sabato 1 agosto 2026

Su, ascoltatemi e gusterete cibi succulenti.

 «Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia?» (Is 55, 1-3)

«Fratelli, chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?» (Rm 8, 35.37-39)

«Gesù disse loro: “Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare”. Gli risposero: “Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!”. Ed egli disse: “Portatemeli qui”». (Mt 14, 13-21)

Questa domenica, XVIII del Tempo Ordinario, la Parola di Dio ci esorta a non sprecare la vita per acquistare ciò che non sazia, ciò che non può darci quella realizzazione che cerchiamo. Il Signore, infatti, vuole saziarci gratuitamente, vuole riempire di senso la nostra vita. Perché ciò avvenga, però, ci chiede di ascoltarlo, di mettere Lui e la Sua parola al centro della nostra vita.

«Perché spendete … il vostro guadagno per ciò che non sazia?» Quante volte abbiamo fatto l’esperienza di cui ci parla la prima lettura? Quante volte abbiamo speso “il nostro guadagno”, abbiamo investito la nostra energia, la nostra vita, e siamo rimasti delusi, profondamente insoddisfatti? Se ciò è capitato, è perché abbiamo pensato di trovare Vita in ciò che non può darcela, in ciò che non può saziarci: soldi, terreni, case …. Siamo caduti nell’inganno di credere che, possedendo queste cose, la nostra vita sarebbe stata felice. Se questo è ciò che pensiamo, è normale che per ottenere e difendere queste cose siamo disposti a spendere tutto: il nostro tempo, la nostra energia, gli affetti a volte perfino la nostra dignità. Nel mondo c’è chi, lo sappiamo bene, per denaro è disposto anche a fare del male.

È un inganno! Per quanta ricchezza possiamo accumulare, ne vorremo sempre altra, non ci basterà mai. Non riuscirà mai a riempire il vuoto di senso che abbiamo dentro. Non di rado, al contrario, queste cose finiranno per avvelenarci la vita.

Oggi il Signore ci invita: «Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti.» Ascoltare la Parola del Signore, però, significa disporci all’obbedienza, fidarci di Lui. Significa assumere la logica del Vangelo, la logica dell’amore gratuito. Ascoltare il Signore, infine, significa mettere Lui e la sua volontà in cima alle nostre priorità; in un altro punto del Vangelo Gesù ci invita: «Cercate anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.» (Mt 6,33).

Ascoltare la Parola del Signore, cercare anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, concretamente si traduce nell’osservare il duplice comandamento dell’Amore per Dio e per il prossimo; essere capaci di fare posto ai bisogni del fratello nella propria vita; capaci, per amore di Dio, di condividere anche il poco che abbiamo, sicuri che non ne verrà a mancare per nessuno.

Nel Vangelo di oggi il Maestro ci dà l’esempio: rattristato per la morte di Giovanni il Battista, vorrebbe ritirarsi in solitudine, ma la folla bisognosa non glielo permette. Invece di infastidirsi per questa indiscrezione della folla, Gesù ne prova compassione: mette da parte le sue esigenze per andare incontro a quelle dei fratelli. Alla sera, però, sopravviene un altro bisogno: la folla non ha da mangiare. I discepoli, secondo la logica del mondo, propongono a Gesù di congedare la folla perché vada a comprarsi da mangiare. Gesù, invece, realizza pienamente ciò che è stato annunciato nella prima lettura: coloro che lo hanno ascoltato, che si sono preoccupati solo di restare con Lui, vengono sfamati gratuitamente. Per compiere questo miracolo, però, il Signore chiede la collaborazione dei discepoli e un atto di fede da parte loro: devono essere disposti a condividere quel poco che hanno, cinque pani e due pesci.

È richiesto un atto di fede perché, umanamente, è impossibile che questo basti e la logica del mondo insegna: «Meglio uno sazio che cento digiuni» (soprattutto quando quello sazio sono io). La logica del Vangelo, invece, insegna che la condivisione è capace di compiere il miracolo: Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene.

Dinanzi ai bisogni dei fratelli può capitare anche a noi di sperimentare la nostra insufficienza, di pensare: «Come posso io risolvere il problema di questo fratello?»; «Che posso fare io che a stento riesco a bastare a me stesso?». Anche a noi oggi Gesù chiede un atto di fede, chiede di condividere il poco che abbiamo, a volte il poco che siamo, facendo spazio nella nostra vita alle esigenze del fratello, senza chiudere il cuore. Se faremo così anche noi sperimenteremo il miracolo: le nostre risorse risulteranno moltiplicate e vedremo che, anche se dovesse anche mancarci tutto, non ci mancherà mai l’unica cosa veramente capace di saziare la nostra vita: l’amore di Cristo (cfr. II lettura).

Fr. Marco

venerdì 24 luglio 2026

Concedi al tuo servo un cuore docile per riconoscere ciò che realmente vale

 «… “Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male; …» (1Re 3,5. 7-12)

«Fratelli, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio» (Rm 8,28-30)

«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.» (Mt 13,44-52)

La Parola di Dio della XVII domenica del TO ci fa riflettere sul Regno dei cieli presentandoci, sia nella prima lettura che nella pagina evangelica, il giusto atteggiamento da assumere per accogliere ed entrare nel Regno.

«Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo che hai scelto» Nella prima lettura il re Salomone sta rispondendo a Dio che gli aveva chiesto di esprimere i suoi desideri. Prima ancora di chiedere un cuore docile e sapiente, egli mostra la consapevolezza di essere parte di un popolo che appartiene a Dio, che Dio si è scelto, e di essere chiamato a servirlo. Questa consapevolezza è importante per restare al giusto posto dinanzi a Lui, l’unico Signore della nostra vita. Proprio a partire da questo, Salomone può chiedere la docilità e lo spirito di discernimento, doni preziosi che permettono di svolgere la missione che il Signore gli ha affidato.

Anche san Paolo, nella seconda lettura, parla dei discepoli di Cristo come di coloro che sono stati chiamati, predestinati e glorificati per essere conformi all'immagine del Figlio. Anche per noi, Chiesa di Cristo e Popolo della Nuova Alleanza, quindi, è importante la consapevolezza di essere scelti e chiamati da Dio, di appartenere a Lui, l’unico che può donarci la Vita Piena che desideriamo. Per questo anche noi siamo invitati a chiedere lo spirito di discernimento per riconoscere il bene e il male, ciò che va fatto e ciò che va evitato, ciò che è importante e ciò che è superfluo. Diversamente, rischiamo di sprecare la vita inseguendo cose vane, superflue, secondarie, incapaci di darci la felicità che cerchiamo.

Che disgrazia sarebbe avere dinanzi il tesoro della nostra vita, ciò per cui siamo creati, ciò che solo è capace di darci quella felicità che cerchiamo, ed essere incapaci di riconoscerlo; o, peggio, non avere il coraggio di investire tutto ciò che siamo e abbiamo per acquistarlo.

Nelle Parabole evangeliche di oggi, l’uomo che trova il tesoro nascosto e il mercante di perle hanno saputo riconoscere ciò che veramente vale ed hanno avuto il coraggio di investire tutto – sicuramente anche cose cui erano affezionati – per fare propria quella felicità di cui erano in cerca. Anche noi siamo invitati a fare scelte coraggiose per giungere a quella Vita piena che il Padre ha pensato per noi fin dall’eternità.

Penso di potere affermare che tutti noi cerchiamo una Vita piena di senso e possibilmente serena; ma sicuramente una vita in cui sperimentiamo che siamo amati, non siamo soli, e che la nostra fatica non è inutile.

Quanti fratelli e sorelle, però, si trovano a vivere una vita vuota, di cui non capiscono il senso; un supplizio che la mitologia greca ha identificato nel supplizio di Tantalo, che non riesce mai ad appagare la sua fame e sete, e nel supplizio di Sisifo costretto a faticare inutilmente. Ciò, a volte, dipende dalle scelte che hanno compiuto, scelte in cui si sono lasciati ingannare dai falsi bagliori del mondo invece di seguire la Luce vera (penso alle scelte professionali fatte in ragione del guadagno; a tutte quelle scelte che compiamo guidati dal “così fan tutti”). Forse non sono stati docili nell'ascolto. È fondamentale, infatti, scegliere dopo avere ascoltato la Volontà del Padre. Finché abbiamo tempo, ravvediamoci perché il supplizio di una vita vuota e senza senso non diventi eterno!

A volte, tuttavia, ciò che sembra svuotare di senso la nostra vita non dipende da noi. Nella seconda lettura di questa domenica San paolo ci aiuta a discernere come comportarci: «Tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio». Anche quando non possiamo scegliere le “situazioni” da vivere, infatti, possiamo però scegliere come viverle: invece di “subire la vita”, possiamo scegliere di Viverla, di abbracciarla pienamente e trasformarla in un’offerta d’Amore.

Ogni uomo è un “cercatore della Verità” (Cfr. S. Giovanni Paolo II) e della Vita. Per noi Verità e Vita non sono concetti astratti, ma una persona: il Signore nostro Gesù Cristo. Chiediamo anche noi un cuore docile come quello di Salomone, perché sappia riconoscere il tesoro nascosto del Regno e abbia il coraggio di scegliere Cristo sopra ogni altra cosa. Solo così la nostra vita sarà piena di quella gioia che nessuno potrà toglierci. 

Fr. Marco

sabato 18 luglio 2026

Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e con molta indulgenza

«Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose, perché tu debba difenderti dall’accusa di giudice ingiusto. […] Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza, perché, quando vuoi, tu eserciti il potere.» (Sap 12,13.16-19)

«Fratelli, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza» (Rm 8,26-27)

«“Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. … Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”» (Mt 13,24-43)

La pagina evangelica di questa XVI domenica del tempo ordinario, con le parabole del grano e della zizzania, del seme di senapa e del lievito nella massa, ci racconta la pazienza di Dio e la grandezza che si nasconde nell’apparenza debole e umile.

«Da dove viene la zizzania?... Vuoi che andiamo a raccoglierla?» Dinanzi il male presente nel mondo, credo sia capitato a tutti, prima o poi, di pensarla come i servi della parabola ansiosi di sradicare la zizzania: vogliamo “fare giustizia”, eliminare i peccatori dalla faccia della terra. Magari rimaniamo anche scandalizzati dalla pazienza del Signore: «Se Dio c’è ed è buono, perché permette certe cose? Perché permette che i  peccatori prosperino?»

Rispondendo a queste perplessità, il Maestro stesso spiega ai discepoli la parabola del buon grano e della zizzania: il Signore è paziente e misericordioso, non ha fretta di sradicare la “zizzania” per non sradicare con essa anche il “buon grano”: vuole che l’una e l’altro abbiano il tempo di portare frutto; vuole dare il tempo alla zizzania di convertirsi. Verrà, tuttavia, il tempo del raccolto ed allora il “buon grano” sarà riposto nel granaio e la zizzania bruciata.

Sarebbe superficiale, leggendo questa parabola, pretendere di riconoscere tra di noi il “grano” e la “zizzania”; facendo distinzioni nette e magari anche mettendoci dalla parte del “grano”. La realtà è più complessa: in noi spesso convivono il “grano” e la “zizzania”, ciò che “ha piantato” il Signore e ciò che invece ci viene dal “nemico”. Sta a noi non lasciare che la zizzania soffochi il buon grano perché questo possa portare frutto.

La parabola di oggi, oltre ad esortarci all’impegno perché in noi la zizzania non soffochi il buon grano, ha anche un’altra ricaduta pratica sulla nostra vita: consapevoli della pazienza e misericordia che il Signore usa verso di noi, siamo invitati ad imparare da Lui, nel rapportarci con i nostri fratelli e sorelle, ad usare pazienza, a non emettere condanne frettolose, ad essere indulgenti.

L'indulgenza, infatti, è la benevola disposizione d’animo per cui si è portati a perdonare, compatire, scusare le colpe, gli errori, i difetti altrui (si contrappone in genere a severità); è un’espressione della carità, perché è insieme comprensione, discrezione, pazienza e fiducia. Con l’indulgenza, infatti l'amore non cerca se stesso, il proprio appagamento, la propria soddisfazione: cerca soltanto il vero bene della persona amata. Se saremo indulgenti, quindi, riusciremo a vincere ciò che ci impedisce di adempiere il comandamento dell’amore del prossimo: i difetti dei nostri fratelli che siamo sempre pronti a notare e condannare più dei nostri.

L'indulgenza, tuttavia, non consiste nel non volere vedere gli errori dei fratelli, nel semplice “chiudere gli occhi”. Gli errori vanno visti per poterli evitare noi e, se il Signore ce ne dà la grazia, correggerli nei fratelli. Essere indulgenti significa che, pur vedendo gli errori e i difetti dei fratelli, siamo disposti a concedere loro il perdono e quindi la possibilità di correggersi.

Fino a che punto si deve usare indulgenza? La risposta ce la dà il Signore dicendoci di perdonare non sette volte, ma «settanta volte sette», cioè sempre (cfr. Mt 18,22). Lasciamo al Signore che conosce la verità del cuore il giudizio e l’eventuale condanna.

«La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo». Anche noi a volte ci comportiamo proprio come figli del diavolo, del divisore per eccellenza: “seminiamo zizzania” mettendo divisione tra i nostri fratelli, fomentando rancori, instillando il dubbio l’uno verso l’altro col fare “porta e riporta” di cose che sarebbe bene non divulgare. Il Vangelo di oggi ci ammonisce: verrà “il tempo della mietitura”, e dovremo rendere conto dei frutti che abbiamo prodotto.

Facendo attenzione a noi stessi, allora, perché la zizzania non soffochi il buon grano e questo porti frutto, non arroghiamoci mai il compito di “estirpare la zizzania” dei fratelli e usiamo con loro l’indulgenza e la pazienza del Padre fino al momento della mietitura.

Fr. Marco

sabato 11 luglio 2026

Colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto

«Come la pioggia e la neve … così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 55, 10-11)

«Fratelli, ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio.» (Rm 8, 18-23)

«Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti» (Mt 13, 1-23)

La liturgia della Parola della XV domenica del Tempo Ordinario, quest’anno si apre con l’affermazione che Parola di Dio è efficace e non resterà senza effetto, senza aver operato ciò che Dio desidera e senza aver compiuto ciò per cui l’ha mandata (prima lettura); la Parola ha la capacità di cambiare la nostra vita, di portare frutto, di renderci sempre più “figli di Dio” conformandoci a Cristo (vedi seconda lettura).

Dinanzi questa “verità rivelata”, tuttavia, abbiamo una “verità fattuale”: purtroppo non è raro che le nostre vite così spesso e abbondantemente raggiunte dalla Parola di Dio, non cambiano. Come è possibile?

A questo interrogativo risponde il Maestro nel Vangelo: «Il seminatore uscì a seminare. … una parte cadde lungo la strada». Il seme è efficace e abbondante, ma non sempre il terreno in cui cade è disposto ad accoglierlo perché porti frutto. Può capitare che ascoltiamo la Parola con distrazione e superficialità (così tanto che, appena terminata la celebrazione, non ricordiamo che cosa è stato proclamato); siamo come la terra lungo la strada: impermeabili alla parola, non le permettiamo di penetrare nella nostra vita. È l’atteggiamento assunto da chi ascolta il Vangelo come fosse una “favoletta” che non ha niente a che fare con la vita reale e quindi non si preoccupa di comprendere ciò che il Signore gli sta dicendo. Per questa categoria di ascoltatori vale la condanna pronunciata dal profeta Isaia e oggi riportata nel Vangelo: «Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete». Sentono, ma non si preoccupano di comprendere e per questo si escludono dalla salvezza. «Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano.» L’atteggiamento dei discepoli, invece, è quello di interrogare il Maestro, di mettersi con sincerità dinanzi alla Parola per comprenderla e realizzarla.

«Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra» Altre volte, magari, ascoltiamo la Parola con entusiasmo, ma non siamo disposti a sopportare la “persecuzione” e il rifiuto di coloro i quali seguono la logica del mondo: appena la Parola ci chiede di metterci in opposizione al modo di pensare e di agire del “mondo”, rinunciamo e ci conformiamo al “così fan tutti”.

«Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono» Capita, anche, che ascoltiamo disposti ad accogliere la Parola con le migliori disposizioni, ma nella nostra vita sono presenti tante di quelle “preoccupazioni del mondo” (direbbe il Vangelo le cose “di cui si preoccupano i pagani”), che soffocano la Parola impedendole di portare frutto. È ciò che avviene, per esempio, quando abbiamo compreso che il Vangelo ci chiama al perdono, ma diciamo tra noi: “Se io perdono sempre, finirà che mi metteranno i piedi addosso … non posso essere sempre io a fare il primo passo!”. Oppure quando abbiamo capito che siamo chiamati a dare a chi ha bisogno, ma ci facciamo frenare dalla preoccupazione che ciò che oggi potremmo dare, domani potrebbe servire a noi.

«Un’altra parte cadde sul terreno buono» Purtroppo, se ci interroghiamo con sincerità, forse scopriremo che spesso abbiamo impedito alla Parola di entrare realmente nella nostra vita e portare frutto. In tal caso, ritengo che la prima cosa da fare, sia chiedere al Signore di “dissodare” il terreno del nostro cuore per renderlo idoneo ad accogliere la Parola. La pagina evangelica di oggi, inoltre, ci invita a prendere esempio dai discepoli e fermarci ad interrogare il Maestro sul Significato della Parola: ascoltiamo con attenzione e fermiamoci a meditare la Parola. Non lasciamola cadere senza comprenderla.

Prima di concludere, infine, vorrei attingere anche all’esperienza del serafico padre S. Francesco: egli metteva in pratica immediatamente ciò che comprendeva della Parola e ciò gli permetteva di comprenderla sempre meglio. Impariamo anche noi a fare così: mettiamo in pratica ora, subito, ciò che abbiamo compreso della Parola; anche se la nostra comprensione è parziale, il Signore ci darà una comprensione più profonda e la Parola porterà frutto in noi. Facendo in questo modo, giorno dopo giorno, faremo della nostra vita un capolavoro e contribuiremo alla piena realizzazione del Regno.

Fr. Marco

sabato 4 luglio 2026

Imparate da me, che sono mite e umile di cuore

 «Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina.» (Zc 9,9-10)

«Fratelli, voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.» (Rm 8, 9.11-13)

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11,25-30)

La liturgia della Parola della XIV domenica del tempo ordinario quest’anno ci presenta a modello l’umiltà e la mitezza del nostro Signore Gesù Cristo che chiama a se quelli che gli appartengono perché, imparando da Lui, possano avere ristoro, salvezza e vita.

« Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene» San Paolo nella seconda lettura, tratta dalla lettera ai Romani, ci ammonisce a non vivere secondo la carne, cioè assecondando i suoi desideri, ma secondo lo Spirito di Cristo. Si tratta dello stesso appello all’umiltà espresso con altri termini: vivere secondo la carne, infatti, nel linguaggio di Paolo, significa vivere secondo l’uomo vecchio tutto dedito a cercare il proprio piacere, la propria “gloria” (spesso “vana-gloria”), a gonfiare orgogliosamente il proprio io. Comportamento opposto a quello che il Maestro ci ha insegnato e mostrato.

Vivere secondo lo Spirito di Cristo, allora, significa lasciare che lo Spirito, effuso nei nostri cuori, ci guidi alla Verità su noi stessi e su Dio. Solo lasciandoci guidare alla verità saremo realmente umili: consapevoli di ciò che siamo (con le nostre miserie e i doni da condividere e fare fruttificare) e della misericordia infinita che il Padre ha per noi.

Perché lo Spirito possa guidarci alla verità su noi stessi e alla “conoscenza” del Padre che il Figlio ci ha donato, è necessario, però, riconoscere che tutto abbiamo ricevuto per grazia dal Padre: rinunciare ad ogni pretesa di virtù, di autoreferenzialità, di sapienza “carnale”, per farci “piccoli”, disposti a lasciarci guidare e ad imparare.

«Imparate da me, che sono mite e umile di cuore.» L’umiltà che oggi siamo invitati ad imparare è l’umiltà “di cuore”, quella autentica, che riguarda il nostro centro esistenziale, non “la maschera” che ogni tanto indossiamo a condizione, però, che nessuno osi correggerci. L’umiltà, infatti, è una virtù particolare: quando ci convinciamo di possederla, possiamo legittimamente sospettare di essercene allontanati.

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra …» Il primo frutto dell’umiltà è la gratitudine. Se entriamo nella verità di noi stessi, se riconosciamo che tutto abbiamo ricevuto per grazia, non potremo che sentire nascere in noi la gratitudine per il Padre che ci ama gratuitamente ed incondizionatamente.

Solo se saremo umili, inoltre, potremo essere “miti”, cioè docili alla volontà del Padre e misericordiosi verso i fratelli. Consapevoli dell’immenso amore misericordioso che il Padre nutre continuamente verso  di noi, saremo disponibili ad abbandonarci al Suo amore e a compiere la Sua volontà e avremo uno sguardo misericordioso verso i fratelli che, come noi (e forse meno di noi) sbagliano a causa della debolezza umana.

«Venite a me, … e io vi darò ristoro.» Liberati dal peso dell’orgoglio e dalla maschera di presunta perfezione che a volte indossiamo, abbracciando la Croce, “giogo d’amore” del Salvatore, troveremo infine ristoro dalle nostre oppressioni e gusteremo la dolcezza di camminare dietro il nostro Maestro.

Fr. Marco

sabato 27 giugno 2026

Chi non prende la propria croce e non mi segue, non giungerà alla Vita

 «Io so che è un uomo di Dio, un santo, colui che passa sempre da noi. Facciamo una piccola stanza superiore, in muratura, mettiamoci un letto, un tavolo, una sedia e un candeliere; così, venendo da noi, vi si potrà ritirare». (2Re 4,8-11.14-16)

«Consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù.» (Rm 6,3-4.8-11)

«Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.» (Mt 10,37-42)

Questa domenica, XIII del Tempo Ordinario, la liturgia della Parola ci chiede di accogliere e amare il Signore perché nella nostra esistenza possa entrare la Vita.

Nella prima lettura, tratta dal Secondo Libro dei Re, la donna che accoglie il profeta Eliseo intende accogliere “un uomo di Dio”; nella persona del profeta accoglie Dio e questo porta la Vita nella sua sterile esistenza.

La seconda lettura e la pagina di Vangelo, però, ci presentano la serietà esigente di questa accoglienza che diventa sequela. Seguire Cristo, infatti, significa lasciarsi plasmare da Lui, morire al peccato per vivere con Lui; perdere “la propria vita” per trovare la Vita in Cristo. San Paolo lo esprime bene nella lettera ai Romani: «Per mezzo del battesimo … siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova.»

«Chi ama padre o madre più di me non è degno di me …» Il Signore, che ci ama più di quanto noi possiamo immaginare, è “un Dio geloso”, usando un’espressione dell’Antico Testamento, un Dio che tutto si dà a noi e tutto ci chiede. A differenza della gelosia umana, però, la gelosia di Dio non nasce dalla insicurezza, ma dalla consapevolezza di essere l’unico a poterci dare la Vita che desideriamo. Per questo, perché ci ama e non vuole che sprechiamo la vita, ci chiede che la Viviamo pienamente.

«… chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me». Per fare esperienza della Vita Piena ed Eterna, quella “Vita in abbondanza” che Gesù è venuto a donarci (Cfr Gv 10,10), è necessario prendere e seguire. Il Maestro, infatti, non ci ha insegnato a subire la croce, a rassegnarci ad essa, ma a prenderla, ad abbracciarla. La Croce, non è quella sofferenza che subiamo nostro malgrado. La Croce è “il modo” con il quale facciamo della nostra vita un dono d’amore a Dio e ai fratelli sull’esempio di Cristo. Croce salvifica, allora, è quella persona alla quale faccio dono della mia vita morendo a me stesso; può essere mia moglie o mio marito; può essere una particolare “missione” … Può anche essere una malattia; non, però, quando viene subita, ma quando viene accolta e abbracciata per Amore di Cristo in obbedienza al Padre.

Perché la Croce sia salvifica, inoltre, bisogna che seguiamo Gesù: che scegliamo Lui come unico Maestro e non andiamo dietro ad altri maestri. È necessario che obbediamo alla Sua Parola e non agli insegnamenti del mondo.

Solo prendendo la nostra croce ogni giorno e seguendo Gesù, saremo suoi discepoli, degni di Lui. Solo perdendo la vita per amore, ne troveremo il senso pieno. Agli occhi del mondo, di quanti non conoscono Gesù, questo potrà apparire pazzia, uno spreco, ma i santi che ci hanno preceduto in questa strada testimoniano che solo in essa si trova il senso Pieno della Vita.

Se saremo riconosciuti uomini e donne di Dio, discepoli di Cristo, non mancheranno coloro i quali ci accoglieranno e soccorreranno ottenendo così la ricompensa e dimostrando di essersi anch’essi messi alla sequela di Colui che è passato beneficando tutti (At 10,38). Il Signore ce lo conceda.

Fr. Marco

sabato 20 giugno 2026

Coraggio, date testimonianza

«Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori vacilleranno e non potranno prevalere» (Ger 20,10-13)

«… se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti.» (Rm 5,12-15)

«E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima;  … chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli» (Mt 10,26-33)

In questa XII domenica del Tempo ordinario la liturgia della Parola ci invita a non avere paura e a confidare nel Signore nostro custode e difensore.

Il profeta Geremia, infatti, di cui ascoltiamo la vicenda nella prima lettura, è minacciato dai suoi avversari a causa di ciò che il Signore gli chiede di annunziare, ma non si scoraggia e ripone la sua fiducia nel Signore. Anche noi siamo esortati ad imparare da lui a fidarci del Signore: «i miei persecutori vacilleranno e non potranno prevalere».

«Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima». Nel Vangelo il Maestro esorta i suoi discepoli ad annunciare con coraggio la Verità senza preoccuparsi della persecuzione degli uomini.

La nostra vita è nelle mani amorevoli del Padre e persino i nostri capelli sono tutti contati. Di cosa dunque dobbiamo avere paura? La vittoria finale è del Signore che ha sconfitto anche il peccato e la morte.

«Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini …» È ciò che hanno fatto i martiri di tutti i tempi: vivendo la loro vita alla presenza di Dio, non hanno avuto paura degli uomini, e hanno reso testimonianza anche quando questo è costato loro persecuzione e morte (l’evangelista Matteo scrive avendo presente la persecuzione dei primi secoli).

Probabilmente non a tutti noi sarà richiesto il martirio cruento, ma sicuramente a tutti noi è chiesto di testimoniare la nostra fede dinanzi al mondo. Una testimonianza che al “mondo” dà fastidio. Nella società occidentale contemporanea, per esempio, si vorrebbe relegare la fede, quella cristiana in particolare, alla sfera privata. Oggi, magari in nome di un malinteso senso di pacifica convivenza, si vorrebbe che i cristiani non manifestassero in alcun modo la loro fede in pubblico. Manifestazione di questa tendenza sono le campagne periodiche per togliere i crocefissi dai luoghi pubblici, la tendenza a non fare i presepi nelle scuole ecc.

Un malinteso desiderio di libertà, inoltre, porta, in altri ambiti, a rifiutare ogni verità oggettiva, persino quella del proprio corpo, percepita come limitante la libertà. Si vive come limite alla propria libertà, per esempio, il fatto che due uomini non possano concepire un bambino e si vorrebbe ovviare “affittando” una donna che porti a termine la gravidanza e venga poi privata del bambino. Pratica inaccettabile (e attualmente illegale) perché riduce le persone a cose da usare a pagamento o addirittura da “comprare”. In questo contesto, i cristiani siamo invitati a dare testimonianza, a vivere pubblicamente la nostra fede, a non avere paura di annunziare la Verità.

Come cristiani, chiamati dalla Carità custodire la dignità dei fratelli e sorelle e ad annunziare la Verità del progetto d’amore del Padre, non possiamo tacere che tutto questo sia sbagliato. Da qui l’ostracismo e la persecuzione, incruenta – almeno nella maggior parte dei casi -  ma non per questo meno violenta, di chi difende la “famiglia tradizionale” formata da un uomo e una donna che si aprono alla vita (l’unica famiglia contemplata nella Rivelazione: Gen 1,27-28).

«Abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo» Ecco di cosa dobbiamo avere paura: del giudizio divino e della seduzione del maligno che, facendoci concentrare sul nostro limite creaturale, ci fa dubitare dell’Amore del Padre e ci fa ribellare a Lui. Lontano dalla Vita che è Dio, infatti, sperimenteremo la morte, la nostra vita sarà sprecata (la Geènna era la discarica ai tempi di Gesù)

«Chi mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli». Chiediamo il dono del Timor di Dio che ci faccia realmente temere di essere rinnegati da Cristo. Finche siamo con Lui, finché lo riconosciamo – coi fatti e nella verità – nostro Signore, la nostra vita è al sicuro nelle Sue mani. Se invece lo rinnegheremo, allora sì che saremo in balia delle potenze del mondo e avremo motivo di avere paura!

Restando uniti a Cristo, nostra Vita e nostra Salvezza, allora, testimoniamo la nostra fede e riconosciamo senza vergogna dinanzi agli uomini il nostro Signore Gesù Cristo. «Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!»

Fr. Marco

 

sabato 13 giugno 2026

Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi

«Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. … Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa». (Es 19,2-6)

«Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.» (Rm 5,6-11)

«Vedendo le folle, ne sentì compassione, … Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.» (Mt 9,36 – 10,8)

Questa domenica, XI del Tempo Ordinario, la liturgia della Parola ci presenta il mistero della chiamata gratuita di Dio. Come abbiamo ricordato celebrando la solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù che ci ha fatto contemplare l’Amore gratuito e fedele di Dio, siamo stati scelti e chiamati unicamente per amore e senza nostro merito. Questo amore diventa compassione per quanti sono perduti come pecore che non hanno pastore.

«Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto … Ora, se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza …» Sia la prima che la seconda lettura di oggi sottolineano che la chiamata e la salvezza precedono ogni merito da parte nostra: «Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi». Dio viene incontro all’umanità bisognosa offrendo per primo e con liberalità la Sua salvezza. Il Suo Amore gratuito, tuttavia, chiede di essere accolto: si propone, non si impone. «Chi ti ha formato senza di te, non ti renderà giusto senza di te.» così si esprime S. Agostino (Discorso 169). Il Signore ci chiede di accoglierlo con i fatti e nella verità come Signore della nostra vita ascoltando e obbedendo alla Sua Parola. Solo così sperimenteremo la salvezza e la libertà dei figli di Dio.

«Chiamati a sé i suoi dodici discepoli.» Il mistero della gratuità dell’Amore e della chiamata, naturalmente, riguarda anche coloro che sono chiamati ad essere ministri (servi) della Chiesa facendosi mediatori di quella salvezza gratuita che per primi essi hanno sperimentato: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

«I nomi dei dodici apostoli sono …» Mi consola sempre ascoltare i nomi degli apostoli. Uomini concreti, con le loro peculiarità caratteriali, con le loro difficoltà a comprendere, con le loro miserie umane. Uomini, tuttavia, che sentendosi chiamare si pongono alla sequela e resteranno con Gesù fino alla fine. Scelti liberamente dal Signore, rispondono come meglio possono. A loro Gesù dà l’autorità di annunziare il Regno e di operare per la salvezza dei fratelli. Per questo li ha chiamati: perché stessero con Lui e per mandarli a predicare (Cfr Mc 3,14-15).

Anche noi, ciascuno nella sua vocazione, siamo stati amati e chiamati gratuitamente dal Signore. Anche a noi Gesù chiede di restare con Lui, di metterci alla sua sequela, riconoscendolo, con i fatti e nella verità, Signore della nostra Vita. Anche noi, facendo memoria dei prodigi che Egli ha compiuto nella nostra vita, siamo chiamati ad ascoltare la Sua Parola e a custodire la Sua alleanza.

Temo, tuttavia, che non sia facile per noi credere di essere amati gratuitamente. Abituati a doverci meritare l’amore di chi ci sta accanto, magari sentendoci sempre giudicati da quanti vivono con noi, ci riesce difficile credere che Dio possa amarci senza nostro alcun merito; ci convinciamo di meritare in qualche modo l’amore di Dio e siamo sempre a pronti a giudicare i nostri fratelli che non meritano amore. Avvelenati dal sussurro del maligno che insinua il dubbio su Dio, abbiamo difficoltà a vedere i prodigi che continuamente Egli opera a nostro favore.

Eppure Gesù ci ama e ci ha salvati; e non smette di chiamarci alla Vita bella dei figli di Dio. Facciamo questo atto di fede, crediamo all’amore di Dio. Come Maria, che pur non comprendendo a pieno custodiva tutte queste cose nel suo cuore (Lc 2,51), anche noi custodiamo in noi la Parola di Dio, ruminiamola con l’aiuto dello Spirito Santo. Sperimenteremo la Vita piena che solo Lui può donarci.

Fr. Marco

sabato 6 giugno 2026

Ecco il pane degli angeli, pane dei pellegrini, vero pane dei figli

«Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.» (Dt 8, 2-3.14-16)

«Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane.» (1Cor 10, 16-17)

«In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.» (Gv 6, 51-58)

La liturgia della Parola della​ solennità del Corpo e Sangue del Signore ci presenta l’Amore misericordioso di Dio che si spinge fino a farsi nostro nutrimento perché abbiamo in noi la Vita.

«Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere.» La prima lettura, tratta dal Deuteronomio, ci presenta una rilettura dell’Esodo. Il lungo e faticoso cammino attraverso il deserto in cui il Signore  conduce il Popolo dopo averlo fatto uscire dall’Egitto, permetterà a Israele di fare esperienza della propria debolezza e della propria incapacità a salvarsi la vita. Sperimenterà che il suo unico sostegno, ciò di cui deve nutrirsi, è quanto esce dalla bocca del Signore. Ciò significherà, innanzitutto, obbedienza alla Sua Parola, ma anche accoglienza del “pane dal cielo”: la manna, un cibo prodigioso donato dal Signore che permette ad Israele di rimanere in vita nel deserto.

Pur permettendo la sopravvivenza del Popolo, tuttavia, la manna non poteva dare la Vita, ecco perché Gesù nel Vangelo ci mostra il vero “pane dal cielo”, il solo cibo che dà la Vita Eterna: Lui stesso, Parola definitiva del Padre (il Verbo di Dio), che dona il Suo Corpo e il Suo Sangue come nutrimento: «Questo è il pane disceso dal cielo …»

L’esperienza di Israele nel deserto è paradigmatica per noi: il Signore con la Sua Pasqua ci ha liberati dalla schiavitù del peccato e della morte. Il battesimo ci ha inseriti nella Passione e Resurrezione di Cristo; ma la libertà che il Signore ci ha donato, per essere accolta, perché la facciamo veramente nostra, comporta un lungo e faticoso cammino. Anche noi, nel deserto della vita, sperimentiamo l’umiliazione della nostra debolezza: l’incapacità di camminare nella via del Vangelo con le sole nostre forze.

Proprio a partire da questa consapevolezza, scopriamo l’immenso valore che ha per noi il Corpo e Sangue di Cristo. Veramente l'uomo non vive di solo pane, ma di quanto esce dalla bocca del Signore: della Sua Parola e del Suo Verbo fatto carne che per noi si fa pane del cammino, “pane dei pellegrini” dice la sequenza: mangiando questo Pane, possiamo trovare la forza per obbedire alla Parola e per giungere sempre più vicini a quella “terra promessa” che è la piena conformità a Cristo. Una conformità già iniziata nel battesimo, ma che, nutrendoci di Lui, facendo Comunione con Lui, deve crescere fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo (Cfr Ef 4,13) per divenire sempre più membra del Suo Corpo che è la Chiesa.

«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna.» Penso vada sottolineato che il Maestro usa il presente, non il futuro. La Vita Eterna è una realtà già presente in noi, non qualcosa che verrà. “Vita eterna”, infatti, non significa solo vita “senza fine”, ma anche e soprattutto una vita “qualitativamente” diversa: una vita piena, bella. Una vita che vale la pena di essere vissuta e non solo un infinito trascinarsi di giorni. La Vita Eterna, quindi, è già presente in chi si nutre del Corpo e Sangue del Signore; si tratta, tuttavia, di una presenza, “imperfetta”, non pienamente realizzata (quel “già e non ancora” che caratterizza il tempo della Chiesa); sarà pienamente realizzata alla resurrezione della carne.

Il dono della liberazione che ci è stato fatto nel battesimo, questa Vita Eterna già presente in noi che siamo morti e risorti con Cristo, è un dono che fa appello alla nostra responsabilità: siamo chiamati ad accogliere e custodire questo dono obbedendo sempre più perfettamente al Vangelo con la forza che riceviamo dall’Eucarestia. Ricorriamo con frequenza, allora, a questo “farmaco di immortalità”. Soprattutto quando sperimentiamo la nostra debolezza, quando ci sentiamo oppressi dalla nostra miseria; ricorriamo a questo “pane dei pellegrini” e riprendiamo a camminare fino alla piena realizzazione della nostra conformità a Cristo.

Fr. Marco

venerdì 29 maggio 2026

Il Padre ha tanto amato il mondo da dare il Figlio e lo Spirito

«Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà”». (Es 34,4-6.8-9)

«La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi.» (2Cor 13,11-13)

«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.» (Gv 3, 16-18)

Nella solennità della Santissima Trinità, la  Chiesa ci propone alla riflessione il Mistero centrale della nostra fede: l’unico Dio, Creatore del cielo e della Terra, è un solo Dio in tre Persone: il Padre (l’Amante) che dall’eternità genera il Figlio (l’Amato) donandosi totalmente a Lui e tutto ricevendo da Lui nello Spirito Santo (l’Amore).

È questo il Dio Vivo e Vero che il nostro Signore Gesù Cristo è venuto a farci conoscere: questa eterna processione d’Amore in cui le tre Persone divine hanno tutto in comune tranne la loro identità personale (l’essere rispettivamente Padre, Figlio e Spirito).

La prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo, ci porta sul monte Sinai con Mosè che, dopo il peccato di idolatria del popolo (il vitello d’oro), sale per la seconda volta sul monte a ricevere le tavole della Legge. In questo contesto, quasi a “correggere” l’errore del popolo che confondeva JHWH con uno degli idoli dell’Egitto, il Signore proclama il Suo Nome, rivela la Sua identità: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà».

Purtroppo, anche per noi non è lontano il pericolo di cadere nell’idolatria, di “farci un dio” in cui credere, un dio che risponda alla nostra esigenza di “ragionevolezza”; spesso è un dio a “nostra immagine”: esigente, pronto a condannare e a punire i nostri peccati; o, al contrario, un dio “senza pretese”, “bonaccione”, che, alla fine,  perdona tutti. Si tratta comunque di un “dio” fatto da noi e che quindi condivide i nostri limiti ed è incapace di salvarci.

«Dio ha tanto amato il mondo …» Nel linguaggio dell’evangelista Giovanni “mondo” indica generalmente ciò che nella Creazione rifiuta Dio. In questo senso, per esempio, lo usa Gesù in Gv 17,25: «Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto …». Tuttavia Dio ha tanto amato il mondo. Il Dio vivo e vero, rivelato da Gesù Cristo, è Amore; un Dio che Ama: misericordioso e pronto al perdono, ma che non tace la verità e corregge il peccato; un Dio che non rifiuta di camminare in mezzo al suo popolo, che si compromette con noi, che è pronto a scommettere su di noi. Il nostro Dio è il Padre che per salvarci ha inviato il Figlio nel mondo perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Lo stesso Padre che ha effuso il Suo Spirito che dentro di noi grida “Abbà, Padre”.

Il Dio di Gesù Cristo, il Dio Uno e Trino, Padre, Figlio e Spirito Santo, è Agape, Amore che si dona, Amore e Comunione dall’eternità. È proprio a questo mistero di comunione che ci rimanda S. Paolo nella seconda lettura invitandoci a vivere in comunione tra noi.

La rivelazione del Dio Uno e Trino, però, non si limita a rivelare di Dio ciò che nessun filosofo con la sua sapienza poteva raggiungere, ma rivela qualcosa anche sull’Uomo: creato ad immagine e somiglianza della Santissima Trinità, l’Uomo è costitutivamente relazione, è fatto per la relazione, per amare ed essere amato, ed è felice e pienamente realizzato solo nella relazione. L’uomo è immagine del Dio trinitario e come tale si realizza solo quando permette all’amore-relazione che è in lui di manifestarsi. Il Signore ci conceda, contemplando il suo Amore Trinitario e ciò che esso è capace di compiere in chi lo accoglie, di realizzare pienamente la nostra vocazione all’Amore per giungere a quella pienezza di vita per la quale siamo stati pensati fin dall’eternità.

Fr. Marco

sabato 23 maggio 2026

Ricevete lo Spirito Santo.Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi

 «Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.» (At 2,1-11)

«Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune.» (1Cor 12, 3b-7.12-13)

«Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”». (Gv 20, 19-23)

Questa domenica, solennità della Pentecoste, giunge a compimento il tempo pasquale: l’effusione dello Spirito sulla Chiesa nascente completa l’opera salvifica di Cristo. Come a fare un’inclusione con la domenica di Pasqua, la pagina di Vangelo oggi ci riporta ancora in quel “primo giorno della settimana”: d’ora in poi la Chiesa sarà inviata a rendere partecipe il mondo intero della redenzione e della Nuova Alleanza operata da Cristo con la Sua passione, morte e resurrezione. Ecco perché gli apostoli ricevono il dono dello Spirito Santo per la remissione dei peccati. Proprio a causa del peccato, infatti, l’uomo era incapace di vivere l’Alleanza, di amare Dio e i fratelli; dominato dal proprio egoismo, vedeva in Dio un rivale e attorno a sé soltanto dei nemici.

Con l’effusione dello Spirito nei nostri cuori, si compie pienamente la Nuova Alleanza annunciata dai profeti: «Scriverò la mia legge nei loro cuori» (Cfr. Ger 31, 31-34). Dio stesso, la Terza Persona della Santissima Trinità, si è donato a noi rendendoci capaci di compiere la “Legge nuova”.

Lo Spirito, infatti, lo sappiamo bene, è la Terza Persona della Santissima Trinità; è “Signore e dà la vita”, come diciamo nel Credo. Non è “un’energia”, ma una Persona divina, uno col Padre e il Figlio. Ricevendo lo Spirito Santo entriamo nel mistero della SS. Trinità. Mi piace la “descrizione” che della SS. Trinità fa S. Agostino: l’Amante (il Padre), l’Amato (il Figlio) e l’Amore (lo Spirito). Lo Spirito è, quindi, l’Amore tra Padre e Figlio, la reciproca e continua donazione di sé che il Padre fa al Figlio e il Figlio al Padre. Oggi, nella Pentecoste, noi celebriamo il nostro inserimento in questa circolarità d’amore.

L’uomo è “riconciliato”, guarito, dall’Amore stesso di Dio, dall’Amore che è Dio (il Dono e il Donatore coincidono!); è reso capace di Amare, di dire “Padre” rivolgendosi a Dio e di riconoscere che ha attorno dei fratelli.

Per questo il primo dono pasquale è la Pace: la Pace/riconciliazione con il Padre che ci rende capaci di riconciliarci con i fratelli. È possibile adesso superare tutte le divisioni e incomprensioni; le differenze non sono più ostacolo alla comunione (I lettura). Lo Spirito Santo, l’Amore effuso nei nostri cuori, crea Unità, ci rende un solo corpo: la Chiesa in cui ciascuno è “per” l’altro, rivolto verso l’altro, come le Persone divine sono l’Una per l’Altra. È questo ciò che San Paolo sottolinea nella seconda lettura: ogni dono particolare di ciascuno è per i fratelli e per la Chiesa tutta. 

Tradizionalmente la Chiesa ha individuato sette doni dello Spirito (sette è il numero della “pienezza”) che guidano i cristiani nella Vita Nuova in Cristo: Sapienza, Intelletto, Consiglio, Fortezza, Scienza, Pietà e Timor di Dio. La Sapienza fa gustare e vedere quanto è buono il Signore. L’Intelletto dà il senso delle realtà della fede, ce ne dà una sicurezza amorosa e ce ne fa percepire la bellezza. Il Consiglio è l’amore che ci rende attenti a capire come comportarci per essere riconosciuti figli di Dio. La Fortezza è la sopportazione e la calma fermezza nelle prove; è la mitezza dell’Agnello immolato e vincitore. La Scienza ci rende capaci di distinguere il bene e il male, percependo la nostra piccolezza e che tutto è nelle mani di Dio. La Pietà ci dice fino a che punto Dio è nostro Padre e va amato al di sopra di tutto; indica la nostra appartenenza a Dio e il nostro legame profondo con Lui, un legame che dà senso a tutta la nostra vita. Il Timor di Dio è la percezione della nostra piccolezza dinanzi alla Sua maestà e ci rende docili spingendoci nelle sue braccia: è lo “spirito d’infanzia” di cui scrive santa Teresa di Gesù Bambino.

Lo Spirito con i suoi doni è effuso nei nostri cuori fin dal Battesimo e la Sua Grazia è continuamente rinnovata in noi dai sacramenti. Dio, però, non ci fa violenza e vuole da noi la disposizione a consegnarci nelle Sue mani, a lasciarci modellare per divenire sempre più conformi al Figlio e così realizzare la nostra fondamentale vocazione: la Santità.

Fr. Marco.

sabato 16 maggio 2026

Gesù, assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo

 «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra» (At 1, 1-11)

«Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo … illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza e del suo vigore.» (Ef 1, 17-23)

«A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». (Mt 28, 16-20)

Oggi celebriamo la solennità dell’Ascensione del Signore al Cielo: il nostro Signore Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, introduce nel seno del Padre l’umanità che a causa del peccato aveva perso la comunione con Dio. Il Verbo del Padre, infatti, dopo avere assunto la nostra natura umana, aver vissuto in mezzo a noi condividendo le nostre miserie – eccetto il peccato - e avere offerto la sua vita per amore sulla Croce, è Risorto e ha istruito i suoi; ora ascende al Cielo portando nel seno del Padre la nostra umanità glorificata e ci dona la Speranza.

Questo ci ricorda san Paolo nella seconda lettura invitandoci ad accogliere lo Spirito di sapienza che viene dal Padre, perché la Fede illumini gli occhi del nostro cuore e possiamo testimoniare la nostra Speranza: il nostro destino è nei Cieli dove raggiungeremo il nostro Signore Gesù Cristo.

La Speranza cristiana, infatti, non è la speranza di cui un detto popolare afferma: «Chi di speranza vive, disperato muore»; non ha niente a che fare con la “speranza” aleatoria di vincere il superenalotto; la Speranza cristiana non è la speranza degli illusi, una speranza “incerta” e senza fondamento. La Speranza Cristiana è la “Speranza Certa” (come la chiama S. Francesco) di chi sa a chi ha creduto: Cristo che è la Via, la Verità e la Vita, il perfetto compimento di tutte le cose. Questa Speranza siamo chiamati a coltivare e a mantenere salda, testimoniandola con una vita tesa a raggiungere il nostro Maestro e Signore che oggi contempliamo ascendere glorioso, ma che un giorno «verrà nella Gloria per giudicare i vivi e i morti e il Suo regno non avrà fine», come diciamo rinnovando la nostra professione di Fede.

Celebrando la solennità dell’Ascensione, però, non facciamo soltanto memoria della “partenza” di Gesù dalla nostra realtà terrena, ma ricordiamo anche l’inizio del tempo della Chiesa. Già nella prima lettura vediamo tratteggiata la Chiesa nei suoi tratti essenziali: gli apostoli, testimoni della passione, morte e resurrezione di Gesù; lo Spirito promesso, il testimone per eccellenza che rivelerà ogni cosa (cfr. Gv 14, 26 e 15, 26); e il campo della missione: fino ai confini della terra. Nel Vangelo, inoltre, è presentato il momento in cui Gesù dona il mandato missionario alla Chiesa nascente: «fate discepoli tutti i popoli».

«In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato». Penso vada notato che la Chiesa cui Gesù consegna il mandato è “mancante” fin dalla sua origine: è macchiata dal peccato reso evidente dall’assenza di Giuda e dal “dubbio” degli apostoli. È a questa Chiesa, tuttavia, che il Signore promette l’assistenza dello Spirito, ed è questa Chiesa che manda ad annunziare il Vangelo. Il luogo che Gesù sceglie per incontrare i suoi e dare inizio al tempo della Chiesa, inoltre,  è la “Galilea delle genti” (Cfr. Mt 4,12-16), luogo di confine abitato da popoli pagani: fin dalle sue origini, la Chiesa è destinata ad essere luce per tutte le genti, ad essere “cattolica” (universale).

Parlando di Chiesa, però, è importante sottolineare ancora una volta che questa non è composta solo dal Papa, dai vescovi, dai presbiteri e dai religiosi e religiose: tutti i battezzati componiamo la Chiesa, il corpo di Cristo di cui siamo membra. Ciascuno ha una missione, una vocazione particolare all’interno di questo corpo; ma a tutto il corpo, quindi anche a ciascuno di noi, è dato il mandato di annunziare e soprattutto di testimoniare la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte. Nessun battezzato può sentirsi estraneo alla Chiesa cattolica o può esimersi dalla sua missione.

«Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.» Alla Chiesa nascente, oltre l’assistenza delle Spirito Santo (I lettura), il Signore promette anche la sua continua presenza. Avendo raggiunto l’eternità di Dio, Gesù è adesso presente, ovunque e in ogni tempo: dove due o tre sono riuniti nel suo nome (Cfr. Mt 18,20). 

Con questa Speranza e animati dallo Spirito, continuiamo oggi la nostra missione per instaurare il Regno di Dio. Cominciamo da noi permettendo a Cristo di essere sempre più il Signore della nostra vita.

Fr. Marco

sabato 9 maggio 2026

Il Padre vi darà un altro Paràclito

«In quei giorni, Filippo, sceso in una città della Samarìa, predicava loro il Cristo. E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo … gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samarìa aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni. Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo» (At 8, 5-8.14-17)

«Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.» (1Pt 3,15-18).

«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce.» (Gv 14, 15-21)

​La Parola di Dio della VI domenica di Pasqua, prossimi ormai alla Pentecoste, comincia a prepararci per accogliere il dono dello Spirito Santo, la terza Persona della Santissima Trinità, l’Amore tra il Padre e il Figlio. Un Amore che è “Persona”.

Nella pericope evangelica di oggi, tratta dal primo discorso d’addio ai suoi discepoli, Gesù promette la venuta di un altro Paràcilto, una parola che la traduzione precedente rendeva con “Consolatore”. Paràclito indica, in realtà, una precisa figura giuridica della società giudaica - il Goèl -, quasi un avvocato difensore. È anche “consolatore”, ma è soprattutto “soccorritore”: era la persona (spesso un parente) che pagava il debito di coloro che erano stati venduti perché incapaci di restituire il dovuto.

Il Maestro promette ai suoi che manderà «un altro Paràclito»; è Lui, infatti, che per primo si fa nostro soccorritore: donando la sua vita per noi, ci restituisce la possibilità di riconoscere il Padre e ci libera dalla schiavitù del peccato.

La liturgia della Parola di oggi ci presenta anche alcune condizioni da realizzare in noi per prepararci all’incontro con lo Spirito.

«Le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo» (prima lettura). I Samaritani prestavano attenzione, hanno avuto fede nell’annuncio del Vangelo. Prima “condizione” necessaria all’accoglienza dello Spirito, allora, è l’ascolto attento della Parola e la fede. Venendo a conoscenza di questa fede, gli apostoli impongono loro le mani perché ricevano lo Spirito. Il “luogo proprio” per ricevere lo Spirito, infatti, è la Chiesa, che conserva la “successione apostolica”. È la Chiesa il “canale privilegiato” attraverso cui ci giunge lo Spirito tramite le persone che il Signore ha scelto perché siano suoi ministri. Solo rimanendo in comunione con la Chiesa e i suoi pastori a cui il Signore ha promesso l’assistenza dello Spirito, quindi, abbiamo la garanzia di essere assistiti e guidati dallo Spirito.

«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito.» È nel Vangelo, tuttavia, che il Maestro ci indica la condizione essenziale: l’amore per Gesù, che si concretizza e dimostra nell’osservanza dei suoi comandamenti, e in maniera particolare del comandamento dell’Amore a Dio e ai fratelli, compendio di tutta la legge e i profeti. Un amore fino alla fine (Cfr. Gv 13,1) senza limiti.

L’uomo peccatore, tuttavia, si scontra qui con i suoi limiti. Come ci ricorda S. Agostino, infatti, «La misura dell’Amore è amare senza misura». Quante volte, invece, il nostro è un amore “condizionato”, limitato: «Gesù, io ti amo, ma non puoi chiedermi questo!»; «Io lo perdono, ma fino ad un certo punto. A tutto c’è un limite!». Altre volte, ancora peggio, il nostro amore è, calcolo, egoismo mascherato: “amiamo” finché ne ricaviamo un vantaggio, finché l’altro “mi serve”. 

Ecco perché abbiamo bisogno del “soccorritore”, dello Spirito: l’Amore di Dio che, effuso nei nostri cuori, ci insegna ad amare in maniera sempre più perfetta, a superare i nostri limiti. È un “circolo virtuoso”: Gesù ci chiede di amare con tutte le nostre forze, per quanto poche possano essere; in tal modo ci disponiamo a ricevere il soccorso dello Spirito e impariamo ad amare sempre meglio, a rispondere meglio alla volontà del Padre; se faremo ciò, incredibilmente, giungeremo a diventare “una cosa sola con Dio”: «In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.»

Se vivremo così, non potremo che essere riconosciuti dal mondo come “diversi” e ci chiederanno ragione della nostra speranza: della Vita eterna che è già cominciata in noi permettendoci di sconfiggere ogni paura; Gesù, il nostro Signore, ha sconfitto la morte e il peccato, nulla può più farci paura. Guidati dallo Spirito, anche noi saremo testimoni e annunciatori della Vita vera e contribuiremo alla salvezza del mondo.

Fr. Marco

sabato 2 maggio 2026

Non sia turbato il vostro cuore.

 

«… cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola». (At 6, 1-7)

«Carissimi, avvicinandovi al Signore, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo.» (1Pt 2, 4-9)

«Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? … Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto … io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre» (Gv 14, 1-12)

Il Vangelo della V domenica di Pasqua quest’anno ci presenta un messaggio di speranza: nella Casa del Padre (nel Regno e nella Chiesa) c’è un posto per tutti. Sollecitato da Tommaso, inoltre, il Maestro ci insegna come raggiungere questo posto: Gesù stesso è la Via, la Verità e la Vita.

«Non sia turbato il vostro cuore» Il Signore ci invita ad avere Fede, a fidarci di Lui e a seguire la Via che Lui ci mostra; l’unica via che corrisponde alla Verità del nostro essere e per la quale possiamo giungere alla Vita: la via dell’Amore che giunge fino alla donazione di sé.

Creati ad immagine del Dio che è Amore, a causa del peccato, purtroppo, siamo diventati incapaci di Amare: spesso, infatti, “il mondo” chiama amore ciò che in realtà è un interesse egoistico, un usare l’altro.

Con la Sua passione morte e resurrezione, però, Gesù ci ha restituito la capacità di Amare: lo Spirito Santo, l’Amore di Dio, effuso nei nostri cuori, che ci fa gridare “Abbà, Padre” (Cfr. Rom 8,15). Senza la Grazia che ci raggiunge nei sacramenti, infatti, non saremo capaci del vero Amore. 

Nella pagina di Vangelo di oggi, Gesù chiama a testimonianza della Sua persona le opere che compie: una vita spesa per Amore del Padre e dei fratelli che culmina nell’offerta di sé sulla croce. Il Maestro ci promette, inoltre, che, credendo a Lui, anche i suoi discepoli compiranno le opere che lui ha compiuto: impareranno ad Amare e a donare la vita.

Nella seconda lettura san Pietro parla di “pietre” dell’“edificio spirituale” e di “sacerdozio” per offrire “sacrifici spirituali”: ciascuno di noi battezzati, nella misura in cui si stringe a Cristo Pietra angolare, è parte dell’edificio spirituale della Chiesa e ha in essa un ruolo insostituibile. Ognuno badi di essere pietra utile a questa costruzione: stabile nella Grazia di Dio e aderente a Cristo. Il Signore provvederà a rigettare le “pietre di scandalo” che minacciano di fare crollare i fratelli.

La prima lettera di Pietro, inoltre, ci dà la possibilità di soffermarci sul sacerdozio battesimale che accomuna tutti i membri della Chiesa. Nel Battesimo, infatti, lo sappiamo bene, conformati a Cristo, tutti siamo stati unti Re, Sacerdoti e Profeti. Tutti i battezzati, quindi, siamo sacerdoti, chiamati ad offrire sacrifici spirituali graditi a Dio mediante Gesù Cristo.

Per comprendere meglio cosa siano questi sacrifici spirituali, ci viene incontro san Paolo: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale.» (Rom 12, 1); cioè: «Sia dunque che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio.» (1Cor 10,31). Fate tutto per la gloria di Dio. Offrite i vostri corpi (voi stessi). Tutto questo è possibile solo mettendo Amore per il Padre e per i fratelli in quello che facciamo.

Restando nell’ottica del sacerdozio regale comune a tutti i battezzati e dell’offerta spirituale di sé, mi voglio soffermare oggi su una particolare categoria di pietre scartate dal mondo, ma scelte e preziose davanti a Dio: i sofferenti nel corpo e nello spirito. Il mondo, dominato dalla logica dell’efficientismo, spesso giudica come inutili questi fratelli e sorelle. Proprio loro, invece, nella misura in cui accolgono la loro “croce” e accettano di vivere la sofferenza (cioè scelgono non di subirla, ma di viverla) trasformandola in offerta d’amore per Cristo, con Cristo e in Cristo, possono vivere in maniera speciale il sacerdozio battesimale diventando pietre preziose per la costruzione dell’edificio spirituale della Chiesa. Il Signore ce lo conceda.

Fr. Marco.

sabato 25 aprile 2026

Lasciamoci guidare dal pastore e custode delle nostre anime

 «… Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: “Salvatevi da questa generazione perversa!”». (At 2, 14.36-41)

«… anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, … Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime.» (1Pt 2, 20-25)

«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. … Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». (Gv 10, 1-10)

Nella quarta domenica di Pasqua, quest’anno la pagina di Vangelo ci presenta Gesù come “la porta”, dalla quale si accede alla Vita, e il Pastore che si prende cura delle sue pecore. A questo si unisce, nella prima e seconda lettura, l’invito dell’apostolo Pietro a “salvarci” da questa generazione e a seguire il pastore e custode delle nostre anime.

Nell’Antico Testamento spesso era utilizzata l’immagine del Dio-Pastore per presentare la cura amorosa di Dio per il suo popolo. Una cura che si rendeva manifesta anche attraverso i re che “pascevano” il popolo in nome di Dio.

L’immagine del popolo come gregge pasciuto da Dio, tuttavia, oggi facilmente viene interpretata come offensiva: dire ad una persona che è “come una pecora”, spesso significa dire che è incapace di decidere, che non è una persona autonoma e libera; e la libertà è, giustamente, considerata una caratteristica irrinunciabile della persona.

Cosa significa, però, essere liberi? Una risposta potrebbe essere: “decidere autonomamente che cosa fare”; espresso in termini più semplici: “fare quello che si vuole”. Ma cosa significa “fare quello che si vuole”? Significa fare quello che ci passa per la testa in un dato momento, o fare ciò che soddisfa il nostro desiderio profondo di la felicità? Mi sembra evidente che, se facessimo sempre tutto ciò che “ci passa per la testa”, in poco tempo ci rovineremmo la vita. Non credo, inoltre, che potremmo essere definiti liberi, ma schiavi delle nostre passioni e del desiderio del momento che ci impediscono di realizzare la nostra felicità.

La vera libertà , allora, è nel fare ciò che soddisfa la nostra sete profonda di felicità. Questo, però, comporta avere una considerazione più a lungo termine della vita: sapere fare oggi delle scelte, magari costose, per ottenere un risultato migliore domani. Anche in questo, però, scopriamo che non siamo “assolutamente liberi”; sono tanti i “progetti di felicità” che ci vengono messi davanti e sono numerosi coloro che si professano “pastori” promettendo serenità, giustizia ecc. e che tentano di condizionare le nostre scelte. Penso di potere affermare, quindi, che la nostra vera libertà consista solo nello scegliere quale “pastore” seguire.

«Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere». Oggi, forse più che al tempo di Gesù, sono veramente tanti i falsi pastori che non hanno interesse a “pascere le pecore”, ma che vogliono solo “pascere se stessi”. Tra esperti di marketing, pubblicitari, politici ecc. siamo continuamente contesi: come scegliere? Nel capitolo 10 del Vangelo di Giovanni, da cui è tratta la pagina odierna, Gesù stesso ci dà un criterio per distinguere il Pastore dai mercenari: il Buon Pastore (quello vero) dà la vita per le pecore (Gv. 10,11). Nel vangelo di oggi, inoltre, il Maestro evidenzia una caratteristica del vero Pastore: «egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome». Solo il Pastore, infatti, ci conosce e ama intimamente e singolarmente; solo Lui sa quale sia la nostra strada per giungere alla felicità cui aneliamo; solo Lui è venuto a donarci la Vita in abbondanza.

Se ci guardiamo attorno, sono tanti, purtroppo, coloro che vivono una vita che non li soddisfa; condizionati da qualche falso pastore, hanno fatto scelte che si sono rivelate insoddisfacenti per loro e adesso si trovano a vivere una vita che non è la loro, a “pedalare una bicicletta che non volevano” (“Ma è vita questa?” Quante volte ci capita di sentire affermazioni del genere!).

La IV domenica di Pasqua è anche la Giornata Mondiale di preghiera per le Vocazioni. Quanto è importante pregare perché i nostri giovani, ciascuno di noi, trovi la giusta Via della Vita, passi per la Porta, e seguendo il Pastore, giunga a quella Vita in abbondanza che Lui solo ci può donare.

Preghiamo allora, perché ancora oggi, Gesù, che ci ha liberato dal condizionamento del peccato e delle nostre passioni, continui a pascere il Suo popolo illuminandolo con la Sua Parola, nutrendolo con il Suo Corpo e il Suo Sangue e guidandolo con pastori che Lui ha scelto e consacrato. Saremo sufficientemente liberi da seguire il Buon Pastore?

Fr. Marco