sabato 15 dicembre 2018

Che cosa dobbiamo fare?


«Rallègrati, figlia di Sion, grida di gioia, … non lasciarti cadere le braccia! Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente. Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia» (Sof 3,14-18)

«Fratelli, siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino!» (Fil 4,4-7)
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«In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: “Che cosa dobbiamo fare?”. … «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto”. … “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”. … “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; …”» (Lc 3,10-18)
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La terza domenica di Avvento (domenica gaudete dalla prima parola dell’antifona d’ingresso) è pervasa dalla letizia. È vicino il Signore che viene a salvarci e a rinnovarci con il Suo Amore, che viene a incontrare la sua creazione su cui non cessa di riversare il Suo Amore salvifico e misericordioso. La Speranza si colora di gioia: il popolo che vede revocata la sua condanna e sperimenta l’amore e la vicinanza di Dio. Anche S. Paolo nella seconda lettura ci invita a stare sempre lieti nel Signore perché la nostra gioia diventi testimonianza della salvezza ricevuta.
Per essere raggiunti da questa gioia, però, anche noi, troppo spesso in preda alla tristezza e disperazione, siamo chiamati a fare delle scelte, come i contemporanei del Battista siamo invitati a chiedere: «Che cosa dobbiamo fare?».
Nel Vangelo di Luca la pericope odierna è preceduta dall’invito di Giovanni Battista a “fare frutti degni della conversione”. Rispondendo alla domanda della folla, il Battista, inserendosi nell’insegnamento dei profeti poi ripreso da Gesù, specificherà quali sono questi frutti di conversione: l’amore operoso e misericordioso del prossimo come autenticazione dell’amore per Dio.
Guardando alle risposte che il Battista dà alle richieste della folla, va notato che Giovanni non chiede ai suoi interlocutori di “uscire dal mondo”, di lasciare il loro stato di vita: c’è speranza di salvezza per ogni uomo in ogni stato di vita. La prima indicazione del Battista è quella della condivisione, del prendersi cura del fratello nel bisogno. Anche qui, Giovanni non chiede alle folle di spogliarsi per donare tutto ai poveri (non tutti sono chiamati a questo), ma chiede di condividere ciò che si ha, di non restare indifferenti al bisogno dei fratelli.
La seconda risposta del Battista, rivolta ai pubblicani, invita a rinunciare all’avidità e al disonesto guadagno. Anche per loro, considerati peccatori pubblici, c’è speranza di salvezza se smetteranno di attaccare il cuore e le loro speranze al denaro da procurarsi ad ogni costo, anche con sotterfugi e disonestà. Anche a noi oggi Giovanni chiede di vivere onestamente, di non cercare più di quanto è lecito, di rinunciare al guadagno disonesto, di non vivere la nostra vita andando avanti a forza di inganni e raccomandazioni; di accontentarci di ciò che ci spetta (invito ripreso poi anche nella risposta ai soldati).
Ai soldati il Battista chiede di rinunciare alla violenza gratuita e alla volontà di sopraffazione. Anche per noi oggi è valido l’invito alla “non violenza”: quanta violenza nei nostri rapporti interpersonali! Quante volte abbiamo cercato di sopraffare l’altro con la violenza delle nostre parole e dei nostri atteggiamenti se non addirittura con la violenza fisica! Quest’oggi Giovanni invita anche noi: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno».
«Viene colui che è più forte di me, a cui  non sono degno di sciogliere i lacci dei sandali» Un'ulteriore indicazione su cosa fare la desumo dal comportamento del Battista dinanzi le attese messianiche dei suoi contemporanei: l'umiltà di riconoscere il proprio giusto posto, il non appropriarsi della gloria che non ci appartiene.
È san Paolo, infine, che ci suggerisce un ultimo “frutto” di conversione: la letizia. Convertirsi significa entrare nella logica del Vangelo, della “buona notizia” che il Signore ci ha salvato, che il Signore è vicino. Un vangelo che siamo chiamati a testimoniare prima di tutto con la nostra vita lieta e bella. Siamo ormai prossimi alla festa del Natale, esercitiamoci in questo ultimo tratto dell’Avvento a mostrarci sempre amabili e lieti. Ritengo che sia una “penitenza” non facile e gradita al Signore e che ci renderà testimoni credibili: il Signore è vicino.
Fr. Marco.


venerdì 7 dicembre 2018

La parola di Dio venne su Giovanni nel deserto


«Sorgi, o Gerusalemme … Poiché Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio.» (Bar 5,1-9)

« … prego che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento, perché possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di quel frutto di giustizia che si ottiene per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio.» (Fil 1,4-6.8-11)

«… la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto. … “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! …”» (Lc 3,1-6)
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La Parola di Dio della prima domenica di avvento ci invitava all’attesa e alla vigilanza, a stare attenti a noi stessi. Nella seconda domenica la liturgia della Parola dà un contenuto a questa vigilanza: siamo chiamati alla conversione, a preparare la via al Signore che viene. Conversione, lo sappiamo bene, significa fare una “inversione a U”, ritornare sui propri passi abbandonando la strada sbagliata che si sta percorrendo. È quello che siamo chiamati a fare quest’oggi: lasciare le vie di peccato che ci portano in esilio, lontano dalla Vita, per ritornare al Signore.
Oggi, tuttavia, la liturgia ci invita anche di raddrizzare i sentieri, riempire i burroni e abbassare i monti. Anche questo è il contenuto della conversione: preparare la nostra vita ad accogliere la venuta del Signore. Guardando onestamente alla nostra vita lasciandoci illuminare dal Signore, scopriamo quanto bisogno ci sia di queste “grandi opere di ripristino”; scopriamo anche, però, di non essere capaci di compierle.
Ecco intervenire il messaggio di speranza che questa domenica il Signore ci presenta: «Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi secolari, di colmare le valli e spianare la terra» (I lettura). È Dio stesso che compirà quest’opera a condizione che noi glielo permettiamo. Lo strumento con cui il Padre vuole operare nella nostra vita è la sua Parola. Perché questa parola possa essere accolta, però, e produca frutto nella nostra vita, siamo chiamati ad assumere l’atteggiamento di Giovani il Battista: la disponibilità.
Non a caso nella pericope odierna, l’evangelista Luca inizia presentando i potenti del tempo: colloca nella storia concreta dell’umanità l’evento della venuta della Parola su Giovanni. Da notare, tuttavia, è anche il fatto che non sui potenti “viene la Parola”, ma su un uomo semplice e nel deserto. Condizione indispensabile, infatti, perché la Parola venga accolta e produca frutto, è farle spazio rinunciando ad ogni pretesa di autosufficienza e riconoscendo la nostra piccolezza e il nostro bisogno di Dio (cosa che difficilmente i potenti riescono a fare). È necessario, però, anche entrare nel “deserto”, fare tacere i rumori del mondo per potere ascoltare la Voce del Silenzio che manifesta la Parola.
Solo in seguito, come Giovanni, siamo chiamati alla funzione profetica: rimanendo nel silenzio dell’ascolto (nel deserto) siamo chiamati a farci voce di questa parola nell’invitare il mondo ad accogliere Colui che solo può donargli la pace e la gioia di cui è assetato.
Fr. Marco

sabato 1 dicembre 2018

State attenti a voi stessi!


«Ecco, verranno giorni – oràcolo del Signore – nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele e alla casa di Giuda. In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra.» (Ger 33,14-16)

«Fratelli, il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti … come avete imparato da noi il modo di comportarvi e di piacere a Dio …» (1Ts 3,12-4,2)

«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli … Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. … Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo». (Lc 21,25-28.34-36)

La Parola di Dio della prima domenica di Avvento ci presenta la duplice attesa che caratterizza questo tempo della Chiesa: nella prima lettura, infatti, Geremia, rivolgendosi ad un popolo che va verso la deportazione e non vede speranza di salvezza, profetizza la nascita di un germoglio di Davide che avrebbe regnato con giustizia su tutta la terra. Nel Vangelo, invece, Gesù parla delle “cose ultime” che devono accadere, cose che sconvolgeranno e getteranno nel terrore coloro che hanno lasciato che il loro cuore si appesantisca in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita, ma che per i discepoli di Cristo sono il segno della liberazione definitiva, dell’avvento finale del Regno.
Ciò che caratterizza la Parola di oggi è quindi la Speranza fiduciosa che, proprio quando sembrerà che tutto sia perduto, allora vedremo il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria per ristabilire la giustizia e ricapitolare tutto in Dio. Colui che nella pienezza del tempo è venuto come Salvatore, tornerà a ricapitolare tutta la Storia e ad instaurare il Regno Eterno.
State attenti a voi stessi … Oggi nel Vangelo il Maestro ci esorta prepararci adeguatamente alla venuta gloriosa non lasciando che le “cose del mondo” appesantiscano i nostri cuori e ci facciano smettere di attendere e sperare. È questo il pericolo da cui oggi ci mette in guardia Gesù: che ci lasciamo “ubriacare” dal mondo e smettiamo di attendere, accontentandoci di una vita piatta e senza speranza. Per scongiurare questo pericolo, il Vangelo di oggi ci invita a “vegliare pregando” cioè a stare vigili, attenti, ben desti rivolgendo sempre il nostro sguardo al Signore che è già venuto nella “pienezza del tempo”, che verrà alla “fine dei tempi” e che è già presente (nei Sacramenti, amministrati dalla Chiesa, e nei fratelli, soprattutto i più “piccoli”).
State attenti a voi stessi … credo sia importante la sottolineatura “a voi stessi”. Troppo spesso, infatti, siamo attenti agli altri: sempre pronti a correggere i loro difetti, ben consapevoli di ciò che loro devono modificare, ma poco attenti a ciò che invece dobbiamo cambiare noi. Un’attenzione che spesso ci rende giudici gli uni degli altri e non fratelli. Oggi il maestro ci esorta a fare attenzione “a noi stessi” prima che agli altri, a vigilare sui “nostri cuori”, sull’intenzione che ci anima nelle azioni che facciamo.
È ancora in quest’ottica, per “rendere saldi i cuori”, che la seconda lettura di oggi ci presenta due atteggiamenti concreti da assumere per restare vigilanti: l’Amore all’interno della Chiesa (“tra voi”) e per i lontani (“verso tutti”), attraverso il quale possiamo realmente essere riconosciuti come discepoli di Cristo; e l’attenzione a comportarci in modo da piacere a Dio conformandoci non al mondo, ma al nostro Signore Gesù Cristo.
Fr. Marco


sabato 24 novembre 2018

Gli furono dati potere, gloria e regno


«Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto.» (Dn 7,13-14)

«Gesù Cristo è il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra.» (Ap 1,5-8)

«Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?» … «Il mio regno non è di questo mondo …» (Gv 18, 33-37)

​Nella solennità di Cristo Re dell’Universo che conclude l’anno liturgico, nel Vangelo non ci viene presentata una teofania gloriosa, ma uno stralcio dell’ingiusto processo di Gesù dinanzi a Pilato.
Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me? Alla domanda di Pilato sulla sua regalità, Gesù risponde tentando di fargli prendere posizione. Anche noi siamo invitati quest’oggi a prendere posizione: Diciamo che Gesù è il nostro re, il nostro Signore “per sentito dire”, ripetendo qualcosa che ci hanno insegnato, o perché realmente abbiamo scelto di vivere sotto la sua Signoria? Siamo di quelli che dicono “Signore, Signore …”, o di quelli che mettono in pratica la Parola? Sappiamo bene che Gesù ci ha avvertiti: non chiunque dice Signore, Signore, … ma chi fa la volontà del Padre mio entrerà nel Regno.
Il mio regno non è di questo mondo. Gesù afferma chiaramente che il suo regno non è di questo mondo: non possiamo dirci discepoli di Cristo e vivere secondo il mondo. Non si possono servire due padroni. 
Quest’oggi nel Vangelo sono a confronto la regalità del mondo e la regalità di Gesù: Pilato, la “regalità” del mondo, affermerà qualche versetto più sotto di avere il potere di salvare o condannare, ma in realtà, lo sappiamo bene, è schiavo: del suo “potere”, che non vuole perdere; della folla alla quale deve dare soddisfazione; del sinedrio che lo costringe a condannare a morte un uomo in cui, come dice lui stesso, non trova alcuna colpa.
Gesù, invece, è re secondo la verità: è libero e liberamente si dona per amore. Come lui stesso aveva affermato qualche pagina prima, “nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso” (Gv 10,18). Ecco la vera regalità che è libertà e capacità di amare senza condizionamenti e fino alle estreme conseguenze. La Croce, che da sempre ha fatto scandalo al mondo, è il trono da cui Gesù regna sul mondo; il trono in cui si manifesta pienamente l’amore di Dio per noi; il trono su cui Gesù vittorioso ha sconfitto tutto ciò che ci rendeva schiavi, per renderci un regno di “sacerdoti” liberi e capaci di offrire la nostra vita per amore. Liberi di spendere la vita donandole un senso che il mondo non conosce. Gesù è chiaro: il suo Regno non è di questo mondo. Lui è il Re, il sovrano dei re della terra, il Re dei re, come titolava un film di qualche decennio fa, ma la sua regalità si manifesta in un modo assolutamente sconosciuto al mondo: donando la vita per amore!
Se oggi celebriamo questa solennità è perché possiamo prendere posizione. È la nostra vita ad essere in gioco: possiamo metterla sotto la signoria del mondo cercando il potere, il possedere e il piacere; mettendo sempre il nostro io al centro della nostra vita. Al momento della verità, però, scopriremo di essere schiavi come Pilato, dipendenti dall’approvazione degli altri. Scopriremo che una vita così vissuta è vuota, insignificante …
Al contrario possiamo vivere la nostra vita sotto la signoria di Cristo, imparando da Lui a vivere pienamente donando la vita per amore, mettendo il “Tu” di Dio e del fratello al centro della nostra vita: sperimenteremo una gioia e una pienezza di senso della vita che il mondo non conosce e non comprende!
fr. Marco


sabato 17 novembre 2018

Non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga


«In quel tempo, sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo. … Molti di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna.» (Dn 12,1-3)

«Cristo, invece, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati, si è assiso per sempre alla destra di Dio, aspettando ormai che i suoi nemici vengano posti a sgabello dei suoi piedi.» (Eb 10,11-14.18)

«In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria.» (Mc 13,24-32)

Con la trentatreesima domenica si conclude il Tempo Ordinario (domenica prossima, con la solennità di Cristo Re, si concluderà l’anno liturgico), per questo motivo oggi la Parola ci presenta “le cose ultime” e la Speranza finale.
Là dove una certa “letteratura” e filmografia vedono soltanto catastrofe (la “fine del mondo”), infatti, il cristiano è chiamato a scorgere l’inizio della Vita Piena ed Eterna: la venuta finale del nostro Signore Gesù Cristo e la ricapitolazione della storia che confluisce nell’eternità. Un’eternità di gioia per coloro che hanno saputo attenderla e hanno vissuto tenendo costantemente lo sguardo su questo orizzonte; un’eternità di rovina (la “morte secunda” la chiamerebbe S. Francesco) per coloro che si sono lasciati rinchiudere negli stretti orizzonti del “mondo” ed hanno vissuto secondo la logica egoistica che il mondo insegna.
“In quel tempo …”; “In quei giorni …”. Il tempo e i giorni cui si riferiscono la prima lettura e il Vangelo, sono quelli in cui l’iniquità ha raggiunto il suo culmine; umanamente parlando, non si scorge più speranza: la misura è colma, le “tenebre” sembrano averla vinta. Proprio al culmine dell’iniquità, però, quando sembrerebbe che tutto sia perduto, il cristiano sa che si manifesterà la Vittoria di Cristo: le “tenebre”, infatti, sono già sconfitte; il Signore Gesù Cristo ha già vinto il peccato, la morte e il mondo (II lettura). Ora si attende solo la manifestazione finale di questa vittoria.
In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. È forte la tentazione di riconoscere nei nostri giorni “quei giorni”, il culmine dell’iniquità: gli orrori che quotidianamente ci sono riportati dai telegiornali possono orientare in tal senso il nostro pensiero. Senza cadere in facili millenarismi, oggi Gesù nel Vangelo, con la parabola del fico, ci invita a sapere scorgere i “segni dei tempi”, a fare attenzione a non farci trovare impreparati all’arrivo dell’“estate”. La fine del nostro tempo in questo mondo, infatti, di cui nessuno conosce l’ora eccetto il Padre, coinciderà per noi con la fine del mondo. È oggi, quindi, in questo tempo, che siamo chiamati a scegliere con chi schierarci: se unirci al corteo trionfale di Cristo riconoscendo la sua Signoria e, quindi, obbedendo alla Sua volontà ; o schierarci con ciò che si oppone a Lui e procurarci, quando la vittoria di Cristo sarà manifesta, la rovina eterna. Con il Mistero Pasquale di Cristo sono iniziati gli “ultimi tempi” in cui celebriamo sempre “in attesa della Sua venuta” (vedi il Mistero della Fede). Gli eventi della vita, allora, diventano occasioni perché possiamo riconoscere l’imminenza della Sua venuta. Per questo è importante mantenere un clima di costante vigilanza; non a caso il Signore si rifiuta di rivelare il “quando”: per noi non è importante sapere il “quando”, ma è fondamentale mantenere desta la nostra attesa e il nostro desiderio perché, al momento dell’Incontro Finale, la nostra gioia sia piena.
Fr. Marco

sabato 10 novembre 2018

Il Signore non chiede tanto, chiede tutto!


«Quella andò e fece come aveva detto Elia; poi mangiarono lei, lui e la casa di lei per diversi giorni. La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia.» (1Re 17,10-16)

«… Invece ora, una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso.» (Eb 9,24-28)

«In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere». (Mc 12,38-44)

Domenica scorsa Gesù, rispondendo allo scriba che lo interrogava, ci ha indicato il primo e fondamentale comandamento: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza […] Amerai il tuo prossimo come te stesso». Questa domenica, trentaduesima del Tempo Ordinario, la Parola di Dio ci presenta un modello di applicazione del duplice comandamento dell’amore.
Nella prima lettura, infatti, ascoltiamo di una vedova poverissima che, in tempo di carestia, non rifiuta per amore di Dio di condividere con il Profeta il poco che ha. Si fida della parola di Dio annunciata da Elia: il Signore provvederà. Ecco che l’amore e la fiducia in Dio diventano concretamente amore del prossimo e capacità di condividere con lui il poco che si possiede.
Nel Vangelo è ancora una vedova che viene presentata dal Maestro come modello di comportamento. Una vedova capace di amare Dio con tutto se stessa: non tiene per sé il poco che possiede, ma dona tutto quanto aveva per vivere. Non importa se ciò che possiamo dare sia tanto o poco: il Signore non chiede tanto, chiede tutto! Ciò che conta è che doniamo con tutto il cuore, che doniamo con un amore pieno per Lui, che gli consegniamo tutta la nostra vita.
Quanto spesso, invece, noi ci comportiamo come i ricchi che donano parte del loro superfluo. Tratteniamo per noi, vogliamo “salvarci la vita” e ci guardiamo bene dal consegnarla al Signore. Per Dio abbiamo solo i ritagli di tempo, misuriamo il dono della nostra vita: « … fin qui, ma non oltre». Lui, Amore illimitato, accoglie ciò che noi vogliamo dargli, ma finché non gli consegneremo tutto, non potrà fare della nostra vita il capolavoro che vorrebbe.
«Guardatevi dagli scribi […] Essi riceveranno una condanna più severa». Oltre l’esempio positivo dell’amore totale della vedova e l’esempio negativo dell’amore parziale dei ricchi, quest’oggi il Vangelo, nella sua versione estesa, si apre con l’ammonizione di Gesù a guardarsi dall’ipocrisia di quanti, sotto un’apparenza religiosa, non amano per niente Dio, ma solo il proprio Io e usano per la propria gloria persino le cose sante. L’amore per Dio e l’amore per l’Io, infatti, si escludono a vicenda e se l’Io non viene messo al servizio di Dio, si finisce per mettere Dio al servizio dell’Io. Di loro dice Gesù che riceveranno una condanna più severa.
Sull’esempio della vedova del Vangelo, guardiamo, allora, Gesù che, sacrificando se stesso per redimerci dal peccato, tutto si è donato a noi e niente ha tenuto per sé e impariamo anche noi a donare a Dio “tutto quanto abbiamo per vivere”. Vedremo come il Signore sarà capace di moltiplicare il poco che noi gli consegniamo facendo delle nostre vite quel capolavoro per le quali le ha create. Il Signore ce lo conceda.
Fr. Marco

sabato 3 novembre 2018

Il Signore nostro Dio è l’unico Signore

«Temi il Signore, tuo Dio, osservando per tutti i giorni della tua vita, tu, il tuo figlio e il figlio del tuo figlio, tutte le sue leggi e tutti i suoi comandi che io ti do e così si prolunghino i tuoi giorni. … Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze.» (Dt 6,2-6)

«Cristo invece, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore.» (Eb 7,23-28)

«Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi». (Mc 12,28-34)

In questa trentunesima domenica del Tempo Ordinario, la Parola di Dio ci presenta il fondamento di tutta la legge e i profeti: la relazione con Dio. Ascolta … Amerai …
Il primo e fondamentale comandamento, infatti, è vivere la relazione d’amore con l’unico Signore, l’unico vivo e vero, l’unico capace di salvarci, di donarci la Vita. Mi ha colpito, meditando questa Parola, la sottolineatura dell’unicità di Dio. Lui è l’unico Signore.
Quante volte mettiamo la nostra vita sotto altre “signorie”: il lavoro, il benessere, la casa … Non di rado, per queste realtà elevate ad idoli sacrifichiamo noi stessi e ciò che di più prezioso abbiamo (tempo, affetti …). Da questi idoli cerchiamo una Vita che però non possono darci. Più spesso ancora è il nostro Io a volersi ergere a signore: abbiamo la pretesa di essere signori della nostra vita, di decidere da soli ciò che è bene e ciò che è male. A volte vogliamo che anche i fratelli si pieghino alla nostra signoria: vogliamo comandare, sottomettere gli altri a noi. Nessuno, tuttavia, può darsi da solo la Vita che cerca («… chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita?» Mt 6,27).
Solo il Signore nostro Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, può darci la Vita. Ecco allora l’esigenza di vivere sotto la sua Signoria, di ascoltare e mettere in pratica i suoi comandamenti. Non da schiavi, però, ma da figli che si sanno amati dal Padre e che corrispondono a questo amore. Un amore “assoluto”, pieno, con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza, che non lascia spazio ad altri idoli, che detronizza il nostro Io.
Come è possibile però corrispondere all’immenso e gratuito amore di Dio? Un Amore che ci ha pensati e voluti dall’eternità, che ci ha chiamati all’esistenza, che ci ha salvati donando tutto se stesso sulla croce, che ogni giorno si consegna nelle nostre mani nell’Eucarestia … Nessuno può dare a Dio il corrispettivo per i suoi immensi doni. Ecco perché Gesù oggi aggiunge una seconda parte al comandamento dell’amore: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”.
Solo amando i fratelli che il Signore mi mette accanto, amandoli come “un altro me stesso”, è possibile amare il Dio vivo e vero. Amando i fratelli che mi stanno accanto, infatti, amo il Padre che li ha pensati e creati per amore; amo il Figlio che li ha salvati dando se stesso per ciascuno di essi e ha voluto identificarsi con i più piccoli e fragili (« … l’avete fatto a me» Cfr. Mt 25,40); amo lo Spirito Santo che tutti ci pervade e ci rende un solo corpo (così preghiamo durante la liturgia eucaristica).
Se faremo così, attingeremo alla Sorgente della Vita, avremo una Vita che il  mondo non conosce e non può darci: vivremo la Vita dei risorti e non avremo più alcun timore. Il Signore ce lo conceda.
Fr. Marco