venerdì 18 luglio 2025

Di una cosa sola c’è bisogno

 «… Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo.» (Gn 18,1-10)

«Fratelli, sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa.» (Col 1,24-28)

«In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.» (Lc 10,38-42)

Domenica scorsa Gesù ci esortava a farci prossimi del fratello nel bisogno a imitazione Sua che si fa prossimo ad ogni uomo. Questa domenica, XVI del Tempo Ordinario, il Maestro ci chiede di farci “suoi prossimi”: di accoglierlo nella nostra vita.

Nella prima lettura, tratta dal libro della Genesi, Abramo è sollecito nell’ospitare nella sua tenda i tre misteriosi personaggi che capitano nel suo accampamento nell’ora più calda del giorno. Mette in gioco il suo tempo, le sue energie e i suoi averi. L’ospitalità è “feconda”: questi tre personaggi annunciano ad Abramo la nascita del “figlio della promessa”.

«… una donna, di nome Marta, lo ospitò». La pagina evangelica ci presenta Gesù che, lungo il cammino verso Gerusalemme, viene ospitato da Marta. La tradizione presenta Marta e Maria come due icone antitetiche, l’azione e la contemplazione, delle quali la parte migliore, da preferire, sarebbe la contemplazione. Ritengo vada sottolineato, tuttavia, che l’evangelista afferma chiaramente che è Marta ad ospitare Gesù. È lei che ha l’iniziativa. Anche lei, però, incorre nell’errore che i contemporanei di Gesù commettevano nel loro rapporto con Dio: comincia a “fare tante cose” per Gesù, mettendo in secondo piano il rapporto con Lui. Maria, invece, si fa totale ricettività: ai piedi del Signore, in atteggiamento da discepola, ascolta la Sua parola.

«Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire?». Marta, che inizialmente è presentata come icona positiva di accoglienza e ospitalità, cade nell’errore di permettere che “le cose da fare” offuschino lo stare con Gesù; a lungo andare comincia ad accampare “pretese” e a far valere diritti. Dimentica la sola cosa veramente necessaria: il rapporto con Gesù. Tutto il resto ha valore ed è importante a partire da questo rapporto. Mettere Gesù e l’ascolto della Sua parola al centro della nostra vita, come fa Maria, è fondamentale. Se non vuole rimanere sterile, però, l’ascolto deve diventare obbedienza fattiva.

Le figure esemplari di Marta e Maria, dunque, non devono essere separate o peggio contrapposte, ma unite in un unico modello che a partire dall’accoglienza di Gesù, dall’ascolto della Sua volontà, si metta in movimento per realizzare ciò che Lui vuole.

Anche S. Paolo nella seconda lettura si pone su questa linea. Parlando delle sue fatiche apostoliche che tante sofferenze gli hanno procurato e che non sempre hanno trovato immediata e facile accoglienza, si mostra consapevole dell’importanza di compiere la volontà di Dio anche quando non vede i frutti delle sue fatiche, anche quando le cose non vanno come si aspetterebbe. Mettendo al centro della sua vita Gesù, gli importa solo di compiere la Sua volontà. È in quest’ottica che anche noi, nelle nostre sofferenze, nelle nostre malattie, nelle nostre incapacità che ci fanno sperimentare i nostri limiti, possiamo ancora accogliere Gesù e compiere la Sua volontà.

Accogliere Gesù, naturalmente, significa anche accoglierci reciprocamente, accogliere il fratello nel bisogno. Oggi si parla tanto di accoglienza; è forte, però il pericolo di limitarsi alle parole o, peggio, di praticare un'accoglienza interessata che, sotto l'apparenza di accoglienza diventa sfruttamento. Spessissimo, poi, ci si dimentica del "prossimo più prossimo", che diventa invisibile e che può morire non visto dinanzi al nostro portone. Torniamo ad accoglierci autenticamente, a metterci al servizio gli uni degli altri con il cuore.

Prima di concludere, infine, vorrei sottolineare una particolare ricaduta nel quotidiano di questa Parola. Nella frenesia delle nostre giornate può capitare anche nella nostra vita familiare di trascurare “la cosa più importante”, di perdere “la parte migliore”. Penso in particolare al rapporto genitori – figli: mi capita di vedere o sentire genitori che cadono nell’errore di “fare tante cose per i figli" (tante ore di lavoro, magari anche un secondo lavoro), ma di trascurare il rapporto con loro. Scegliamo la parte migliore (letteralmente “la parte buona”): la relazione con loro.

Accogliamo la Parola di Dio nella nostra Vita, mettiamo Lui e la Sua volontà al centro del nostro essere e del nostro agire. Lasciamo che sia Lui a dirci cosa fare e come farlo: vedremo meraviglie nella nostra vita.

Fr. Marco

sabato 12 luglio 2025

Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?

 «Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. … questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica» (Dt 30,10-14)

«Cristo Gesù è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili» (Col 1,15-20)

«… “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”. Costui rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. Gli disse: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”» (Lc 10,25-37)

La Parola di Dio della XV domenica del Tempo Ordinario, quest’anno ci propone il primo e più grande comandamento che compendia tutta la Legge (Cfr Mt 22,36): l’Amore di Dio e del prossimo. Il dottore della legge che interroga Gesù, infatti, sollecitato dal Maestro, enuncia un “comandamento” tratto dallo Shemà, professione di fede contenuta nel Deuteronomio (6,4 ss), e dal “Codice di santità” contenuto nel Levitico (capp. 17-26; in particolare da Lv 19,18).

«… perché tu la metta in pratica.». «Fa’ questo e vivrai» Come ci ricorda la prima lettura tratta dal Deuteronomio, già nella sapienza antica si afferma che dall’osservanza prtica dei comandamenti deriva la Vita, quella vita piena che il Signore ha pensato per il suo popolo. Il Signore, quindi, dà i comandamenti al suo popolo perché questi sappia come comportarsi per rimanere in comunione con Dio e godere di una vita bella e piena di senso.

«Che cosa devo fare …?» La domanda del dottore della Legge è motivata dalla moltitudine di comandamenti elaborati da Israele e dalla confusione conseguente. Col passare del tempo, infatti, il Popolo d’Israele ha assolutizzato sempre più l’osservanza letterale della Legge a scapito della relazione vitale con Dio che essa doveva custodire. Comincia, quindi, ad elaborare comandi su comandi che perdono il loro originario significato. La “fede” d’Israele si allontana sempre più dalla comunione con Dio e diventa una “religione speculativa” di cui è impossibile per la gente comune osservare tutti i comandi. È in questo contesto che nasce la domanda del dottore della legge. Gesù risponde rimandando il suo interlocutore a ciò che già conosce e invitandolo a metterlo in pratica: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai»

Il dottore della legge tenta di scappare dalla pratica con la “speculazione”: «E chi è il mio prossimo?». Lo straniero, il peccatore, l’eretico … sono il mio prossimo? Non devo forse starne lontano? Al tentativo di fuga nella speculazione, il Maestro risponde raccontando una parabola.

«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico …» Da notare che l’uomo incappato nei briganti scende “da Gerusalemme a Gerico”. Questo itinerario, in chiave spirituale, potrebbe indicare un allontanamento dalla santità verso il peccato. Potremmo allora identificare quest’uomo con “il peccatore” che, proprio per la sua condizione di peccato, è “mezzo morto”. Il “cuore freddo” del sacerdote e del levita, un cuore ormai lontano da cuore di Dio, resta ancorato alla purezza legale e si guarda bene dal contaminarsi con il sangue dell’uomo ferito. Solo un Samaritano, un uomo considerato dai pii giudei come eretico e scismatico, ha compassione. Una compassione che lo porta ad agire e a spendere del suo per aiutare il bisognoso. Solo la compassione, il “patire con”, la misericordia che muove all’azione, infatti, è autentica misericordia.

«Chi … ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?» Adesso è Gesù ad interrogare il dottore della legge, ma la prospettiva è ribaltata: il prossimo da individuare non è colui che è caduto nelle mani dei briganti, ma colui che è stato capace di farsi a lui prossimo.
La pagina del Vangelo si chiude ancora con l’invito alla “pratica”, al fare ciò che sappiamo essere bene perché possiamo “ereditare la vita eterna”, quella Vita Piena che solo la relazione di amicizia con il Padre può donarci.

Fr. Marco

sabato 5 luglio 2025

La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Andate: ecco, vi mando

 «Così sarete allattati e vi sazierete al seno delle sue consolazioni; succhierete e vi delizierete al petto della sua gloria.» (Is 66,10-14)

«Fratelli, quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura.» (Gal 6,14-18)

​«La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.» (Lc 10,1-12.17-20)

La pagina evangelica di questa domenica, XIV del Tempo Ordinario, ci ricorda la chiamata missionaria di tutta la Chiesa: tutti, ciascuno con la sua particolare vocazione, in quanto battezzati, conformati a Cristo Re, Sacerdote e Profeta, siamo inviati al mondo per annunziare il Regno dei Cieli.

La prima cosa che vorrei sottolineare è il preciso comando di Gesù: «Pregate il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!». Il Signore chiama continuamente operai per il Regno, ma ci chiede di pregare perché essi trovino il coraggio e la libertà per rispondere alla Sua chiamata. Nel ricordarci la comune vocazione missionaria, il brano evangelico di oggi ci presenta anche le caratteristiche che il Maestro chiede ai missionari.

Li inviò a due a due davanti a sé. In Gv 13,35 Gesù afferma: «Da questo vi riconosceranno, se avrete amore gli uni per gli altri». Non bastano, quindi, abiti religiosi, crocifissi o rosari ostentati: il “distintivo” del cristiano, ciò che lo accredita come discepolo di Cristo è la disponibilità a dare la vita per amore del fratello. Per questo motivo i discepoli sono inviati a due a due: per dare la vita l’uno per l’altro, per testimoniare al mondo che non si vive veramente se si è centrati solo su se stessi.

«Vi mando come agnelli in mezzo a lupi». La logica del mondo, in cui sembra regnare “la legge del più forte”, con  la sua aggressività e “rapacità” ha giustificato l’espressione latina: homo homini lupus (l’uomo è un lupo per l’uomo). I discepoli, però, chiamati ad annunciare il Vangelo, non possono conformarsi a questa logica. Nell’ottica della vita donata per amore di Cristo e del fratello, il cristiano è chiamato alla mitezza, a non opporsi al malvagio (Mt 5,39), a rispondere al male con il bene (Rm 12,21).

«Non portate borsa, né sacca, né sandali». Ciò su cui il Maestro ci invita a fondare la nostra certezza, anche la riuscita della nostra attività missionaria, non sono i mezzi materiali di cui disponiamo, ma la Fede in Lui, l’obbedienza alla Parola. È per questo che S. Paolo può dire: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo». Non contano i mezzi di cui disponiamo, non conta la nostra appartenenza un’elite. Ciò che conta è che Cristo ci ha resi “nuove creature”, uomini e donne “nuove”, nel Battesimo: siamo chiamati per questo a vivere la Vita Nuova del Vangelo.

«Non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada». Probabilmente, uno dei livelli di significato di questa prescrizione ha a che fare con l’urgenza del messaggio: non può attendere i lunghi e cerimoniosi saluti orientali. Nel contesto in cui si trova, però, credo di potere affermare che riguardi anche la libertà richiesta ai discepoli: dopo avere chiesto ai suoi di essere liberi nei confronti dei mezzi, di porre la propria fiducia solo sulla potenza della croce, ora Gesù chiede la libertà dai condizionamenti umani, dal pericolo di porre la propria fiducia sulle “alleanze umane” in una logica clientelare che, piuttosto che favorirne la diffusione, soffoca il messaggio del Vangelo. Trovo che sia una prescrizione particolarmente attuale. Oggi certa politica scadente ci ha abituati a tale logica: «Io ti finanzio questo progetto, ma tu mi devi garantire una certa visibilità» (se non si arriva al vero e proprio voto di scambio). Una logica che siamo tentati di assumere anche nel privato: grazie all’“amico” che parla con l’“amico” abbiamo accesso a certi servizi o giungiamo in certi posti di autorità. Tutto questo, però, a scapito della libertà: non potrò più denunciare l’errore del fratello additandogli la verità del Vangelo, se gli sono debitore della posizione in cui mi trovo! Anzi, facilmente sarò costretto a scendere ancora a compromessi! Tutto ciò non è accettabile come discepoli di Cristo. Non ha niente a che fare con la logica del Vangelo. Come discepoli di Cristo non possiamo cadere in certe trame, ma siamo chiamati alla gratuità dell’amore ed alla libertà profetica per potere liberamente annunciare la verità del Vangelo.

«In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. … Non passate da una casa all’altra. … mangiate quello che vi sarà offerto» Il Maestro invia i suoi discepoli come portatori della Pace e della riconciliazione derivanti dall’annuncio del Regno, non di guerre e divisioni: vanno messe al bando le logiche settarie e la ricerca della propria gloria e della propria comodità. È questo il motivo per cui Gesù comanda di non cercare dove ci trattano meglio e di non avere pretese riguardo il nostro trattamento.

«Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli». L’ultima raccomandazione del Maestro riguarda la tentazione della vanagloria e il pericolo di agire per affermare noi stessi. Il discepolo può rallegrarsi solo del compiacimento del Maestro, non dei miracoli che il Signore compie suo tramite. Accaparrarsi la gloria per le opere che il Signore compie, sarebbe un’appropriazione indebita che ci allontanerebbe dalla Via della Vita.

Accogliamo l’invito del Maestro a pregare per le vocazioni di speciale consacrazione e a metterci in cammino per annunciare il Vangelo in maniera libera a coraggiosa ponendo in Lui ogni nostra speranza e  fiducia per potere sperimentare le consolazioni del Suo Amore (I lettura)

Fr. Marco

venerdì 27 giugno 2025

Su questa pietra edificherò la mia Chiesa

«In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa. Fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che ciò era gradito ai Giudei, fece arrestare anche Pietro. … Pietro allora, rientrato in sé, disse: «Ora so veramente che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che il popolo dei Giudei si attendeva». (At 12,1-11)

«Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede.» (2Tm 4,6-8.17-18)

«Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. “… E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa.» (Mt 16,13-19)

La Parola di Dio di questa domenica, in cui celebriamo la solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, ci mette dinanzi il fondamento della Chiesa: la fede in Gesù Cristo figlio di Dio e l’amore per Lui (il vangelo della vigilia). Solo perché fondati sulla roccia che è Cristo, gli apostoli possono guidare, “pascere” e confermare nella fede i fratelli. È sulla roccia dell’amore per Cristo e della fiducia in Lui, quindi, che si fonda la Chiesa contro cui le potenze degli inferi non prevarranno.

La prima lettura di oggi si apre con la persecuzione dei capi della Chiesa di Gerusalemme: l’uccisione di Giacomo, che sembra suscitare il consenso della “opinione pubblica” (era gradito ai Giudei), e l’arresto di Pietro. Ieri come oggi, i potenti del mondo cercano il consenso più della verità; sono interessati a “pascere se stessi”, mantenendo posizioni di potere, più che a guidare i fratelli a ciò che è vero e buono.

Il Signore, però, ci ha garantito la Sua vittoria finale a patto che, combattendo la buona battaglia, manteniamo la fede, cioè rimaniamo in comunione d’amore con Lui e Lo riconosciamo, coi fatti e nella verità, Signore della nostra vita.

Non è raro, tuttavia, che il nostro amore e la nostra fede vacillino, che, spinti dalla “logica del mondo” e dalla ricerca di consenso, cominciamo a seguire un “Dio secondo me”; anche contro l’insegnamento dei pastori che il Signore ci ha donato assicurando loro, per ciò che riguarda questioni di fede e di morale, l’assistenza del Suo Spirito. Come Pietro anche noi vogliamo indicare la via al Maestro (Mt 16,22). E come Pietro anche noi ci sentiamo rispondere «Va’ dietro a me … tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» (Mt 16,23).

Penso che, come Pietro, tutti nella Chiesa, pastori e fedeli, abbiamo fatto almeno una volta nella vita (e magari fosse solo una volta!), l’esperienza della debolezza del nostro amore e della nostra fede al momento della prova: quante volte anche noi come Pietro abbiamo detto, magari coi fatti e non a parole, «Non lo conosco!». Anche a noi oggi il Signore chiede di amarlo così come siamo, dandoGli tutta la nostra debolezza e confidando non più sulle nostre forze, ma su di Lui e sulla Sua fedeltà: «Tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene» (Gv. 21,17 il Vangelo della vigilia).

Seguendo allora il nostro Signore tramite i pastori che ci ha donato, smettiamo di fondarci su noi stessi, sulle nostre forze, sui nostri pensieri, sul consenso di chi ci sta attorno; fondiamo la nostra certezza su Cristo e sul Suo amore: vedremo meraviglie nella nostra vita.

Fra Marco

venerdì 20 giugno 2025

Questo è il mio corpo che è per voi

«In quei giorni, Melchìsedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo» (Gen 14,18-20)

​«Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”». (1Cor 11,23-26)

​«In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. … Gesù disse loro: “Voi stessi date loro da mangiare”. Ma essi risposero: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci …” … Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.» (Lc 9,11-17)

Questa domenica, solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, la liturgia della Parola ci presenta, Gesù Buon Pastore e Sacerdote, Vittima ed Altare.

Nella prima lettura, infatti, Melchìsedek, “re di Salem” (re di pace) che offre il pane ed il vino, è un typos, una figura profetica, di Gesù Vero e Sommo sacerdote che offre l’unico e definitivo sacrificio della Nuova ed eterna Alleanza: il Suo Corpo e il Suo Sangue in cui il pane e il vino vengono transustanziati (II lettura).

Oltre al “tema sacerdotale”, come dicevo, la liturgia di oggi ci presenta Gesù anche come il Buon Pastore che si prende cura dei suoi, li guida e li nutre. È così infatti che lo invochiamo nella sequenza: «Buon pastore, vero pane, / o Gesù, pietà di noi: / nutrici e difendici, / portaci ai beni eterni / nella terra dei viventi.». 

Il Vangelo insiste su questo tema: si apre con la figura di Gesù che insegna alle folle indicando loro il Regno dei Cieli: l’unica cosa necessaria per sperimentare la Pienezza della Vita. La pericope evangelica, inoltre, ci mostra Gesù intento a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il Medico viene per gli ammalati, Gesù è venuto a cercare i peccatori per condurli alla salvezza.

La Pagina di Vangelo, inoltre, nel contesto del “ministero pastorale” di Gesù, ci presenta la moltiplicazione dei pani come un altro modo in cui il Buon Pastore si prende cura di coloro che hanno messo da parte tutto il resto per seguirlo. L’evangelista Luca, ben compreso dalla liturgia odierna, intende presentarci in questo racconto un’anticipazione dell’istituzione dell’Eucarestia nell’Ultima Cena.

Due cose mi colpiscono immediatamente contemplando la scena evangelica della moltiplicazione dei pani e dei pesci: una riguarda le condizioni per partecipare al banchetto, l’altra riguarda i discepoli.

La prima cosa che noto è che l’unica condizione prevista per partecipare a questo banchetto è l’avere seguito Gesù, l’averlo ascoltato ed avere messo Lui al di sopra e prima di tutti gli altri bisogni. È questa, infatti, l’unica cosa veramente necessaria per potersi accostare degnamente al Banchetto Eucaristico: avere messo Gesù al centro della nostra vita, l’impegnarsi nell’ascolto e nella conversione (e non è poco). In quest’ottica va compreso anche il Sacramento della Riconciliazione: non va celebrato per “arrifriscarisi l’anima” per potere fare la comunione (cinque minuti prima della Messa, magari senza un adeguato esame di coscienza e quindi senza pentimento e con la convinzione di non avere peccati); ma va celebrato per chiedere e accogliere la Grazia della propria conversione. 

La seconda cosa che mi colpisce, è la volontà da parte dei discepoli di deresponsabilizzarsi nei confronti della folla: «congedali … vadano …». A questi discepoli Gesù risponde: «Voi stessi date loro da mangiare». Penso sia da  sottolineare come questo comando apra ad una “dimensione eucaristica” della vita del cristiano e soprattutto del sacerdozio ministeriale: il farsi “pane spezzato”, il dare da “mangiare” noi stessi. Oggi però voglio sottolineare particolarmente come questo comando coinvolga i discepoli più vicini a Gesù e li inviti a prendersi cura dei loro fratelli più bisognosi: troppo spesso, anche tra i cristiani, si è sempre pronti a “puntare il dito”, a richiamare gli altri alle loro responsabilità, ad accusare “chi dovrebbe fare” cercando, in tal modo, di deresponsabilizzarsi. Certo, quello della denuncia e del richiamo al dovere sociale delle Istituzioni è un ruolo importante dei discepoli, ma non può essere l’unico. Il Beato Pino Puglisi, che ha toccato da vicino il bisogno dei suoi fratelli e sorelle, è famoso per la frase «Se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto». Unendoci a Cristo, allora, impariamo anche noi a farci “pane spezzato” per i fratelli. Prendiamoci cura gli uni degli altri e camminiamo insieme verso quella Vita Piena ed Eterna che Solo Gesù ci può donare.

Fr. Marco

sabato 14 giugno 2025

Lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità

«Così parla la Sapienza di Dio: “Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine. Dall’eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra.» (Pr 8,22-31)

«Fratelli, … ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. » (Rm 5,1-5)

«Quando verrà lui, lo Spirito della verità, … Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà». (Gv 16,12-15)

Nella solennità di Pentecoste, domenica scorsa, abbiamo celebrato il memoriale del dono dello Spirito Santo che ci inserisce nella circolarità d’Amore all’interno della Santissima Trinità. Questa domenica la Chiesa ci fa contemplare proprio questo Mistero centrale della nostra fede: l’unico Dio, Creatore del cielo e della terra, è Uno e Trino. Un solo Dio in tre Persone: il Padre (Amante) che dall’eternità genera il Figlio (Amato) donandosi totalmente a Lui e tutto ricevendo da Lui nello Spirito Santo (Amore).

«Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato …» (Gv 17,6) La piena rivelazione di Dio agli uomini è elemento fondamentale dell’annuncio salvifico del nostro Signore Gesù Cristo. Il Figlio eterno del Padre, Verbo fatto uomo,  ci ha rivelato l’eterna processione d’amore in cui le tre Persone divine hanno tutto in comune tranne la loro identità personale (l’essere rispettivamente Padre, Figlio e Spirito). Il nostro Dio è, quindi, già al suo interno, relazione d’Amore. Ciò ha una grande importanza per noi.

Il fatto che il Dio Vivo e Vero sia Uno e Trino, Eterna relazione d’Amore, infatti, significa che l’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, è per costituzione e già alla sua origine relazione: è fatto per la relazione ed è felice/realizzato solo nella relazione. L’uomo è immagine del Dio trinitario e come tale si realizza solo quando permette all’amore-relazione che è in lui di manifestarsi. 

Citando Padre Alberto Neglia (O. Carm.), mio docente di Spiritualità: «Come il Padre è nell’amore sorgività pura, così Egli dona alla creatura umana di essere nel tempo sorgente di amore. Questo significa che l’uomo è costitutivamente capace di amare.  Amato dall’eternità egli è fatto per amare. … amando, l’uomo riproduce in qualche modo la creatività del Padre. L’amore fa sbocciare la vita. L’uomo è ancora immagine del Dio Trinitario perché è stato creato per mezzo del Figlio, in vista di Lui ed in Lui (Col  1,15-17). Come in forza dell’accoglienza pura … il Figlio è immagine perfetta del Padre, così l’uomo è immagine di “Dio Figlio”, in quanto si fa  recettività, cavità capace di accogliere, fino alla trasparenza, l’amore eternamente amante. Nel Figlio amato l’uomo è costitutivamente oggetto di amore, apertura radicale, “uditore della Parola”. Chi non riceve l’amore, non esisterà mai veramente: la povertà che accoglie è la condizione dell’amore … Chi non sa accogliere, non sa dire grazie, non sarà mai veramente e pienamente umano. … Nel più profondo del suo essere creaturale … l’uomo ha bisogno dell’altro. … Lo Spirito Santo imprime nella creatura umana un certo riflesso di quello che Egli è nel mistero di Dio. Come fra l’Amante e l’Amato Egli è l’eterno legame di unità ed insieme Colui che fonda l’apertura infinita del loro amore, lo Spirito è la fantasia di Dio. L’uomo creato ad immagine di “Dio Spirito” è unità vivente di questo duplice movimento dell’amore: amando, egli si fa amare; lasciandosi amare, egli ama. … Lo Spirito, presente nell’uomo, lo spinge continuamente a spezzare il cerchio dell’amante e dell’amato, a fuggire la cattura dell’esclusività, per andare verso il bisogno di amore dell’altro, di tutti gli altri.»

Il cristiano conformato a Cristo e santificato dallo Spirito, porta quindi in sé il mistero della Trinità d’Amore e lo manifesta al mondo. Contemplando il suo Amore Trinitario e ciò che esso è capace di compiere in chi lo accoglie, il Signore ci conceda di realizzare pienamente la nostra vocazione all’amore per potere giungere alla Vita piena ed eterna per la quale siamo stati pensati fin dall’eternità.

Fr. Marco.

 

sabato 7 giugno 2025

Se uno mi ama, ... il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui

 «Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. » (At 2, 1-11)

« … voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”» (Rm 8,8-17)

«Se mi amate osserverete i miei comandamenti … il Paràclito, lo Spirito santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto» (Gv 14, 15-16. 23-26)

Con la solennità di Pentecoste giunge al suo culmine il Tempo Pasquale: quei cinquanta giorni che per la liturgia sono come un grande giorno in cui celebriamo il memoriale della nostra redenzione. Il nuovo patto, la Nuova Alleanza, profetizzata da Ger 31, 31-34, giunge a pienezza: la Legge Nuova di Dio è effusa nei nostri cuori rendendoci capaci di osservarla.

Nella prima lettura della Messa del giorno, tratta dagli Atti degli Apostoli, l’evangelista Luca ci racconta l’effusione dello Spirito sulla Chiesa riunita nel cenacolo come un’“Anti-Babele” (Cf. Gen 11). Si realizza il miracolo della comunione d’amore che non è confusione.

«Tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche parole» (Gn 11,1) Il racconto della torre di Babele nel libro della Genesi descrive quasi una globalizzazione ante litteram in cui tutti gli uomini sono assoggettati ad un “pensiero unico”. Il “peccato di Babele” è volersi “fare un nome” senza Dio, anzi piuttosto contro Dio (una città e una torre che tocchi il Cielo). Una sorta di “regno degli uomini” che si oppone al Regno di Dio. Eliminato Dio dalle loro esistenze, sradicati della fonte della Vita, gli uomini cadono in una confusione che non è comunione; dimenticano chi sono e quindi non sono più in grado di comprendersi.

Con l’effusione dello Spirito Santo a Pentecoste, la Legge Nuova effusa nei cuori, Dio torna ad occupare il posto centrale nell’esistenza dell’Umanità Nuova: gli uomini tornano a comprendersi e per l’umanità è possibile tornare a vivere la comunione immagine della Comunione Trinitaria, quella che il Venerabile Mons. Tonino Bello chiama “convivialità delle differenze”.

«Ciascuno li udiva parlare nella propria lingua». Le differenze non sono annullate. Ciascuno mantiene propria identità, ma questo non è ostacolo alla comunione. Ciò che permette la comunione è l’Amore, l’avere accolto l’Amore di Dio nella propria vita e, alla luce di questo, amare il proprio prossimo così com’è senza annullare la propria identità. L’amore, infatti non annulla le differenze. Al contrario le esalta perché ognuno è amato per ciò che è, per le sue peculiarità proprie. Ecco perché il primo e più alto dono pasquale è la Pace: la piena riconciliazione con Dio che porta alla riconciliazione tra gli uomini.

Lo Spirito è, quindi, il compimento della Nuova Alleanza. È Colui che rende possibile vivere secondo la Legge di Dio. Nel Vangelo Gesù afferma: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti». Solo se abbiamo in noi l’Amore, infatti, possiamo osservare i comandamenti. È lo Spirito, l’Amore di Dio effuso nei nostri cuori, che ci rende capaci di osservare i comandamenti.

Nella seconda lettura, poi, San Paolo ci dice che lo Spirito effuso nei nostri cuori ci libera da ogni paura e ci rende “figli adottivi”; non schiavi, ma figli capaci di rivolgerci a Dio chiamandolo “Papà”.

Lo Spirito, infatti, lo sappiamo bene, è la Terza Persona della Santissima Trinità; è “Signore e da la vita”, come diciamo nel Credo. Non è “un’energia”, ma una Persona divina, uno col Padre e il Figlio. Ricevendo lo Spirito Santo entriamo nel mistero della SS. Trinità. Mi piace la “descrizione” che della SS. Trinità fa S. Agostino: l’Amante (il Padre), l’Amato (il Figlio) e l’Amore (lo Spirito). Lo Spirito è, quindi, l’Amore tra Padre e Figlio, la reciproca e continua donazione di sé che il Padre fa al Figlio e il Figlio al Padre. Oggi, nella Pentecoste, noi celebriamo il nostro inserimento in questa circolarità d’amore.

Comprendiamo, allora, come diventa possibile ciò che la Parola di Dio ci ha detto oggi: l’Amore che è Dio è effuso nei nostri cuori! Non esistono più barriere insormontabili: nulla può separare coloro che si amano; la comprensione è possibile perché si vuole comprendere, perché si ascolta davvero; spinti dall’Amore, non sentiremo come gravosa l’osservanza dei comandamenti, ma come figli amati e amanti non desidereremo altro che fare felice il Padre realizzando pienamente la nostra vita.

Fratelli e sorelle, tutto questo è già presente, lo Spirito che il Padre ha effuso nei nostri cuori per l’opera del Figlio, attende solo che noi diamo la nostra disponibilità perché la nostra vita possa giungere alla pienezza.

Fr. Marco