giovedì 30 settembre 2021

Primo giorno del Triduo di S. Francesco - Ecco, io vi mando ...


 «…  ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. » (Lc 10,1-2;)

Dalla Leggenda dei tre compagni (FF 1427):

25. Francesco, compiuti i restauri della chiesa di San Damiano, seguitava a portare l’abito di eremita, camminava col bastone in mano, le calzature ai piedi, una cintura di pelle ai fianchi.

Ma un giorno, mentre ascoltava la Messa udì le istruzioni date da Cristo quando inviò i suoi discepoli a predicare: che cioè per strada non dovevano portare né oro né argento, né pane, né bastone, né calzature, né veste di ricambio. Comprese meglio queste consegne dopo, facendosi spiegare il brano dal sacerdote. Allora, raggiante di gioia, esclamò: “ E proprio quello che bramo realizzare con tutte le mie forze! “.

E fissando nella memoria quelle direttive, s’impegnò ad eseguirle lietamente. Senza por tempo in mezzo, si sbarazzò di tutto quello che possedeva di doppio, e inoltre del bastone, delle calzature, della borsa e della bisaccia. Si confezionò una tonaca misera e grossolana e, in luogo della cinghia di pelle, strinse i fianchi con una corda. Mise tutto il suo entusiasmo a bene intendere e realizzare i suggerimenti della nuova grazia. Ispirato da Dio cominciò ad annunziare la perfezione del Vangelo, predicando a tutti la penitenza, con semplicità. Le sue parole non erano frivole, ridicole, ma, piene della VIRTU’’ dello Spirito Santo, penetravano nell’intimo delle coscienze, così da toccare vivamente gli ascoltatori.

In questo primo giorno del triduo in preparazione alla festa di S. Francesco d’Assisi, la Parola, provvidenzialmente ci fa ascoltare il brano evangelico che risuonò nel cuore del Serafico Padre all’inizio della sua conversione riempiendolo di gioia. Vorrei approfittarne per evidenziare alcuni tratti della sua spiritualità che siamo chiamati ad imitare. I santi, infatti, lo sapete, ci sono dati come intercessori, ma anche e soprattutto come modelli di sequela di Cristo.

La prima cosa che vorrei sottolineare quest’oggi è la serietà nell’ascolto della Parola nel seno della Chiesa: il giovane Francesco, che ha già intrapreso la vita da penitente, ascolta una Parola del Vangelo che risuona particolarmente nel suo cuore e va ad interrogare il sacerdote. Dopodiché la prende sul serio! Mi rendo conto che sembra strano dirlo: è la parola di Dio, è il Vangelo … certo che va preso sul serio! Eppure, quante volte non solo non ci comportiamo di conseguenza con ciò che ascoltiamo, ma addirittura neanche ascoltiamo realmente ciò che il Signore ci dice (tanto che uscendo dalla chiesa neanche ricordiamo cosa dicesse il vangelo proclamato). Francesco accoglie davvero la Parola nel suo cuore e questa produce frutto: la gioia, la Vita che il mondo non poteva dargli.

Come discepoli di Cristo sulle orme di Francesco ecco già qualcosa che siamo chiamati ad imitare: l’accoglienza della Parola, il prendere sul serio ciò che il Signore ci chiede. Guardando al serafico Padre, ascoltiamo con frequenza la Parola, meditiamola nel nostro cuore, lasciamo che trasformi il nostro modo di pensare e di agire. Nel Vangelo Gesù chiede ai suoi discepoli mandati ad annunciare il Regno di confidare solo sulla potenza della Parola che annunziano e di Colui che li ha mandati. Se davvero la riconosciamo come Parola di Dio e riconosciamo Cristo come nostro Signore, comportiamoci anche noi secondo le direttive del Vangelo: sperimenteremo la gioia di una Vita che il mondo non conosce.

Proprio perché sperimenta questa gioia profonda e la Vita vera, Francesco può fare la scelta della povertà liberandosi da ciò che lo legava. Fidandosi di Cristo, segue l’insegnamento del Vangelo prendendolo alla lettera e sperimenta la Vita. È questo il motivo per cui nel Testamento, descrivendo la povertà dei frati, afferma: … e non volevamo avere di più! (FF117)

È la gioia che traspare da tutto il suo essere, infine che rende credibile il suo annuncio: testimonia la Vita che ha trovato nella sequela di Cristo. Non annuncia se stesso né parla per essere lodato. Racconta ciò che Cristo ha fatto per lui perché i fratelli possano anch’essi sperimentare la gioia e la Vita.

L’ultima cosa che vorrei sottolineare del brano delle fonti che abbiamo ascoltato è che, per il Serafico Padre, il Vangelo va ascoltato e compreso in comunione con la Chiesa. Francesco non è stupido o cieco, conosce le miserie della Chiesa del suo tempo in cui era realmente difficile riconoscere la sposa di Cristo, ma sa che può incontrare Cristo solo nella Chiesa e in comunione con i suoi ministri. Ritengo che anche questo sia per noi importante imitare: non si può essere discepoli di Cristo sulle orme di Francesco e non essere in comunione con la chiesa e i suoi pastori. La Chiesa è una realtà divina e umana: voluta da Cristo e animata dallo Spirito, è appesantita dal peccato dei suoi membri (noi tutti battezzati). Ciò nonostante, Cristo è presente nella Chiesa e agisce nei suoi ministri; e nella Chiesa vuole essere incontrato.

Il Signore ci conceda, allora, come Francesco di accogliere la Parola per sperimentare la gioia ed essere annunziatori credibili del Vangelo, Buona Notizia anche per il mondo contemporaneo.

Fr. Marco

sabato 25 settembre 2021

Tu sei il bene, tutto il bene, il sommo bene!


 «“Eldad e Medad profetizzano nell’accampamento”. … Ma Mosè gli disse: “Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!”». (Num 11,25-29)

«Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore onnipotente.» (Giac 5,1-6)

«“Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva”. Ma Gesù disse: “Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi”.» (Mc 9,38-43.45.47-48)

​Questa domenica, XXVI del tempo ordinario, la Parola di Dio tratta della gelosia, dell’avidità e dell’ invidia degli uomini nei confronti dei doni che con liberalità Dio elargisce ai loro fratelli: Giosuè è geloso dei due anziani rimasti all’accampamento, l’apostolo Giovanni è geloso dell’uomo che, pur non seguendo Gesù, scaccia demòni nel suo nome. Dinanzi la liberalità di Dio, in realtà, dovremmo rallegrarci e, invece di guardare con invidia ai dono dei nostri fratelli, fare attenzione al modo in cui usiamo i doni che sono stati concessi a noi. Nella seconda lettura s. Giacomo mette i guardia i ricchi a usare bene della loro ricchezza perché questa non diventi una condanna per loro.

Come ci ricorda il serafico padre S. Francesco, Dio è “il Datore di ogni bene”: «Tu sei il bene, tutto il bene, il sommo bene» esclama nelle Lodi di Dio Altissimo. Troppo spesso, però noi assolutizziamo i beni di Dio facendone degli idoli, attaccando loro il cuore, volendoli possedere. Facciamo “oggetto di rapina” ciò che Dio vuole concederci. “Affamati” di vita, in preda al desiderio di affermare il nostro io, arriviamo ad essere invidiosi anche delle capacità dei nostri fratelli.

Oggi la Parola di Dio ci invita ancora una volta a conversione, a cambiare il nostro modo di pensare e la direzione del nostro sguardo. Alziamo gli occhi dai beni di Dio al Datore di ogni bene e ricordiamo che è il Padre che si prende cura dei suoi figli. Prendiamo consapevolezza che ogni bene, ogni capacità, nostra e dei nostri fratelli, è data dal Padre per il bene della Chiesa. Per questo motivo siamo invitati a rallegrarci per i beni e le capacità dei nostri fratelli e a fare attenzione a come usiamo i beni e le capacità che sono state date a noi. Ciascuno riceverà la giusta ricompensa per il modo in cui è stato capace di condividere i doni che gli sono stati affidati, fosse anche solo “un bicchiere d’acqua”.

La Parola di oggi, però, ci invita soprattutto a centrare la nostra vita su ciò che veramente va cercato al di sopra di ogni bene: la comunione con Dio. Per fare questo siamo invitati ad abbandonare ogni relazione con gli idoli, a cominciare dal nostro Io che continuamente vuole ergersi contro Dio. È per questo che oggi nel Vangelo il Maestro ci invita a “tagliare” ciò che ci dà scandalo, che ci è d’inciampo nel nostro cammino verso il Sommo Bene. Ascoltando la Parola e contemplando l’Amore Crocifisso, recuperiamo la centralità di Dio e dei nostri fratelli nella nostra vita. Viviamo concretamente il comandamento dell’amore condividendo con i fratelli, per amore di Dio, ciò che il Signore ci ha concesso. “Restituiamo” a Dio, secondo ciò che insegna il serafico padre san Francesco, il bene che ci ha affidato non attribuendolo al nostro io, ma usandolo per i fratelli e lodando il Datore di ogni Bene. Il Signore ce lo conceda.

Fr. Marco

sabato 18 settembre 2021

Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo e il servitore di tutti

 


«[Dissero gli empi:] «Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni» (Sap 2,12.17-20)

«Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra!» (Giac 3,16-4,3)

«Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà … Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti» (Mc 9,30-37)

​Il Vangelo della XXV domenica del tempo ordinario ci presenta il secondo annuncio della Passione. Il tema della sofferenza è anticipato e inquadrato dalla prima lettura, che narra le “trame degli empi” che vogliono togliere di mezzo il giusto perché con la sua vita mette in risalto la loro empietà.

La pagina del Vangelo si apre descrivendo Gesù che attraversa la Galilea. È il territorio dei “gentili”, dei non giudei, dei “lontani da Dio”. Anche per loro Gesù darà la Vita perché scoprano l’infinito amore di Dio, diventino discepoli e con la loro vita rendano gloria al Padre (cfr. Gv 15,8).

Per la strada … avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Mentre il Maestro annuncia ai discepoli ciò che sta andando a compiere a Gerusalemme, il dono della sua vita per amore, i discepoli parlano tra loro di chi è il più grande! Sono ben lontani dalla logica dell’amore che si fa dono, non hanno ancora ricevuto lo Spirito, l’Amore del Padre riversato nei nostri cuori (cfr Rm 5,5).

Anche a noi, però, nonostante il dono dello Spirito che abbiamo ricevuto attraverso i sacramenti, può capitare di scegliere di vivere per noi stessi, di ricadere nella schiavitù delle nostre passioni. Assestati di Vita, può capitare di volere essere più grandi dei nostri fratelli, di desiderare quella grandezza secondo il mondo, che gonfia e mette gli uni contro gli altri.  È da questo, ci ricorda S. Giacomo nella seconda lettura che vengono le gelosie, le invidie e ogni sorta di cattive azioni.

Se uno vuole essere il primo … Gesù non rimprovera i suoi discepoli per il fatto che desiderano la grandezza, ma mostra loro la vera grandezza che consiste nel partecipare della grandezza di Dio. È per questo che oggi Gesù ci invita ad accogliere Lui e Colui che lo ha mandato, accogliendo i bambini, i più piccoli, quanti non hanno come ricompensarci. Per accogliere, però, è necessario farsi piccoli e mettersi al servizio. Farsi piccoli, per fare spazio all’altro nella nostra vita, e mettersi al servizio ad imitazione di Lui che è venuto per servire e non per farsi servire (Mc 11,45). Domenica scorsa, nel Vangelo il Maestro ci invitava: «Se qualcuno vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Significa anche questo: seguendo il Maestro ed a imitazione di Lui, rinneghiamo noi stessi facendo spazio all’altro e doniamo la vita per amore nel servizio gratuito e disinteressanto.

Accogliamo allora il Signore nella nostra vita, facendoci piccoli e mettendoci al servizio dei più piccoli,  di quanti non valgono niente per il mondo. Sperimenteremo di non essere soli e parteciperemo della vera grandezza regale di Cristo.

Fr. Marco

venerdì 10 settembre 2021

Voi chi dite che io sia?

 «Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro.» (Is 50, 5-9)

«A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha opere? Quella fede può forse salvarlo? … Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta.» (Gc 2,14-18)

«… “Ma voi, chi dite che io sia?” … “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” … “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà”» (Mc 8,27-35)

Nella XXIV domenica del tempo ordinario (anno B), il Vangelo ci pone una domanda fondamentale per la nostra vita di fede: chi è per me Gesù? La risposta non è scontata come vorremmo. Troppo spesso, infatti, la nostra professione di fede viene smentita dalla nostra vita. Troppo spesso alla fede dichiarata a parole non facciamo seguire le opere corrispondenti.

La fede, se non è seguita dalle opere, è morta. Perché la nostra professione di fede in Gesù riconosciuto come il nostro Signore, il Messia e Salvatore, sia autentica e credibile, siamo chiamati a testimoniarlo con la vita comportandoci da discepoli: imparando a camminare dietro di Lui, in obbedienza alla Sua Parola e non come coloro che vogliono insegnargli ciò che deve fare!

«Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» Nel Vangelo di oggi, il Maestro ci istruisce sulle esigenze del discepolato. In particolare ci invita al rinnegamento di se stessi, esigenza imprescindibile della sequela.

Che significa rinnegare se stessi? Nel Nuovo Testamento il  verbo “rinnegare” ricorre con costanza in due contesti diversi: quando si parla di rinnegamento di sé e quando si parla di rinnegamento di Cristo: «Chi mi rinnegherà davanti agli uomini …» (Mt 10, 33). Le due cose, secondo il Vangelo, sono in alternativa: o si rinnega se stessi, o si rinnega Cristo. O si cerca di “salvarsi la vita” secondo la logica del mondo, si cerca, cioè di fare valere i propri diritti mettendo il nostro Io al centro della nostra vita; o ci si mette alla sequela di Cristo, si prende a cuore l’esigenza e la mentalità del Regno e si mette Cristo al centro della propria vita. Il “rinnegamento”, quindi, non è mai fine a se stesso, né un ideale in sé. Dire no a se stessi è il mezzo per dire sì a Cristo. Se scegliamo di seguire Cristo, dobbiamo smettere di seguire il nostro io e rinnegare noi stessi: il nostro orgoglio (che ci impedisce di perdonare) il nostro egoismo (che ci impedisce di condividere), la nostra vanagloria (che ci impedisce di riconoscere i doni dei fratelli). La “logica del mondo” mi insegna che “tutto gira intorno a me”, che “io valgo”, che devo stare bene; per quanto riguarda la sofferenza, poi, come Pietro, afferma: questo non ti accadrà mai! Anche a noi, come a Pietro, oggi Gesù dice: «Vieni dietro a me, non pensare più secondo gli uomini, ma secondo Dio».

La via della sequela, quindi, è la via dell’obbedienza, della vita donata per amore ad imitazione del nostro Maestro. Questa settimana, mercoledì 15 settembre, ricorrerà l’anniversario del martirio del Beato P. Pino Puglisi (A 15/9/37 - Ω 15/9/93) sacerdote nostro contemporaneo. Un uomo che seppe davvero mettersi alla sequela del Maestro rinnegando se stesso e imparando a perdere la vita per amore. Consacrando la sua vita a Dio nel sacerdozio, si impegnò sempre per i più piccoli e deboli subendo per questo anche il rifiuto e gli insulti. Proprio questo suo continuo prendersi cura degli ultimi, delle persone più deboli e per questo più facilmente preda della malavita organizzata, diede fastidio a coloro che hanno messo la vita al servizio del “principe di questo mondo”. Lui lo sapeva, ma scelse di non rinnegare Gesù e di non difendere la propria vita. Accolse il suo assassino con un sorriso dal quale probabilmente è scaturito il primo frutto del suo martirio: la conversione di colui che lo ha ucciso.

Insieme al Beato Padre Pino Puglisi e ai fratelli e sorelle che ci hanno preceduto, mettiamoci anche noi alla sequela del Maestro in questo cammino faticoso e in salita, ma che sfocia in quella Vita Piena che il mondo non conosce e non può darci.

Fr. Marco.

venerdì 3 settembre 2021

Coraggio, non temete! Egli viene a salvarvi

 «Dite agli smarriti di cuore:  “Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi”. Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi.» (Is 35,4-7a)

«Fratelli miei, la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria, sia immune da favoritismi personali … Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano?» (Gc 2,1-5)

«Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà”, cioè: “Apriti!”» (Mc 7,31-37)

Oggi, XXIII Domenica del tempo ordinario, la liturgia della Parola si apre con un invito alla Speranza: «Non temete … Egli viene a salvarvi». Nel Vangelo, inoltre, Gesù ci è presentato come il pieno adempimento della profezia messianica di Isaia: viene a cercare l’umanità dispersa per aprirla nuovamente alla relazione vitale con il Padre. Viene a guarire la nostra sordità perché possiamo ascoltare nuovamente la Parola di Dio; guarisce il nostro mutismo perché possiamo tornare a rivolgerci al Padre e possiamo annunciarlo alle genti.

La pagina evangelica di questa domenica si apre con una notazione geografica: Gesù percorre le regioni pagane della Decàpoli. Viene a cercare i “lontani”, quanti non hanno mai sentito parlare di Dio e brancolano nel buio. Simbolo di quest’umanità dispersa, è il sordomuto incapace di ascoltare e di parlare. Gesù lo prende in disparte, cerca una relazione di intimità con lui, e tocca le sue orecchie e la sua lingua perché tornino ad aprirsi. È lo stesso gesto che Gesù, per mano del sacerdote, ha compiuto su di noi il giorno del nostro battesimo. Innestati in Cristo con il battesimo, infatti, anche noi siamo stati aperti alla relazione con i Padre, siamo stati guariti dall’incapacità di ascoltare la Sua Parola e di rivolgerci a Lui.

Guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà”, cioè: “Apriti!”. Accostandosi all’umanità malata, Gesù emette un sospiro, letteralmente “un gemito”: partecipa alla sofferenza dell’uomo lontano dal Padre, si fa solidale con lui. La parola aramaica “Effatà” viene conservata dall’evangelista nella lingua originale per sottolinearne il carattere decisivo. Senza dubbio questa parola è rivolta al sordomuto perché si apra alla relazione, ma mi piace notare che Gesù sta guardando verso il Cielo: un Cielo che per l’uomo peccatore è chiuso, oscurato dal suo peccato, e che Gesù torna ad aprire perché l’uomo possa nuovamente vedere e riconoscere il Padre e relazionarsi con Lui.

Gli portarono un sordomuto. Prima di concludere, vorrei sottolineare che l’uomo sordomuto ha bisogno di essere condotto da Gesù. Siamo noi Chiesa, noi battezzati, che siamo chiamati a cercare e condurre a Gesù gli smarriti del nostro tempo, uomini e donne che hanno perso il senso della loro vita, che nel cuore hanno ancora il desiderio di Dio, ma sono incapaci di ascoltarlo e di relazionasi con Lui. Potremo adempiere a questa missione, però, solo se noi per primi ci apriamo alla relazione vitale con il Padre e, conformandoci al nostro Maestro Gesù, ci apriremo a coloro che il mondo ha messo da parte, coloro che il mondo allontana. Come ci ricorda oggi san Giacomo nella seconda lettura, sono loro, i diseredati, i prediletti da Gesù coloro con i quali ha voluto identificarsi e noi non possiamo discriminarli senza, con ciò, chiuderci nuovamente alla relazione vitale con Dio.

Fr. Marco

sabato 28 agosto 2021

Mani sporche per un cuore puro

 

«Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla; ma osserverete i comandi del Signore, vostro Dio, che io vi prescrivo.» (Dt 4,1-2.6-8)

«Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza. Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi.» (Gc 1,17-18.21-22.27)

«Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. […] Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro» (Mc 7,1-8.14-15.21-23)

Oggi, XXII domenica del tempo ordinario, la Parola di Dio richiama la nostra attenzione sul puro e sull’impuro. La lettera di Giacomo, di cui cominciamo la lettura, ci invita alla religione pura e senza macchia, a non comportarci da ipocriti, ma a mettere in pratica la Parola.

Nel Vangelo, il Maestro rimprovera scribi e farisei perché, attenti all’osservanza scrupolosa della legge e delle tradizioni dei padri, hanno il cuore “impuro” pieno di se stesi e della loro presunta giustizia; un cuore in cui non c’è posto per Dio e per i fratelli. Può accadere anche a noi: facciamo “cose” per il Signore, appariamo santi e devoti, ma in realtà siamo ripiegati sui noi stessi e vogliamo che gli altri notino (e magari lodino) la nostra “perfezione”. Può capitare, per esempio, che facciamo belle preghiere pubbliche (magari desiderando che gli altri notino quanto siamo “profondi”), ma non siamo disposti a perdonare chi ci fa un torto e siamo in lite con tutto il parentado; magari siamo anche disposti a dare qualcosa ai bisognosi, purché però sia ben evidente la nostra generosità! E più siamo “esposti”, più aumenta il pericolo della “vanità” (pregate per noi ministri dell’altare!)

«Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» Oggi Gesù ci esorta a fare attenzione a dove è rivolto il nostro cuore. Purtroppo dobbiamo ammettere che difficilmente controlliamo il nostro cuore. Spesso scopriamo che il nostro cuore è schiavo delle passioni: quanti vorrebbero smettere di bere troppo o di fumare e non riescono a farlo? Quanti sono schiavi del vizio del gioco e non riescono a smettere? Quanti vorrebbero disfarsi dell’invidia e dell’orgoglio e, invece, si sorprendono a fare il contrario?

Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza. Nella seconda lettura di oggi san Giacomo ci indica la strada per permettere alla redenzione di Cristo di raggiungerci e rendere puro il nostro cuore: l’ascolto docile della Parola.

È lo stesso invito che risuona nella prima lettura: «Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, affinché le mettiate in pratica». Perché ci sia ascolto, però, è necessaria la relazione: si può ascoltare solo se si ha di fronte qualcuno che parla. Ecco che cosa chiede il Signore da noi: la relazione, il metterci sinceramente davanti a Lui, alla Sua presenza, perché Egli possa insegnarci la Via della Vita.

Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo. L’apostolo San Giacomo, inoltre, ci dà un’altra importante indicazione: è “sporcarci le mani”, la concreta attenzione verso chi non ha nulla con cui ricambiarci, verso il nostro prossimo più bisognoso, che rende autentico il nostro amore per Dio. Due cose di questo versetto vorrei sottolineare, la prima è: «davanti a Dio Padre». Ciò che facciamo, non lo facciamo davanti la gente per essere ammirati; non lo facciamo neanche davanti a noi per accrescere l’immagine che abbiamo di noi stessi e autocompiacerci. A nulla, poi, servono gli slogan gridati in piazza (o nei porti) da parte di chi concretamente non intende muovere un dito o spendere un euro (a quante “passerelle” assistiamo continuamente …). Il servizio agli ultimi è fatto davanti a Dio Padre, quel Padre Nostro dinanzi al quale siamo tutti fratelli; quel Padre nostro del quale vogliamo santificare il Nome perché agiamo come suoi figli; quel Padre nostro, infine, che vogliamo compiacere animati dall’amore di figli che corrispondono l’amore del Padre.

L’ultima cosa che volevo sottolineare è l’attenzione a non lasciarsi contaminare da questo mondo. È l’attenzione alla mondanità da cui spesso ci mette in guardia anche Papa Francesco. Può capitare che cominciamo a pensare “come il mondo” e non “secondo Dio”. In quel caso cominceremo a volere “aggiornare” l’insegnamento del Vangelo. Nella prima lettura ascoltiamo un’ammonizione attualissima: «Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla». Una tentazione sempre presente quella di “aggiornare” i comandi del Signore eliminando quelli che ci danno fastidio, che riteniamo ormai obsoleti, per sostituirli magari con altri che ci disturbano meno e che ci fanno sentire a posto. Ad esempio oggi, coprendo tutto con un mal inteso concetto di “amore” («Love is love!»), si vuole aggiornare la morale sessuale. Può capitare di incontrare fratelli che si schierano a difesa degli animali, ma non intendono muovere un dito per aiutare il pensionato o il disoccupato che hanno accanto; fratelli che combattono la sperimentazione sugli animali, che magari hanno anche scelto di diventare vegetariani, ma dinanzi ad una gravidanza non programmata prendono in considerazione l’aborto: «… è solo un grumo di cellule!».

Ascoltiamo, allora, ciò che ci chiede il Signore, mettiamo in pratica la Sua Parola senza togliere ne aggiungere nulla a ciò che il Signore ci ha chiesto. Guardiamoci dalla contaminazione del mondo vivendo la nostra religione pura e senza macchia con un cuore rivolto al Signore e docile alla Sua Parola.

Fr. Marco

venerdì 20 agosto 2021

Volete andarvene anche voi?

 

«Giosuè disse a tutto il popolo: “Se sembra male ai vostri occhi servire il Signore, sceglietevi oggi chi servire: se gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume oppure gli dèi degli Amorrèi, nel cui territorio abitate. Quanto a me e alla mia casa, serviremo il Signore”». (Gs 24,1-2.15-17.18)

«Fratelli, nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri: le mogli lo siano ai loro mariti, come al Signore; […] E voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei» (Ef 5,21-32)

«Disse allora Gesù ai Dodici: “Volete andarvene anche voi?”. Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”». (Gv 6,60-69)

Nella pagina evangelica di questa domenica, XXI domenica del tempo ordinario, si conclude il “discorso sul pane”: dopo averci presentato Gesù come il Pane della Vita che dà la sua vita per la salvezza del mondo, la Parola di Dio ci esorta al servizio e alla sottomissione reciproca.

Nella prima lettura Giosuè dichiara la propria decisione di servire il Signore e invita il Popolo a scegliere chi servire. In questo, infatti, consiste la nostra libertà: nello scegliere chi servire. Siamo liberi per servire e possiamo servire solo se siamo liberi. La “libertà assoluta” è un’illusione. Se non serviamo il Signore della vita, infatti, finiremo per servire un idolo: qualcosa al quale sacrifichiamo tempo ed energie, qualcuno che ci ha promesso di realizzare i nostri desideri, un lavoro, magari il nostro io. Fuggiamo dal servizio del Signore e ci scopriamo schiavi di qualcosa o di qualcuno, magari anche solo delle nostre passioni disordinate e delle pulsioni del momento. Ecco allora la necessità di scegliere con attenzione chi servire, chi riconoscere nei fatti Signore della nostra vita.

«Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Così reagiscono gli ascoltatori di Gesù al discorso sul pane e forse proprio alla affermazione: «… chi mangia di me vivrà per me» (Gv 6,57). Nella società contemporanea “servizio” e “sottomissione” sono considerate parole dure, difficili da accettare in un contesto in cui la propria libertà individuale viene idolatrata; in cui ciò che conta è solo il piacere personale ed immediato; in cui il sacrificio viene visto solo con accezione negativa. Viviamo in una società in cui siamo bombardati da messaggi del tipo «Tutto attorno a te … perché tu vali!». l’unico “servizio” preso in considerazione in questo contesto è quello offerto per avere un contraccambio, un “servizio” idolatra in cui al centro c’è sempre il nostro io e la ricerca di una vita che non possiamo darci da soli.

Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Dinanzi la durezza delle parole di Gesù, dinanzi le esigenze del messaggio evangelico, non pochi discepoli restano scandalizzati e se ne vanno. Forse avevano frainteso il messaggio del Maestro. L’amore che ci insegna Gesù, infatti, non è un amore “finché ci sto bene”, non è l’amore adolescenziale egocentrato, non è “cuoricini e fiorellini” … l’Amore che ci insegna Gesù è la Croce, è “morire” per colui che amo, rinnegare me stesso; è servizio gratuito e disinteressato.

«Volete andarvene anche voi?». La domanda che Gesù pone ai Dodici quest’oggi è posta anche a noi. Pensiamo sia impossibile vivere il Vangelo? Ci sembra troppo gravoso servire il Signore? Vogliamo Amare il Signore e i fratelli? Le mogli sono disposte ad amare il proprio marito come la Chiesa ama Cristo, cioè facendo ruotare la propria esistenza attorno a lui? I mariti sono disposti ad amare la propria moglie come Cristo ama la Chiesa, cioè fino a donare a lei ogni istante della propria la vita?

Certo servire è difficile e senza di Lui non possiamo fare nulla (Cfr. Gv 15, 5), ma solo servire con amore e per amore dà senso alla nostra vita, la riempie. Diversamente tutta la vita sarà percepita come una schiavitù da cui cercare di evadere (vedi la società contemporanea). È proprio per venire incontro alla nostra incapacità di servire che il Signore ci ha donato se stesso come pane della vita. È nella Sua Parola, infatti, che troviamo la luce e la sapienza della vita. È nei sacramenti che troviamo la forza per Vivere pienamente di quella Vita che dura in eterno.

«Volete andarvene anche voi?» Chiediamo la grazia di rispondere come Pietro, di riconoscere come lui: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna».

Fr. Marco