sabato 5 settembre 2026

Custodi, non accusatori.

 «O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. … Se io dico al malvagio: “Malvagio, tu morirai”, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te.» (Ez 33,1.7-9)

«Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge. … La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità.» (Rm 13,8-10)

«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello … se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà.» (Mt 18,15-20)

Questa domenica, XXIII del tempo ordinario, la liturgia della Parola ci presenta un modo particolare di esprimere l’amore vicendevole che è la pienezza della Legge: la correzione fraterna.

Penso sia importante sottolineare che la correzione di cui si parla è “fraterna”: è fatta da un fratello e per amore del fratello; per avvisarlo che sta sbagliando, che si sta perdendo; perché ritorni sui suoi passi e si salvi.

« … della sua morte io domanderò conto a te» Nella prima lettura, il Signore richiama il profeta Ezechiele alla sua responsabilità nei confronti della rovina del malvagio che non desiste dal compiere il male. Se la sua condotta malvagia non gli è stata rimproverata, il malvagio morirà per la sua iniquità, ma della sua morte sarà domandato conto al profeta che non ha compiuto il suo dovere di parlare come inviato di Dio.

Nella Nuova ed Eterna Alleanza, tutti i cristiani, conformati a Cristo nel Battesimo, siamo unti Re, Sacerdoti e Profeti. Ogni battezzato, quindi, è chiamato a svolgere il compito profetico di ascoltare e annunciare ai fratelli la Parola di Dio perché si salvino.

Dinanzi ad un fratello che pecca, che fa ciò che è male agli occhi di Dio, il cristiano non può “farsi i fatti suoi”; sarebbe colpevole di omissione e non avrebbe vissuto il vero amore per il fratello disinteressandosi della sua rovina. È questo il senso della “correzione fraterna” che è tale solo se mossa dall’amore, dal desiderio di guadagnare il fratello, non di umiliarlo; né è fatta per vendicarsi di presunti torti subiti. Il fratello va corretto per amore e con amore. 

A fondamento della nostra correzione, quindi, deve esserci quella carità che non fa alcun male al prossimo. Siamo chiamati ad essere “sentinelle”, custodi dei nostri fratelli, non “accusatori”. L’accusatore è il diavolo (cfr. Ap 12,10) che vuole la rovina degli uomini, la loro disperazione.

«Va’ e ammoniscilo fra te e lui solo». Sta qui la distinzione immediatamente visibile tra accusatore e custode: l’accusatore addita gli errori del suo prossimo parlandone sempre in terza persona, con gli altri, non con colui che sbaglia. Il discepolo di Cristo, invece, custode del proprio fratello, non ha alcuna intenzione di lederne il buon nome e, quando lo vede sbagliare, lo ammonisce con amore e discrezione. 

Non dimentichiamo che lo scopo della correzione è sempre e solo guadagnare il fratello. Anche gli altri due passaggi che il Vangelo oggi ci indica (i testimoni e la comunità) sono ordinati a questo scopo: convincere il fratello del proprio errore perché si converta. 

L’ultimo passaggio, infine, «sia per te come il pagano e il pubblicano», è l’extrema ratio, l'ultima possibilità per “scuotere” il fratello e correggerlo: rendere visibile che il suo comportamento lo pone fuori dalla comunità ecclesiale. Il pagano e il pubblicano, inoltre, sono coloro ai quali si indirizza l’annuncio missionario: «Convertitevi, perché il regno dei Cieli è vicino» (Mt 3,2; 4,17).

«Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo …» Credo che non sia un caso che l’insegnamento sulla correzione fraterna si concluda con la promessa che la preghiera concorde sarà esaudita. Dinanzi al peccatore impenitente, che non vuole convertirsi e, quindi, si pone fuori dalla Chiesa, ai discepoli di Cristo rimane sempre la possibilità della preghiera per guadagnare il fratello. Il Signore li esaudirà.

«Ti ho posto come sentinella». Vorrei concludere ricordando che questo ruolo di custode e sentinella è di ogni cristiano nel luogo in cui vive, ma anche della Chiesa nel suo insieme. La società attuale vorrebbe relegare la vita di fede ad un fatto privato, da vivere nel nascondimento: “Puoi vivere e credere come ti piace, purché lo faccia a casa tua!”. 

La Chiesa, nella persona del Papa, dei Vescovi e dei sacerdoti, spesso è stata accusata di ingiusta ingerenza quando annuncia che alcuni comportamenti che la società vorrebbe far passare per normali e “giusti”, sono contrari alla Verità, sono malvagi. Penso, per esempio, all’aborto, all’eutanasia, all'eugenetica, al modo di vivere la propria sessualità sganciata dalla verità inscritta nella creazione … Siamo chiamati ad annunciare ciò che ascoltiamo dalla Parola, non possiamo tacere. Ce ne verrà chiesto conto.

Fr. Marco

sabato 29 agosto 2026

Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.

«Nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo.» (Ger 20,7-9)

«Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare.» (Rm 12,1-2)

«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.» (Mt 16,21-27)

Nella liturgia della Parola di questa XXII domenica del tempo ordinario risuona forte l’invito alla conversione, a metterci alla sequela di Gesù, a rinnovare il nostro modo di pensare, a non conformarci al modo di pensare del “mondo”.

«Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» La logica del mondo, infatti, è inconciliabile con la logica di Dio. È evidente che parlando di “mondo” la Scrittura intende tutto ciò che in noi si oppone a Dio. La “logica del mondo”, il pensare secondo gli uomini, mi insegna che “tutto gira intorno a me”, che “io valgo”, che “devo stare bene a tutti i costi”. Per quanto riguarda la sofferenza, poi, la logica del mondo, come Pietro, afferma: «Questo non ti accadrà mai!».

«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso». La sequela di Cristo richiede il rinnegamento di sé: se scegliamo di seguire Cristo, dobbiamo smettere di seguire il nostro io. Finché vorrò salvare la mia vita, per farlo sarò anche disposto a rinnegare Gesù perdendo così ciò che alla mia vita dà senso; è l’amara esperienza vissuta da Pietro nel cortile del sommo sacerdote (Mt 26,69-75)

Secondo la “logica del mondo”, inoltre, gli altri trovano posto nella mia vita solo finché “mi servono”, finché mi gratificano. È la logica dell’egoismo e dell’edonismo: un disordinato amore di sé che cerca sempre ciò che “mi fa stare bene”, piuttosto che ciò che è Bene. Una ricerca destinata al fallimento. Facciamo l’esperienza, infatti, che più mettiamo il nostro io al centro cercando di essere felici, magari a scapito di qualcun altro, più scopriamo di essere degli infelici: «chi vuole salvare la propria vita, la perderà»

I “potenti di questo mondo” ce ne danno dimostrazione: uomini insaziabili (e quindi “poveri” a prescindere da quanti beni possano avere), affannati ad inseguire l’eterna giovinezza e l’immortalità. Dei poveracci che rischiano di fallire la vita. Possono pensare di avere tutto, ma non hanno l’essenziale, l’unica cosa che conta: Amare ed essere Amati. Spesso, infatti, scoprono che accanto a loro non hanno fratelli che amano e dai quali si sentono amati, ma persone che usano e che, a loro volta, vogliono usarli. Avendo posto nella bellezza, nel potere e nella ricchezza la loro vita, quando verrà il momento di lasciare questo mondo - un momento che prima o poi viene per tutti! -, se ne andranno infelici e maledetti da coloro che prendono il loro posto: «poteva lasciare di più!» (cfr. San Francesco, Lettera ai fedeli, FF 205).

«Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» La logica del Vangelo, opposta a quella del mondo, mi insegna a mettere il Tu di Dio e del fratello al centro della mia vita; mi insegna a cercare al di sopra di tutto il Regno dei Cieli, cioè a lasciare regnare Dio nella mia vita; mi insegna che una vita vissuta “per me” è una vita sprecata e che solo una vita vissuta “per te” è degna di essere vissuta e risulta essere una vita bella e piena di senso. Se, egoisticamente, inseguiamo la nostra felicità, infatti, non la raggiungeremo mai; se, però, mettendoci alla sequela di Cristo, ci impegniamo a fare felice chi ci sta accanto, allora sì che otterremo anche la nostra vera felicità.

«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Rinnegare se stesso, quindi, significa imparare a fare spazio in noi alla logica del Vangelo, alla volontà di Dio; significa imparare a fare spazio ai bisogni di chi ci sta accanto, imparare la logica dell’amore che non rifiuta di soffrire, di salire sulla croce, per colui che ama. Gesù ci ha mostrato questa via; ci ha mostrato che la croce non ha l’ultima parola.

Impariamo a fare della nostra vita un’offerta a Dio e ai fratelli; impariamo ad offrire a Dio anche le inevitabili sofferenze che la vita porta con sè, a viverle per amore Suo. Impariamo, infine, a perdere la nostra vita per Dio, amando Lui e i fratelli più del nostro io: solo questa è la via per Vivere veramente.

Fr. Marco

sabato 22 agosto 2026

Ma voi, chi dite che io sia?

 «In quel giorno avverrà che io chiamerò il mio servo Eliakìm, figlio di Chelkìa … Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire.» (Is 22, 19-23)

«O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!» (Rm 11,33-36)

«A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». (Mt 16,13-20)

La pagina di Vangelo della XXI domenica del tempo ordinario si apre con una domanda di Gesù a proposito del parere della gente su di lui. Dopo avere ascoltato ciò che dice la gente, il Maestro chiede ai discepoli e a noi: «Ma voi, chi dite che io sia?».

Mi sembra importante soffermarsi sulla congiunzione avversativa “ma”. Rispondendo riguardo il parere della gente nei confronti del Maestro, i discepoli avevano presentato, in terza persona, le “voci” che circolavano: per “quelli di fuori”, per coloro che ne hanno solo sentito parlare, Gesù è un profeta che si inserisce nella linea della profezia veterotestamentaria e parla a nome di Dio. Non sbagliano nel considerare Gesù un profeta: egli è, infatti, la piena rivelazione di Dio. Quanti lo hanno conosciuto personalmente, hanno camminato con lui e hanno sperimentato la sua presenza, però, non possono limitarsi a considerarlo solo un profeta. Per questo Gesù, passando dalla terza alla seconda e prima persona, fa riferimento alla loro esperienza diretta: «Ma voi, chi dite che io sia?».

Nel riportare il parere della gente, senza esporsi personalmente, la risposta dei discepoli è corale (“risposero”). Alla seconda domanda, molto più coinvolgente e compromettente, invece, risponde solo Pietro, illuminato dallo Spirito: «Tu sei il Cristo, il figlio di Dio, il vivente» (trad. letterale: Σὺ εἶ ὁ χριστὸς ὁ υἱὸς τοῦ θεοῦ τοῦ ζῶντος).

Con questa risposta Pietro si dimostra docile allo Spirito, disponibile a lasciarsi illuminare dalla fede. È per questo che il Maestro gli affida la potestà vicaria di governare la Sua Casa e lo pone a fondamento della Chiesa: «A te darò le chiavi del regno dei cieli …»

La prima lettura di oggi ci aiuta a capire meglio la consegna delle chiavi del Regno. Anche a Eliakìm, come a Pietro nel Vangelo, vengono affidate “le chiavi” di un Regno che non gli appartiene, ma del quale è governante: “maggiordomo” del Regno di Dio. Così nel Vangelo, il Regno appartiene al Signore Gesù. Pietro viene posto a governare proprio in ragione della sua docilità a lasciarsi illuminare. Il Signore, nell'imperscrutabilità dei suoi giudizi (II lettura), lo ha scelto per essere a capo della Sua Casa. La Roccia, la Pietra d’Angolo, resta il Cristo; Pietro è “pietra di fondamento” nella misura in cui resta unito a Gesù.

A questa pietra, però vanno unite tante altre “pietre vive” per l’edificazione della Chiesa. È ciò che chiediamo nella preghiera colletta, ed è il motivo per cui anche a noi oggi Gesù pone la domanda: «Ma voi, chi dite che io sia?». Se siamo di quelli che lo hanno incontrato e scelto come Signore della propria vita, Gesù ci chiede un coinvolgimento personale nella risposta. Non possiamo limitarci a riportare risposte “per sentito dire”. Per quelli di fuori, spesso, Gesù si limita ad essere un grande maestro. Per qualcuno è un “maestro tradito”, del quale è stato travisato il messaggio. Per molti si tratta di un personaggio relegato nel passato alla stregua di un Socrate o di un Platone.

La risposta di fede data da Pietro lo riconosce Dio e Vivente: «Tu sei il Cristo, il figlio di Dio, il vivente». Ho voluto riportare la traduzione letterale per evidenziare un articolo che nella traduzione CEI non viene reso. Sicuramente Pietro intendeva dire “Dio vivente” riprendendo una nota espressione veterotestamentaria. Ritengo, tuttavia, che la formulazione greca possa aprire, alla luce della Pasqua, una prospettiva ulteriore: nella confessione di Pietro è possibile scorgere in filigrana la fede post-pasquale che riconosce in Cristo “il vivente”, colui “che più non muore” e che regna in eterno sulla sua Chiesa.

«Ma voi, chi dite che io sia?» Chi è per me Gesù? È un personaggio storico che ha detto tante belle cose, ma che poco o nulla ha a che fare con la mia vita quotidiana? O è il Vivente, colui che ancora Parla e guida la Chiesa, colui che ho riconosciuto Signore della mia vita? Solo se, docile all’illuminazione dello Spirito, saprò riconoscere con la mia vita, nei fatti, che Gesù è «il Cristo, il figlio di Dio, il vivente» allora, unito a Pietro e fondato su Cristo, sarò pietra viva per l’edificazione della Chiesa.

Fr. Marco

sabato 15 agosto 2026

Condurrò sul mio monte santo e colmerò di gioia gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore

«Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fermi nella mia alleanza, li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera.» (Is 56,1.6-7)

«Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti!» (Rm 11,13-15.29-32)

«Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri» (Mt 15,21-28)

La Liturgia della Parola di questa XX domenica del tempo ordinario si apre con la buona notizia che la salvezza del Signore sta per venire ed è offerta a tutti gli uomini e donne che lo riconoscono praticando il diritto e la giustizia.

«Li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia» Nella prima lettura, tratta dal libro del Profeta Isaia, si afferma che questo è il desiderio di Dio: colmare di gioia «gli stranieri che hanno aderito al Signore per servirlo». Non è l’appartenenza ad un particolare popolo, ad un determinato gruppo o ad un’élite ad essere determinante per essere salvato. Ciò che conta è aderire al Signore, servirlo ed amarlo con tutto il cuore, obbedire alla Sua legge scritta nei nostri cuori. 

La Chiesa è il Popolo della Nuova ed Eterna Alleanza che ha accolto la pienezza della Rivelazione in Gesù Cristo, Via, Verità e Vita, il solo attraverso il quale si giunge al Padre (Cfr. Gv 14,6). La salvezza, tuttavia, è offerta a chiunque, alla sincera ricerca del Vero e del Buono, agisce secondo la propria coscienza. Lo ha ribadito anche il Concilio Vaticano II al n. 16 della costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium: «… quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, e tuttavia cercano sinceramente Dio, e sotto l'influsso della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di Dio, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna.» (LG 16 ripreso dal CCC 847). Chi cerca il Vero e il Buono, infatti, anche se non lo sa, cerca Gesù.

Anche la pagina evangelica di oggi ci mostra la chiamata universale alla salvezza: la donna Cananèa è una pagana, non appartiene al popolo eletto. Gesù stesso, secondo la logica giudaica del tempo, ribadisce la sua estraneità al popolo dell’alleanza: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Eppure questa donna pagana riconosce Gesù come Messia (figlio di Davide) e Signore e, con la sua fede umile e perseverante, ottiene ciò che chiede e persino la lode: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri».

Per essere salvato, allora, non serve l’appartenenza esteriore ad un popolo o ad un gruppo. Ciò che conta è l’adesione reale (anche se magari non tematizzata) al Signore Gesù; l’umile riconoscimento della propria piccolezza e incapacità di salvarsi da soli; la perseveranza nella preghiera; la fiducia nel Signore che si concretizza nell’amore e nel sevizio ai fratelli. Comportandoci così saremo davvero discepoli del Signore e saremo anche noi condotti sul suo santo monte per esservi colmati di Gioia.

A questo punto penso non sia superfluo per ciascuno di noi domandarsi: io che ascolto la Parola e magari appartengo a un gruppo di preghiera,  ad un itinerario di fede, ad un ordine religioso …, io che sono parte del Popolo della Nuova ed Eterna Alleanza, sono tra quelli che hanno realmente aderito al Signore?

Fr. Marco

venerdì 14 agosto 2026

Maria segno di sicura speranza e di consolazione

«Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle.» (Ap 11,19; 12,1-6.10)

«Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo.» (1Cor 15,20-26)

«Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Lc 1,39-56)

Nella solennità di Maria SS. Assunta in Cielo, il Vangelo ci propone il viaggio di Maria verso la cugina Elisabetta e il cantico del Magnificat elevato da Maria al saluto della parente.

Nel suo racconto l’evangelista Luca segue la traccia della narrazione, fatta nel II libro di Samuele, della salita dell’Arca dell’alleanza a Gerusalemme nella casa di Obed Edom (2Sam 6,1-11). Coperta dallo Spirito Santo e portando nel grembo il Verbo fatto carne, Maria è la Nuova Arca della definitiva Alleanza che Dio ha stipulato con l’uomo. Come l’antica Arca dell’alleanza, che custodiva le tavole della legge e la manna, Maria porta nel suo grembo il Legislatore e il Pane della Vita ed è testimonianza della presenza di Dio in mezzo al popolo, primizia e caparra delle meraviglie che il Signore è capace di compiere.

Oggi, nel segno grandioso di Maria Santissima Assunta in Cielo, siamo invitati a contemplare il destino finale al quale il Signore l'ha destinato la Chiesa, il Popolo della Nuova Alleanza. Così la Costituzione Conciliare Lumen gentium al numero 68 ci invita a guardare a Maria: «La madre di Gesù, come in cielo, in cui è già glorificata nel corpo e nell’anima, costituisce l’immagine e l’inizio della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell’età futura, così sulla terra brilla ora innanzi al peregrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando non verrà il giorno del Signore». Guardando a Maria, siamo quindi invitati alla Speranza: il Signore ha per noi progetti di salvezza.

Rivolgendo lo sguardo alla vita di Maria e alla sua glorificazione finale, impariamo da questa santissima madre a non dubitare mai dell’amore del Padre. Impariamo a riconoscere con umiltà i prodigi che il Signore compie nella nostra vita e a rendere grazie per essi. Impariamo ad accogliere con fiducia e attenzione la Parola di Dio perché possa portare frutto in noi e conformarci sempre più al nostro Signore Gesù Cristo. «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!» Così, nel Vangelo della messa della vigilia (Lc 11,27-28), Gesù risponde alla donna che proclama beato il grembo che l’ha portato.

Guardando al Cuore Immacolato di Maria, ardente di vero Amore, impariamo a perdonarci reciprocamente e a pregare per coloro che ci fanno del male. Impariamo da Maria Santissima ad accogliere in noi l’Amore di Dio e ad amare per primi e gratuitamente i fratelli. Impariamo, infine, da questa perfetta discepola a rimanere uniti al Signore anche quando il Maestro ci chiede di seguirlo sulla via della croce.

Solo facendo così potremo anche noi dirci discepoli di Gesù e veri devoti di Maria. Imploriamo l’intercessione di Maria perché il Signore ci conceda la grazia di seguirlo come suoi autentici discepoli. Il mondo possa riconoscere in tutti noi la presenza del Maestro e accogliere la Signoria di Cristo perché possiamo un giorno ritrovarci tutti alla presenza della Gloria di Dio.

Fr. Marco

 

sabato 8 agosto 2026

il coraggio della Fede

 « … ecco che il Signore passò. … il sussurro di una brezza leggera.» (1Re 19,9.11-13)

​«Vorrei essere io stesso anàtema, separato da Cristo, a vantaggio dei miei fratelli.» (Rm 9,1-5)

«Coraggio, sono io, non abbiate paura!» (Mt 14,22-33)

Questa domenica, XIX del tempo ordinario, la liturgia della Parola ci invita a farci coraggio, a non avere paura, e a riconoscere la presenza di Dio nella nostra vita.

Nella prima lettura ascoltiamo del profeta Elia che, perseguitato e scoraggiato, sale sull’Oreb dove il Signore lo ha chiamato per ascoltare la Parola. Il vento impetuoso, il terremoto e il fuoco sono manifestazioni solitamente legate alle teofanie, alle manifestazioni divine;  ma “il Signore non era” in esse. È necessario che Elia faccia silenzio perché possa sentire e riconoscere la voce di Dio nel sussurro di una brezza leggera. È il particolare “stile” di Dio, che per manifestare la sua onnipotenza sceglie ciò che è umile e discreto, il farsi piccolo per fare posto all’altro.

«È un fantasma!» Nella pagina di Vangelo gli apostoli, costretti dal Maestro a salire sulla barca per sottrarli alla tentazione di gloriarsi per avere sfamato la folla (il vangelo di domenica scorsa), sono presi dalla preoccupazione per la tempesta in cui si trovano e quando scorgono Gesù non lo riconoscono e lo scambiano per un fantasma.

Raccontando questo evento, l’evangelista Matteo si rivolge in prima istanza alla sua comunità che attraversa “la tempesta” della persecuzione e forse comincia a chiedersi se non abbia creduto in un “fantasma”, in qualcosa di irreale, in una fantasia. A loro e a noi oggi Gesù dice: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!» È quel “Io Sono” che traduce il tetragramma divino JHWH, il “nome” rivelato a Mosè e che andrebbe meglio tradotto con “Io ci sono”, “io sono presente”. Anche quando attraversiamo le prove della vita, Dio non è lontano, non si è dimenticato di noi, ma è lì presente e ci chiede di fidarci di Lui.

«Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque.» Al comando del Maestro, Pietro, desideroso di una prova della reale presenza di Gesù, tenendo gli occhi fissi su di Lui, si fida, lascia la sicurezza della barca e riesce a camminare sulle acque in tempesta. Quando però permette che la paura per il vento e il mare grosso prendano il sopravvento, comincia ad affondare. Anche allora, tuttavia, Pietro ha un estremo slancio di fiducia: «Signore, salvami!». Prima o poi può accadere a tutti di attraversare le “il mare in tempesta” e di non percepire più la presenza del Signore. Anche in quei momenti, però, non lasciamo che il frastuono della tempesta ci impedisca di ascoltare la “voce della brezza leggera”. Non permettiamo che si insinui il dubbio nella nostra vita.

«Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» Pietro comincia ad affondare quando dubita. Non smette di credere in Gesù, tanto che continua ad invocarlo. La paura, tuttavia, prende il sopravvento sulla fiducia e la sua fede vacilla. Forse dubita di avere capito bene il comando del Maestro. Può capitare anche a noi che nel cuore si insinui il dubbio: «Avrò capito bene? Non avrò frainteso? È veramente questa la volontà di Dio?». Il modo di agire di Dio, infatti, è tale che può capitare che ciò che per opera dello Spirito appare chiaro in un istante, non lo sia più in seguito.

«Coraggio sono io, non abbiate paura». Avere “il coraggio della Fede”, camminare nella fede, significa fondare la propria certezza sulla Parola di Dio una volta ascoltata dentro di sé. Significa, dopo avere seriamente fatto discernimento, magari lasciandosi aiutare da qualcuno più avanti nel cammino che ci faccia da specchio, richiamare alla memoria quel momento di chiarezza e fidarsi di Dio anche contro ogni evidenza.

Siamo ormai prossimi alla solennità di Maria SS. Assunta in Cielo, impariamo dalla nostra santissima Madre il coraggio della Fede. Per tutta la sua vita Maria ha camminato nella Fede continuando coraggiosamente a seguire il Figlio anche quando non comprendeva le sue azioni, anche quando il suo popolo lo rifiutava. Penso di potere affermare, però, che l’atto più grande del coraggio della Fede, Maria lo compia sul Calvario ai piedi della Croce: come riconoscere nel suo Figlio crocifisso e morente il Messia atteso, il Figlio dell’Altissimo? Eppure Maria è lì e continua a credere. Stando presso la croce di Gesù, è come se Maria continuasse a ripetere in silenzio, con i fatti: «Eccomi! Sono qui, mio Dio; continuo ad avere fiducia». Pietro, invitato dal Signore a seguirlo sulle acque in tempesta, dubita e per questo rischia di affondare. Maria nell’ora delle tenebre è capace di seguire il suo Figlio e Maestro senza dubitare, senza lasciarsi sopraffare dalla paura.

Impariamo dalla nostra Madre Celeste a fidarci di Dio, a non lasciarci vincere dal dubbio e dalla paura. Anche quando ci troviamo “nella tempesta”, quando non comprendiamo dove la volontà di Dio ci conduce, quando il Maestro ci sembra solo “un fantasma”, un sogno  o magari il frutto della nostra immaginazione; anche allora non cediamo alla paura, e, facendo memoria di quei momenti di chiarezza che il Signore ci ha donato, imitiamo il coraggio della nostra Madre celeste.
Maria, la donna coraggiosa, interceda per noi e ci conceda di vincere le nostre paure per riconoscere e compiere sempre più perfettamente la volontà di Dio.

Fr. Marco

sabato 1 agosto 2026

Su, ascoltatemi e gusterete cibi succulenti.

 «Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia?» (Is 55, 1-3)

«Fratelli, chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?» (Rm 8, 35.37-39)

«Gesù disse loro: “Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare”. Gli risposero: “Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!”. Ed egli disse: “Portatemeli qui”». (Mt 14, 13-21)

Questa domenica, XVIII del Tempo Ordinario, la Parola di Dio ci esorta a non sprecare la vita per acquistare ciò che non sazia, ciò che non può darci quella realizzazione che cerchiamo. Il Signore, infatti, vuole saziarci gratuitamente, vuole riempire di senso la nostra vita. Perché ciò avvenga, però, ci chiede di ascoltarlo, di mettere Lui e la Sua parola al centro della nostra vita.

«Perché spendete … il vostro guadagno per ciò che non sazia?» Quante volte abbiamo fatto l’esperienza di cui ci parla la prima lettura? Quante volte abbiamo speso “il nostro guadagno”, abbiamo investito la nostra energia, la nostra vita, e siamo rimasti delusi, profondamente insoddisfatti? Se ciò è capitato, è perché abbiamo pensato di trovare Vita in ciò che non può darcela, in ciò che non può saziarci: soldi, terreni, case …. Siamo caduti nell’inganno di credere che, possedendo queste cose, la nostra vita sarebbe stata felice. Se questo è ciò che pensiamo, è normale che per ottenere e difendere queste cose siamo disposti a spendere tutto: il nostro tempo, la nostra energia, gli affetti a volte perfino la nostra dignità. Nel mondo c’è chi, lo sappiamo bene, per denaro è disposto anche a fare del male.

È un inganno! Per quanta ricchezza possiamo accumulare, ne vorremo sempre altra, non ci basterà mai. Non riuscirà mai a riempire il vuoto di senso che abbiamo dentro. Non di rado, al contrario, queste cose finiranno per avvelenarci la vita.

Oggi il Signore ci invita: «Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti.» Ascoltare la Parola del Signore, però, significa disporci all’obbedienza, fidarci di Lui. Significa assumere la logica del Vangelo, la logica dell’amore gratuito. Ascoltare il Signore, infine, significa mettere Lui e la sua volontà in cima alle nostre priorità; in un altro punto del Vangelo Gesù ci invita: «Cercate anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.» (Mt 6,33).

Ascoltare la Parola del Signore, cercare anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, concretamente si traduce nell’osservare il duplice comandamento dell’Amore per Dio e per il prossimo; essere capaci di fare posto ai bisogni del fratello nella propria vita; capaci, per amore di Dio, di condividere anche il poco che abbiamo, sicuri che non ne verrà a mancare per nessuno.

Nel Vangelo di oggi il Maestro ci dà l’esempio: rattristato per la morte di Giovanni il Battista, vorrebbe ritirarsi in solitudine, ma la folla bisognosa non glielo permette. Invece di infastidirsi per questa indiscrezione della folla, Gesù ne prova compassione: mette da parte le sue esigenze per andare incontro a quelle dei fratelli. Alla sera, però, sopravviene un altro bisogno: la folla non ha da mangiare. I discepoli, secondo la logica del mondo, propongono a Gesù di congedare la folla perché vada a comprarsi da mangiare. Gesù, invece, realizza pienamente ciò che è stato annunciato nella prima lettura: coloro che lo hanno ascoltato, che si sono preoccupati solo di restare con Lui, vengono sfamati gratuitamente. Per compiere questo miracolo, però, il Signore chiede la collaborazione dei discepoli e un atto di fede da parte loro: devono essere disposti a condividere quel poco che hanno, cinque pani e due pesci.

È richiesto un atto di fede perché, umanamente, è impossibile che questo basti e la logica del mondo insegna: «Meglio uno sazio che cento digiuni» (soprattutto quando quello sazio sono io). La logica del Vangelo, invece, insegna che la condivisione è capace di compiere il miracolo: Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene.

Dinanzi ai bisogni dei fratelli può capitare anche a noi di sperimentare la nostra insufficienza, di pensare: «Come posso io risolvere il problema di questo fratello?»; «Che posso fare io che a stento riesco a bastare a me stesso?». Anche a noi oggi Gesù chiede un atto di fede, chiede di condividere il poco che abbiamo, a volte il poco che siamo, facendo spazio nella nostra vita alle esigenze del fratello, senza chiudere il cuore. Se faremo così anche noi sperimenteremo il miracolo: le nostre risorse risulteranno moltiplicate e vedremo che, anche se dovesse anche mancarci tutto, non ci mancherà mai l’unica cosa veramente capace di saziare la nostra vita: l’amore di Cristo (cfr. II lettura).

Fr. Marco