sabato 3 ottobre 2026

Laudato sii mi Signore

«Ecco chi nella sua vita riparò il tempio, e nei suoi giorni fortificò il santuario.» (Sir 50,1.3-7)

«Fratelli, quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo» (Gal 6,14-18)

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. … Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 25-30)

Questa domenica, nell’anno in cui si celebra l’ottocentenario del suo Transito da questo mondo al Padre, nelle Chiese servite dai francescani celebriamo la solennità di San Francesco d’Assisi. Vorrei cercare di tratteggiarne l’identità a partire dal Vangelo che è stato proclamato.

Abbiamo ascoltato che Gesù, nel Vangelo, rende grazie al Padre perché ha rivelato i misteri del Regno ai piccoli, a quanti non si gonfiano della propria presunta sapienza e si rendono quindi disponibili ad accogliere la Buona Notizia del Regno.

San Francesco d’Assisi è stato sicuramente uno di questi “piccoli”. Il Poverello di Assisi, infatti, sceglie per sé e per i suoi frati la Minorità. Rinuncia alla sapienza del mondo, tanto da essere considerato folle. Sceglie di rinunciare ad ogni “superiorità” e di stimare sempre gli altri come superiori a sé. Vuole che i suoi frati siano detti e siano realmente minori. Fa questa scelta spinto dall’imitazione di Gesù Cristo che “da ricco che era si fece povero per noi”. Se il Figlio di Dio si fa uomo e piccolo, quanto più noi, suoi discepoli, siamo chiamati a farci piccoli, a riconoscere la nostra reale piccolezza e a consegnarla nelle Sue mani, perché Lui possa compiere grandi cose.

La scelta della minorità e dell'imitazione del Signore porta Francesco  a fare anche la scelta della povertà, come rinuncia ad ogni potere, ad ogni idolatria e ad ogni autosufficienza. Il Serafico Padre è, infatti, consapevole di quanto qualunque ricchezza ci separi dagli altri, rendendoci autosufficienti. La ricchezza, inoltre, va difesa e questo fa sì che non vediamo più in chi ci sta accanto un fratello, ma un nemico. Facciamo attenzione, però, che la ricchezza rifiutata da Francesco è dentro l’uomo, non fuori dall’uomo: si può essere ricchi anche della propria povertà, quando la si usa per sentirsi superiori ai fratelli. Quella di Francesco, invece, è una reale povertà interiore che diventa visibile anche esteriormente.

Spoglio di tutto, Francesco affida con gioia la sua vita alle mani del Padre e questo lo porta a riconoscere in chi gli sta accanto un fratello. Avendo imparato da Cristo, mite e umile di cuore, il Serafico Padre sa bene che il comandamento fondamentale, la “sintesi della Legge e dei Profeti” è l’Amore. Vive pienamente quest’amore per Dio e per i fratelli. Il titolo di “serafico” che la Chiesa gli ha attribuito richiama, infatti, i Serafini: le creature angeliche che ardono d’amore per Dio. Francesco sceglie quindi di vivere l’amore e di farsi fratello di ogni creatura e vuole che l’Ordine da lui fondato sia una fraternità. Ritengo significativo, però, il fatto che raramente nei suoi scritti parli di “fraternità” e innumerevoli volte parli di “fratelli”: la fraternità in astratto non esiste! Esistono uomini e donne che scelgono di farsi fratelli e sorelle di chi il Signore pone loro accanto. È questa la fraternità francescana: riconoscere l’unica paternità di Dio e, per questo, scegliere di farsi fratelli di ogni uomo amandolo per primi, come noi ci sappiamo amati dal Padre. Solo quando ciascuno di noi si farà fratello o sorella dell’altro ci sarà tra noi vera fraternità.

Anche l’obbedienza, per Francesco, trova la sua radice nella minorità. Mettendo la sua vita nella sequela di Gesù e intenzionato a prendere il suo giogo sopra di sé, Francesco mette realmente la sua vita sotto la Signoria di Cristo. Riconoscendo gli altri come superiori a sé, inoltre, vive in continuo ascolto della volontà di Dio, che può manifestarsi attraverso qualunque dei suoi fratelli. L’obbedienza di Francesco, naturalmente, si fa estrema nei riguardi della Chiesa e di ogni suo rappresentante, nei quali vede una mediazione diretta e privilegiata della voce di Dio. Solo in questo modo Francesco poté realizzare la restaurazione della Chiesa che anche altri avevano tentato, fallendo. La Chiesa ai tempi di Francesco è una Chiesa che va in rovina, nella quale solo con grande fatica si riconosce la Sposa di Cristo: i vescovi vivono come principi e, come loro, sono più impegnati nelle cose temporali che in quelle spirituali. I sacerdoti sono spesso quasi analfabeti e conducono una vita di dubbia moralità. È questa la Chiesa che Francesco è chiamato a restaurare dall’interno, ed è questa la Chiesa alla quale Francesco vuole obbedire, perché sa che, nonostante tutto, in essa il Signore continua a parlare.

Francesco, infine, è proteso verso l’incontro con il suo Signore e, per questo accoglie in pace ogni sofferenza e ogni prova. A lui è attribuita la frase «Tanto è il bene che mi aspetto, che ogni pena mi è diletto», pronunciata durante una predica a San Leo nel 1213. Proprio perché proteso verso il Regno, il Serafico Padre può accogliere come sorella anche la morte corporale, che il 3 ottobre di 800 anni fa gli spalancò la porta verso il Regno dei Cieli.

Celebrando questa solennità, fratelli e sorelle, guardiamo a ciò che San Francesco ha fatto della sua vita, seguiamo il suo esempio nella disponibilità a compiere il progetto d’amore del Padre per noi e, come lui, mettiamo realmente la nostra vita sotto la Signoria di Cristo. In tal modo saremo realmente discepoli di Cristo e seguaci di Francesco, uomini e donne pienamente realizzati, strumenti di Dio per edificare giorno dopo giorno il Regno dei Cieli. Il Signore ce lo conceda per intercessione di S. Francesco, nostro Serafico Padre.

Fr. Marco