mercoledì 31 dicembre 2025

Accogliendo il Salvatore, coltiviamo lo stupore

 

« … porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò» (Nm 6, 22-27)

«Fratelli, quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli.» (Gal 4,4-7)

«Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.» (Lc 2,16-21)

Il primo giorno di ogni anno la Chiesa celebra la solennità di Maria Santissima Madre di Dio. In questo giorno solenne, che per volontà di s. Paolo VI è anche e la giornata mondiale della Pace, la liturgia della Parola si apre con la benedizione del Signore: attraverso la sua santissima Madre, il Signore fa splendere il suo volto sui suoi consacrati. L'infinita tenerezza della maternità di Maria è un riflesso della paternità di Dio.

Se consideriamo che la solennità ha anche i primi vespri celebrati il 31 dicembre, ci accorgiamo che ogni nostro anno finisce ed inizia sotto il segno della benedizione di Dio. Tutto il nostro tempo, quindi, viene posto sotto la benedizione divina e l’intercessione della santissima Madre di Dio Maria.

Il Vangelo di questa solennità ci porta ancora una volta, insieme ai pastori, davanti la mangiatoia in cui è adagiato Gesù, il Salvatore, che viene nel fragile segno di un bambino. Anche noi, come i pastori, siamo invitati a lasciarci prendere dallo stupore. In una società come quella attuale dove sembra che niente possa più stupirci, dove assistiamo continuamente e con atteggiamento indifferente alle più alte vette e alle più abbiette miserie della nostra umanità, siamo invitati a riscoprire il sentimento di stupore che prese i pastori dinanzi la gloria di Dio manifestata nel bambino Gesù.

«Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia,… è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore.» Così aveva annunciato l’angelo. Come i pastori, fidiamoci del Signore e lasciamo che continui a meravigliarci, a mostrarci le sue meraviglie! Il Signore della Storia si manifesta nella debolezza; primi testimoni della sua nascita sono coloro che non contano nulla: i pastori, considerati all’epoca poco più delle loro bestie; quel bambino adagiato in una mangiatoia e dall’apparenza del tutto ordinaria è il Salvatore del mondo, il Figlio eterno del Padre. Accostandosi agli eventi del Natale è importante apprendere l’atteggiamento di Maria che «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore»

Dinanzi le numerose guerre che ancora infiammano il mondo - oltre alla guerra di aggressione in Ucraina e il conflitto Israeliano-Palestinese, attualmente si contano una cinquantina di conflitti nel mondo - dinanzi la cattiveria che l’uomo ancora riesce a mostrare, dinanzi la sofferenza di tanti innocenti, sarebbe facile lasciarsi prendere dallo scoraggiamento: davvero è venuto nel mondo il Salvatore, il Principe della Pace?

Sì! Il Salvatore è nato; il Principe della Pace è venuto a portare la Pace nei nostri cuori; il Verbo eterno del Padre è venuto a dare a quanti lo accolgono il potere di diventare figli di Dio. È in questa accoglienza, però, il discrimine. Il Signore e Salvatore della Storia non si impone: si propone e aspetta di essere accolto. Verrà il giorno, però, quando il nostro tempo si sarà compiuto, in cui dovremo rendere conto al Giusto Giudice!

Iniziando oggi un nuovo anno civile, impariamo dalla nostra santissima Madre ad accogliere Gesù, a metterlo al centro della nostra vita. Maria, infatti, in quanto Madre di Dio, è costantemente rivolta al Figlio con lo sguardo, il pensiero, il cuore e tutta se stessa. Ha contemplato Gesù fin dalla sua nascita in costante atteggiamento di stupore e di adorazione.

Quest’oggi, allora, con le parole di quella che forse è la più antica preghiera mariana (III sec.), siamo invitati a pregare il Signore perché ci conceda la Pace per intercessione della Madre di Dio: “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta”. Alla sua protezione affidiamo tutte le vittime della violenza e dell'odio.

Guidati dalla Parola e resi figli nel Figlio, lasciamoci raggiungere dalla benedizione divina e lasciamo che il Suo volto risplenda attraverso di noi perché il mondo conosca quella Pace vera che il Signore è venuto a portare. Auguri di un Buon 2026.

Fr. Marco

sabato 27 dicembre 2025

Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!

«Chi onora il padre espìa i peccati e li eviterà e la sua preghiera quotidiana sarà esaudita. Chi onora sua madre è come chi accumula tesori.» (Sir 3, 3-7.14-17)

«… rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto … La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori.» (Col 3,12-21)

«Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode» (Mt 2,13-15.19-23)

In questa festa della santa Famiglia il messaggio della Parola di Dio penso possa essere riassunto dal versetto di Giovanni 16,33: «Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!»

Nelle Messe della notte e del giorno del Natale del Signore ascoltavamo che «non c’era posto per loro nell’alloggio», che «venne fra i suoi, ma i suoi non lo hanno accolto». La Luce e la Vita del Mondo si è fatto visibile, è venuto in mezzo a noi, ma il mondo e quanti sono del mondo non lo vogliono accogliere, lo rifiutano anche violentemente. Una sorte condivisa anche da chi Lo accoglie: diventando figlio di Dio, sperimenta il rifiuto del mondo.

Il Vangelo di oggi, infatti, ci presenta la famiglia di Nazareth. Scopriamo subito che è una famiglia “esperta nel soffrire” (come la definisce l’inno delle Lodi mattutine), una famiglia perseguitata, che deve scappare e vivere da straniera in Egitto (il luogo biblico della schiavitù e oppressione). La Pace che viene a portare Gesù, infatti, non è assenza di tribolazioni, ma una capacità di affrontarle con la comunione animata dall’Amore; quell’amore che vince il mondo e che riempie di una forza invincibile.

Sappiamo da fonti storiche che il re Erode era un tiranno che non tollerava concorrenza al suo dominio arrivando per questo a sterminare la sua stessa famiglia. Nella parte del vangelo che questa domenica è omessa, è narrata la “strage degli innocenti” perpetrata dal re pur di eliminare Colui che è visto come concorrente del suo dominio. Purtroppo anche oggi continua la strage degli innocenti. Penso a tutti quei bambini sacrificati agli idoli dell'egoismo e del "progresso". Ai tanti bambini non nati; ai tanti uccisi dalle guerre; a quelli uccisi perché malati (penso alla eutanasia infantile approvata nel modernissimo nord Europa). Quanti innocenti sacrificati al nostro egoismo, alla nostra egolatria alla nostra pretesa di benessere!

La Famiglia è oggi osteggiata e messa in pericolo; non solo quella di Nazareth, ma le nostre famiglie, anzi l’istituzione famiglia. Oggi tante condizioni socioeconomiche minacciano la famiglia fin dal suo nascere: si ha sempre più paura di sposarsi e fare figli. La famiglia, inoltre, è minacciata dall’ “Erode” che è in noi, dal nostro egocentrismo elevato a sistema, divenuto individualismo ed edonismo. Oggi il piacere individuale, lo “stare bene”, è divenuto l’unico criterio delle scelte della nostra vita. Spinti da questa esigenza (che ha la sua legittimità, ma non va assolutizzata), facciamo spesso scelte che ci rovinano la vita e, inseguendo un miraggio, soffriamo e siamo causa di sofferenza: quante famiglie rovinate perché si proietta nell’altro la causa della propria insoddisfazione! Oltre a tutto ciò, una legislazione che non tiene conto del dato oggettivo della natura sembra volere equiparare qualunque relazione affettiva (finanche quella col proprio animale domestico!) a famiglia; in tal modo si svuotano di significato i concetti di amore e di famiglia: se tutto è famiglia, niente è famiglia! Non possiamo accettare supinamente tutto ciò, siamo chiamati a testimoniare il valore della famiglia.

Il Vangelo oggi ci presenta il modo principale per salvare la famiglia: l’obbedienza alla Parola di Dio. Giuseppe non esita un istante a mettere in pratica il comando dell’angelo. Non si cura dei sacrifici che questo comporterà e, in obbedienza, si mette in cammino. Anche per noi il modo per salvare la famiglia resta l’obbedienza alla Parola di Dio.

Ritengo che all’interno del matrimonio sia normale che, dopo qualche anno (speriamo tanti), passi l’entusiasmo iniziale; il rapporto si evolve: non c’è più la “fiamma viva” degli inizi; è importante, però, che questo fuoco sia curato e alimentato perché diventi “brace ardente”: la paglia brucia in fretta e con poco calore, è il carbone ardente che è capace di durare a lungo e dare calore.

Come ci ha ricordato Papa Leone XIV il 19 settembre scorso, «La Famiglie è un dono e un compito … Per essere Chiesa domestica e focolare dove arda il fuoco dello Spirito Santo, diffonda a tutti il suo calore e inviti tutti a questa speranza»

Nella seconda lettura di oggi San Paolo ci dà qualche insegnamento per curare questa fiamma: rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri. Gli atteggiamenti che l’apostolo ci descrive, mettono l’altro al centro, ci fanno uscire dal nostro individualismo proiettandoci fuori di noi.

Vorrei sottolineare l’invito alla sopportazione e sottomissione reciproca. Oggi il termine ha assunto generalmente un’accezione negativa, ma in realtà sopportare significa “mettersi sotto (sotto-mettersi) per sorreggere/portare”. Altrove Paolo invita a “portare i pesi gli uni degli altri” (cfr. Gal 6,2). È normale che l’altro, proprio perché tale, in alcuni momenti sia per me un peso, mi “pesti i piedi” (e più si è vicini, più questo è facile); ma dobbiamo ricordare che anche a noi capita di “pestare i piedi” dell’altro. Ciascuno di noi ha bisogno che gli si usi misericordia, che si abbia pazienza con lui. È per questo motivo che l’Apostolo ci rimanda al fatto che siamo perdonati da Dio per motivare l’esigenza del perdono reciproco. Tutto questo va fatto con Carità, non con rassegnazione; con quell’amore che solo è capace di farci uscire da noi. Quest’amore, però, va custodito, coltivato, curato. Per questo Paolo ci invita alla frequente relazione con la Parola, la verità di Dio su noi, che meditata e pregata assieme diventi il collante delle nostre diversità.

Un’ultima sottolineatura voglio farla sulla gratitudine: non stiamo a ricordare ciò che di male abbiamo subito, ma coltiviamo la gratitudine verso il Signore e verso l’altro per ciò che di bello ci hanno donato.

Preghiamo insieme perché ogni famiglia trovi la forza di vivere ogni giorno l’Amore vero che viene da Dio e, superando le difficoltà che la vita non risparmia a nessuno, costruisca ogni giorno la comunione e la pace.

Fr. Marco

mercoledì 24 dicembre 2025

Il Verbo si è fatto carne. A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio

«Ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando e ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati, dati in pasto al fuoco. Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace.» (Is 9,1-6)

«É apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà …» (Tt 2,11-14)

«Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.» (Lc 2,1-14)

​È giunto il Natale del Signore. Celebriamo il memoriale della nascita del nostro Salvatore. Nella prima lettura della Messa della notte ascoltiamo la profezia di Isaia che annuncia il Principe della Pace che viene a portare la Luce, la Gioia e la Pace nel mondo. Particolarmente significativa è l’immagine dei calzari dei soldati e dei mantelli bruciati.

Nella pagina del Vangelo, ci viene raccontata la nascita del Salvatore che sceglie per sé l’umiltà e la debolezza. Gesù, infatti, il Verbo di Dio che si è fatto uomo, si manifesta al mondo nell’umile e indifeso bambinello deposto in una mangiatoia.

Egli, tuttavia è il Dio potente, il Principe della pace. Viene infatti a portare nel mondo la Pace vera che nasce da un cuore riconciliato, capace di riconoscere il Padre e quindi anche i fratelli. Un cuore in pace con se stesso e quindi con i fratelli che ha attorno.

«A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio».  Così proclama l’evangelista Giovanni nel Prologo del suo Vangelo che ascoltiamo nella messa del giorno di Natale. Se davvero accogliessimo Gesù nella nostra vita, se lo lasciassimo entrare nei nostri cuori per riconciliarli con il Padre e con i fratelli, non avremmo più bisogno di fare guerre. Conoscendo l’Amore del Padre, avendo in noi la Vita, potremmo accoglierci l’un l’altro, comportarci da figli di Dio che compiono le Sue opere.

«Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto» Oggi come allora, purtroppo Gesù non trova posto nella nostra vita. Paradossalmente, siamo troppo impegnati a cercare la Vita, la felicità, la realizzazione, per accogliere Colui, l’unico, che può darcele! Ecco che allora continuiamo a fare guerra.

Contemplando la nascita del Principe della Pace, infatti, non posso fare a meno di pensare alle innumerevoli conflitti che ancora si combattono nel mondo, alle guerre che si combattono con le armi e che mietono innumerevoli vittime innocenti. Oltre la guerra di invasione Russa dell’Ucraina e al conflitto in Terra Santa tra Israeliani e Palestinesi, è lungo elenco dei conflitti ancora in corso: almeno 42 guerre nei vari continenti. Dall’Afghanistan, alla Libia, al Myanmar, alla Palestina, alla Nigeria, sono molte le popolazioni del mondo per cui il conflitto è la tragica normalità.

Penso, però, anche alle guerre che ancora combattiamo fra noi: guerre in famiglia, magari per una porzione di eredità; guerre sul posto di lavoro per accaparrarsi un po’ di autorità … guerre generate dalla brama di avere, di potere e di piacere. Siamo “assetati di vita”, ma nella nostra cecità la cerchiamo dove invece è morte.

«Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» Il Dio Potente e Principe della Pace viene a noi umile, si fa piccolo e indifeso, sceglie di non fare violenza alla nostra libertà (ci ama troppo per farlo), si fa bisognoso di accoglienza. Alla fine della Storia, però, quando il nostro tempo sarà compiuto e ciascuno di noi dovrà rendere conto delle sue opere, si manifesteranno quanti sono figli di Dio e quanti non lo sono. Nel Vangelo di Giovanni, parlando a quanti progettano di ucciderlo, così si rivolge Gesù: «Cercate di uccidermi perché la mia parola non trova posto in voi ... voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui.» (Gv 8, 38-44). Accogliamo, allora, il Verbo che si fa carne, compiamo le opere dei figli di Dio e preghiamo per i nostri fratelli che, con le loro opere mostrano di non averlo accolto.

Viene nel mondo la Luce vera, quella che illumina ogni uomo, lasciamolo entrare nei nostri cuori perché illumini le nostre tenebre e ci riconcili con Dio e con i fratelli. Auguri. Che questo Natale possa essere realmente l’inizio di una vita nuova in cui splende la Luce di Cristo.

Fr. Marco

sabato 20 dicembre 2025

Non temere di credere al sogno. Dio è con noi

 «“Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto”. Ma Àcaz rispose: “Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore”». (Is 7,10-14)

« Gesù Cristo nostro Signore; per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia di essere apostoli, per suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti, a gloria del suo nome » (Rm 1, 1-7)

«Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1, 18-24)

Ormai prossimi alla solennità del Natale, nella liturgia della Parola di questa quarta domenica di avvento il Signore ci invita a fidarci di Lui, a scacciare ogni timore e a riconoscere i segni della Sua opera in mezzo a noi.

«Il Signore stesso vi darà un segno» Nella prima lettura ascoltiamo il profeta Isaia che esorta il re Acaz a chiedere un segno e a fidarsi del Signore. Il regno è minacciato, ma il Signore, per bocca di Isaia, promette di sconfiggere i potenti invasori a condizione che Israele resti saldo nella fede (Cfr. Is. 7, 7-9). Un erede al trono sarà il segno che Dio non ha abbandonato il suo popolo (Emmanuele: Dio con noi).

Il Re Acaz, purtroppo, come spesso siamo soliti fare anche noi, mosso dalla paura sceglie di fidarsi più delle sue capacità e dei suoi intrighi che del Signore: rifiuta di chiedere e riconoscere il segno, per non essere costretto a credere nella promessa del Signore, e si allea con l’Assiria. Ciò che otterrà sarà proprio quello che temeva: il regno d’Israele sarà sottomesso alla dominazione assira.

Nella pagina del Vangelo, come a fare da contrappunto alla mancanza di fede di Acaz, ci viene presentata la figura di Giuseppe sposo di Maria. Anche Giuseppe è confuso ed è preso da timore: il concepimento di Maria lo sconvolge; pur credendo alla sua sposa, non capisce quale sia il suo ruolo in tutto questo. Mentre lui pensa di congedarla in segreto, di tirarsi indietro dinanzi a ciò che sta accadendo, l’angelo del Signore viene a dirgli: «Non temere ...».

Giuseppe, contrariamente ad Acaz, sceglie di fidarsi, di credere al sogno e a ciò che il Signore gli annuncia: si fida e obbedisce al comando del Signore. È proprio con la sua fiduciosa obbedienza che Giuseppe entra con un ruolo fondamentale nella storia della salvezza: dando il nome a Gesù, accogliendolo come figlio suo, lo inserirà nella discendenza di Davide e permetterà il compiersi della promessa (cfr. 2 Sam 7, 11-12).

«Non temere» Anche a noi, che ci stiamo preparando a celebrare il Natale, il Signore viene a chiedere di avere fiducia, di non agire sotto il condizionamento della paura, di riconoscere i segni e di lasciarlo operare nella nostra storia perché Egli possa ancora compiere meraviglie per noi e per i fratelli.

Chiediamo al Signore di purificare i nostri occhi per vedere e riconoscere i segni della Sua presenza. I segni dell’opera di Dio, infatti, facilmente possono passare inosservati. Il Signore non si impone con violenza, ma chiede di essere ascoltato “nella brezza leggera” (Cfr. 1Re 19, 12): la nascita di un erede quando il regno è minacciato, un sogno, un bambino in fasce in una mangiatoia.

L’evangelista Matteo usa due nomi per identificare il Verbo che si è fatto carne nel grembo di Maria: Gesù, che significa “Dio salva”, ed Emmanuele che, oltre a collegare quanto sta avvenendo alla profezia di Isaia, significa “Dio con Noi”. Egli è infatti il Dio che cammina con noi: non ci abbandona, non si dimentica di noi, ma è venuto per salvarci, perché abbiamo la Vita, perché la nostra gioia sia piena. Fidiamoci di Lui. Lasciamo che sia Lui ad insegnarci la Via della Vita.

Prepariamoci al Natale con l’obbedienza della fede perché possiamo accogliere e generare Gesù nello spirito nostro e dei fratelli ed essere in tal modo apostoli a gloria del suo nome.

Fr. Marco.

sabato 13 dicembre 2025

Costanti nell'attesa fiduciosa: il Signore è vicino!

   «Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa.» (Is 35,1-10)

«Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge … Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non essere giudicati» (Gc 5, 7-10)

«“Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”. Gesù rispose loro: “Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!”». (Mt 11, 2-11)

La pagina di Vangelo di questa terza domenica di Avvento, detta domenica “gaudete” dalla prima parola dell’antifona d’ingresso («Rallegratevi sempre nel Signore …»), ci presenta la piena realizzazione dei segni messianici profetizzati dal profeta Isaia (prima lettura). Alla domanda di Giovani il Battista, Gesù risponde presentando le opere che compie a testimonianza del suo essere il Messia atteso: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo.

«Beato è colui che non trova in me motivo di scandalo» Ritengo sia importante soffermarci su questa beatitudine. Gesù è il Messia atteso e realizza ciò che avevano annunciato i profeti; non si presenta, tuttavia, come re condottiero e vittorioso, come probabilmente lo immaginava Giovanni il Battista (vedi per esempio Mt 3,10-12), ma come un Messia mite che viene a donare la salvezza manifestando la paternità di Dio. Prima di proseguire vorrei sottolineare l’atteggiamento di Giovanni: pur avendo la sua idea del Messia atteso, non lascia che questa idea gli impedisca di riconoscere Gesù: rimane aperto alla novità di Dio. Anche noi siamo invitati a non pretendere di “ingabbiare” Dio nei nostri schemi: lasciamoci stupire dalle meraviglie che il Signore sa compiere al di là di ogni nostra attesa.

Oltre che a rallegrarci, questa domenica, siamo invitati ad imitare la costanza del contadino nel preservare la nostra speranza e la nostra attesa, a farci coraggio e ad attendere i frutti a suo tempo. Come ci ha ricordato papa Leone XIV nell’udienza del 17 settembre scorso: «La speranza cristiana non nasce nel rumore, ma nel silenzio di un’attesa abitata dall’amore»

Sembra, purtroppo, che molti dei nostri contemporanei abbiano perso il senso dell’attesa e della speranza: non ci si attende più nulla, il futuro appare come un vuoto che fa paura. Siamo disillusi, viviamo un presente disancorato da ogni attesa futura e, quindi, spesso senza senso. I nostri giovani (anche a causa di oggettive condizioni di precarietà) non sono più capaci di progettare o di sperare un futuro. Ciò che è peggio, però, è che non trovano più le forze per costruirlo questo futuro. Si accontentano di vivere un presente a cui manca il gusto e la pienezza perché vissuto senza speranza. La società dei consumi ci ha abituato a “tutto e subito” e ci troviamo incapaci di attendere, di desiderare. Il mito del “super uomo”, inoltre, ci ha convinti che dobbiamo salvarci da soli. Tutto ciò ci ha reso delusi, disillusi, sempre insoddisfatti e pronti a lamentarci di tutto e tutti.

Proprio in questo contesto di “deserto e terra arida” risuona l’invito di Isaia: rallegratevi, fatevi coraggio, non lasciatevi paralizzare dalla paura. Un invito a cui si associa S. Giacomo nella seconda lettura: siate costanti, imparate dall’agricoltore a sapere aspettare i frutti, e a lavorare animati dalla speranza. L’agricoltore, prepara il terreno, semina, irriga e attende. Non si accontenta del suo sacco di frumento, ma semina in attesa del più abbondante raccolto.

Facciamoci coraggio, allora, e ricominciamo a rallegrarci e a sperare. Per esercitarci in questo atteggiamento, S. Giacomo oggi ci da un consiglio molto pratico: «Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri». Smettiamo di lamentarci, sia dei fratelli che degli eventi. Accogliamoci e lasciamoci stupire dalle meraviglie di Dio.

Fr. Marco

domenica 7 dicembre 2025

Rallègrati, piena di grazia!

 «Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno» (Gen 3,9-15.20)

«Fratelli, tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché, in virtù della perseveranza e della consolazione che provengono dalle Scritture, teniamo viva la speranza.» (Rm 15,4-9)

«Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te … Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc 1,26-38)

La Parola di Dio della solennità dell’Immacolata concezione di Maria si apre con il racconto delle conseguenze immediate del peccato dei progenitori: la rottura di ogni rapporto di amicizia: tra l’uomo e Dio («Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto»), tra l’uomo e la donna («La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato») e tra l’uomo e il creato («Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato»).

Questa inimicizia e la conseguente morte dell’anima, questa incapacità di vedere Dio come il Padre che ci ama al di là di ogni nostra immaginazione e i fratelli e il creato come un dono d’amore, è la conseguenza del peccato originale che si tramanda per ogni generazione. La prima lettura però, si conclude con quello che viene chiamato il “proto-vangelo”: l’annuncio che la stirpe della donna avrebbe schiacciato il serpente antico.

È quello che avviene in Maria la quale, in vista dei meriti di Cristo, è da Lui redenta fin dal grembo materno e quindi resa capace, con la sua obbedienza fiduciosa al progetto del Padre, di essere “aurora della redenzione”, colei attraverso la quale è giunto nel mondo il Redentore.

In questa solennità dell’Immacolata Concezione di Maria, però, vorrei che riflettessimo su ciò che questo dogma dice a noi per la nostra salvezza. Maria oggi ci viene presentata come “modello di santità e avvocata di grazia” (prefazio). L’opera salvifica di Cristo Redentore, che ci raggiunge nei sacramenti, compie in noi ciò che ha operato in Maria fin dal concepimento: Maria è immacolata fin dal grembo materno, noi diventiamo immacolati con il Battesimo.

A differenza di Maria, però, noi raramente corrispondiamo in maniera piena a questa Grazia: non aderiamo al progetto d’amore del Padre e ci rendiamo colpevoli con i nostri peccati volontari (mai compiuti da Maria). Per questo il Signore, che ci vuole santi e immacolati di fronte a lui nella carità, ha istituito il Sacramento della Riconciliazione: se ben celebrato (con un vero pentimento e un sincero proposito di non peccare più), la confessione ci restituisce la santità battesimale. Con il Sacramento della Comunione, inoltre, riceviamo in noi Gesù Cristo vivo e vero, la Grazia di Dio apparsa nel mondo, come lo chiama S. Paolo scrivendo a Tito (Cfr. Tt 2,11); anche noi, quindi, siamo pieni di Grazia!

Non sprechiamo tali doni d’amore, ma impegniamoci a corrispondere alla Grazia di cui Dio vuole colmarci e a compiere la volontà del Padre nella nostra vita.

La seconda lettura oggi ci invita a perseverare e a tenere viva la Speranza. Guardando a Maria tutta bella, ricolma di ogni virtù e senza alcuna macchia di peccato, la Chiesa tutta e ogni singolo battezzato oggi può contemplare ciò che il Signore vuole fare con ciascuno di noi e con la Chiesa nel suo insieme: un capolavoro di Santità.

Contemplando Maria la nostra madre immacolata, anche noi impegniamoci ogni giorno per dire a Dio la nostra risposta di obbedienza fiduciosa: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola».

Fr. Marco

sabato 6 dicembre 2025

Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!

«In quel giorno, un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici.» (Is 11, 1-10)

«Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio.» (Rom 15, 4-9)

«Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino! … Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”» (Mt 3, 1-12)

​La Parola di Dio della seconda domenica di Avvento ci presenta i due testimoni della venuta del Signore: Isaia e Giovanni il Battista. Essi sono gli araldi del Signore, coloro che invitano il popolo a prepararsi ad accogliere il Signore che viene.

«Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse» Nella prima lettura Isaia profetizza la venuta del Signore come un evento che dà speranza dove sembra non esservi più alcuna speranza. L’immagine è quella di un albero secolare abbattuto: la sua vita è finita; dalle radici però spunta un pollone, un germoglio dal quale tutto può ricominciare. La venuta del Signore è perciò oggi presentata come un evento di speranza. Un evento gioioso. Quello presentatoci da Isaia è un Dio che si piega sull’umanità disperata; un Dio che si “converte” a noi.

Nel Vangelo, Giovanni il Battista ci invita a rispondere, a questo Dio che si piega su di noi con amore misericordioso, con la nostra conversione: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!» Siamo chiamati a correggere le nostre strade, a percorrere strade rette per incontrare il Signore che viene. Cosa significa convertirsi? Significa cambiare direzione alla nostra vita, “correggere la rotta”. La nostra vita è come una nave in balia dei venti e delle correnti: se non correggiamo continuamente la rotta tenendo fisso lo sguardo sulla “stella polare”, rischiamo di fare naufragio, di fallire, di vivere una vita senza senso. Per convertirci e raggiungere la meta della nostra salvezza bisogna sempre tenere lo sguardo fisso al Signore “che viene, che è venuto e che verrà”, e correggere tutti quei moti che ci spingono invece verso il nostro Io: egoismo, superbia, vanagloria ecc.

«Fate dunque un frutto degno della conversione.» Giovanni ci esorta ad una conversione che abbia ricadute concrete, visibili, una conversione che porti frutti. Non basta dire: “Sono cristiano. Vado a messa quasi ogni domenica”. Non basta dire “Appartengo al gruppo/comunità/fraternità …” . Ciò che è veramente importante è l’avere accolto nella propria vita il Signore e i fratelli; imparare a rinnegare costantemente il proprio Io per fare spazio al Tu di Dio e del fratello bisognoso. La nostra conversione deve tradursi in opere buone fatte a gloria di Dio. Opere fatte «senza che la destra sappia ciò che fa la sinistra».

«Per questo ti loderò fra le genti e canterò inni al tuo nome» Prendendo spunto da S. Paolo, mi permetto di suggerire un esercizio per crescere nel decentramento: impariamo a dire “Grazie”. Principalmente a Dio per tutto ciò che ci dona. Riconosciamo che tutto è dono di Dio, di nostro abbiamo solo il peccato. Impariamo a dire grazie ai fratelli; ci aiuterà a ricordarci che ciò che loro ci danno o fanno per noi non ci è dovuto: non siamo noi il centro del mondo! Teniamo viva la speranza nel Signore che viene a manifestare la Sua fedeltà misericordiosa.

Fra Marco.