sabato 16 febbraio 2019

Maledetto l’uomo che confida nell’uomo ... Benedetto l'uomo che confida nel Signore


«Così dice il Signore: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore.”» (Ger 17,5-8)

«Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini.» (1 Cor 15,12.16-20)

«Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.» (Lc 6,17.20-26)

Questa domenica, VI del tempo ordinario, la Parola di Dio tratta del nostro fondamento, di ciò in cui poniamo la nostra fiducia e la nostra speranza. L’uomo che pone la propria speranza “nell’uomo”, cioè in se stesso, nei propri averi, nelle proprie capacità, nelle “alleanze” che ha stipulato con i potenti di questo mondo, è detto maledetto. Ritengo sia maledetto non perché Dio lo maledice (Lui, datore di ogni bene, ama tutti gli uomini), ma perché staccandosi dalla fonte del Bene, non potrà che restare deluso.
Di quest’uomo è detto che “non vedrà venire il bene”. Costui, infatti, “lega le  mani a Dio”, Gli impedisce di donargli il bene perché Lo esclude dal suo orizzonte decisionale. L’uomo che confida nell’uomo, così come è descritto nella prima lettura, infatti, è “ricco di se”, autoreferenziale. Lungi dall’affidarsi al Signore, dal lasciarsi guidare, costui cerca in ogni modo di ottenere ciò che ritiene essere bene (per se). Per quanto possa apparire religioso, la sua vita si svolge “a prescindere da Dio”. staccato dalla fonte della Vita. presto tutto attorno a lui parlerà di morte, di non senso (“dimorerà in luoghi aridi, nel deserto …”)
È una realtà attualissima attorno a noi: uomini e donne che vogliono piegare tutto alla propria volontà, che vogliono prescindere da ogni oggettività, che pretendono di prescindere anche dalle leggi di natura. Fratelli e sorelle che vivono come se Dio non ci fosse, al massimo relegandolo alla sfera intimistica, facendosi il loro dio che non li disturba. Tali uomini e donne con le loro scelte si creano il loro deserto … È una realtà attualissima nelle scelte etiche che la società civile è chiamata a fare: l’uomo che confida nell’uomo (nei sondaggi, nei referendum …) non “vede più il bene”. Ha smarrito il senso profondo dei suoi atti.
Benedetto l’uomo che confida nel Signore … Beati voi, poveri. Che significa “confidare nel Signore”, essere “poveri” dinanzi a Dio? Significa porre nel Signore la propria fiducia. Non certo, però, con l’atteggiamento di chi  “sta con le mani in mano”, ma scegliendo a partire da una Parola che ci interpella. Significa, allora, accogliere nei nostri processi decisionali l’orizzonte di Dio. Essere consapevoli che è Lui la fonte di ogni Bene a partire dalla quale siamo chiamati ad agire.
Per questo, nella seconda lettura di oggi, San Paolo ci richiama alla fede nella resurrezione, a spingere il nostro sguardo al fine ultimo della nostra vita. È importante allargare i nostri orizzonti di senso, non restare ancorati ad una immanenza che ci ingabbia. Anche questo pericolo è concreto e attuale: quanti fratelli e sorelle, anche nella Chiesa, vivono la loro fede come una garanzia che non gli accadrà nulla di male … e poi si scandalizzano quando le insopprimibili difficoltà della vita li colgono. A costoro oggi San Paolo dice: “Se abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare”.
Allora: “Benedetto l’uomo  che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia”. Poniamo in Lui la nostra fiducia, accogliamo la Sua Parola e lasciamoci guidare. Vedremo i frutti.
Fr. Marco.


sabato 9 febbraio 2019

“Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore”.


«“Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato”.  … “Eccomi, manda me!”». (Is 6,1-2.3-8)

«Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo … Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana. Anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me.» (1Cor 15,1-11)

« “Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca”. Simone rispose: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”. … “Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore”. … “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”». (Lc 5,1-11)

La Parola di Dio della V domenica del Tempo Ordinario ci presenta il mistero della vocazione ad un particolare ministero: l’annuncio della Parola per la quale il Signore sceglie di servirsi di uomini limitati e peccatori.
La prima lettura tratta dal libro del Profeta Isaia, racconta di una visione avuta dal Profeta probabilmente durante una liturgia al Tempio: Isaia contempla la potenza e maestà di Dio, il “tre volte Santo”. Dinanzi alla gloria e santità di Dio, il Profeta ha una bruciante consapevolezza del proprio peccato e della propria indegnità e ne è atterrito. Isaia, tuttavia, fa anche esperienza della infinita misericordia di Dio la cui Grazia e Santità è infinitamente più grande del suo peccato ed è capace di annullarlo. L’immagine del tizzone ardente mi richiama un verso di una poesia di S. Teresa di Gesù Bambino: «Se avessi mai commesso, il peggiore dei crimini per sempre manterrei la stessa fiducia, poiché io so che questa moltitudine di offese non è che goccia d’acqua in un braciere ardente.». Purificato dal proprio peccato e acceso dall’amore per Dio, il profeta è reso ardito: «Eccomi, manda me!»
«sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo» Ogni chiamato nella Scrittura fa questa esperienza della propria indegnità e della infinita misericordia di Dio che lo sceglie liberamente senza suo merito e lo purifica con il suo infinito amore.
Anche  S. Paolo e S. Pietro fanno questa esperienza: consapevoli della propria miseria, sperimentano che la misericordia di Dio è immensamente più grande e li chiama a fidarsi di Lui.
Nel Vangelo di oggi, infatti, assistiamo alla vocazione di Pietro che, dopo avere ascoltato Gesù, e avere assistito a diverse guarigioni, è disposto a fidarsi di Lui, a mettere in discussione tutto ciò che conosce e ad affrontare la fatica che questo comporta (avevano già lavato e rassettato le reti!): «Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Forse la fede di Pietro, nonostante ciò che ha visto e sentito, non è ancora perfetta. Forse nella sua frase c’è una connotazione “di sfida”. Da qui, dunque il grande stupore e la confessione del proprio peccato dinanzi la grande abbondanza di pesci pescati miracolosamente: “Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore”. A Gesù però basta questa fiducia, magari imperfetta e tuttavia operosa, per mostrare la grande potenza di Dio.
“Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini” Fatta l’esperienza della grande potenza di Dio, però, a Pietro viene chiesto di continuare a fidarsi, di crescere nella Fede e lasciare ogni sua certezza, per mettersi alla sequela del Maestro e annunciare il Regno.
«abbiamo faticato tutta la notte». Viene messa in evidenza la differenza di chi “fatica” senza Dio e di chi lascia che la Grazia lo muova alla fatica: “ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me” (II lettura). Se “fatichiamo” secondo i nostri criteri, i nostri ragionamenti, anche dotti, secondo i nostri “programmi pastorali”, rischiamo di faticare invano. Senza di Lui non possiamo far nulla! Per questo è indispensabile per ogni chiamato sperimentare la propria inadeguatezza, riconoscere la propria pochezza, e affidarsi realmente e totalmente a Colui che lo chiama. Lasciarsi guidare dalla Grazia. Solo in tal modo porteremo frutti.
A questo punto, però, vorrei sottolineare che tutti i battezzati siamo chiamati, tutti i battezzati abbiamo una missione da compiere: annunciare il Vangelo nel nostro contesto vitale, testimoniare la presenza di Gesù nel mondo attraverso di noi. Come potremo adempiere questa missione? Solo fidandoci di Lui, “gettando le reti” sulla Sua Parola e non su ciò che secondo la logica del mondo ci sembra ragionevole. Impariamo a scegliere e ad agire non in base alla sapienza e prudenza umana, ma in base alla logica del Vangelo. Sperimenteremo la potenza della Grazia.
Non lasciamoci spaventare dai nostri limiti, dai nostri peccati: l’Amore Misericordioso che ci chiama ci conosce e ci ama: non si scandalizza delle nostre miserie e ci dona la grazia per superarle. Fidiamoci di Lui e combattiamo virilmente per superare i nostri limiti e peccati. Non arrendiamoci alle nostre miserie, ma non scandalizziamoci: non siamo stati chiamati perché siamo “perfetti” o “degni”, ma per il mistero del Suo Amore gratuito.
Fr. Marco

sabato 2 febbraio 2019

Abbi Fede: vedrai le meraviglie di Dio


«Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato;ti ho stabilito profeta delle nazioni. […] non spaventarti di fronte a loro, altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro.» (Ger 1,4-5.17-19)

« … E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla.» (1Cor 12,31-13,13)

«In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, […]; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». (Lc 4,21-30)

​In questa IV domenica TO la Parola del Vangelo riprende ripetendo l’ultimo versetto di domenica scorsa: la meraviglia con cui i presenti reagiscono alle parole di Gesù nella Sinagoga di Nazaret. Una reazione positiva che, tuttavia, non tarderà a mutarsi in sdegno e rifiuto. Che cosa determina questo mutamento? Lo si può intuire dalle parole di Gesù che sa ciò che i presenti hanno nel cuore: non sono minimamente interessati alla relazione con Dio, alla riconciliazione con Lui, all’anno di Grazia; vogliono solo benefici materiali ed immediati: “Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”.
Non a caso Gesù cita due grandi profeti rifiutati perché Israele aveva perso fiducia nel suo Dio. Elia (1Re) viene cacciato e minacciato di morte dal re Acab e sua moglie Gezabele perché Israele non confida più in Dio, ma chiede la fecondità, la prosperità del paese, dalle divinità pagane Baal ed Astarte. Mentre Israele si affida agli idoli, una vedova pagana è capace di credere alle parole del profeta e si affida a Dio per il suo sostentamento: condivide il poco che ha e questo le viene moltiplicato. Eliseo (2Re) viene cercato dal pagano Naamàn per guarire dalla lebbra e, senza neanche uscire dalla tenda per riceverlo, gli manda a dire di bagnarsi nel Giordano; dopo una prima riluttanza (si aspettava riti spettacolari), Naamàn decide di fidarsi e ottiene la guarigione.
Quanto spesso accade pure a noi di cercare segni prodigiosi, miracoli, apparizioni … Quanto spesso anche noi cerchiamo i doni di Dio e trascuriamo il rapporto con Lui, tanto che siamo disposti anche a rivolgerci agli "idoli" (il denaro, gli “amici potenti”, la magia ecc.) pur di ottenere ciò che vogliamo. Anche noi spesso non ci fidiamo di Dio! È per questo che non vediamo le Sue meraviglie nella nostra vita. Meraviglie “quotidiane”, ordinarie, ma che manifestano il Suo prendersi cura di noi.
Dio ci ama, ci ha pensati fin dall’eternità e si prende cura di noi. Ci chiede solo di fidarci di Lui, di non avere paura (I lettura), e di essere suoi profeti e testimoni nel mondo. Profeti la cui parola deve essere autenticata dallo stesso “segno” che ha contraddistinto quella di Gesù: l’Amore autentico capace di donare tutto. È con questo amore che Gesù ci ha amati e ci ama. E con questo amore che il Padre ha pensato per noi un progetto di pienezza e di eternità. Fidiamoci.
È questo il segno che oggi san Paolo ci addita nella seconda lettura: la Carità senza la quale la nostra vita e le nostre parole risultano vuote, senza senso. Una carità spesso nascosta, feriale, ma capace di realizzare grandi cose, capace di realizzare pienamente la nostra vita (penso per esempio alla beata Madre Teresa di Calcutta, universalmente considerata santa per il “miracolo” del suo amore agli ultimi).

Crediamo nel Suo amore per noi, accogliamo con fiducia il Suo progetto per la nostra vita, viviamo senza paura la nostra vita in obbedienza alla Sua Signoria: vedremo le meraviglie di Dio e giungeremo alla Pienezza della Vita.
Fr. Marco

sabato 26 gennaio 2019

Il lieto annunzio ai Poveri del Signore


«Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutti; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. Esdra benedisse il Signore, Dio grande, e tutto il popolo rispose: «Amen, amen», […] I levìti leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura.» (Ne 8,2-4.5-6.8-10)

«Dio ha disposto il corpo conferendo maggiore onore a ciò che non ne ha, perché nel corpo non vi sia divisione, ma anzi le varie membra abbiano cura le une delle altre. Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui.» (1Cor 12,12-30)

«In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. […] Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:”Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio” […]  Allora cominciò a dire loro: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”».(Lc 1,1-4; 4,14-21)

La liturgia della Parola della III Domenica del TO ci presenta la centralità della Parola di Dio nella vita di fede. Sia la prima lettura che il Vangelo, infatti, descrivono una “liturgia della Parola” e la sua efficacia come manifestazione e attualizzazione del disegno di Dio; è questo che oggi vuole sottolineare il prologo del Vangelo di Luca.
Nella prima lettura lo scriba Esdra proclama il libro della Legge di Dio al “resto d’Israele” di ritorno dall’esilio. La reazione del popolo è un pianto di pentimento e di gioia: pentimento per il peccato che li ha allontanati dalla Terra che aveva loro donato il Signore; gioia e gratitudine perché la fedeltà del Signore li ha ricondotti in Patria e permette loro di ascoltare ancora quella Parola che li costituisce “popolo di Dio”. A questa reazione Esdra e Neemia esclamano: «Questo giorno è consacrato al Signore, vostro Dio; non fate lutto e non piangete!»
Nel Vangelo, Gesù entra di sabato nella Sinagoga e, dopo avere proclamato un brano tratto dal profeta Isaia, afferma: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Con Gesù, infatti, è arrivato “l’oggi” della salvezza e si realizza pienamente ciò che i profeti avevano annunciato: ai poveri è portato il lieto annuncio, ai prigionieri la liberazione.
«… mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio». Il contesto immediato in cui Isaia proclama queste parole ha a che fare con l’anno giubilare in cui venivano azzerati tutti i debiti e ciascun israelita rientrava in possesso di quella “porzione di terra promessa” che gli era stata assegnata. I poveri di cui parla, quindi, sono sicuramente anche “indigenti”. Ciò non basta, però, per descrivere i poveri di cui ci parla Gesù: si può essere “ricchi” anche possedendo poco, se a quel poco io attacco il cuore e faccio dipendere da esso la mia salvezza. I Poveri cui si rivolge Gesù, quindi, sono coloro che sanno di non potere mai “bastare a se stessi” e si aspettano tutto dal Signore; coloro che sanno che, per quanti beni possano possedere, questi non potranno mai dare loro la Vita e, per questo, sono disponibili alla condivisione. È la condivisione, infatti, che ci costituisce veramente poveri secondo Dio: il prenderci cura gli uni degli altri come membra di uno stesso corpo nella consapevolezza di avere un Padre che si prende cura di noi. È a costoro che viene portato “il lieto annuncio”: il Signore si prende cura di loro; è entrato nella storia per liberare coloro che vivono nella schiavitù del peccato, rimettere “i debiti” che ci allontanavano dalla Grazia di Dio e donarci l’eredità e la dignità di Figli di Dio. Con Gesù, infatti, “l’anno giubilare” raggiunge il suo senso pieno e più vero e si estende all’Oggi della Parola: l’oggi in cui la Parola ascoltata e creduta ci muove all’amore fiducioso in Dio e all’amore dei fratelli.
Prima di concludere, vorrei sottolineare brevemente l’atteggiamento di pentimento, cioè di conversione, manifestato dal popolo di Dio nella prima lettura: il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge. Gesù, infatti, piena manifestazione della Misericordia del Padre, se da una parte non ci condanna per il nostro peccato (non è venuto a condannare, ma a salvare il mondo), dall’altra ci chiede il pentimento per il nostro peccato e ci dona la grazia di lasciarlo, di cambiare vita. Una mal intesa “misericordia” che ci lasciasse schiavi della nostra miseria, non sarebbe vera Misericordia che salva. In ogni incontro salvifico con i peccatori, Gesù dona loro il perdono e chiede di lasciare la via del peccato: «Va e non peccare più».
Accogliendo, allora, la Misericordia del Padre che viene a proclamare l’anno di grazia del Signore, anche noi, chiamati ad essere Misericordiosi come il Padre, prendiamoci cura gli uni degli altri soccorrendo i nostri fratelli e sorelle nella miseria come anche noi vogliamo essere soccorsi da loro. Viviamo realmente l’amore reciproco che il Maestro ci ha mostrato ed insegnato, cominciando dal prossimo più prossimo e senza cercare la visibilità ipocrita di chi ama e accoglie solo a parole, ma non è disposto a muovere un dito per chi è nel bisogno.
Fr. Marco

sabato 19 gennaio 2019

Come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te


«Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposeranno i tuoi figli; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te.» (Is 62,1-5)

​«Fratelli, vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti.» (1Cor 12,4-11)

«Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno vino”. E Gesù le rispose: “Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora”. Sua madre disse ai servitori: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”.» (Gv 2,1-11)

Il Vangelo della seconda domenica del Tempo Ordinario, completa la manifestazione di Gesù cominciata con l’epifania e continuata con il battesimo (la voce dall’alto): con il primo segno Gesù manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.
Credo sia importante sottolineare che l’inizio dei segni avviene in un contesto nuziale. Si tratta di un simbolo potente già usato dai profeti (la prima lettura ne è un esempio) per descrivere il Patto di reciproca appartenenza tra JHWH e il popolo eletto: tu sarai il mio popolo ed io sarò il tuo Dio (Cfr. Ger 31,1)
In questo matrimonio, tuttavia, viene a mancare il vino della gioia! Non c’è più festa. Il Popolo ha dimenticato chi è il suo Dio; ha assolutizzato la Legge e vive il suo rapporto con Dio come un adempimento di doveri in cui cerca il tornaconto immediato (do ut des: do affinché tu dia): celebra il culto per avere salute e ricchezza; cerca i doni di Dio dimenticando il Datore di ogni bene, il Signore che opera tutto in tutti.
Non a caso, quando la Madre fa notare a Gesù che non hanno più vino, Lui risponde facendo allusione all’Ora. Solo nell’Ora della Sua Gloria (come Giovanni legge la passione, morte e resurrezione), in cui verrà sancita la Nuova ed Eterna Alleanza, tornerà la gioia piena. È nel vino che sarà il Suo Sangue che Gesù riconcilia l’umanità con il Padre e sancisce il Patto nella Gioia dell’Amore.
Alla risposta di Gesù, che sembra volere negare il suo intervento, fa seguito un ordine della Madre ai servi: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”. Maria, con la sua fiducia nell’intervento del Figlio, in qualche modo anticipa l’Ora. Non si lascia scoraggiare dall’apparente diniego di Gesù.
Vorrei soffermarmi brevemente su ciò che la Madre ci insegna in questo contesto: il potere della preghiera fiduciosa e perseverante, e la necessità di fare “Qualsiasi cosa vi dica”, cioè anche ciò che può sembrarci illogico, non secondo il nostro modo di pensare (per es. riempire di acqua le giare per rimediare alla mancanza di vino). Finché non accoglieremo la Sua logica nella nostra vita, finché non accetteremo, concretamente ed esistenzialmente, la Sua signoria sulla nostra vita, non potremo gustare il vino della gioia che Lui vuole darci.
Dato il contesto nuziale in cui avviene il primo segno, è naturale un riferimento a come oggi il mondo intende il matrimonio.
«Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! (cfr Ef 5,31-32). Oggi sembra che perfino alcuni cristiani abbiano dimenticato che il matrimonio è immagine dell’amore di Cristo per la Chiesa, un amore in cui Cristo dona la vita per la Chiesa e la Chiesa esiste solo per Cristo. L’uno è tutto per l’altra e viceversa. Oggi il matrimonio è visto da molti quasi esclusivamente come una ricerca di appagamento egoistico: l’altro/a mi deve rendere felice; quando non adempie più lo scopo, quando non mi rende felice, lo posso cambiare (e spesso il mondo insiste: «Se non sei felice, vattene o mandalo via e cercane un altro! Perché tu vali!»). Oggi nel matrimonio come in altre scelte di vita, la prospettiva è “ego centrata”. Gesù e la logica dell’amore crocifisso non trovano posto nel rapporto di coppia. Per questo anche in molti matrimoni odierni viene a mancare il vino. È necessaria una “conversione”, cambiare la prospettiva in cui si vive e riammettere Gesù all’interno del rapporto matrimoniale. Solo così tornerà ad esserci il vino della gioia un vino che nessun altro può donarci.
Fr. Marco

sabato 12 gennaio 2019

Ecco il vostro Dio! Porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri


«Ecco il vostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri». (Is 40, 1-5.9-11)

«Ma quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo» (Tt 2,11-14;3,4-7)

«Giovanni rispose a tutti dicendo: “Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”». (Lc 3, 15-16.21-22)
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Il tempo e il mistero di Natale sono portati a compimento dalla festa del Battesimo del Signore che celebriamo questa domenica: il Verbo coeterno del Padre, che si è fatto  uomo per la nostra salvezza, si fa solidale con l’umanità peccatrice e si confonde con essa sulle rive del Giordano per ricevere da Giovanni un battesimo di penitenza.
Quello impartito da Giovanni Battista, infatti, come sappiamo, non è il battesimo sacramento che abbiamo ricevuto noi, ma un “lavacro” simbolico che suggellava il serio proposito di convertirsi, di fare penitenza. Gesù, l’unico innocente, non ne aveva bisogno. Da qui le proteste di Giovanni riportate nel vangelo di Matteo: “Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?”
Il Maestro, però, vuole portare a compimento la Sua solidarietà con l’umanità; vuole salvare tutti senza distinzioni. Il Figlio amato del Padre, si confonde con i peccatori perché noi possiamo diventare figli. Da qui il compiacimento del Padre che dà inizio alla vita pubblica di Gesù.

Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. La festa del Battesimo del Signore, infatti, è per noi anche occasione opportuna per fare memoria di quanto è avvenuto nel nostro Battesimo, quello che abbiamo ricevuto nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; quello in Spirito Santo e fuoco. Quel Battesimo che, conformandoci all’Unigenito Figlio di Dio, ci ha resi figli: anche per noi il Padre, nel giorno del nostro battesimo, ha detto: “Tu sei il Figlio mio, l’amato”.
Siamo diventati figli di Dio! Lo siamo perché il Battesimo ci ha conformati a Cristo, ci ha innestati in Lui. Questa conformità, però, deve essere visibile nel nostro quotidiano. Come figli siamo invitati ad imparare dal Figlio a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. Siamo chiamati a portare frutto con la nostra vita perché il Padre possa compiacersi anche di noi.
Fr. Marco

sabato 5 gennaio 2019

Risplende la Gloria del Signore


«… ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te.» (Is 60,1-6)

«Fratelli, penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: … le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo.» (Ef 3,2-3;5-6)

« … alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”. All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme.» (Mt 2,1-12)

Nella solennità dell’Epifania celebriamo la “manifestazione” (questo significa epifania in greco) del Signore al mondo intero, ai “lontani” rappresentati dai Magi venuti dall’oriente. La tradizione popolare parla di “tre re” per i doni che offrono al bambino Gesù: oro per il Re dei re della terra, incenso per onorare la divinità del Figlio di Dio e mirra simbolo della passione salvifica che avrebbe accolto per noi. Nella tradizione dei tre Magi, però, sono rappresentati anche i tre figli di Noè, Sem, Cam e Iafet, ossia tutta l’umanità che da essi trova origine secondo la tradizione biblica (Cfr. Gen 6,10; 9,1).
Il profeta Isaia, nella prima lettura, ci descrive una situazione di “tenebra”, di oscurità, una situazione in cui sembra che non ci sia speranza. In queste tenebre spunta la Luce, la Speranza: il Signore dà un segno della sua presenza nel mondo attraverso la gloria di Gerusalemme.
Oggi questo segno che deve dare speranza e invitare alla gioia, il segno della presenza di Dio nel mondo, è la Chiesa, l’assemblea dei battezzati, il nuovo popolo di Dio, la Gerusalemme Celeste del “già e non ancora”, cioè già presente nel mondo, ma non ancora pienamente rivelata. È per questo che proprio oggi si legge “l’annuncio del giorno di Pasqua”: si annuncia il Mistero di Cristo di cui la Chiesa celebra il memoriale e l’attuazione durante tutto l’anno liturgico. Per i nostri contemporanei, quindi, è la Chiesa il segno che splende della gloria di Dio. Non per tutti, però, la presenza della gloria di Dio è motivo di gioia.

Il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Così il Vangelo descrive i sentimenti di Erode e della casta sacerdotale che vedono nel Re che è nato un turbamento al loro potere. Anche oggi, purtroppo, “il mondo” (nell’accezione che a questa parola da s. Giovanni) vede in Gesù un “disturbatore” da eliminare, da ridurre al silenzio. Quante volte mi capita di sentire dire che la Chiesa (intendendo con ciò il magistero) non deve intromettersi … sembra quasi che la libertà di parola valga per tutti, tranne che per chi professa il Vangelo!
Anche a noi può capitare di sentirci “disturbati” dal Signore; può capitare che le esigenze della Sua sequela, diametralmente opposte a quelle del mondo, ci portino a volerlo “eliminare”. Se riconosciamo in Gesù il Signore, infatti, dobbiamo rinunciare alla “signoria del nostro io”, a mettere noi stessi al centro del mondo, per adorare Lui e vivere sotto la Sua signoria. Solo facendo questo potremo svolgere quel ministero di cui ci parla oggi S. Paolo nella seconda lettura e che appartiene a tutti i battezzati: annunziare al mondo la Speranza e la Gioia. Annunziare al mondo che ci sono “valori” capaci di dare la felicità, ma che non possono essere messi in banca; valori diversi da quelli economici: valori eterni e capaci di darci quella felicità che il denaro, il “piacere” o il potere non saranno mai capaci di darci.
Accogliamo, allora, il Signore che viene a manifestare la Sua gloria, poniamoci sotto la Sua signoria di Amore e di Pace. Sperimenteremo la libertà di essere figli di Dio amati e testimonieremo al mondo quella gioia di vivere di cui i nostri contemporanei sono assetati. Auguri.
Fr. Marco.