. Oggi come allora, però, il Maestro chiede la collaborazione della pochezza umana per potere compiere il suo miracolo. All’offertorio, insieme al pane ed al vino, siamo chiamati a presentare a Gesù ciò che essi significano: il nostro lavoro quotidiano, la nostra stessa vita, “la gioia e la fatica di ogni giorno”. È tutto questo che Lui moltiplica e “trasforma” per donarci se stesso, il Suo Corpo e Sangue che ci nutre per la vita eterna e ci dà la forza per unire la nostra vita alla Sua offerta per la salvezza del mondo.
Lo facciamo sacramentalmente durate la celebrazione, ma siamo poi chiamati a viverlo esistenzialmente uscendo dalle nostre chiese: siamo chiamati, sull’esempio del Maestro, a fare della nostra vita un dono d’amore; a non farci fermare dalla nostra pochezza: fidiamoci del Signore che la farà sovrabbondare. Siamo chiamati, infine, a “sopportarci nell’amore” gli uni gli altri: a sostenere la debolezza del fratello/sorella che il Signore mi ha messo accanto, a sorreggerlo e a custodirlo.

Oggi è in maniera particolare il fenomeno migratorio a chiamarci alla solidarietà, a non chiudere il cuore dinanzi a questi fratelli e sorelle che spinti da sogni e spesso illusi ed ingannati da veri e propri “trafficanti di uomini”, intraprendono un viaggio disperato verso una vita migliore (che spesso non trovano). Ognuno con il suo ruolo, abbiamo il dovere di rispondere a questo fenomeno. Chi ha il ruolo di Governo non può sottrarsi al compito di “governare” il fenomeno: regolamentando gli arrivi perché i fratelli e sorelle accolti possano realmente essere integrati e non buttati in mezzo alla strada a chiedere l’elemosina (o peggio schiavizzati sui marciapiedi o nei campi), come ha ricordato Papa Francesco il 22 giugno scorso; richiamando l’Europa tutta a farsi carico dell’accoglienza e lavorando perché cessino nelle Terre di origine di questi fratelli e sorelle le condizioni di miseria spesso causate dalle “politiche coloniali” di quei paesi che con più difficoltà si aprono alla prima accoglienza. Ad ognuno di noi compete, però, aprire realmente il cuore a questi fratelli e sorelle, non solo a parole o con begli slogan, ma concretamente per quanto si può con intelligenza e discernimento ( che sono doni dello Spirito).
Se faremo così Vivremo la Vita Piena che il Signore ci ha pensato per noi e il mondo resterà affascinato dal nostro Maestro.
Fr. Marco

sabato 21 luglio 2018

Il Signore è il mio Pastore

«Radunerò io stesso il resto delle mie pecore da tutte le regioni dove le ho scacciate e le farò tornare ai loro pascoli; saranno feconde e si moltiplicheranno. Costituirò sopra di esse pastori che le faranno pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi; non ne mancherà neppure una.» (Ger 23,1-6)

«Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini.» (Ef 2,13-18)

«“Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”. … Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.» (Mc 6,30-34)

​La Parola di Dio della XVI domenica del TO, ci presenta Gesù come il Pastore che si prende cura del suo gregge, dei "vicini" e dei "lontani" (seconda lettura), capace di muoversi a compassione sia per la stanchezza dei suoi, sia per le folle di cui nessuno si cura.
Il profeta Geremia, nella prima lettura, riporta il rimprovero che Dio rivolge ai pastori che non si prendono cura del gregge loro affidato, ma che lo sfruttano e allontanano i più bisognosi. Oltre alla punizione dei pastori, il Signore promette che Lui stesso si prenderà cura delle sue pecore e susciterà un Pastore che si prenderà cura e salverà il suo popolo. 
La scienza con cui si apre il Vangelo odierno, ci mostra appunto il Pastore che si preoccupa per i suoi. Domenica scorsa ascoltavamo che Signore aveva inviato i Dodici ad annunciare (Mc 6, 7-13); ora essi tornano entusiasti, ma stanchi. Il Maestro ha compassione di loro e li invita a ritirarsi per recuperare le forze: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”. Il loro “ritiro”, però, non dura che il tempo della traversata del lago in cui sicuramente si saranno attardati a riposare e pescare (tanto che le folle li possono precedere a piedi sull’altra riva). 
Appena sbarcati, infatti, scorgono una grande folla. Le pecore hanno riconosciuto la voce del Pastore e lo seguono. Gesù ha compassione di questa folla e dà loro ciò ci cui hanno veramente bisogno: la Parola prima ancora del pane (la moltiplicazione dei pani sarà raccontata nei versetti immediatamente successivi).
È ai pastori, collaboratori del Pastore, che la Parola oggi si rivolge in prima istanza, per esortarli a prendersi cura delle pecore loro affidate; ma si rivolge anche alle pecore, a coloro i quali hanno riconosciuto la voce del Pastore e intendono seguirlo. Ad entrambi insegna uno “stile pastorale” fatto di tempi di attività, ma anche di tempi di riposo in cui vivere una maggiore intimità con il Pastore; ad entrambi insegna che ciò di cui c’è veramente bisogno, prima ancora del pane, è la Parola che dia senso e gusto alla vita; diversamente non ci sarà pane capace di saziare la “fame di vita” del popolo di Dio. La Parola di oggi, infine, esorta tutti pastori e pecore, alla “compassione”, ad avere “viscere di misericordia” per coloro i quali hanno perso il senso del vivere e, allontanati da tutti, brancolano alla ricerca della Vita e spesso incontrano il non senso e la morte. 
Penso che valga la pena di sottolineare, infine, che nel Vangelo di questa domenica, stranamente, non è il Pastore ad andare in cerca delle “pecore smarrite”, ma sono queste ultime che, avendone riconosciuto la voce, vanno in cerca del Pastore. credo che quanto particolare sia istruttivo per noi oggi.  Anche noi, infatti, quando ci smarriamo, non possiamo restare in passiva attesa che il Pastore ci venga a cercare. È una certezza che Il Pastore ci cerca, perché ci ama, e i pastori suoi collaboratori non possono omettere la ricerca dei lontani; anche questi ultimi, tuttavia, devono attivarsi alla ricerca del Pastore che solo può saziare la loro fame.
Fr. Marco