«Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge … Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non essere giudicati» (Gc 5, 7-10)
«“Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”. Gesù rispose loro: “Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!”». (Mt 11, 2-11)
La pagina di Vangelo di questa terza domenica di Avvento, detta domenica “gaudete” dalla prima parola dell’antifona d’ingresso («Rallegratevi sempre nel Signore …»), ci presenta la piena realizzazione dei segni messianici profetizzati dal profeta Isaia (prima lettura). Alla domanda di Giovani il Battista, Gesù risponde presentando le opere che compie a testimonianza del suo essere il Messia atteso: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo.
«Beato è colui che non trova in me motivo di scandalo» Ritengo sia importante soffermarci su questa beatitudine. Gesù è il Messia atteso e realizza ciò che avevano annunciato i profeti; non si presenta, tuttavia, come re condottiero e vittorioso, come probabilmente lo immaginava Giovanni il Battista (vedi per esempio Mt 3,10-12), ma come un Messia mite che viene a donare la salvezza manifestando la paternità di Dio. Prima di proseguire vorrei sottolineare l’atteggiamento di Giovanni: pur avendo la sua idea del Messia atteso, non lascia che questa idea gli impedisca di riconoscere Gesù: rimane aperto alla novità di Dio. Anche noi siamo invitati a non pretendere di “ingabbiare” Dio nei nostri schemi: lasciamoci stupire dalle meraviglie che il Signore sa compiere al di là di ogni nostra attesa.
Oltre che a rallegrarci, questa domenica, siamo invitati ad imitare la costanza del contadino nel preservare la nostra speranza e la nostra attesa, a farci coraggio e ad attendere i frutti a suo tempo. Come ci ha ricordato papa Leone XIV nell’udienza del 17 settembre scorso: «La speranza cristiana non nasce nel rumore, ma nel silenzio di un’attesa abitata dall’amore»
Sembra, purtroppo, che molti dei nostri contemporanei abbiano perso il senso dell’attesa e della speranza: non ci si attende più nulla, il futuro appare come un vuoto che fa paura. Siamo disillusi, viviamo un presente disancorato da ogni attesa futura e, quindi, spesso senza senso. I nostri giovani (anche a causa di oggettive condizioni di precarietà) non sono più capaci di progettare o di sperare un futuro. Ciò che è peggio, però, è che non trovano più le forze per costruirlo questo futuro. Si accontentano di vivere un presente a cui manca il gusto e la pienezza perché vissuto senza speranza. La società dei consumi ci ha abituato a “tutto e subito” e ci troviamo incapaci di attendere, di desiderare. Il mito del “super uomo”, inoltre, ci ha convinti che dobbiamo salvarci da soli. Tutto ciò ci ha reso delusi, disillusi, sempre insoddisfatti e pronti a lamentarci di tutto e tutti.
Proprio in questo contesto di “deserto e terra arida” risuona l’invito di Isaia: rallegratevi, fatevi coraggio, non lasciatevi paralizzare dalla paura. Un invito a cui si associa S. Giacomo nella seconda lettura: siate costanti, imparate dall’agricoltore a sapere aspettare i frutti, e a lavorare animati dalla speranza. L’agricoltore, prepara il terreno, semina, irriga e attende. Non si accontenta del suo sacco di frumento, ma semina in attesa del più abbondante raccolto.
Facciamoci coraggio, allora, e ricominciamo a rallegrarci e a sperare. Per esercitarci in questo atteggiamento, S. Giacomo oggi ci da un consiglio molto pratico: «Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri». Smettiamo di lamentarci, sia dei fratelli che degli eventi. Accogliamoci e lasciamoci stupire dalle meraviglie di Dio.
Fr. Marco

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