Cara sorella,
ti scrivo chiamandoti sorella, perché prima ancora delle nostre differenze religiose ci accomuna la stessa umanità, la medesima dignità di creature amate da Dio e il desiderio, che abita in ogni cuore sincero, di conoscere la verità e di trovare la via della salvezza.
Non ti scrivo per offenderti, né per disprezzare la tua fede o la tua storia. Ti scrivo perché vorrei condividere con te il dono più prezioso che ho ricevuto: l'incontro con Gesù Cristo, il Figlio di Dio, il Salvatore del mondo.
Vorrei invitarti a conoscerlo non soltanto attraverso ciò che altri ti hanno raccontato di lui, ma attraverso le sue parole, i suoi gesti, il suo Vangelo. Vorrei che tu potessi incontrare il suo sguardo e scoprire quanto sei preziosa ai suoi occhi.
Gesù Cristo non è venuto per togliere dignità alla donna, ma per restituirle pienamente il posto che le spetta nel cuore di Dio.
Guarda come si comporta Gesù nei confronti delle donne! In una società nella quale la loro testimonianza pubblica era spesso poco considerata, egli non le tiene ai margini della sua missione. Si lascia avvicinare da loro, ascolta le loro parole, accoglie le loro domande e non teme di affidare loro compiti importanti.
A una donna samaritana, incontrata presso un pozzo, Gesù rivela la verità sulla propria identità e le parla dell'acqua viva che disseta per sempre (Gv 4). Non la umilia per la sua storia personale, ma le apre un cammino di fede, tanto che proprio attraverso la sua testimonianza molti arrivano a credere in lui.
A Marta, sorella di Lazzaro, Gesù rivolge una delle più grandi professioni di fede del Vangelo: «Io sono la risurrezione e la vita» (Gv 11,25). E a Maria di Betania riconosce il diritto di sedersi ai suoi piedi per ascoltare la sua parola, come una discepola, senza rimproverarle di aver scelto il posto di chi vuole imparare (Lc 10,38-42).
Gesù non considera la donna un essere inferiore, una proprietà dell'uomo o una creatura destinata soltanto a servirlo. La incontra come una persona, la interpella nella sua libertà e la chiama a una relazione viva con Dio.
E c'è un episodio che mi commuove particolarmente.
Le prime testimoni del sepolcro vuoto e le prime annunciatrici della risurrezione sono state delle donne.
Quando gli apostoli sono ancora smarriti davanti allo scandalo della croce, quando la speranza sembra essere stata sepolta insieme al Maestro, sono alcune donne a recarsi al sepolcro. Ed è a loro che il Risorto affida l'annuncio che cambierà la storia: Cristo è vivo! La morte è stata vinta!
Nel Vangelo secondo Giovanni, Maria Maddalena incontra il Signore risorto e riceve da lui un incarico straordinario: «Va' dai miei fratelli e di' loro…» (Gv 20,17). Maria va e annuncia ai discepoli: «Ho visto il Signore!» (Gv 20,18).
Pensa, sorella: Dio avrebbe potuto affidare questo annuncio soltanto agli uomini, secondo le consuetudini del tempo. E invece il Risorto sceglie delle donne come prime testimoni della vittoria sulla morte e le rende messaggere della speranza per gli stessi apostoli.
Non è forse un segno luminoso della dignità che Gesù riconosce alla donna? Non è un invito a comprendere che, davanti a Dio, la donna non è una credente di seconda categoria, ma una persona chiamata alla santità, alla libertà e alla testimonianza della verità?
Cara sorella, vorrei che tu potessi conoscere questa libertà che nasce dall'incontro con Cristo.
So che nel mondo musulmano esistono donne di grande fede, intelligenza, coraggio e generosità. Non voglio giudicare il tuo cuore, né attribuire a ogni musulmano o a ogni famiglia musulmana gli stessi comportamenti. Conosco anche la sofferenza delle donne cristiane e so che, purtroppo, persino nella società cristiana la dignità femminile è stata talvolta tradita.
Eppure credo che sia legittimo interrogarsi sulle differenze tra le nostre visioni religiose della donna. Alcune interpretazioni tradizionali della legge islamica stabiliscono differenze tra uomini e donne in ambiti quali il matrimonio, il divorzio, l'eredità e la testimonianza giuridica. Queste norme, pur non essendo applicate nello stesso modo in ogni Paese e comunità musulmana, sollevano domande importanti sulla piena uguaglianza e sulla libertà personale della donna.
Non ti dico questo per accusarti della fede in cui sei cresciuta. Ti invito, piuttosto, a domandarti se una relazione autentica con Dio debba comportare una dignità giuridica e spirituale diversa a seconda che si nasca uomini o donne.
Nel Vangelo, Gesù ci conduce verso un'altra prospettiva: ogni persona è chiamata a essere figlia di Dio, amata personalmente da lui. La dignità della donna non dipende dal permesso di un uomo, dal suo stato matrimoniale o dalla sua capacità di generare figli. Il suo valore non è una concessione umana: è radicato nell'amore di Dio.
Ma c'è qualcosa di ancora più grande che desidero condividere con te.
Gesù non è soltanto un profeta da onorare: è il Figlio di Dio fatto uomo, morto e risorto per la nostra salvezza.
So che l'islam riconosce Gesù, chiamato ʿĪsā, come Messia e profeta, ma non accoglie la fede cristiana nella sua divinità e nella sua crocifissione e risurrezione come noi la professiamo. Per noi cristiani, tuttavia, proprio la croce e la risurrezione sono il cuore della nostra speranza.
Sulla croce Gesù manifesta un amore che arriva fino al dono totale di sé. Non domina, non costringe, non sottomette gli altri alla propria volontà: offre la propria vita per salvare l'umanità dal peccato e dalla morte. Risorgendo, apre a tutti la via della vita eterna.
Non abbiamo bisogno di guadagnare l'amore di Dio attraverso i nostri meriti: è lui che ci viene incontro per primo. In Cristo, Dio non rimane lontano dall'umanità, ma entra nella nostra storia, assume la nostra carne, condivide la nostra sofferenza e ci apre la strada verso la comunione con lui.
Per questo noi cristiani professiamo che Gesù Cristo è l'unico Salvatore. Non perché disprezziamo gli uomini e le donne di altre religioni, ma perché riconosciamo in lui il dono definitivo di Dio all'umanità: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6).
Sorella, non ti chiedo di rinnegare per un momento di emozione tutto ciò in cui hai creduto. Ti chiedo di non avere paura di cercare, di leggere il Vangelo con cuore libero, di sostare davanti alla croce e di interrogarti davanti al sepolcro vuoto.
Leggi il racconto della Samaritana, ascolta le parole rivolte a Marta, guarda Maria Maddalena mentre incontra il Risorto. Lascia che Gesù ti parli personalmente. Domandagli di farti conoscere chi è veramente.
Forse scoprirai che colui che ti è stato presentato soltanto come un profeta è molto più di quanto immaginassi: è il Signore che ti conosce per nome, che ti ama senza condizioni e che ha dato la vita anche per te.
E se un giorno riconoscerai in lui il Figlio di Dio e l'unico Salvatore, non avrai trovato un padrone che ti priva della libertà, ma il Signore che ti chiama amica e ti conduce alla pienezza della vita.
Cara sorella musulmana, Cristo è morto e risorto anche per te.
Il suo amore non cancella la tua dignità: la illumina. Non soffoca la tua libertà: la chiama a una risposta d'amore. Non ti considera inferiore: ti invita a diventare figlia nel Figlio, erede della vita eterna.
È questo il dono che vorrei condividere con te. Non una vittoria su di te, ma la gioia di incontrare insieme la Verità che salva.
Con affetto fraterno e nella speranza che un giorno possiamo riconoscerci pienamente sorella e fratello in Cristo,
Frate Marco, cappuccino

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