sabato 28 febbraio 2026

Con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo

 «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione.» (Gen 12, 1-4)

«Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa …» (2Tm 1, 8b-10)

«… Ed ecco una voce dalla nube che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”. All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: “Alzatevi e non temete”». (Mt 17, 1-9)

La Parola di Dio della seconda domenica di quaresima ci rivolge tre imperativi “esortativi”: vattene (I lettura),  soffri con me (II lettura) e  alzatevi e non temete (Vangelo).

«Vattene … verso la terra che io ti indicherò.» Nella prima lettura ascoltiamo la “vocazione” di Abramo chiamato a lasciare le proprie sicurezze (terra e casa), incapaci di dargli possibilità di crescita, per intraprendere un cammino verso la Terra, la discendenza e la benedizione: il contenuto della Promessa che gli fa solo intravedere nella speranza. Al momento in cui Dio lo chiama, Abramo si trova in una situazione senza possibilità di sviluppo: egli, infatti, è in età avanzata, nomade e senza discendenza; i suoi beni (e la “sopravvivenza” del suo ricordo) sono destinati probabilmente al nipote Lot. Una situazione “senza infamia e senza lode” in cui, però, gode di alcune sicurezze. Il Signore lo invita a lasciare queste sicurezze per “osare” fidandosi della promessa. Fondato esclusivamente sulla fiducia, Abramo intraprende il cammino che lo porterà ad attraversare il deserto.

«Alzatevi e non temete». Nella pagina evangelica, Gesù, dopo avere mostrato ai suoi discepoli la Sua Gloria nella trasfigurazione perché ne facessero memoria al momento della passione, chiede loro di “alzarsi” e di non lasciare che la paura li paralizzi. La pagina evangelica di oggi, infatti, comincia con l’indicazione temporale (omessa dalla versione liturgica) «sei giorni dopo», con la quale l’evangelista Matteo richiama il primo annunzio della passione (Mt 16,21), e si conclude con il riferimento alla resurrezione dai morti. Lo scopo della trasfigurazione, quindi, è fare intravedere ai discepoli, spaventati dalla prospettiva della sofferenza del Maestro, l’esito finale del cammino di sequela cui sono chiamati (Mt 16, 24). Gesù, annunziato dalla Legge e dai Profeti (Mosè ed Elia), fa intravedere ai discepoli la sua glorificazione che sarà pienamente rivelata nella Resurrezione. Come ad Abramo, anche ai discepoli è chiesto di lasciare le proprie mediocri sicurezze, in cui li confina la loro paura, per intraprendere con il Maestro il cammino che li porterà ad attraversare il deserto della sofferenza per giungere alla pienezza della vita. 

Per giungere a questa gloria, tuttavia, è necessario passare attraverso la Croce accolta per amore. È questo il senso dell’esortazione che san Paolo rivolge a Timoteo e a noi nella seconda lettura: «Con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo». Attingendo all’Amore di Cristo manifestato nella Croce e guardando alla gloria futura, i discepoli siamo chiamati a prendere la nostra croce ogni giorno (Cfr. Mt 16,24) facendo della nostra vita un’offerta d’Amore a Dio e ai fratelli.

«Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento». Ritengo sia importante soffermarsi brevemente sul “compiacimento” di cui ci parla la “voce dalla nube”. Il riferimento immediato è al primo canto del Servo del Signore (Is 42, 1). Credo, tuttavia, che non sia errato richiamare anche il quarto canto in cui si dice che «al Signore è piaciuto (letteralmente: si è compiaciuto) prostrarlo nei dolori» (Is 53, 10). In Isaia il compiacimento è dovuto alla solidarietà del servo innocente con il popolo colpevole per il quale subisce il castigo; una solidarietà che giunge fino alle estreme conseguenze. Gesù realizza pienamente questa profezia accettando su di sé, lui l’unico innocente, tutto il male dell’umanità per mostrarci lo sconfinato Amore di Dio per ciascuno di noi.

Anche a noi oggi Gesù chiede di alzarci e di non temere; di lasciare le nostre “mediocri sicurezze”, le nostre “mezze misure” che ci fanno dire «fin qui, ma non oltre», per seguirlo nella follia dell’amore che non si risparmia, che non accetta compromessi. Solo chi prende la sua croce e segue il Maestro nella via dell’Amore senza riserve potrà giungere a quella Vita eterna e piena che il Padre ha pensato per noi.

Fr. Marco

sabato 21 febbraio 2026

Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato

 «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male» (Gen 2, 7-9. 3, 1-7)

«Fratelli, … se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo.» (Rm 5, 12-19)

« … “Se tu sei Figlio di Dio, … “Sta scritto …”. … Allora Gesù gli rispose: “Vattene, satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”. Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.» (Mt 4, 1-11)

La liturgia della Parola della prima domenica di quaresima ci presenta la realtà della tentazione e del peccato perché, entrando con Cristo nel deserto, con Lui possiamo uscirne vittoriosi.

Nella prima lettura, tratta dal libro della Genesi, ci viene presentata la radice di ogni peccato: il dubbio che veramente Dio ami l’uomo; la mancanza di fiducia nel Suo amore. È questo ciò che il serpente insinua nel cuore dei progenitori affermando: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male». È “l’anti parola”, la menzogna secondo la quale Dio, non volendo la piena realizzazione dell’uomo, avrebbe mentito.

Disobbedendo a Dio, però l’uomo scopre che ad avere mentito non è Dio, bensì il serpente, padre della menzogna. Il frutto della disobbedienza, infatti, è tutt’altro che l’essere come Dio: «Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi». Slegato dal vitale rapporto con il suo Creatore, l’uomo scopre drammaticamente la propria “nudità”, il proprio essere “limitato”, fragile; non riuscendo più a guardare al Padre con fiducia, inoltre, sperimenta la paura.

Il racconto del peccato delle origini ci mostra pure il “fascino del peccato”, l’attrattiva che esercita su di noi: buono da mangiare, gradevole, desiderabile per acquistare saggezza. È quello che S. Giovanni nella sua prima lettera chiama: «la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita» (1Gv 2,16). Dopo la disobbedienza, l’uomo scopre di non essere libero, ma schiavo dei propri bisogni: i bisogni fisici, della “carne”; il bisogno di apparire; il bisogno di potere.

Tutti gli uomini siamo soggetti a queste tentazioni, e, come ci ricorda oggi S. Paolo nella seconda lettura, tutti abbiamo peccato. Il peccato delle origini, la prima ribellione, è come un pugno di neve che si stacca dalla montagna; ad esso, lungo la caduta, si aggiunge altra neve (i nostri peccati) diventando una valanga. Un processo inarrestabile cui solo Gesù può porre fine.

Con la sua opera redentrice, infatti, Gesù ristabilisce il vitale rapporto con il Padre che è l’unica via per resistere alla tentazione. È questo il senso delle risposte che dà al satana nella pagina evangelica. Tre risposte che possiamo sintetizzare in tre fondamentali atteggiamenti da assumere.

«Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.» Il primo atteggiamento che ci viene raccomandato potremmo chiamarlo “creaturalità”, riconoscimento della nostra dipendenza da Dio: la consapevolezza, cioè, che l’unica cosa veramente necessaria e di cui non possiamo fare a meno è la relazione con il Padre dal quale viene la nostra vita.

«Non metterai alla prova il Signore Dio tuo.» Il secondo atteggiamento è “l’umiltà”, cioè lo “stare al proprio posto” davanti a Dio, senza metterlo alla prova («Se mi ami, allora …») e senza pretendere di “insegnargli a fare Dio”, ma fidandoci di Lui e della Sua volontà.

«Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto.» Il terzo atteggiamento, infine è la “purezza di cuore” cui è legata la beatitudine (Cfr. Mt 5,8), avere, cioè, un cuore “unificato”, non diviso, tutto rivolto al Padre e che, quindi non ha spazio per gli idoli che promettono una felicità che non possono dare.

Il tempo di quaresima appena iniziato è per noi come il deserto percorso da Israele e  nel quale Gesù è stato condotto subito dopo il battesimo: il luogo in cui mettersi in dialogo con Dio per scoprire, come direbbe S. Francesco, «Chi sei tu? e chi sono io?» (Cfr. FF 1915). Anche noi siamo invitati ad una più intima relazione con il Padre per scoprire cosa abbiamo nel cuore e purificare il nostro rapporto con Lui. Fuggiamo la tentazione che nasce dal dubbio e dalla paura, e fidiamoci del Padre che solo può saziare la nostra fame di Vita e felicità.

Fr. Marco

venerdì 13 febbraio 2026

Non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento alla Legge

 «Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno; se hai fiducia in lui, anche tu vivrai. Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà.» (Sir 15, 16-21)

«Fratelli, tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla.» (1Cor 2,6-10)

«Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.» (Mt 5, 17-37)

Domenica scorsa la pagina di Vangelo ci ricordava che, conformati a Cristo nel Battesimo, siamo chiamati ad essere sale della terra e luce del mondo. Questa domenica, sesta del Tempo Ordinario, il Signore, affermando di essere venuto non ad abolire ma a dare pieno compimento la Legge, ci esorta ad una giustizia che superi quella di scribi e farisei.

Gesù, infatti, compie pienamente la Legge andando ben oltre l’osservanza letterale. Scribi e Farisei, lo sappiamo bene, erano scrupolosi osservanti della Legge di cui si preoccupavano di mettere in pratica anche il più piccolo precetto; la loro, però, è un’osservanza puramente esteriore, arida, fatta per paura del castigo e per “meritare la salvezza”. Una “giustizia” autocentrata, che non è vista in relazione al tu di Dio e del fratello.

«Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno».  Nella prima lettura, l’autore del Siracide ci ricorda che la funzione della Legge è la custodia dell’Alleanza con Dio. È dalla nostra relazione con Lui e non dalla Legge che viene la nostra salvezza.

«Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei …» Il termine “giustizia” usato dall’evangelista indica le “opere giuste”, le “opere di pietà”, il “culto”; ritengo, tuttavia, che non sia del tutto errato intendere anche “la virtù della giustizia” da cui queste opere devono scaturire. La virtù cardinale della Giustizia consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto (CCC 1807). È quindi una virtù che ci orienta alla relazione ordinata e “autentica” con l’altro. Scribi e Farisei, come dicevamo, vivono una “giustizia” autocentrata, non in relazione con Dio e con i fratelli. Le loro “opere di giustizia” sono compiute mettendo in pratica scrupolosamente e letteralmente la legge per apparire irreprensibili e “acquistare meriti”. La nostra “giustizia” non può essere questa! Il Signore “guarda il cuore”, egli conosce ogni opera degli uomini (I lettura). Le nostre opere buone devono essere motivate dall’amore dei figli che vogliono compiacere il Padre, dalla relazione autentica con Dio e con i fratelli, per essere veramente “opere di giustizia”. Abbiamo, infatti, «ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo Abbà! Padre!» (Rm 8, 15).

Anche oggi, purtroppo, si può riscontrare in alcuni fratelli un “atteggiamento farisaico”. Capita, per esempio, che si vada alla Celebrazione Eucaristica domenicale solo per adempiere il precetto e non per incontrare il Signore. In tal caso, cercherò una Messa “breve”, non mi preoccuperò di arrivare puntuale, non mi curerò di ascoltare le letture … Magari penso di avere adempiuto il precetto, ma non ho realmente incontrato il Signore. Ancora: se mi confesso cinque minuti prima della Messa solo perché mi hanno insegnato che bisogna confessarsi per potere ricevere la Comunione, ma non ho fatto un serio esame di coscienza, non ho consapevolezza del mio peccato e, quindi, non intendo cambiare; se magari esordisco affermando: «io non ho peccati …»; oppure: «Le solite cose …»; magari penso di essere un buon cristiano, ma non ho davvero incontrato la Grazia: il Padre vuole darmi la Grazia e una vita più bella, ma io non sono disposto ad accoglierla.

Ricordiamo che il Signore guarda al cuore, all’intenzione con cui agiamo. È li che noi possiamo scegliere la vita e la morte, il bene e il male. È dal cuore che scaturisce la bontà o la malizia delle nostre azioni. Ecco allora che l’omicidio, l’adulterio e ogni opera cattiva, prima di consumarsi esternamente si consumano nel cuore.  Se, pur non commettendo un omicidio, chiudo il cuore al fratello nel bisogno, non perdono e medito vendetta, lascio libero sfogo alla mia ira, o distruggo socialmente un mio fratello (facendolo passare per pazzo o stupido), io l’ho ucciso nel mio cuore. Se comincio a coltivare un “desiderio violento” per una donna sposata o per un uomo sposato, un desiderio tale che aspetta solo l’occasione giusta per consumarsi, io nel mio cuore ho già commesso adulterio.

Oggi il Signore ci chiede di vivere autenticamente la nostra relazione con Lui; di non limitarci ad apparire giusti, ma di essere autenticamente ciò che siamo chiamati ad essere in relazione a Lui e ai fratelli: sale della terra e luce del mondo, testimoni del Suo Amore Misericordioso in cui riponiamo la nostra fiducia. Solo così il nostro culto, le nostre offerte, la nostra vita potrà essergli gradita.

Alziamo, allora, lo sguardo e spingiamolo verso l’eternità che il Padre ha pensato per noi. Relativizziamo le realtà terrene: la loro è un’importanza relativa (che è in relazione) a Dio. Non assolutizziamole, non permettiamo che ci dividano dal Padre, ma usiamone bene in vista dell’eternità.

Fr. Marco

sabato 7 febbraio 2026

Voi siete il sale della terra. Voi siete la luce del mondo

 «Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio» (Is 58, 7-10)

«… la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.» (1Cor 2, 1-5)

«Voi siete il sale della terra; … Voi siete la luce del mondo; … Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,13-16)

In queste prime domeniche del Tempo Ordinario la Parola di Dio ci sta aiutando a capire il sacramento del Battesimo che ci ha conformati a Cristo («santificati in Cristo Gesù» ci diceva San Paolo ai Corinti la seconda domenica) rendendoci membra del Suo Corpo Mistico che è la Chiesa (III domenica) e chiamati ad essere Beati (IV domenica).

In questa V domenica del Tempo ordinario, la pagina di Vangelo ci presenta i simboli del sale e della luce. Simboli che ci rimandano al Battesimo. Prima della riforma conciliare della Liturgia, infatti, al momento del battesimo si metteva un po’ di sale sulla bocca del neo battezzato perché ricevesse la Sapienza che viene da Cristo (la parola sapienza ha a che fare con il latino săpĕre e quindi con sapore); la liturgia battesimale, inoltre, oggi come allora, prevede che al neofita, nella persona dei genitori, venga consegnata una candela accesa al Cero Pasquale (immagine principale del Cristo risorto) come  simbolo della luce della Fede che deve guidarlo nella sua vita; una luce di cui sia il neofita che i genitori sono chiamati a prendersi cura.

Sale e Luce, inoltre, sono due elementi preziosi nella nostra vita, tanto che il sale era anticamente usato come moneta di scambio e fino qualche decennio fa era monopolio di Stato (si possono ancora vedere, magari in foto storiche, alcune antiche insegne: “sali e tabacchi”).

«Voi siete il sale della terra …» Il mondo di oggi sembra avere perso ogni sapienza: i nostri contemporanei sembrano avere smarrito il senso (il sapore) del loro vivere e sono abbagliati dalle false luci dell’egoismo, dell’edonismo, del possesso senza condivisione … Ingannandosi, pensano che seguendo queste luci potranno salvarsi la vita. L’inganno, però, si svela presto, giacché più si procede, più si scopre che da una vita così non si ottiene altro che stanchezza, insoddisfazione e inimicizie. Oggi il Maestro ci rivela una verità che, se da una parte ci riempie di gioia, dall’altra ci chiama a responsabilità: conformati a Cristo nel Battesimo, noi siamo il sale della terra e la luce del mondo! 

«Io sono la luce del mondo» ci ricorda Gesù in Gv 8,12. È Lui la Luce. Noi siamo luce, nella misura in cui ci lasciamo illuminare da Cristo. A noi cristiani è affidata, quindi, la responsabilità di portare al mondo la Luce vera che è Cristo! Siamo chiamati ad aiutare i nostri fratelli e sorelle a riscoprire il sapore della Vita; quella vita bella e “saporita/sapiente” che comincia qui e dura per l’eternità.

«… ma se il sale perde il sapore …» La pagina di Vangelo di oggi, però, ci mette in guardia: badiamo di non diventare anche noi "insipidi/insipienti"; badiamo a non fare spegnere o nascondere la luce che Cristo ha acceso in noi. In questo caso, infatti la nostra vita sarà stata inutile, senza senso essa stessa; avremo sprecato la vita!

Come Cristo, Luce del mondo, ha fatto brillare la sua luce dal “candelabro” della Croce, fulgido segno del suo Amore, anche noi, con il coraggio della Fede, impariamo giorno dopo giorno a vivere l’Amore nella nostra quotidianità. Pur senza dimenticare di fare quello che possiamo per i fratelli più bisognosi, cominciamo a vivere l’amore prima di tutto con coloro che ci sono più prossimi: nella nostra casa (cfr. Vangelo) e tra i nostri parenti (cfr. I lettura). Impariamo ad accoglierci e perdonarci nelle nostre debolezze, impariamo a condividere ciò che il Signore ci ha donato.

Se cominceremo a vivere così, anche solo nel “nostro piccolo mondo”, la luce della fede e dell’amore che Cristo ha acceso in noi si spanderà, contagerà chi ci sta accanto e pian piano trasformerà il mondo. Il Signore ce lo conceda perché la nostra vita possa essere quel capolavoro che Egli da sempre ha pensato per noi.

Fr. Marco.