sabato 3 ottobre 2026

Laudato sii mi Signore

«Ecco chi nella sua vita riparò il tempio, e nei suoi giorni fortificò il santuario.» (Sir 50,1.3-7)

«Fratelli, quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo» (Gal 6,14-18)

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. … Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 25-30)

Questa domenica, nell’anno in cui si celebra l’ottocentenario del suo Transito da questo mondo al Padre, nelle Chiese servite dai francescani celebriamo la solennità di San Francesco d’Assisi. Vorrei cercare di tratteggiarne l’identità a partire dal Vangelo che è stato proclamato.

Abbiamo ascoltato che Gesù, nel Vangelo, rende grazie al Padre perché ha rivelato i misteri del Regno ai piccoli, a quanti non si gonfiano della propria presunta sapienza e si rendono quindi disponibili ad accogliere la Buona Notizia del Regno.

San Francesco d’Assisi è stato sicuramente uno di questi “piccoli”. Il Poverello di Assisi, infatti, sceglie per sé e per i suoi frati la Minorità. Rinuncia alla sapienza del mondo, tanto da essere considerato folle. Sceglie di rinunciare ad ogni “superiorità” e di stimare sempre gli altri come superiori a sé. Vuole che i suoi frati siano detti e siano realmente minori. Fa questa scelta spinto dall’imitazione di Gesù Cristo che “da ricco che era si fece povero per noi”. Se il Figlio di Dio si fa uomo e piccolo, quanto più noi, suoi discepoli, siamo chiamati a farci piccoli, a riconoscere la nostra reale piccolezza e a consegnarla nelle Sue mani, perché Lui possa compiere grandi cose.

La scelta della minorità e dell'imitazione del Signore porta Francesco  a fare anche la scelta della povertà, come rinuncia ad ogni potere, ad ogni idolatria e ad ogni autosufficienza. Il Serafico Padre è, infatti, consapevole di quanto qualunque ricchezza ci separi dagli altri, rendendoci autosufficienti. La ricchezza, inoltre, va difesa e questo fa sì che non vediamo più in chi ci sta accanto un fratello, ma un nemico. Facciamo attenzione, però, che la ricchezza rifiutata da Francesco è dentro l’uomo, non fuori dall’uomo: si può essere ricchi anche della propria povertà, quando la si usa per sentirsi superiori ai fratelli. Quella di Francesco, invece, è una reale povertà interiore che diventa visibile anche esteriormente.

Spoglio di tutto, Francesco affida con gioia la sua vita alle mani del Padre e questo lo porta a riconoscere in chi gli sta accanto un fratello. Avendo imparato da Cristo, mite e umile di cuore, il Serafico Padre sa bene che il comandamento fondamentale, la “sintesi della Legge e dei Profeti” è l’Amore. Vive pienamente quest’amore per Dio e per i fratelli. Il titolo di “serafico” che la Chiesa gli ha attribuito richiama, infatti, i Serafini: le creature angeliche che ardono d’amore per Dio. Francesco sceglie quindi di vivere l’amore e di farsi fratello di ogni creatura e vuole che l’Ordine da lui fondato sia una fraternità. Ritengo significativo, però, il fatto che raramente nei suoi scritti parli di “fraternità” e innumerevoli volte parli di “fratelli”: la fraternità in astratto non esiste! Esistono uomini e donne che scelgono di farsi fratelli e sorelle di chi il Signore pone loro accanto. È questa la fraternità francescana: riconoscere l’unica paternità di Dio e, per questo, scegliere di farsi fratelli di ogni uomo amandolo per primi, come noi ci sappiamo amati dal Padre. Solo quando ciascuno di noi si farà fratello o sorella dell’altro ci sarà tra noi vera fraternità.

Anche l’obbedienza, per Francesco, trova la sua radice nella minorità. Mettendo la sua vita nella sequela di Gesù e intenzionato a prendere il suo giogo sopra di sé, Francesco mette realmente la sua vita sotto la Signoria di Cristo. Riconoscendo gli altri come superiori a sé, inoltre, vive in continuo ascolto della volontà di Dio, che può manifestarsi attraverso qualunque dei suoi fratelli. L’obbedienza di Francesco, naturalmente, si fa estrema nei riguardi della Chiesa e di ogni suo rappresentante, nei quali vede una mediazione diretta e privilegiata della voce di Dio. Solo in questo modo Francesco poté realizzare la restaurazione della Chiesa che anche altri avevano tentato, fallendo. La Chiesa ai tempi di Francesco è una Chiesa che va in rovina, nella quale solo con grande fatica si riconosce la Sposa di Cristo: i vescovi vivono come principi e, come loro, sono più impegnati nelle cose temporali che in quelle spirituali. I sacerdoti sono spesso quasi analfabeti e conducono una vita di dubbia moralità. È questa la Chiesa che Francesco è chiamato a restaurare dall’interno, ed è questa la Chiesa alla quale Francesco vuole obbedire, perché sa che, nonostante tutto, in essa il Signore continua a parlare.

Francesco, infine, è proteso verso l’incontro con il suo Signore e, per questo accoglie in pace ogni sofferenza e ogni prova. A lui è attribuita la frase «Tanto è il bene che mi aspetto, che ogni pena mi è diletto», pronunciata durante una predica a San Leo nel 1213. Proprio perché proteso verso il Regno, il Serafico Padre può accogliere come sorella anche la morte corporale, che il 3 ottobre di 800 anni fa gli spalancò la porta verso il Regno dei Cieli.

Celebrando questa solennità, fratelli e sorelle, guardiamo a ciò che San Francesco ha fatto della sua vita, seguiamo il suo esempio nella disponibilità a compiere il progetto d’amore del Padre per noi e, come lui, mettiamo realmente la nostra vita sotto la Signoria di Cristo. In tal modo saremo realmente discepoli di Cristo e seguaci di Francesco, uomini e donne pienamente realizzati, strumenti di Dio per edificare giorno dopo giorno il Regno dei Cieli. Il Signore ce lo conceda per intercessione di S. Francesco, nostro Serafico Padre.

Fr. Marco

venerdì 25 settembre 2026

Se il malvagio si converte, egli fa vivere se stesso

 «Se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso » (Ez 18,25-28)

« Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,1-11)

« Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?» (Mt 21,28-32)

Questa domenica, XXVI del Tempo Ordinario, la liturgia della Parola ci ricorda che siamo noi, con la nostra obbedienza o disobbedienza ai comandi del Signore, i responsabili della nostra salvezza o della nostra rovina.

«Egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò.» L’obbedienza che ci è richiesta è un’obbedienza “operosa”. Non basta dire “Signore, Signore” (cfr Mt 7, 21-23). Non basta neanche avere avuto la grazia di rispondere “sì” una volta: il nostro sì va confermato ogni giorno.

Spesso noi battezzati, “gente di chiesa”, corriamo il rischio di trovarci nella stessa situazione dei capi dei sacerdoti e degli anziani del popolo a cui si rivolge oggi Gesù: attraverso i nostri genitori, abbiamo detto sì al Signore con il nostro Battesimo; abbiamo “confermato” questo sì con la Cresima; molti di voi, nel Matrimonio, hanno detto sì a quello che hanno riconosciuto come la loro specifica vocazione e via di santità; io ho detto sì al Signore nella vocazione religiosa e sacerdotale; tra poco tutti insieme, come ogni domenica, diremo al Signore: “Credo …”; infine, tra non molto, ricevendo l’Eucaristia, uniremo sacramentalmente la nostra vita a quella di Gesù nell’offerta per la salvezza del mondo. 

A tutti questi nostri “sì” abbiamo fatto seguire le opere corrispondenti? Questi nostri “sì” sono realmente maturati nella conversione, nell’amore operoso per Gesù messo al centro della nostra vita? Credo che, a un serio e sincero esame, dovremo ammettere che a molti dei nostri “sì” non sono seguite le opere corrispondenti. Magari alcuni nostri “sì” non sono motivati dal desiderio di corrispondere all’amore del Padre, ma dalla ricerca del nostro io, dal desiderio della ricompensa e dalla paura del castigo.

«... voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”». Chissà quante volte anche noi abbiamo osato perfino giudicare Dio pretendendo di sapere meglio di Lui ciò che è giusto o sbagliato. Per questo oggi Gesù ci parla di “convertirsi per credere”: per credere dobbiamo convertirci, lasciare la mentalità del mondo e accogliere la logica del Vangelo; dobbiamo smettere di sentirci “a posto” per lasciare che il Padre ci mostri la giusta via.

Convertirsi, inoltre, significa anche cambiare la motivazione alla nostra obbedienza: non “la legge per la legge”; non il desiderio del premio o la paura del castigo, ma l’amore per il Padre e per i fratelli; non l’obbedienza “legalista” di chi si preoccupa di essere “a posto” nei confronti della lettera della legge, ma un’obbedienza d’amore che non si accontenta di soddisfare il precetto, ma cerca la comunione con il Signore. Solo così potremo realmente scoprire quanto bisogno abbiamo di pentimento.

Se non convertiamo la nostra motivazione, sarà facile cadere nell’errore di sentirsi “a posto”: «Non ho ammazzato nessuno, non ho rubato  …»; ma ci siamo interessati dei fratelli in difficoltà? Abbiamo fatto attenzione a non diffamare il fratello mettendo in piazza il suo errore? Ci siamo comportati sempre onestamente o magari abbiamo ceduto alla logica del “così fan tutti”?

Nella seconda lettura di oggi S. Paolo, esortandoci ad avere gli stessi sentimenti di Cristo, il quale è mosso dall’amore per il Padre e per i fratelli, ci prescrive qualche comportamento pratico: «Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri». Proviamo a prendere sul serio questa Parola e, confidando nella Misericordia del Padre, cerchiamo di compiere “ciò che è giusto e retto” per giungere a quella pienezza di Vita che Cristo è venuto a donarci.

Domenica prossima celebreremo la solennità di San Francesco d’Assisi nell’ottavo centenario del suo Transito. San Francesco si fece in tutto imitatore di Cristo mettendo in pratica sine glossa il Vangelo. A proposito del “dire e non fare”, parlando in particolare ai predicatori, ma non solo ad essi, nella Regola non bollata così il Serafico Padre ci esorta: «Tutti noi frati guardiamoci da ogni superbia e vana gloria; e difendiamoci dalla sapienza di questo mondo e dalla prudenza della carne. Lo spirito della carne, infatti, vuole e si preoccupa molto di possedere parole, ma poco di attuarle, e cerca non la religiosità e la santità interiore dello spirito, ma vuole e desidera avere una religiosità e una santità che appaia al di fuori agli uomini. È di questi che il Signore dice: "In verità vi dico, hanno ricevuto la loro ricompensa". Lo spirito del Signore invece vuole che la carne sia mortificata e disprezzata, vile e abbietta, e ricerca l'umiltà e la pazienza e la pura e semplice e vera pace dello spirito; e sempre desidera soprattutto il divino timore e la divina sapienza e il divino amore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.»

Per Francesco il saluto «Il Signore ti dia Pace» che il Signore stesso gli rivela (Test. 23; FF 121), non è soltanto un augurio, ma corrisponde al comando di Gesù agli apostoli (cfr. Lc 10,5) e porta in sé il dono pasquale della riconciliazione. Questo saluto, anche nella forma «Pace e Bene» (che traduce lo shalom ebraico) diventa per chi lo pronuncia un’esortazione a farsi operatore della vera Pace vivendo la comunione con Dio nell’amare i fratelli che il Signore gli ha donato. Un amore che non di rado deve diventare perdono, servizio, attenzione “materna”. Un amore che non può essere riservato solo a chi mi ama, ma deve raggiungere anche i nemici, quanti non corrispondono al mio amore e tuttavia sono miei fratelli perché figli dell’unico Padre e amati dal Figlio che è morto e risorto anche per loro. Così lo ha vissuto Francesco, che si è fatto fratello di tutti.

Noi che abbiamo riconosciuto Gesù come Signore e Maestro e ci siamo messi alla Sua sequela sulle orme di San Francesco, non limitiamoci, allora, a dire "Pace e Bene", ma, come il Serafico Padre, accogliamo realmente in noi l’Amore di Cristo e amiamoci gli uni gli altri con i fatti e nella verità (Cfr 1Gv 3,18).

Fr. Marco

 

sabato 19 settembre 2026

I miei pensieri non sono i vostri pensieri

«Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore.» (Is 55,6-9)

«Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo.» (Fil 1,20-24.27)

«Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?» (Mt 20,1-16)

Questa domenica, XXV del tempo ordinario, la Parola di Dio, presentandoci la giustizia misericordiosa di Dio che sovrasta la nostra come il cielo sovrasta la terra, ci ricorda che i Suoi pensieri non sono i nostri pensieri.

Gesù, raccontando la Parabola degli operai mandati nella vigna in diverse ore del giorno, ci mostra la distanza tra i pensieri e la giustizia di Dio e i nostri. Il Maestro coglie lo spunto da un evento abbastanza comune: un proprietario di una vigna che, nel periodo della vendemmia, va in cerca di operai. Il protagonista della parabola va in cerca di operai durante tutto il corso della giornata: i primi vengono assunti all’alba; gli ultimi, dopo essere stati rimproverati per essere rimasti oziosi tutta la giornata, vengono mandati nella vigna “verso le cinque”. Con i primi si concorda la paga di un denaro, agli altri viene promesso quello che è giusto. 

Al momento in cui gli operai vengono pagati, ecco la sorpresa: tutti ricevono la stessa paga di un denaro. Gli “operai della prima ora”, a questo punto, si lamentano pensando di essere stati defraudati: coloro che hanno lavorato un’ora soltanto vengono trattati come loro che hanno sopportato il peso di una giornata; ciò non è “secondo giustizia”, loro meritano di più! Se ci pensiamo un attimo, però, il padrone della vigna non viola la “giustizia umana”: ai primi viene dato esattamente quanto concordato.

È qui che si manifesta la grande distanza tra i pensieri di Dio e i nostri pensieri, tra la Sua giustizia e la nostra. Noi giudichiamo in ragione del merito, abbiamo una “logica servile”: lavoro per essere “pagato”, faccio ciò che devo fare per la ricompensa; più e meglio lavoro, maggiore è la ricompensa che merito. Il Padre, invece, senza negare la giustizia, la supera nella logica della Misericordia: non ci tratta semplicemente secondo ciò che meritiamo, ma guarda anche al nostro bisogno. Non ci considera salariati, ma figli! Proprio perché ci ama come figli, non vuole farci mancare ciò di cui abbiamo bisogno. La Misericordia di Dio non è dunque contro la giustizia, ma è più grande della nostra idea di giustizia: il padrone non toglie ai primi ciò che aveva loro promesso, ma nella sua bontà dona agli ultimi molto più di quanto essi avrebbero potuto rivendicare. 

Il denaro della parabola, infatti, è simbolo della comunione con Cristo. Di cosa, in realtà, abbiamo bisogno se non di Cristo e della comunione con Lui? Il salario è la comunione con Dio, il diventare una cosa sola con Cristo. Cristo ci dona tutto se stesso. Cos’altro potrebbe darci ancora? Se abbiamo Cristo, cos’altro potremmo desiderare? Se non abbiamo Lui, cos’altro potrebbe saziarci?

«… tu sei invidioso perché io sono buono?» Quanto è importante che riconosciamo la Bontà e l’amore gratuito del Padre! Troppo spesso anche noi, come i farisei, pensiamo che il Signore sia in debito con noi, pensiamo di meritarci il suo amore. Può capitare addirittura che anche noi, come i farisei, ci permettiamo, dall’alto della nostra presunta giustizia, di condannare i fratelli; di additarli come indegni di ricevere l’amore del Signore. Magari arriviamo anche a giudicare il Signore perché non li castiga.

«… nessuno ci ha presi a giornata» Vorrei soffermarmi brevemente su questa risposta degli “operai dell’ultima ora” al rimprovero del padrone. Si trovano oziosi perché ancora non avevano incontrato il padrone. Appena lo incontrano anch’essi vanno nella vigna e si mettono al lavoro. Chissà quanti nostri fratelli “lontani” si trovano in quella condizione perché ancora non hanno incontrato il Signore; e magari proprio per colpa nostra che non siamo stati testimoni credibili!

«Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo». Questa esortazione di Paolo, con cui si conclude la seconda lettura, vale soprattutto per gli “operai della prima ora” chiamati ad annunciare la buona notizia del vangelo e a conformare la loro mentalità ai pensieri e alla giustizia misericordiosa di Dio e, sull’esempio di Paolo, a lavorare con frutto anelando solo alla comunione con Cristo.

«Misericordioso e pietoso è il Signore». Così abbiamo pregato nel salmo responsoriale. Smettiamo di condannare i fratelli lontani; facciamoci strumenti della misericordia del Padre perché i “lontani”, gli “oziosi”, possano incontrare il Signore, sentirsi amati e chiamati alla comunione; perché lascino le vie di morte e possano ricevere quella Vita piena di cui tutti abbiamo bisogno.

Fr. Marco


sabato 12 settembre 2026

Perdona l’offesa al tuo prossimo e ti saranno rimessi i peccati.

 «Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore? Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati?» (Sir 27,33 – 28,9)

«Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.» (Rm 14,7-9)

«“Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.”» (Mt 18,21-35)

Questa domenica, XXIV del tempo ordinario, Gesù nella pagina di Vangelo continua ad insegnarci come comportarsi con il fratello che sbaglia: alla correzione fraterna segue il perdono, cioè dare al fratello una nuova possibilità.

Credo sia importante chiarire che perdonare non significa “dimenticare” il torto subito; dimenticare, infatti, a volte ci risulta impossibile; d’altra parte, dimenticare potrebbe significare non voler guardare in faccia la realtà. Il perdono, inoltre, non è dato per debolezza: non è fingere di non tener conto di un torto subìto perché chi l’ha commesso è più forte di noi. Il perdono, infine, non consiste nel considerare senza importanza ciò che è grave, o bene ciò che è male. Il perdono non è indifferenza.

Il perdono è un atto di volontà e di lucidità, quindi un atto di libertà, che consiste nell’accogliere il fratello o la sorella così com'è, nonostante il male che ci ha fatto; come Dio accoglie noi peccatori, nonostante i nostri peccati. Il perdono consiste nel non rispondere all’offesa con l’offesa, ma nel fare quanto ci dice San Paolo: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male» (Rm 12,21). Il perdono consiste nel donare al fratello che ha sbagliato la possibilità di un nuovo rapporto con te, la possibilità quindi, per lui e per te, di ricominciare la vita, di far sì che il male non abbia l’ultima parola.

«Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette». Un numero simbolico, che indica la sovrabbondanza, il perdono illimitato (7 – numero che indica la pienezza – per 10 – numero che indica la totalità del compimento). Pietro forse pensava di essere stato generoso nel perdonare “sette volte”: sette è il numero della pienezza. Il Maestro chiede, invece, che il perdono sia illimitato, come quello che il Padre è disposto a concederci. Interessante, poi, che alcuni codici riportino “settantasette volte” con un chiaro riferimento a Gen 4,24: «Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette». Lì dove l’uomo cerca la vendetta, il Signore chiede il perdono.

Con la “parabola del servo spietato” il Maestro spiega anche il motivo del perdono: siamo del Signore, come ci ricorda oggi san Paolo nella seconda lettura, e a lui dobbiamo rendere conto delle nostre mancate corrispondenze, delle nostre ingratitudini … dei nostri peccati. Se prendessimo davvero coscienza di tutto l’amore che il Signore ogni giorno ci dona e delle nostre mancate corrispondenze, non potremmo che riconoscerci nel servo debitore di diecimila talenti che è impossibilitato a restituire. Gesù, nel Padre Nostro, ci ha insegnato a chiedere ogni giorno «rimetti a noi i nostri debiti». È il motivo per il quale cominciamo ogni nostra celebrazione con l’atto penitenziale, chiedendo perdono al Signore di tutti i nostri peccati.

Nel Padre Nostro chiediamo «rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori». Una preghiera che ci impegna a perdonare e ci rende “misura” del perdono che riceviamo. Come possiamo, infatti, chiedere al Padre di perdonarci se noi non siamo disposti a fare altrettanto con il nostro fratello? È ciò che si chiede nella prima lettura l’autore del libro del Siracide: «Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati?». Quella sul perdono, inoltre, è l’unica petizione del Padre Nostro che Gesù riprende e commenta: «Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.» (Mt 6,14-15)

Accogliamo l’insegnamento di Gesù e perdoniamoci a vicenda di vero cuore per potere ricevere il perdono del Padre.

Fr. Marco

sabato 5 settembre 2026

Custodi, non accusatori.

 «O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. … Se io dico al malvagio: “Malvagio, tu morirai”, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te.» (Ez 33,1.7-9)

«Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge. … La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità.» (Rm 13,8-10)

«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello … se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà.» (Mt 18,15-20)

Questa domenica, XXIII del tempo ordinario, la liturgia della Parola ci presenta un modo particolare di esprimere l’amore vicendevole che è la pienezza della Legge: la correzione fraterna.

Penso sia importante sottolineare che la correzione di cui si parla è “fraterna”: è fatta da un fratello e per amore del fratello; per avvisarlo che sta sbagliando, che si sta perdendo; perché ritorni sui suoi passi e si salvi.

« … della sua morte io domanderò conto a te» Nella prima lettura, il Signore richiama il profeta Ezechiele alla sua responsabilità nei confronti della rovina del malvagio che non desiste dal compiere il male. Se la sua condotta malvagia non gli è stata rimproverata, il malvagio morirà per la sua iniquità, ma della sua morte sarà domandato conto al profeta che non ha compiuto il suo dovere di parlare come inviato di Dio.

Nella Nuova ed Eterna Alleanza, tutti i cristiani, conformati a Cristo nel Battesimo, siamo unti Re, Sacerdoti e Profeti. Ogni battezzato, quindi, è chiamato a svolgere il compito profetico di ascoltare e annunciare ai fratelli la Parola di Dio perché si salvino.

Dinanzi ad un fratello che pecca, che fa ciò che è male agli occhi di Dio, il cristiano non può “farsi i fatti suoi”; sarebbe colpevole di omissione e non avrebbe vissuto il vero amore per il fratello disinteressandosi della sua rovina. È questo il senso della “correzione fraterna” che è tale solo se mossa dall’amore, dal desiderio di guadagnare il fratello, non di umiliarlo; né è fatta per vendicarsi di presunti torti subiti. Il fratello va corretto per amore e con amore. 

A fondamento della nostra correzione, quindi, deve esserci quella carità che non fa alcun male al prossimo. Siamo chiamati ad essere “sentinelle”, custodi dei nostri fratelli, non “accusatori”. L’accusatore è il diavolo (cfr. Ap 12,10) che vuole la rovina degli uomini, la loro disperazione.

«Va’ e ammoniscilo fra te e lui solo». Sta qui la distinzione immediatamente visibile tra accusatore e custode: l’accusatore addita gli errori del suo prossimo parlandone sempre in terza persona, con gli altri, non con colui che sbaglia. Il discepolo di Cristo, invece, custode del proprio fratello, non ha alcuna intenzione di lederne il buon nome e, quando lo vede sbagliare, lo ammonisce con amore e discrezione. 

Non dimentichiamo che lo scopo della correzione è sempre e solo guadagnare il fratello. Anche gli altri due passaggi che il Vangelo oggi ci indica (i testimoni e la comunità) sono ordinati a questo scopo: convincere il fratello del proprio errore perché si converta. 

L’ultimo passaggio, infine, «sia per te come il pagano e il pubblicano», è l’extrema ratio, l'ultima possibilità per “scuotere” il fratello e correggerlo: rendere visibile che il suo comportamento lo pone fuori dalla comunità ecclesiale. Il pagano e il pubblicano, inoltre, sono coloro ai quali si indirizza l’annuncio missionario: «Convertitevi, perché il regno dei Cieli è vicino» (Mt 3,2; 4,17).

«Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo …» Credo che non sia un caso che l’insegnamento sulla correzione fraterna si concluda con la promessa che la preghiera concorde sarà esaudita. Dinanzi al peccatore impenitente, che non vuole convertirsi e, quindi, si pone fuori dalla Chiesa, ai discepoli di Cristo rimane sempre la possibilità della preghiera per guadagnare il fratello. Il Signore li esaudirà.

«Ti ho posto come sentinella». Vorrei concludere ricordando che questo ruolo di custode e sentinella è di ogni cristiano nel luogo in cui vive, ma anche della Chiesa nel suo insieme. La società attuale vorrebbe relegare la vita di fede ad un fatto privato, da vivere nel nascondimento: “Puoi vivere e credere come ti piace, purché lo faccia a casa tua!”. 

La Chiesa, nella persona del Papa, dei Vescovi e dei sacerdoti, spesso è stata accusata di ingiusta ingerenza quando annuncia che alcuni comportamenti che la società vorrebbe far passare per normali e “giusti”, sono contrari alla Verità, sono malvagi. Penso, per esempio, all’aborto, all’eutanasia, all'eugenetica, al modo di vivere la propria sessualità sganciata dalla verità inscritta nella creazione … Siamo chiamati ad annunciare ciò che ascoltiamo dalla Parola, non possiamo tacere. Ce ne verrà chiesto conto.

Fr. Marco

sabato 29 agosto 2026

Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.

«Nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo.» (Ger 20,7-9)

«Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare.» (Rm 12,1-2)

«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.» (Mt 16,21-27)

Nella liturgia della Parola di questa XXII domenica del tempo ordinario risuona forte l’invito alla conversione, a metterci alla sequela di Gesù, a rinnovare il nostro modo di pensare, a non conformarci al modo di pensare del “mondo”.

«Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» La logica del mondo, infatti, è inconciliabile con la logica di Dio. È evidente che parlando di “mondo” la Scrittura intende tutto ciò che in noi si oppone a Dio. La “logica del mondo”, il pensare secondo gli uomini, mi insegna che “tutto gira intorno a me”, che “io valgo”, che “devo stare bene a tutti i costi”. Per quanto riguarda la sofferenza, poi, la logica del mondo, come Pietro, afferma: «Questo non ti accadrà mai!».

«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso». La sequela di Cristo richiede il rinnegamento di sé: se scegliamo di seguire Cristo, dobbiamo smettere di seguire il nostro io. Finché vorrò salvare la mia vita, per farlo sarò anche disposto a rinnegare Gesù perdendo così ciò che alla mia vita dà senso; è l’amara esperienza vissuta da Pietro nel cortile del sommo sacerdote (Mt 26,69-75)

Secondo la “logica del mondo”, inoltre, gli altri trovano posto nella mia vita solo finché “mi servono”, finché mi gratificano. È la logica dell’egoismo e dell’edonismo: un disordinato amore di sé che cerca sempre ciò che “mi fa stare bene”, piuttosto che ciò che è Bene. Una ricerca destinata al fallimento. Facciamo l’esperienza, infatti, che più mettiamo il nostro io al centro cercando di essere felici, magari a scapito di qualcun altro, più scopriamo di essere degli infelici: «chi vuole salvare la propria vita, la perderà»

I “potenti di questo mondo” ce ne danno dimostrazione: uomini insaziabili (e quindi “poveri” a prescindere da quanti beni possano avere), affannati ad inseguire l’eterna giovinezza e l’immortalità. Dei poveracci che rischiano di fallire la vita. Possono pensare di avere tutto, ma non hanno l’essenziale, l’unica cosa che conta: Amare ed essere Amati. Spesso, infatti, scoprono che accanto a loro non hanno fratelli che amano e dai quali si sentono amati, ma persone che usano e che, a loro volta, vogliono usarli. Avendo posto nella bellezza, nel potere e nella ricchezza la loro vita, quando verrà il momento di lasciare questo mondo - un momento che prima o poi viene per tutti! -, se ne andranno infelici e maledetti da coloro che prendono il loro posto: «poteva lasciare di più!» (cfr. San Francesco, Lettera ai fedeli, FF 205).

«Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» La logica del Vangelo, opposta a quella del mondo, mi insegna a mettere il Tu di Dio e del fratello al centro della mia vita; mi insegna a cercare al di sopra di tutto il Regno dei Cieli, cioè a lasciare regnare Dio nella mia vita; mi insegna che una vita vissuta “per me” è una vita sprecata e che solo una vita vissuta “per te” è degna di essere vissuta e risulta essere una vita bella e piena di senso. Se, egoisticamente, inseguiamo la nostra felicità, infatti, non la raggiungeremo mai; se, però, mettendoci alla sequela di Cristo, ci impegniamo a fare felice chi ci sta accanto, allora sì che otterremo anche la nostra vera felicità.

«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Rinnegare se stesso, quindi, significa imparare a fare spazio in noi alla logica del Vangelo, alla volontà di Dio; significa imparare a fare spazio ai bisogni di chi ci sta accanto, imparare la logica dell’amore che non rifiuta di soffrire, di salire sulla croce, per colui che ama. Gesù ci ha mostrato questa via; ci ha mostrato che la croce non ha l’ultima parola.

Impariamo a fare della nostra vita un’offerta a Dio e ai fratelli; impariamo ad offrire a Dio anche le inevitabili sofferenze che la vita porta con sè, a viverle per amore Suo. Impariamo, infine, a perdere la nostra vita per Dio, amando Lui e i fratelli più del nostro io: solo questa è la via per Vivere veramente.

Fr. Marco

sabato 22 agosto 2026

Ma voi, chi dite che io sia?

 «In quel giorno avverrà che io chiamerò il mio servo Eliakìm, figlio di Chelkìa … Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire.» (Is 22, 19-23)

«O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!» (Rm 11,33-36)

«A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». (Mt 16,13-20)

La pagina di Vangelo della XXI domenica del tempo ordinario si apre con una domanda di Gesù a proposito del parere della gente su di lui. Dopo avere ascoltato ciò che dice la gente, il Maestro chiede ai discepoli e a noi: «Ma voi, chi dite che io sia?».

Mi sembra importante soffermarsi sulla congiunzione avversativa “ma”. Rispondendo riguardo il parere della gente nei confronti del Maestro, i discepoli avevano presentato, in terza persona, le “voci” che circolavano: per “quelli di fuori”, per coloro che ne hanno solo sentito parlare, Gesù è un profeta che si inserisce nella linea della profezia veterotestamentaria e parla a nome di Dio. Non sbagliano nel considerare Gesù un profeta: egli è, infatti, la piena rivelazione di Dio. Quanti lo hanno conosciuto personalmente, hanno camminato con lui e hanno sperimentato la sua presenza, però, non possono limitarsi a considerarlo solo un profeta. Per questo Gesù, passando dalla terza alla seconda e prima persona, fa riferimento alla loro esperienza diretta: «Ma voi, chi dite che io sia?».

Nel riportare il parere della gente, senza esporsi personalmente, la risposta dei discepoli è corale (“risposero”). Alla seconda domanda, molto più coinvolgente e compromettente, invece, risponde solo Pietro, illuminato dallo Spirito: «Tu sei il Cristo, il figlio di Dio, il vivente» (trad. letterale: Σὺ εἶ ὁ χριστὸς ὁ υἱὸς τοῦ θεοῦ τοῦ ζῶντος).

Con questa risposta Pietro si dimostra docile allo Spirito, disponibile a lasciarsi illuminare dalla fede. È per questo che il Maestro gli affida la potestà vicaria di governare la Sua Casa e lo pone a fondamento della Chiesa: «A te darò le chiavi del regno dei cieli …»

La prima lettura di oggi ci aiuta a capire meglio la consegna delle chiavi del Regno. Anche a Eliakìm, come a Pietro nel Vangelo, vengono affidate “le chiavi” di un Regno che non gli appartiene, ma del quale è governante: “maggiordomo” del Regno di Dio. Così nel Vangelo, il Regno appartiene al Signore Gesù. Pietro viene posto a governare proprio in ragione della sua docilità a lasciarsi illuminare. Il Signore, nell'imperscrutabilità dei suoi giudizi (II lettura), lo ha scelto per essere a capo della Sua Casa. La Roccia, la Pietra d’Angolo, resta il Cristo; Pietro è “pietra di fondamento” nella misura in cui resta unito a Gesù.

A questa pietra, però vanno unite tante altre “pietre vive” per l’edificazione della Chiesa. È ciò che chiediamo nella preghiera colletta, ed è il motivo per cui anche a noi oggi Gesù pone la domanda: «Ma voi, chi dite che io sia?». Se siamo di quelli che lo hanno incontrato e scelto come Signore della propria vita, Gesù ci chiede un coinvolgimento personale nella risposta. Non possiamo limitarci a riportare risposte “per sentito dire”. Per quelli di fuori, spesso, Gesù si limita ad essere un grande maestro. Per qualcuno è un “maestro tradito”, del quale è stato travisato il messaggio. Per molti si tratta di un personaggio relegato nel passato alla stregua di un Socrate o di un Platone.

La risposta di fede data da Pietro lo riconosce Dio e Vivente: «Tu sei il Cristo, il figlio di Dio, il vivente». Ho voluto riportare la traduzione letterale per evidenziare un articolo che nella traduzione CEI non viene reso. Sicuramente Pietro intendeva dire “Dio vivente” riprendendo una nota espressione veterotestamentaria. Ritengo, tuttavia, che la formulazione greca possa aprire, alla luce della Pasqua, una prospettiva ulteriore: nella confessione di Pietro è possibile scorgere in filigrana la fede post-pasquale che riconosce in Cristo “il vivente”, colui “che più non muore” e che regna in eterno sulla sua Chiesa.

«Ma voi, chi dite che io sia?» Chi è per me Gesù? È un personaggio storico che ha detto tante belle cose, ma che poco o nulla ha a che fare con la mia vita quotidiana? O è il Vivente, colui che ancora Parla e guida la Chiesa, colui che ho riconosciuto Signore della mia vita? Solo se, docile all’illuminazione dello Spirito, saprò riconoscere con la mia vita, nei fatti, che Gesù è «il Cristo, il figlio di Dio, il vivente» allora, unito a Pietro e fondato su Cristo, sarò pietra viva per l’edificazione della Chiesa.

Fr. Marco