sabato 4 aprile 2026

La luce dell'amore squarcia le tenebre del dolore: la Vita ha Vinto. Cristo è risorto. Alleluia

 « … ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome». (At 10,34a.37-43)

«Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra.» (Col 3,1-4)

«Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.» (Gv 20,1-9)

Nella Messa del giorno di Pasqua la pagina di Vangelo si apre con una costatazione: quando Maria di Magdala si reca al sepolcro era ancora buio. Probabilmente Maria, pressata dall’amore per il Maestro sepolto frettolosamente la vigilia della Pasqua, si è recata al sepolcro prima dell’alba per completare i riti della sepoltura; sappiamo, però, che il Vangelo di Giovanni ha una forte connotazione simbolica, quindi ci è lecito pensare che l’evangelista si riferisca anche allo stato d’animo di Maria: se il suo Signore è morto e sepolto, nel suo animo c’è oscurità, lutto, senso di una perdita irrimediabile ed irreversibile.

«Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!» Dinanzi al sepolcro vuoto, al pensiero che hanno portato via il corpo del Maestro, il lutto diventa sgomento e incomprensione. Maria porta la sconcertante notizia ai discepoli. L’attenzione si sposta adesso su Pietro e Giovanni, ma solo di quest’ultimo, quello che Gesù amava, si dice che vide e credette

Ecco un raggio di luce! Per vedere, infatti, è necessaria la luce. Non è sicuramente per caso che l'evangelista sottolinei che si tratta del discepolo che Gesù amava (trovo suggestiva la possibilità di leggere: “quello che amava Gesù”). È l’amore quella luce che permette a Giovanni di distinguere la “presenza” del Risorto, nei segni di un’assenza.

L’evangelista, infatti, precisa: «osservò i teli posati là, e il sudario …». Il verbo greco usato dall’evangelista indica un “guardare con attenzione”, osservare con calma, rendersi conto di ogni particolare, riconoscere i singoli oggetti e la loro collocazione. I teli giacevano posati là, afflosciati, a indicare che le bende non erano in disordine, ma che giacevano a terra come sgonfie, perché non vi era più il corpo che li sostenesse. Sarebbero stati in disordine, se qualcuno li avesse frettolosamente tolti per trafugare il corpo.

Ciò che conta è che il discepolo “credette” anche se non comprese (cfr. v. 9). L’amore è probabilmente quella luce che gli permette di intuire la realtà di ciò che non può comprendere.

«Chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome». La prima lettura collega una conseguenza fondamentale a questa Luce che permette di vedere, alla fede amante: il perdono dei peccati. S. Pietro ci dice, inoltre, che chi crede in Lui, chi, illuminato da questa fede amante, l’ha riconosciuto presente nella sua vita,  è invitato all’annuncio e alla testimonianza: «… ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare».

Il Signore Risorto è vivo e presente in mezzo a noi. Premuriamoci di purificare i nostri occhi e di ravvivare il nostro amore per poterlo vedere e riconoscere: la nostra vita ne sarà trasformata. Auguri.

Fra Marco.

sabato 28 marzo 2026

Benedetto colui che viene nel nome del Signore!

«A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: “Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?”. […]Quelli risposero: “Barabba!”. Chiese loro Pilato: “Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?”. Tutti risposero: “Sia crocifisso!”. Ed egli disse: “Ma che male ha fatto?”. Essi allora gridavano più forte: “Sia crocifisso!” […] Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce.».(Mt 26,14 – 27,66)

Questa domenica, detta delle palme o domenica della Passione, come ogni anno facciamo memoria dell’ingresso messianico di Gesù a Gerusalemme. In ricordo del suo ingresso trionfale, benediciamo le palme e processionalmente ci avviamo in chiesa dove siamo invitati ad ascoltare e meditare sulla Passione di nostro Signore che quest’anno ci viene raccontata dal Vangelo secondo Matteo.

Il racconto della Passione di Gesù, infatti, è sempre occasione di meditazione e di contemplazione: contemplo il grande amore con cui sono stato amato e medito sull’insufficienza della mia corrispondenza, sul peso che il mio peccato aggiunge alla Croce di Cristo. Nell’ascoltare la Passione raccontata dall’evangelista Matteo, due momenti mi colpiscono particolarmente: il dialogo di Pilato con la folla e il fatto che Simone di Cirene venga costretto a portare la croce.

Mi risuonano dentro le parole del dialogo di Pilato con la folla. Una folla che pochi giorni prima aveva accolto festante Gesù, riconoscendolo il Messia atteso, e che ora grida “crocifiggilo”. In questo cambiamento di atteggiamento scorgo l’inconsistenza dell’uomo, la mia incostanza e incoerenza. Veramente posso solo affidarmi alla fedeltà di Dio! A ben guardare, però, l’evangelista Matteo racconta anche un’altra cosa importante: la folla che acclama l’ingresso messianico di Gesù non è la stessa che poi griderà “crocifiggilo”; è composta dai pellegrini che con Gesù giungono a Gerusalemme per la festa di Pasqua; la gente di Gerusalemme, invece è scossa e turbata dall’ingresso di Gesù (Mt, 21,10). Sono coloro che hanno compiuto il cammino penitenziale verso Gerusalemme che possono riconoscere e gioire per il Messia atteso, gli altri lo vedono come un turbamento della loro quiete.

«Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?» Il Vangelo ci dice chiaramente che la folla fu sobillata dai sacerdoti perché richiedessero la liberazione di Barabba piuttosto che quella di Gesù. Gesù o Barabba? Il giusto o il “conveniente”? Nell’alternativa posta da Pilato e nella risposta della folla scorgo tutte quelle volte in cui, per paura o per interesse, nelle varie scelte che la vita mi impone, non scelgo ciò che so essere giusto, ma ciò che è più conveniente, pur sapendo che è sbagliato. Che, magari, va a scapito di un innocente. Guardandomi attorno, purtroppo, vedo una società che facilmente si lascia affascinare dal guadagno immediato piuttosto che dalla verità. Come è facile cadere nella tentazione di “vendersi” per la promessa di un lavoro, di un aumento, …

«Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce». Simone di Cirene probabilmente neanche conosce Gesù. Forse si trova solo a passare di là. Non sono là i discepoli con cui Gesù ha condiviso tanto; quelli che Gesù ha chiamato amici; quelli che avevano professato amore fedele al Maestro; quelli che avevano detto: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò» (v. 35). Loro non ci sono. Forse sono nascosti tra la folla, ma non sono lì a condividere la sorte del Maestro. Lì c’è Simone che a questa condivisione viene costretto suo malgrado, ma che non mancherà sicuramente di ricevere la sua ricompensa. Quante volte anch’io ho fatto promesse di fedeltà al Signore, ho professato il mio amore per lui, ma al momento della prova sono venuto meno. Altre volte, invece, per grazia di Dio, mi trovo costretto a “portare una croce” che non voglio, che non avevo preventivato, che non è la mia. Sul momento mi pare un sopruso e mi ribello. Solo in un secondo momento comprendo che è stata una grazia, un’occasione per portare la Croce di Gesù … un’occasione che magari potevo vivere meglio.

Gesù, tu che sulla Croce preghi per i tuoi crocifissori, abbi pietà di noi e concedici di sapere sempre rendere testimonianza alla Verità, di avere sempre la forza di scegliere ciò che sappiamo essere giusto, anche quando non ci conviene, anche quando perdiamo un ingiusto privilegio o andiamo incontro a persecuzioni. Concedici, Signore, di portare la Croce con Te, di riconoscerti nei crocifissi del mondo e di farci cirenei dei nostri fratelli.

Concedici di ricordare sempre le tue Parole: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.» (Mt 5, 11-12)

Fra Marco.

sabato 21 marzo 2026

Io sono la risurrezione e la vita


 «Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio.» (Ez 37,12-14)

«Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio.» (Rm 8,8-11)

«Gesù le disse: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?”. Gli rispose: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo”». (Gv 11,1-45)

Nell’itinerario di scoperta del Battesimo seguito dalle domeniche quaresimali dell’anno A, la Parola di Dio delle scorse domeniche, nel racconto della samaritana e del cieco nato, ci ha presentato Gesù come Colui che ci dona l’acqua viva, l’unica che può soddisfare la nostra sete di Vita, di Verità e di Bene e come Luce del mondo che ci fa riconoscere l’opera di Dio e la Sua volontà. La pagina di Vangelo di questa quinta domenica ci presenta Gesù, come la risurrezione e la vita, Colui che sconfigge la morte e ci dona la Vita.

La liturgia della Parola di questa domenica, infatti, ci presenta Dio come Colui che chiama il suo popolo ad uscire dal sepolcro (I lettura) e che dà la vita ai nostri corpi mortali (II lettura). Nella pagina evangelica, inoltre, Gesù mostra il suo essere vero Uomo e vero Dio: mostra la sua umanità commuovendosi per il dolore di Marta e Maria; mostra la sua divinità nel proclamare «Io sono la risurrezione e la vita» parole confermate col restituire la vita a Lazzaro.

L’evangelista Giovanni sottolinea che Gesù ama i suoi amici Lazzaro, Marta e Maria, presso i quali sta volentieri condividendo le loro gioie e le loro sofferenze. Gesù vive pienamente le emozioni umane: dinanzi la morte dell’amico e il lutto di Marta e Maria, il Signore è molto turbato, si commosse profondamente  e scoppiò in pianto. Davvero Gesù è colui che ama la vita: sta per compiere un grande miracolo, ma non può fare a meno di piangere di fronte al sepolcro di Lazzaro.

«Lazzaro, vieni fuori!» Si realizza pienamente quanto aveva detto Dio per bocca del profeta Ezechiele: «Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri». Il miracolo non è solo atto di amore fraterno, bensì un Segno, una manifestazione della divinità di Gesù e dell'amore di Dio per l'uomo. Il Segno ha una finalità universale: si rivolge a tutta l'umanità; Gesù infatti precisa di avere compiuto il miracolo della risurrezione di Lazzaro «per la gente che mi sta attorno, perché credano che Tu mi hai mandato».

«… chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno». Che Dio abbia il potere di vincere la morte è già affermato nell’Antico Testamento in alcuni passi del quale troviamo pure la fede nella resurrezione dell’ultimo giorno (per es. Dn 12,2) a cui accenna Marta nel Vangelo odierno. Il Vangelo di questa domenica, però, va oltre questa speranza futura perché vede già date in Gesù “la risurrezione e la vita” che sono così attuali. Gesù è venuto a donarci la Vita. Lui è la Risurrezione la Vita: mediante il Battesimo, resi partecipi del Suo mistero Pasquale, noi siamo morti e risorti con Lui; ha avuto inizio in noi la Vita Nuova, Vita nello Spirito che il mondo e la morte non ci possono togliere. Cristo ci ha donato la Vita. Noi dobbiamo, però, accoglierla, compiere questo passaggio dalla morte alla Vita, credendo in Lui (Gv 11,26), fidandoci di Lui, quindi osservando i suoi comandamenti, cioè amandoci gli uni gli altri (cfr. per es. Gv 15,12): «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte.» (1Gv 3,14)

Chi crede in Gesù, quindi, chi rinasce in Lui nel Battesimo, non deve più temere la morte perché vive una Vita che è altra rispetto alla vita biologica destinata a finire, vive la Vita nello Spirito.

A questo punto però penso sia bene chiederci: io credo che Gesù è la risurrezione e la vita? Vivo secondo la carne o secondo lo Spirito? Come ci ricorda oggi la seconda lettura, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. Nel Vangelo di Matteo Gesù ci dona il criterio per fare discernimento in noi prima che negli altri: «dai frutti li riconoscerete» (Mt 7,16) e, come già citato, primo dei frutti della Vita è l'amore dei fratelli. Scrivendo ai Galati S. Paolo elenca quali sono le opere della carne e quali il frutto della Spirito: «sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,19-23). Per “opere della carne”, quindi, non si intende solo e soprattutto ciò che riguarda la sfera sessuale. È opera della carne anche tutto ciò che ha a che fare con l’orgoglio (che è idolatria del proprio io) e che porta divisione.

Per capire se viviamo secondo la carne o secondo lo Spirito, allora, non ci resta che da vedere quali opere/frutti produciamo. Se dovessimo scoprire di essere tra quelli che vivono sotto il dominio della carne, convertiamoci finché ne abbiamo la possibilità: accogliamo lo Spirito e lasciandoci convincere del nostro peccato in modo da consegnarlo alla Misericordia del Padre e, abbandonando le opere della carne, camminiamo secondo lo Spirito. Saremo tra quanti credono in Lui e non moriranno in eterno.

Fr. Marco

sabato 14 marzo 2026

Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore.

 «Il Signore replicò a Samuele: “Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore”». (I Sam 1, 4.6.7.10-13)

«Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. … Non partecipate alle opere delle tenebre … ma piuttosto condannatele apertamente.» (Ef 5,8-14)

«… sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: “Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe”, che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. … “Tu, credi nel Figlio dell’uomo?”. Egli rispose: “E chi è, Signore, perché io creda in lui?”. Gli disse Gesù: “Lo hai visto: è colui che parla con te”. Ed egli disse: “Credo, Signore!”» (Gv 9, 1-41)

La quarta domenica di quaresima è detta domenica laetare perché l’antifona d’ingresso ci invita a rallegrarci e la liturgia della Parola ci presenta la simbologia della luce che ci permette di vedere e di gioire della vita. La luce, infatti, ci permette di distinguere le cose, di dare un senso a ciò che abbiamo davanti; ci permette di orientarci e prendere la giusta direzione. Al buio, invece, tutto risulta confuso e capita spesso di sbagliare direzione. La tenebra è il simbolo della tristezza, del caos, del non senso, della morte. Ecco perché fa paura.

La pagina evangelica di questa domenica si colloca nel contesto della Festa delle Capanne, una festa giudaica caratterizzata dall’abbondanza di luminarie. In questa festa piena di luci, Gesù si presenta come la Luce del mondo. La luce nella quale i ciechi tornano a vedere, ma che manifesta la cecità di coloro che la rifiutano.

Tra le tante tematiche presenti nei quarantuno versetti del brano evangelico, lasciandomi guidare dalle altre letture della liturgia odierna, ritengo importante sottolineare la tematica battesimale: la guarigione del cieco nato è simbolo di ciò che è avvenuto in noi. Nelle acque del battesimo anche noi siamo stati ri-creati, siamo stati guariti, siamo stati illuminati, ci sono stati aperti gli occhi per vedere e riconoscere il Signore che opera nella nostra vita. Anche noi siamo diventati “inviati” (la piscina di Siloe che significa inviato) a portare questa luce al mondo con le nostre opere da figli della luce.

«Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» I discepoli pongono a Gesù una domanda sulla relazione tra peccato e malattia. Il Maestro non si pronunzia sul legame peccato-malattia, ma evidenzia che la cecità, la sofferenza, è costitutiva dell’uomo lontano da Dio. Dopo la disobbedienza delle origini, ogni uomo che nasce è “malato”, “cieco”, bisognoso di una luce che non può darsi da solo. Gesù è il “medico celeste” che viene a guarire la radice delle nostre infermità. Nel cieco nato, quindi, possiamo riconoscere ogni uomo bisognoso della Luce per comprendere il senso della propria esistenza.

Per operare la guarigione del cieco, il Signore si serve del fango: avviene come una nuova creazione (cfr. Gen 2,7). Come nella creazione descritta in Genesi, infatti, Gesù “separa” la luce dalle tenebre (cfr Gen 1,1-5) per ridurre il Caos (il non senso della vita) al Cosmo: una vita piena di senso in cui tutto è ordinato al giusto fine.

 La luce della fede che ci è stata donata nel battesimo nel simbolo della candela accesa al cero pasquale, infatti, scaccia la paura generata dalle tenebre. Conosciamo la Verità, sappiamo di avere un Padre che ci ama al di là di ogni nostra immaginazione. La luce che è in noi, inoltre, ci permette di vedere la realtà con occhi nuovi, capaci di scorgere il senso profondo delle cose; capaci di vedere non l’apparenza, ma il “cuore” della realtà (cfr. I lettura), così da riconoscere la Volontà d’amore del Creatore e vivere nel giusto modo le realtà create.

«Siamo ciechi anche noi?». Alcuni farisei che seguono Gesù interrogano il Maestro. Forse vorrebbero essere rassicurati. «Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane». L’unico peccato che non può trovare perdono (Cfr. Mc 3,29), infatti, è proprio l’ostinato rifiuto della Luce, la pretesa di non avere bisogno di Gesù. Costoro, dice S. Paolo «Dio li ha abbandonati alla loro intelligenza depravata ed essi hanno commesso azioni indegne: sono colmi di ogni ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d'invidia, di omicidio, di lite, di frode, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, arroganti, superbi, presuntuosi, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E, pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo le commettono, ma anche approvano chi le fa.» (Rm 1,28-32)

Portando la Luce di Cristo in un mondo sempre più preda della violenza che diventa aggressione e del libertinaggio in cui tutto viene stravolto e piegato al piacere egoistico, possiamo e dobbiamo senza timore denunciare il non senso delle “opere delle tenebre". Gesù stesso altrove ci mette in guardia: «Bada dunque che la luce che è in te non sia tenebra.» (Lc 11,35).

Fr. Marco

sabato 7 marzo 2026

I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità

 «Il Signore disse a Mosè: “Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà”». (Es 17, 3-7)

«… l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.» (Rm 5, 1-2.5-8)

«​“Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità”». (Gv 4, 5-42)

La Parola di Dio della terza domenica di quaresima anno A ci presenta il simbolo dell'acqua, simbolo potente e fortemente evocatore: immagine di purezza e soprattutto elemento essenziale per la nostra vita. Un simbolo che ci richiama l’origine della nostra vita cristiana: l’acqua del Battesimo per la quale siamo nuove creature.

La pagina evangelica che è stata proclamata, si snoda attorno ad un pozzo e a due assetati. I discepoli sono andati al villaggio a prendere da mangiare e Gesù è solo. La donna che va a prendere acqua a mezzogiorno non ha nome, perché è presa dall’evangelista come simbolo dell'intera regione della Samaria e di tutti gli scismatici che la abitano.

«Dammi da bere». Gesù si accosta alla Samaritana come un assetato. Nel dialogo, però, il Maestro fa emergere la “sete esistenziale” di questa donna, la sete d’amore per estinguere la quale aveva avuto “cinque mariti”. Come Israele nel deserto, infatti, l’umanità soffre la sete. Una “sete di vita”, “sete di senso”, la “sete d’amore” che, anche senza esserne consapevoli, è sete della vitale relazione con il Padre. L’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio che è Amore (cfr. 1Gv 4,8), ha “sete d’amore”: ha bisogno di amare ed essere amato per essere felice. Per estinguere questa sete, l’uomo spesso scava “cisterne screpolate” (cfr. Ger 2,13) credendo di potersi “dissetare” possedendo cose e persone. Ma, come dice S. Agostino, il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Dio. Solo la relazione con Lui può donarci quella Vita cui aneliamo. Gesù viene in mezzo a noi proprio per darci l’acqua viva, che sola è capace di estinguere la nostra sete.

Può capitare anche a noi, come Israele provati dalla sete e smarriti nel deserto della vita, di dubitare dell’amore di Dio e mormorare: «Il Signore è in mezzo a noi, sì o no?» (I lettura).
Per dare una risposta a questo interrogativo esistenziale, oggi Gesù si mostra a noi mendicante del nostro amore. Sulla Croce dirà: «Ho sete»; oggi alla samaritana dice: «Dammi da bere».  

Proprio per estinguere la Sua e la nostra sete, Gesù viene ad aprirci la “sorgente di acqua viva”. Non è un caso che, dopo che Gesù ha mostrato alla donna la sua “sete” rimasta insoddisfatta dai “cinque mariti”, la samaritana interroghi il Maestro sul luogo in cui adorare Dio. La risposta di Gesù le indica dove “dissetarsi”: «I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità». È Lui la Sorgente, è Lui la Verità, colui che ci rivela la vera immagine del Padre, colui che viene a donarci lo Spirito che in noi grida: “Abbà, Padre” (Cfr. Rm 8, 15 e Gal 4,6). È Lui la vera “roccia” che percossa dalla lancia sulla Croce fa scaturire la Grazia dei Sacramenti mediante i quali veniamo sempre più conformati a Lui.

«I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità». In questo versetto viene richiamato il “culto spirituale”, quello reso in forza dello Spirito Santo che, dopo l'ascensione di Cristo, dimora sempre con i discepoli. È un culto nella Verità, cioè conforme alla Volontà del Padre espressa in Cristo. Non necessita più di un “tempio di mura” (cfr Gv 2,20-21), perché il nuovo Tempio è il Corpo di Cristo, la Chiesa, l’assemblea dei battezzati e al suo interno ogni Cristiano reso conforme a Cristo nel Battesimo. Il culto spirituale non è staccato dalla vita quotidiana che, anzi, è il suo “luogo proprio”: l'obbedienza al messaggio d'amore di Cristo, facendo di ogni nostro gesto un’offerta d’amore di sé stessi al Padre ed ai fratelli, è il nuovo culto spirituale in cui “tempio”, “offerta” e “sacerdote” coincidono in Cristo e nei suoi discepoli a Lui resi conformi nel Battesimo. È ciò che ci raccomanda S. Paolo nella Lettera ai Romani: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale.» Rm 12,1

Rinati in Lui nel Battesimo, resi conformi al Figlio amato, adesso siamo “in pace con Dio” (II lettura). In noi è stata riversata l’acqua viva dello Spirito. Siamo divenuti tempio dello Spirito. Adesso è la nostra vita il luogo in cui adorare il Padre corrispondendo alla Grazia per essere sempre più conformi a Cristo.

Fr. Marco

sabato 28 febbraio 2026

Con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo

 «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione.» (Gen 12, 1-4)

«Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa …» (2Tm 1, 8b-10)

«… Ed ecco una voce dalla nube che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”. All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: “Alzatevi e non temete”». (Mt 17, 1-9)

La Parola di Dio della seconda domenica di quaresima ci rivolge tre imperativi “esortativi”: vattene (I lettura),  soffri con me (II lettura) e  alzatevi e non temete (Vangelo).

«Vattene … verso la terra che io ti indicherò.» Nella prima lettura ascoltiamo la “vocazione” di Abramo chiamato a lasciare le proprie sicurezze (terra e casa), incapaci di dargli possibilità di crescita, per intraprendere un cammino verso la Terra, la discendenza e la benedizione: il contenuto della Promessa che gli fa solo intravedere nella speranza. Al momento in cui Dio lo chiama, Abramo si trova in una situazione senza possibilità di sviluppo: egli, infatti, è in età avanzata, nomade e senza discendenza; i suoi beni (e la “sopravvivenza” del suo ricordo) sono destinati probabilmente al nipote Lot. Una situazione “senza infamia e senza lode” in cui, però, gode di alcune sicurezze. Il Signore lo invita a lasciare queste sicurezze per “osare” fidandosi della promessa. Fondato esclusivamente sulla fiducia, Abramo intraprende il cammino che lo porterà ad attraversare il deserto.

«Alzatevi e non temete». Nella pagina evangelica, Gesù, dopo avere mostrato ai suoi discepoli la Sua Gloria nella trasfigurazione perché ne facessero memoria al momento della passione, chiede loro di “alzarsi” e di non lasciare che la paura li paralizzi. La pagina evangelica di oggi, infatti, comincia con l’indicazione temporale (omessa dalla versione liturgica) «sei giorni dopo», con la quale l’evangelista Matteo richiama il primo annunzio della passione (Mt 16,21), e si conclude con il riferimento alla resurrezione dai morti. Lo scopo della trasfigurazione, quindi, è fare intravedere ai discepoli, spaventati dalla prospettiva della sofferenza del Maestro, l’esito finale del cammino di sequela cui sono chiamati (Mt 16, 24). Gesù, annunziato dalla Legge e dai Profeti (Mosè ed Elia), fa intravedere ai discepoli la sua glorificazione che sarà pienamente rivelata nella Resurrezione. Come ad Abramo, anche ai discepoli è chiesto di lasciare le proprie mediocri sicurezze, in cui li confina la loro paura, per intraprendere con il Maestro il cammino che li porterà ad attraversare il deserto della sofferenza per giungere alla pienezza della vita. 

Per giungere a questa gloria, tuttavia, è necessario passare attraverso la Croce accolta per amore. È questo il senso dell’esortazione che san Paolo rivolge a Timoteo e a noi nella seconda lettura: «Con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo». Attingendo all’Amore di Cristo manifestato nella Croce e guardando alla gloria futura, i discepoli siamo chiamati a prendere la nostra croce ogni giorno (Cfr. Mt 16,24) facendo della nostra vita un’offerta d’Amore a Dio e ai fratelli.

«Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento». Ritengo sia importante soffermarsi brevemente sul “compiacimento” di cui ci parla la “voce dalla nube”. Il riferimento immediato è al primo canto del Servo del Signore (Is 42, 1). Credo, tuttavia, che non sia errato richiamare anche il quarto canto in cui si dice che «al Signore è piaciuto (letteralmente: si è compiaciuto) prostrarlo nei dolori» (Is 53, 10). In Isaia il compiacimento è dovuto alla solidarietà del servo innocente con il popolo colpevole per il quale subisce il castigo; una solidarietà che giunge fino alle estreme conseguenze. Gesù realizza pienamente questa profezia accettando su di sé, lui l’unico innocente, tutto il male dell’umanità per mostrarci lo sconfinato Amore di Dio per ciascuno di noi.

Anche a noi oggi Gesù chiede di alzarci e di non temere; di lasciare le nostre “mediocri sicurezze”, le nostre “mezze misure” che ci fanno dire «fin qui, ma non oltre», per seguirlo nella follia dell’amore che non si risparmia, che non accetta compromessi. Solo chi prende la sua croce e segue il Maestro nella via dell’Amore senza riserve potrà giungere a quella Vita eterna e piena che il Padre ha pensato per noi.

Fr. Marco

sabato 21 febbraio 2026

Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato

 «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male» (Gen 2, 7-9. 3, 1-7)

«Fratelli, … se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo.» (Rm 5, 12-19)

« … “Se tu sei Figlio di Dio, … “Sta scritto …”. … Allora Gesù gli rispose: “Vattene, satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”. Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.» (Mt 4, 1-11)

La liturgia della Parola della prima domenica di quaresima ci presenta la realtà della tentazione e del peccato perché, entrando con Cristo nel deserto, con Lui possiamo uscirne vittoriosi.

Nella prima lettura, tratta dal libro della Genesi, ci viene presentata la radice di ogni peccato: il dubbio che veramente Dio ami l’uomo; la mancanza di fiducia nel Suo amore. È questo ciò che il serpente insinua nel cuore dei progenitori affermando: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male». È “l’anti parola”, la menzogna secondo la quale Dio, non volendo la piena realizzazione dell’uomo, avrebbe mentito.

Disobbedendo a Dio, però l’uomo scopre che ad avere mentito non è Dio, bensì il serpente, padre della menzogna. Il frutto della disobbedienza, infatti, è tutt’altro che l’essere come Dio: «Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi». Slegato dal vitale rapporto con il suo Creatore, l’uomo scopre drammaticamente la propria “nudità”, il proprio essere “limitato”, fragile; non riuscendo più a guardare al Padre con fiducia, inoltre, sperimenta la paura.

Il racconto del peccato delle origini ci mostra pure il “fascino del peccato”, l’attrattiva che esercita su di noi: buono da mangiare, gradevole, desiderabile per acquistare saggezza. È quello che S. Giovanni nella sua prima lettera chiama: «la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita» (1Gv 2,16). Dopo la disobbedienza, l’uomo scopre di non essere libero, ma schiavo dei propri bisogni: i bisogni fisici, della “carne”; il bisogno di apparire; il bisogno di potere.

Tutti gli uomini siamo soggetti a queste tentazioni, e, come ci ricorda oggi S. Paolo nella seconda lettura, tutti abbiamo peccato. Il peccato delle origini, la prima ribellione, è come un pugno di neve che si stacca dalla montagna; ad esso, lungo la caduta, si aggiunge altra neve (i nostri peccati) diventando una valanga. Un processo inarrestabile cui solo Gesù può porre fine.

Con la sua opera redentrice, infatti, Gesù ristabilisce il vitale rapporto con il Padre che è l’unica via per resistere alla tentazione. È questo il senso delle risposte che dà al satana nella pagina evangelica. Tre risposte che possiamo sintetizzare in tre fondamentali atteggiamenti da assumere.

«Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.» Il primo atteggiamento che ci viene raccomandato potremmo chiamarlo “creaturalità”, riconoscimento della nostra dipendenza da Dio: la consapevolezza, cioè, che l’unica cosa veramente necessaria e di cui non possiamo fare a meno è la relazione con il Padre dal quale viene la nostra vita.

«Non metterai alla prova il Signore Dio tuo.» Il secondo atteggiamento è “l’umiltà”, cioè lo “stare al proprio posto” davanti a Dio, senza metterlo alla prova («Se mi ami, allora …») e senza pretendere di “insegnargli a fare Dio”, ma fidandoci di Lui e della Sua volontà.

«Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto.» Il terzo atteggiamento, infine è la “purezza di cuore” cui è legata la beatitudine (Cfr. Mt 5,8), avere, cioè, un cuore “unificato”, non diviso, tutto rivolto al Padre e che, quindi non ha spazio per gli idoli che promettono una felicità che non possono dare.

Il tempo di quaresima appena iniziato è per noi come il deserto percorso da Israele e  nel quale Gesù è stato condotto subito dopo il battesimo: il luogo in cui mettersi in dialogo con Dio per scoprire, come direbbe S. Francesco, «Chi sei tu? e chi sono io?» (Cfr. FF 1915). Anche noi siamo invitati ad una più intima relazione con il Padre per scoprire cosa abbiamo nel cuore e purificare il nostro rapporto con Lui. Fuggiamo la tentazione che nasce dal dubbio e dalla paura, e fidiamoci del Padre che solo può saziare la nostra fame di Vita e felicità.

Fr. Marco

venerdì 13 febbraio 2026

Non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento alla Legge

 «Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno; se hai fiducia in lui, anche tu vivrai. Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà.» (Sir 15, 16-21)

«Fratelli, tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla.» (1Cor 2,6-10)

«Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.» (Mt 5, 17-37)

Domenica scorsa la pagina di Vangelo ci ricordava che, conformati a Cristo nel Battesimo, siamo chiamati ad essere sale della terra e luce del mondo. Questa domenica, sesta del Tempo Ordinario, il Signore, affermando di essere venuto non ad abolire ma a dare pieno compimento la Legge, ci esorta ad una giustizia che superi quella di scribi e farisei.

Gesù, infatti, compie pienamente la Legge andando ben oltre l’osservanza letterale. Scribi e Farisei, lo sappiamo bene, erano scrupolosi osservanti della Legge di cui si preoccupavano di mettere in pratica anche il più piccolo precetto; la loro, però, è un’osservanza puramente esteriore, arida, fatta per paura del castigo e per “meritare la salvezza”. Una “giustizia” autocentrata, che non è vista in relazione al tu di Dio e del fratello.

«Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno».  Nella prima lettura, l’autore del Siracide ci ricorda che la funzione della Legge è la custodia dell’Alleanza con Dio. È dalla nostra relazione con Lui e non dalla Legge che viene la nostra salvezza.

«Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei …» Il termine “giustizia” usato dall’evangelista indica le “opere giuste”, le “opere di pietà”, il “culto”; ritengo, tuttavia, che non sia del tutto errato intendere anche “la virtù della giustizia” da cui queste opere devono scaturire. La virtù cardinale della Giustizia consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto (CCC 1807). È quindi una virtù che ci orienta alla relazione ordinata e “autentica” con l’altro. Scribi e Farisei, come dicevamo, vivono una “giustizia” autocentrata, non in relazione con Dio e con i fratelli. Le loro “opere di giustizia” sono compiute mettendo in pratica scrupolosamente e letteralmente la legge per apparire irreprensibili e “acquistare meriti”. La nostra “giustizia” non può essere questa! Il Signore “guarda il cuore”, egli conosce ogni opera degli uomini (I lettura). Le nostre opere buone devono essere motivate dall’amore dei figli che vogliono compiacere il Padre, dalla relazione autentica con Dio e con i fratelli, per essere veramente “opere di giustizia”. Abbiamo, infatti, «ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo Abbà! Padre!» (Rm 8, 15).

Anche oggi, purtroppo, si può riscontrare in alcuni fratelli un “atteggiamento farisaico”. Capita, per esempio, che si vada alla Celebrazione Eucaristica domenicale solo per adempiere il precetto e non per incontrare il Signore. In tal caso, cercherò una Messa “breve”, non mi preoccuperò di arrivare puntuale, non mi curerò di ascoltare le letture … Magari penso di avere adempiuto il precetto, ma non ho realmente incontrato il Signore. Ancora: se mi confesso cinque minuti prima della Messa solo perché mi hanno insegnato che bisogna confessarsi per potere ricevere la Comunione, ma non ho fatto un serio esame di coscienza, non ho consapevolezza del mio peccato e, quindi, non intendo cambiare; se magari esordisco affermando: «io non ho peccati …»; oppure: «Le solite cose …»; magari penso di essere un buon cristiano, ma non ho davvero incontrato la Grazia: il Padre vuole darmi la Grazia e una vita più bella, ma io non sono disposto ad accoglierla.

Ricordiamo che il Signore guarda al cuore, all’intenzione con cui agiamo. È li che noi possiamo scegliere la vita e la morte, il bene e il male. È dal cuore che scaturisce la bontà o la malizia delle nostre azioni. Ecco allora che l’omicidio, l’adulterio e ogni opera cattiva, prima di consumarsi esternamente si consumano nel cuore.  Se, pur non commettendo un omicidio, chiudo il cuore al fratello nel bisogno, non perdono e medito vendetta, lascio libero sfogo alla mia ira, o distruggo socialmente un mio fratello (facendolo passare per pazzo o stupido), io l’ho ucciso nel mio cuore. Se comincio a coltivare un “desiderio violento” per una donna sposata o per un uomo sposato, un desiderio tale che aspetta solo l’occasione giusta per consumarsi, io nel mio cuore ho già commesso adulterio.

Oggi il Signore ci chiede di vivere autenticamente la nostra relazione con Lui; di non limitarci ad apparire giusti, ma di essere autenticamente ciò che siamo chiamati ad essere in relazione a Lui e ai fratelli: sale della terra e luce del mondo, testimoni del Suo Amore Misericordioso in cui riponiamo la nostra fiducia. Solo così il nostro culto, le nostre offerte, la nostra vita potrà essergli gradita.

Alziamo, allora, lo sguardo e spingiamolo verso l’eternità che il Padre ha pensato per noi. Relativizziamo le realtà terrene: la loro è un’importanza relativa (che è in relazione) a Dio. Non assolutizziamole, non permettiamo che ci dividano dal Padre, ma usiamone bene in vista dell’eternità.

Fr. Marco

sabato 7 febbraio 2026

Voi siete il sale della terra. Voi siete la luce del mondo

 «Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio» (Is 58, 7-10)

«… la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.» (1Cor 2, 1-5)

«Voi siete il sale della terra; … Voi siete la luce del mondo; … Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,13-16)

In queste prime domeniche del Tempo Ordinario la Parola di Dio ci sta aiutando a capire il sacramento del Battesimo che ci ha conformati a Cristo («santificati in Cristo Gesù» ci diceva San Paolo ai Corinti la seconda domenica) rendendoci membra del Suo Corpo Mistico che è la Chiesa (III domenica) e chiamati ad essere Beati (IV domenica).

In questa V domenica del Tempo ordinario, la pagina di Vangelo ci presenta i simboli del sale e della luce. Simboli che ci rimandano al Battesimo. Prima della riforma conciliare della Liturgia, infatti, al momento del battesimo si metteva un po’ di sale sulla bocca del neo battezzato perché ricevesse la Sapienza che viene da Cristo (la parola sapienza ha a che fare con il latino săpĕre e quindi con sapore); la liturgia battesimale, inoltre, oggi come allora, prevede che al neofita, nella persona dei genitori, venga consegnata una candela accesa al Cero Pasquale (immagine principale del Cristo risorto) come  simbolo della luce della Fede che deve guidarlo nella sua vita; una luce di cui sia il neofita che i genitori sono chiamati a prendersi cura.

Sale e Luce, inoltre, sono due elementi preziosi nella nostra vita, tanto che il sale era anticamente usato come moneta di scambio e fino qualche decennio fa era monopolio di Stato (si possono ancora vedere, magari in foto storiche, alcune antiche insegne: “sali e tabacchi”).

«Voi siete il sale della terra …» Il mondo di oggi sembra avere perso ogni sapienza: i nostri contemporanei sembrano avere smarrito il senso (il sapore) del loro vivere e sono abbagliati dalle false luci dell’egoismo, dell’edonismo, del possesso senza condivisione … Ingannandosi, pensano che seguendo queste luci potranno salvarsi la vita. L’inganno, però, si svela presto, giacché più si procede, più si scopre che da una vita così non si ottiene altro che stanchezza, insoddisfazione e inimicizie. Oggi il Maestro ci rivela una verità che, se da una parte ci riempie di gioia, dall’altra ci chiama a responsabilità: conformati a Cristo nel Battesimo, noi siamo il sale della terra e la luce del mondo! 

«Io sono la luce del mondo» ci ricorda Gesù in Gv 8,12. È Lui la Luce. Noi siamo luce, nella misura in cui ci lasciamo illuminare da Cristo. A noi cristiani è affidata, quindi, la responsabilità di portare al mondo la Luce vera che è Cristo! Siamo chiamati ad aiutare i nostri fratelli e sorelle a riscoprire il sapore della Vita; quella vita bella e “saporita/sapiente” che comincia qui e dura per l’eternità.

«… ma se il sale perde il sapore …» La pagina di Vangelo di oggi, però, ci mette in guardia: badiamo di non diventare anche noi "insipidi/insipienti"; badiamo a non fare spegnere o nascondere la luce che Cristo ha acceso in noi. In questo caso, infatti la nostra vita sarà stata inutile, senza senso essa stessa; avremo sprecato la vita!

Come Cristo, Luce del mondo, ha fatto brillare la sua luce dal “candelabro” della Croce, fulgido segno del suo Amore, anche noi, con il coraggio della Fede, impariamo giorno dopo giorno a vivere l’Amore nella nostra quotidianità. Pur senza dimenticare di fare quello che possiamo per i fratelli più bisognosi, cominciamo a vivere l’amore prima di tutto con coloro che ci sono più prossimi: nella nostra casa (cfr. Vangelo) e tra i nostri parenti (cfr. I lettura). Impariamo ad accoglierci e perdonarci nelle nostre debolezze, impariamo a condividere ciò che il Signore ci ha donato.

Se cominceremo a vivere così, anche solo nel “nostro piccolo mondo”, la luce della fede e dell’amore che Cristo ha acceso in noi si spanderà, contagerà chi ci sta accanto e pian piano trasformerà il mondo. Il Signore ce lo conceda perché la nostra vita possa essere quel capolavoro che Egli da sempre ha pensato per noi.

Fr. Marco.

sabato 31 gennaio 2026

Beati voi, grande è la vostra ricompensa nei cieli

 «Cercate il Signore voi tutti, poveri della terra, che eseguite i suoi ordini, cercate la giustizia, cercate l’umiltà; forse potrete trovarvi al riparo nel giorno dell’ira del Signore.» (Sof 2,3; 3,12-13)

«Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio.» (1Cor 1,26-31)

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. …» (Mt 5, 1-12)

In queste prime domeniche del tempo ordinario la Parola di Dio ci sta guidando a scoprire sempre più pienamente la nostra Vocazione alla santità: nella seconda domenica ci ha ricordato che siamo stati santificati il giorno del nostro Battesimo e siamo diventati il Popolo di Dio della Nuova ed eterna Alleanza: la Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica su cui abbiamo potuto riflettere domenica scorsa (III).

Questa domenica, IV del tempo ordinario, ci viene chiarito che per vivere la santità che abbiamo ricevuto nel Battesimo, la conformità a Cristo Nostro Maestro, dobbiamo vivere secondo criteri diversi da quelli del mondo. Le beatitudini che abbiamo ascoltato nella pagina evangelica, infatti, sono state tutte vissute da Gesù dal quale siamo chiamati a imparare la Via della Vita.

Il “mondo”, ciò che nella creazione si oppone a Dio, cerca ricchezza, potere e visibilità. Noi siamo invitati a cercare la giustizia e l’umiltà e a riconoscerci poveri, scelti immeritatamente da Dio, «perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio». La realizzazione della nostra Vita, infatti,  è prima di tutto un dono gratuito di Dio e non merito dei nostri sforzi. A noi compete solo accogliere questo dono e farlo fruttificare. Ecco dove entra in campo il nostro impegno: nel fare sì che la grazia di Dio non venga vanificata; nell’essere pronti a comprendere e fare la volontà di Dio nell’attimo presente; nel rifiutare la logica dell’egoismo, dell’edonismo, del potere e dell’avere, per assumere, invece, quella dell’altruismo, dell’amore gratuito e disinteressato che si fa servizio e perdono.

«Beati i poveri in spirito …» Gesù sta parlando in prima istanza ai suoi conterranei giudei e in questa beatitudine intende scardinare un loro errato modo di pensare: quello di potere accumulare crediti/meriti dinanzi a Dio e agli uomini. I farisei, infatti, con la loro severa osservanza della legge, vivevano la religiosità come una continua ricerca di meriti che il Signore avrebbe dovuto adeguatamente premiare. Non era Dio a salvarli, ma i loro meriti! Oggi il Maestro ci ricorda, invece, che solo riconoscendo la nostra “povertà costitutiva”, il nostro assoluto bisogno della salvezza di Dio, ricorreremo a Lui e quindi troveremo la Vita che solo Lui può donarci. Diversamente, illudendoci di poterci salvare da soli, cercheremo Vita in ciò che non può darcela.

«Beati i perseguitati per la giustizia … » Conformarsi alla logica del Beatitudini, però, vivere come Figli di Dio, non è mai accetto al mondo la cui logica è totalmente altra; per questo i santi di tutti i tempi hanno affrontato la persecuzione. A volte si è trattato di persecuzione violenta come quella subita dai martiri. Più spesso, soprattutto qui in Occidente, si tratta di una persecuzione più subdola tesa a screditare la Chiesa e i suoi ministri. Non è raro, inoltre, che cristiani che prendono sul serio il Vangelo vengano tacciati di fondamentalismo ed emarginati. Questa continua persecuzione, inoltre spesso è associata all’insinuazione, che “il nemico dell’umanità” ci mette nel cuore anche attraverso i nostri fratelli, che la santità non fa per noi, che non c’è niente di male a scendere a compromessi … d’altronde, bisogna aggiornarsi!: «Se Dio veramente ti amasse, non permetterebbe questa sofferenza!».

Pensieri del genere ci allontanano dalla nostra piena realizzazione e ci riducono a vivere una vita senza senso, una vita che non è Vita (quante volte sentiamo i nostri fratelli lamentarsi: “Ma è vita questa?”).

Non temiamo, allora, la persecuzione del mondo che, non avendo riconosciuto il nostro Maestro, non potrà certo accettare la vita secondo i Suoi insegnamenti, ma perseveriamo nell’adempimento della Volontà di Dio, nell’accoglienza della Sua Grazia, e giungeremo a quella Gioia piena che il Signore è venuto a regalarci.

Fr. Marco

sabato 24 gennaio 2026

Essi subito lo seguirono

«Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse.» (Is 8,23-9,3)

«Vi esorto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire.» (1Cor 1,10-13.17)

«Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, … Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”» (Mt 4,12-23)

La Parola di Dio di questa terza domenica del tempo ordinario nella prima lettura, ripresa dal Vangelo, ci presenta, come nella notte di Natale, la Luce che viene nel mondo per illuminare coloro che camminano nelle tenebre. Al tempo in cui scrive il profeta Isaia il popolo che camminava nelle tenebre è Israele, il popolo di Dio, che viene liberato dall’esilio conseguenza della sconfitta contro il re assiro Tiglet Pilezer. Oggi il popolo di Dio chiamato ad accogliere la Luce è la Chiesa, il popolo della Nuova ed Eterna alleanza, di cui la predicazione di Gesù e la chiamata dei primi quattro discepoli ci mostrano gli inizi: «Venite dietro a me … lo seguirono». La Chiesa, infatti, è un popolo di discepoli che, chiamati da Gesù, si mettono alla Sua sequela.

Le letture di questa domenica ci offrono l’occasione per una riflessione sulla Chiesa, perché ne ripropongono gli elementi costitutivi che ricordiamo nella nostra professione di Fede: Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica.

La Chiesa è “una” perché viene da Cristo, che è il suo Capo, da Lui è adunata e dietro di Lui cammina. Le varie comunità cristiane, le varie spiritualità, i vari cammini di fede, sono tutti parte dell'unica Chiesa fondata da Cristo. Esiste un solo battesimo, una sola fede (Cfr. Ef 4,4-6) che lega i credenti in Cristo. Per questo Paolo, nella seconda lettura, combatte vigorosamente ogni spirito settario e ogni tentativo di manipolazione da parte di un gruppo. È una tentazione ricorrente quella di pensare che un gruppo, un cammino di fede, possa essere canale esclusivo o privilegiato di salvezza. Nell'unica Chiesa lo Spirito Santo ha suscitato e continua a suscitare molteplici cammini e "spiritualità"; ciascuno di essi è una ricchezza per la Chiesa purché, nella sequela dell'unico Maestro, rimanga in comunione con tutti gli altri.

La Chiesa è “santa” perché costituita da uomini e donne “santificati” per il loro Battesimo in Cristo. La santità è prima di tutto dono prezioso e assolutamente gratuito. A questo dono gratuito siamo chiamati corrispondere portando frutto con la conversione, cioè con la costante tensione ad abbandonare “le nostre strade” e a restare docili alla volontà del Padre, come Cristo ce l'ha comunicata e come lo Spirito continuamente ce la propone anche attraverso i nostri pastori. La Chiesa è santa, ma questa santità si deve manifestare nei suoi membri. Troppo spesso, invece, noi battezzati “appesantiamo” la Chiesa con il nostro peccato. Per questo anche oggi il Vangelo ci invita alla conversione, a correggere la rotta del nostro cammino, per seguire Gesù Cristo, il Santo di Dio. Per poterci convertire è fondamentale l’ascolto della Parola di Dio. Per questo motivo Papa Francesco ha voluto che oggi, terza domenica del tempo ordinario, fosse anche la “domenica della Parola di Dio”. Il tema di quest’anno è: «La parola di Cristo abiti tra voi» (Col 3,16). Solo se la parola resta stabilmente in noi, infatti, possiamo convertirci e mostrare al mondo la santità della Chiesa.

La Chiesa è “Cattolica”, cioè universale. Il richiamo alle tribù del nord, Zabulon e Neftali, e alla “Galilea delle genti”, zona spesso abitata o attraversata da pagani, ricordano alla Chiesa la vocazione ad essere aperta a tutte le genti. Gesù ha scelto di vivere la sua vita nascosta e di iniziare la sua vita pubblica in Galilea per mostrare la vicinanza con gli ultimi e con gli esclusi; tutti, quindi, siamo chiamati a riconoscerci e ad accoglierci come fratelli.

La Chiesa è “apostolica” perché  il suo unico fondamento, Cristo, continua ad agire negli apostoli e nei loro successori, i vescovi, in comunione con il Papa, il vescovo di Roma. Oggi nel Vangelo ascoltiamo la chiamata dei primi quattro apostoli. Questa esplicita chiamata, e il successivo mandato di battezzare e fare discepole tutte le genti (Mt 28,18), denota la precisa volontà di Gesù di organizzare la chiesa in questo modo. I vescovi, successori degli apostoli, a capo delle varie chiese locali, sono garanti della fede e guidano la comunità locale nella sequela di Cristo. L’apostolicità, tuttavia, riguarda la Chiesa anche in tutti i suoi membri: tutti i battezzati, infatti, siamo apostoli, cioè “inviati” a portare la buona notizia del Vangelo nei nostri ambienti quotidiani perché il mondo veda la Luce di Cristo e gioisca.

In conclusione vorrei rivolgervi l’invito ad amare la Chiesa, di cui siamo membra, e a pregare per i nostri pastori (invece di giudicarli). Preghiamo soprattutto perché questo popolo della Nuova ed Eterna Alleanza, a cui il Signore ha chiesto di diffondere luce sul cammino tortuoso degli uomini, divenga sempre più segno di salvezza e speranza per tutti.

Fr. Marco

 

sabato 17 gennaio 2026

Ecco l’agnello di Dio!

 «È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele. Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra». (Is 49,3.5-6)

«Paolo, chiamato a essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, … a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata » ( 1Cor 1,1-3)

«Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!» (Gv 1,29-34)

La pagina di Vangelo della seconda domenica del tempo ordinario, ci presenta il giorno seguente al battesimo di Gesù. Giovanni il Battista, vedendo passare Gesù e ricordando ciò che ha contemplato il giorno del battesimo al Giordano, lo addita ai suoi discepoli come l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo.

Vorrei soffermarmi sull’uso del singolare: il peccato del mondo, quello da cui derivano i peccati, per l’evangelista Giovanni è il rifiuto della Luce (Cfr. Gv 1,9-11) che ci permette di riconoscere l’Amore di Dio. Il peccato da cui derivano tutti i peccati è dubitare dell’Amore del Padre. Da questo deriva quella disperazione esistenziale che ci porta allo sforzo di salvarci la vita da soli e quindi a commettere i peccati.

In che modo Gesù toglie il peccato del mondo? Sicuramente caricandosi i nostri peccati, come suggerisce l’immagine dell’Agnello che rimanda al Carme del Servo Sofferente: come agnello mansueto condotto al macello … è trafitto per le nostre colpe (Cfr Is 52,13-53,12); ma anche e soprattutto, facendoci conoscere l’Amore di Dio Padre che ha per noi progetti di Vita: «Io sono venuto perché abbiano la Vita e l’abbiano in abbondanza» dirà Gesù in Gv 10,10.

Il Dio che Gesù è venuto a rivelarci non è il “mostro capriccioso” che ci è presentato dall’anti-parola del diavolo: colui che ci nega tutto e gode nel vederci soffrire. Il peccato del mondo, infatti, trae la sua origine da questa visione distorta di Dio a cui l’uomo non può che ribellarsi. Gesù è il Verbo eterno che con il suo mistero pasquale abbatte “il muro di inimicizia” tra gli uomini e Dio: ora è possibile riconoscere e accogliere l’Amore del Padre e, in tal modo, diventare figli di Dio (Cfr. Gv 1,12)

L’immagine dell’agnello che toglie i peccati, rimanda anche ai sacrifici espiatori compiuti nel tempio; in particolare all’agnello pasquale con il sangue del quale venivano segnati gli stipiti delle porte la notte di pasqua perché l’angelo della morte passasse oltre (Cfr. Es 12,7). Indicando Gesù come agnello che toglie il peccato del Mondo, Giovanni introduce qui il parallelismo che sarà pienamente sviluppato nel racconto della Passione e che la liturgia riprende al momento dell’ostensione dell’Ostia Consacrata. Gesù è crocifisso nella parasceve di pasqua proprio nell’ora in cui si immolavano gli agnelli per la Pasqua (Gv 19,14); non gli sarà spezzato alcun osso secondo le prescrizioni per la preparazione dell’agnello pasquale (Cfr. Es 12,46 e Gv 19,36). Ne consegue che per l’evangelista Giovanni, Gesù è il vero e definitivo Agnello pasquale nel sangue del quale siamo salvati.

Proprio grazie al sacrificio pasquale del Cristo in cui noi siamo Battezzati, infatti, è stata stipulata la Nuova ed eterna Alleanza, per la quale, resi conformi al Figlio di Dio, siamo chiamati alla santità. È quello che ci ricorda S. Paolo nella seconda lettura: siamo stati santificati e siamo chiamati alla santità, cioè a fare fruttificare quella grazia che il Signore ci ha donato nel Battesimo. 

La Grazia battesimale, infatti, è un dono che ci chiama a responsabilità: se ci regalano una pianta che fa fiori e frutti meravigliosi, ma noi non la concimiamo, non la innaffiamo, non togliamo le erbacce e magari la teniamo al buio in un angolo nascosto della nostra casa, è forse colpa della pianta se non vedremo mai né fiori né frutti? Così è della nostra Fede: il Padre ce la dona con il Suo Spirito al momento del Battesimo, sta a noi però coltivarla, nutrirla, purificarla. Il Padre ce ne dà i mezzi e l’occasione con i Sacramenti.

Accogliendo nella nostra vita l’Agnello che toglie il peccato del mondo, nutriamo la nostra Fede, procuriamo di farla crescere e, senza nostro sforzo, vedremo nascere nella nostra vita i frutti della Speranza e della Carità. Diventeremo così realmente ciò che siamo chiamati ad essere: figli nel Figlio, santi che, con la loro Vita bella e piena di senso, come il Battista saranno capaci di testimoniare al mondo il Signore della Vita.

Fr. Marco

sabato 10 gennaio 2026

Resi figli nel Figlio, viviamo a gloria del Padre

 «Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni.» (Is 42,1-4.6-7)

«In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga.» (At 10,34-38)

«In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
 … Ed ecco una voce dal cielo che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”
» (Mt 3,13-17)

La festa del Battesimo del Signore, che celebriamo questa domenica, porta a compimento il mistero dell'incarnazione e il tempo di Natale: il Verbo coeterno del Padre, Dio da Dio, che si è fatto carne per la nostra salvezza, si fa solidale con l’umanità peccatrice e si confonde con essa sulle rive del Giordano per ricevere un battesimo di penitenza. Il battesimo impartito da Giovanni, infatti, come sappiamo, non è il sacramento che noi abbiamo ricevuto, ma un “lavacro” simbolico che suggellava il serio proposito di convertirsi, di fare penitenza.

Gesù, l’unico innocente, non ha bisogno di convertirsi e fare penitenza. Da questa consapevolezza vengono le proteste di Giovanni: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?» Il Signore, però, vuole adempiere ogni giustizia: realizzare pienamente la volontà del Padre, cioè portare a compimento la Sua solidarietà con l’umanità; Gesù vuole salvare tutti senza distinzioni. L’Unigenito del Padre si confonde con noi peccatori perché possiamo diventare figli. Da qui il compiacimento del Padre che dà inizio alla vita pubblica di Gesù.

La festa del Battesimo del Signore, però, ci dà anche l’occasione per riflettere sul sacramento che noi abbiamo ricevuto nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; quel Battesimo che, innestandoci nell’Unigenito Figlio di Dio, ci ha resi con Lui Re, Sacerdoti e Profeti; ci ha inseriti nel Popolo della Nuova ed eterna alleanza che è la Chiesa; ci ha resi figli nel Figlio: anche per noi il Padre, nel giorno del nostro Battesimo, ha detto: «Questi è il Figlio mio, l’amato».

Siamo diventati figli di Dio! Lo siamo perché il Battesimo ci ha conformati a Cristo, ci ha innestati in Lui. Questa conformità, però, deve essere visibile nel nostro quotidiano. Anche noi siamo chiamati ad “adempiere ogni giustizia”: ad ascoltare e obbedire alla Sua Parola e a rendere gloria al Padre vivendo la Vita bella che Egli da sempre ha pensato per noi. Siamo chiamati a portare frutto con la nostra vita perché il Padre possa compiacersi anche di noi.

Fr. Marco

lunedì 5 gennaio 2026

Adoriamo la gloria del Signore apparsa nel mondo

 « … ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te.» (Is 60,1-6)

«Fratelli, penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: … le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo.» (Ef 3,2-3;5-6)

« … alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”. All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme.» (Mt 2,1-12)

Nella solennità dell’Epifania celebriamo la “manifestazione” (in greco epifania) del Signore al mondo intero rappresentato dai Magi venuti dall’oriente. “Magi” erano detti gli appartenenti alla casta sacerdotale della Persia, l’odierno Iran. Più tardi con questo nome furono designati i teologi, i filosofi e gli scienziati orientali. La tradizione popolare parla di “tre re” per i doni che offrono, oro, incenso e mirra: oro per il Re dei re, incenso per il Vero Dio fatto uomo e mirra per Colui che ha offerto se stesso per noi. I tre Magi, però, rappresentano anche i tre figli di Noè, ossia tutta l’umanità (Cfr. Gen 9,18-19).

Il profeta Isaia, nella prima lettura, ci descrive una situazione di “tenebra”, di oscurità: una situazione in cui sembra non ci sia speranza. In queste tenebre spunta la Luce, la Speranza: il Signore dà un segno della sua presenza nel mondo attraverso la gloria di Gerusalemme.

È proprio sulla realtà del segno che oggi voglio soffermarmi. Per i popoli descritti nella prima lettura, il segno è lo splendore di Gerusalemme che ravviva la speranza e li indirizza all’adorazione di Dio. Ai pastori, la notte di Natale, è l’Angelo ad indicare il segno di un bimbo adagiato in un mangiatoia come l’inizio della loro salvezza e fonte di una grande gioia. Per i Magi dell’Oriente, capaci di scrutare i segreti della creazione, è il sorgere della stella ad indicare ciò che sta avvenendo e a metterli in cammino per adorare “il Re dei re” che è nato.

Per i nostri contemporanei il segno della presenza di Dio nel mondo, il segno che deve dare speranza e invitare alla gioia, è la Chiesa, il nuovo popolo di Dio, la Gerusalemme Celeste del “già e non ancora”: già presente nel mondo, ma non ancora pienamente rivelata; è per questo che proprio oggi si legge l’annuncio del giorno di Pasqua: si annuncia il Mistero di Cristo di cui tutto l’anno liturgico è memoriale e attuazione. Per il mondo di oggi, quindi, è la Chiesa il segno che splende della gloria di Dio.

Va ricordato, però, che la Chiesa siamo noi tutti battezzati e non solo il Papa, i vescovi, i preti, le suore e i frati. Noi tutti battezzati, quindi, siamo chiamati ad essere segno della presenza di Dio nel mondo; siamo chiamati ad essere segno di Speranza, portatori della Luce di Gesù ai fratelli, quella luce della fede che abbiamo ricevuto nel nostro battesimo. Siamo chiamati a condurre il mondo a Cristo perché possa riconoscerlo ed adorarlo. Facciamo attenzione a non diventare una “contro-testimonianza” che, invece di testimoniare la presenza di Gesù,  allontana il mondo dal riconoscere il Signore.

Il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Così il Vangelo descrive i sentimenti di Erode e della casta sacerdotale che vedono nel Re che è nato un turbamento al loro potere. Anche a noi può capitare di sentirci “disturbati” dal Signore; può capitare che le esigenze della Sua sequela, diametralmente opposte a quelle del mondo, ci portino a volerlo “eliminare”. Se riconosciamo in Gesù il Signore, infatti, dobbiamo rinunciare alla “signoria del nostro io”, a mettere noi stessi al centro del mondo, per adorare Lui e vivere sotto la Sua signoria. Solo facendo questo potremo svolgere quel ministero di cui ci parla oggi S. Paolo nella seconda lettura e che appartiene a tutti i battezzati: annunziare al mondo la Speranza e la Gioia. Annunziare al mondo che ci sono “valori” capaci di dare la felicità, ma che non possono essere messi in banca; valori diversi da quelli economici: valori eterni e capaci di darci quella felicità che il denaro o il potere non saranno mai capaci di darci.

In questa solennità vi auguro di accogliere il Signore Gesù come vostro Signore e di annunciarlo al mondo con la vostra vita.

Fra Marco.

sabato 3 gennaio 2026

La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta

 «La sapienza fa il proprio elogio, … Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele, affonda le tue radici tra i miei eletti”» (Sir 24,1-4.12-16)

«In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato.» (Ef 1,3-6.15-18)

«Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio … E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.» (Gv 1,1-18)

La Parola di Dio della II Domenica dopo Natale ci presenta la Sapienza che pone la sua tenda in mezzo a noi: il Verbo di Dio, il Logos coetereno del Padre, la logica che regge la creazione del mondo e che era “in principio”, la Luce che permette di dare senso a tutte le cose, la Vita vera, si è fatto Carne, ha assunto la nostra debolezza per permetterci di diventare figli di Dio! Il Dio che nessuno ha mai visto e che la sapienza umana può solo ipotizzare, ci è rivelato pienamente dal Figlio.

«La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta.» In un mondo che sembra avere perso ogni oggettivo appiglio alla razionalità, dove sembra che regnino le tenebre della propria volontà eletta a regola; un mondo in cui sembra regnare la “legge del più forte” che può imporre la sua volontà su gli altri; in un mondo in cui sembra che il mercato sia l’unico dio, è questo l’euanghelion, la “buona notizia” che oggi la Parola ci annuncia; un notizia carica di stupore che ci riempie di gioia e di speranza: le tenebre del mondo non possono vincere la Luce; la vita non è senza senso, senza logica; il Logos è venuto in mezzo a noi. Il nostro orizzonte non è più la mera sopravvivenza, ma la Vita piena.

«A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio». La Parola quest’oggi ci invita ancora una volta ad accogliere il Verbo, a cambiare la logica con la quale viviamo la nostra vita: non la logica del mondo, ma la Sapienza di Dio, la logica del Vangelo; così facendo diventeremo figli del Padre e gioiremo della Sua gioia: la  gioia del Padre che vede la piena realizzazione dei suoi figli. Solo vivendo pienamente la nostra vita realizzando quel progetto di felicità che il Padre da sempre ha per noi, infatti, glorificheremo il Padre, come il Figlio ci ha mostrato e resi capaci di fare. Il Signore ce lo conceda.

Fr. Marco