venerdì 9 ottobre 2026

Accogliamo l'invito alla gioia eterna

«Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati.» (Is 25,6-10a)

«Tutto posso in colui che mi dà la forza. … Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù.» (Fil 4,12-14.19-20)

«Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero.» (Mt 22,1-14)

La Parola di Dio di questa XXVIII domenica del Tempo Ordinario, ci fa contemplare il Regno dei Cieli attraverso l’immagine del banchetto. Il Padre ha preparato per noi un banchetto di grasse vivande: vuole saziare ogni nostro appetito dandoci ciò che è gustoso e nutriente; ci chiede soltanto di accogliere il suo invito per fare festa con Lui.

Nella pagina evangelica, Gesù racconta la parabola del banchetto nuziale. Con l’immagine degli invitati che non si curano dell’invito e addirittura uccidono i servi del re, il Maestro si sta rivolgendo principalmente ai rappresentanti del Popolo dell’Alleanza, i primi invitati a prendere parte a questa festa, che hanno però smarrito il senso del culto e che, pur avendo in mezzo a loro lo Sposo, il Messia atteso, non vogliono riconoscerlo: sono troppo impegnati a praticare la loro “giustizia”, per poter accogliere l’amore di Dio!

La seconda scena della parabola si apre all’universalità: vengono invitati alla festa tutti gli uomini, cattivi e buoni. Nessuno è escluso; ciò che rende “degni” gli invitati sarà solo l’aver accolto l’invito.

Nella terza scena della parabola, infine, Gesù si sofferma su un invitato particolare: un uomo che non indossa l’abito della festa e che per questo viene rimproverato dal padrone di casa. Per comprendere questa scena, va tenuto presente che in Oriente chi invitava ad una festa solenne, insieme all’invito mandava anche l’abito con cui onorare la festa. Forse è retaggio di quest’uso - che in alcune parti del mondo è ancora attuale - il fatto che quando il Papa o il vescovo di una diocesi invitano a qualche celebrazione particolarmente solenne, donano ai concelebranti i paramenti da indossare. L’uomo della parabola, quindi, ha ricevuto l’abito nuziale; il padrone di casa glielo ha donato. Se quest’uomo non lo indossa è, probabilmente, perché non ha preso sul serio la solennità dell’invito. Si tratta, dunque, di un grave affronto che giustifica la durezza della punizione: l’esclusione dal banchetto.

Fuori dalla parabola, oggi il Signore sta parlando a noi. Siamo noi, la Chiesa, il Popolo della Nuova Alleanza, gli invitati. Il Signore viene a ricordarci che siamo invitati ad un banchetto, che vuole fare festa con noi. Credo vada sottolineato che, sempre, parlando del Regno, Gesù usa l’immagine di una festa. Il “principe di questo mondo”, volendo allontanarci dal Signore, vuole convincerci che entrare nel Regno, vivere sotto la signoria di Cristo, significa vivere da sacrificati, fare cose per il Signore, mortificare la nostra vita. Gesù, invece, ci insegna la verità: entrare nel Regno significa realizzare pienamente la nostra vita, lasciare che il Signore faccia meraviglie con noi e per noi e sazi ogni nostro più autentico bisogno dandoci tutto se stesso.

Come gli invitati della parabola, però, anche noi spesso abbiamo rifiutato l’invito. Impegnati nelle nostre cose, o magari nel fare cose per il Signore, non abbiamo tempo per Lui.

Capita anche che la Chiesa, che invita al banchetto, sia messa a tacere proprio da quelle popolazioni che si vantano delle loro radici cristiane. Non è raro, infatti, che la “gente di fuori”, i “lontani”, sia più pronta di noi battezzati ad accogliere l’invito e a rendersi, in tal modo, degni del banchetto nel Regno dei Cieli.

Ancora una volta, oggi il Signore ci invita a ravvederci. Accogliamo l’invito alla festa. Ricordiamoci che non possiamo avere nulla di più importante da fare che entrare nel Banchetto Celeste.

Per entrare al banchetto, tuttavia, anche noi siamo chiamati ad indossare “l’abito nuziale” che il Padre ci ha donato il giorno del nostro Battesimo quando siamo stati rivestiti di Cristo. Così ci viene ricordato dal rito del Battesimo: «… sei diventato nuova creatura, e ti sei rivestito  di Cristo. Questa veste bianca sia segno della tua nuova dignità: aiutato dalle parole e dall’esempio dei tuoi cari, portala senza macchia per la vita eterna.» Curiamo sempre la nostra conformità a Cristo: è un dono che siamo tenuti a custodire.

Nutriti dalla Parola e dai Sacramenti, impegniamoci a far emergere nella nostra vita l’immagine del Figlio che il Padre ha impresso in noi; solo così potremo prendere parte alla “festa eterna”, alla Vita Piena che il Padre ha preparato per noi fin dall’eternità.

Fr. Marco

Lettera alla sorella musulmana

Cara sorella,

ti scrivo chiamandoti sorella, perché prima ancora delle nostre differenze religiose ci accomuna la stessa umanità, la medesima dignità di creature amate da Dio e il desiderio, che abita in ogni cuore sincero, di conoscere la verità e di trovare la via della salvezza.

Non ti scrivo per offenderti, né per disprezzare la tua fede o la tua storia. Ti scrivo perché vorrei condividere con te il dono più prezioso che ho ricevuto: l'incontro con Gesù Cristo, il Figlio di Dio, il Salvatore del mondo.

Vorrei invitarti a conoscerlo non soltanto attraverso ciò che altri ti hanno raccontato di lui, ma attraverso le sue parole, i suoi gesti, il suo Vangelo. Vorrei che tu potessi incontrare il suo sguardo e scoprire quanto sei preziosa ai suoi occhi.

Gesù Cristo non è venuto per togliere dignità alla donna, ma per restituirle pienamente il posto che le spetta nel cuore di Dio.

Guarda come si comporta Gesù nei confronti delle donne! In una società nella quale la loro testimonianza pubblica era spesso poco considerata, egli non le tiene ai margini della sua missione. Si lascia avvicinare da loro, ascolta le loro parole, accoglie le loro domande e non teme di affidare loro compiti importanti.

A una donna samaritana, incontrata presso un pozzo, Gesù rivela la verità sulla propria identità e le parla dell'acqua viva che disseta per sempre (Gv 4). Non la umilia per la sua storia personale, ma le apre un cammino di fede, tanto che proprio attraverso la sua testimonianza molti arrivano a credere in lui.

A Marta, sorella di Lazzaro, Gesù rivolge una delle più grandi professioni di fede del Vangelo: «Io sono la risurrezione e la vita» (Gv 11,25). E a Maria di Betania riconosce il diritto di sedersi ai suoi piedi per ascoltare la sua parola, come una discepola, senza rimproverarle di aver scelto il posto di chi vuole imparare (Lc 10,38-42).

Gesù non considera la donna un essere inferiore, una proprietà dell'uomo o una creatura destinata soltanto a servirlo. La incontra come una persona, la interpella nella sua libertà e la chiama a una relazione viva con Dio.

E c'è un episodio che mi commuove particolarmente.

Le prime testimoni del sepolcro vuoto e le prime annunciatrici della risurrezione sono state delle donne.

Quando gli apostoli sono ancora smarriti davanti allo scandalo della croce, quando la speranza sembra essere stata sepolta insieme al Maestro, sono alcune donne a recarsi al sepolcro. Ed è a loro che il Risorto affida l'annuncio che cambierà la storia: Cristo è vivo! La morte è stata vinta!

Nel Vangelo secondo Giovanni, Maria Maddalena incontra il Signore risorto e riceve da lui un incarico straordinario: «Va' dai miei fratelli e di' loro…» (Gv 20,17). Maria va e annuncia ai discepoli: «Ho visto il Signore!» (Gv 20,18).

Pensa, sorella: Dio avrebbe potuto affidare questo annuncio soltanto agli uomini, secondo le consuetudini del tempo. E invece il Risorto sceglie delle donne come prime testimoni della vittoria sulla morte e le rende messaggere della speranza per gli stessi apostoli.

Non è forse un segno luminoso della dignità che Gesù riconosce alla donna? Non è un invito a comprendere che, davanti a Dio, la donna non è una credente di seconda categoria, ma una persona chiamata alla santità, alla libertà e alla testimonianza della verità?

Cara sorella, vorrei che tu potessi conoscere questa libertà che nasce dall'incontro con Cristo.

So che nel mondo musulmano esistono donne di grande fede, intelligenza, coraggio e generosità. Non voglio giudicare il tuo cuore, né attribuire a ogni musulmano o a ogni famiglia musulmana gli stessi comportamenti. Conosco anche la sofferenza delle donne cristiane e so che, purtroppo, persino nella società cristiana la dignità femminile è stata talvolta tradita.

Eppure credo che sia legittimo interrogarsi sulle differenze tra le nostre visioni religiose della donna. Alcune interpretazioni tradizionali della legge islamica stabiliscono differenze tra uomini e donne in ambiti quali il matrimonio, il divorzio, l'eredità e la testimonianza giuridica. Queste norme, pur non essendo applicate nello stesso modo in ogni Paese e comunità musulmana, sollevano domande importanti sulla piena uguaglianza e sulla libertà personale della donna.

Non ti dico questo per accusarti della fede in cui sei cresciuta. Ti invito, piuttosto, a domandarti se una relazione autentica con Dio debba comportare una dignità giuridica e spirituale diversa a seconda che si nasca uomini o donne.

Nel Vangelo, Gesù ci conduce verso un'altra prospettiva: ogni persona è chiamata a essere figlia di Dio, amata personalmente da lui. La dignità della donna non dipende dal permesso di un uomo, dal suo stato matrimoniale o dalla sua capacità di generare figli. Il suo valore non è una concessione umana: è radicato nell'amore di Dio.

Ma c'è qualcosa di ancora più grande che desidero condividere con te.

Gesù non è soltanto un profeta da onorare: è il Figlio di Dio fatto uomo, morto e risorto per la nostra salvezza.

So che l'islam riconosce Gesù, chiamato ʿĪsā, come Messia e profeta, ma non accoglie la fede cristiana nella sua divinità e nella sua crocifissione e risurrezione come noi la professiamo. Per noi cristiani, tuttavia, proprio la croce e la risurrezione sono il cuore della nostra speranza.

Sulla croce Gesù manifesta un amore che arriva fino al dono totale di sé. Non domina, non costringe, non sottomette gli altri alla propria volontà: offre la propria vita per salvare l'umanità dal peccato e dalla morte. Risorgendo, apre a tutti la via della vita eterna.

Non abbiamo bisogno di guadagnare l'amore di Dio attraverso i nostri meriti: è lui che ci viene incontro per primo. In Cristo, Dio non rimane lontano dall'umanità, ma entra nella nostra storia, assume la nostra carne, condivide la nostra sofferenza e ci apre la strada verso la comunione con lui.

Per questo noi cristiani professiamo che Gesù Cristo è l'unico Salvatore. Non perché disprezziamo gli uomini e le donne di altre religioni, ma perché riconosciamo in lui il dono definitivo di Dio all'umanità: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6).

Sorella, non ti chiedo di rinnegare per un momento di emozione tutto ciò in cui hai creduto. Ti chiedo di non avere paura di cercare, di leggere il Vangelo con cuore libero, di sostare davanti alla croce e di interrogarti davanti al sepolcro vuoto.

Leggi il racconto della Samaritana, ascolta le parole rivolte a Marta, guarda Maria Maddalena mentre incontra il Risorto. Lascia che Gesù ti parli personalmente. Domandagli di farti conoscere chi è veramente.

Forse scoprirai che colui che ti è stato presentato soltanto come un profeta è molto più di quanto immaginassi: è il Signore che ti conosce per nome, che ti ama senza condizioni e che ha dato la vita anche per te.

E se un giorno riconoscerai in lui il Figlio di Dio e l'unico Salvatore, non avrai trovato un padrone che ti priva della libertà, ma il Signore che ti chiama amica e ti conduce alla pienezza della vita.

Cara sorella musulmana, Cristo è morto e risorto anche per te.

Il suo amore non cancella la tua dignità: la illumina. Non soffoca la tua libertà: la chiama a una risposta d'amore. Non ti considera inferiore: ti invita a diventare figlia nel Figlio, erede della vita eterna.

È questo il dono che vorrei condividere con te. Non una vittoria su di te, ma la gioia di incontrare insieme la Verità che salva.

Con affetto fraterno e nella speranza che un giorno possiamo riconoscerci pienamente sorella e fratello in Cristo,

Frate Marco, cappuccino 

martedì 6 ottobre 2026

Al fratello musulmano

 

Caro fratello,

ti scrivo chiamandoti «fratello» perché, prima ancora delle differenze che esistono tra la tua fede e la mia, condividiamo la stessa umanità e il desiderio di cercare Dio, di vivere nella verità e di compiere il bene. Citando Paolo di Tarso: «Ebbene, colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio.» (At 17,23)

So che tu riconosci in Gesù, ʿĪsā, un grande profeta e che lo veneri come Messia. Proprio per questo vorrei chiederti di fermarti ancora una volta davanti a Lui e di ascoltare ciò che Egli stesso dice di sé.

Per me Gesù non è soltanto un profeta inviato da Dio. È il Figlio di Dio fatto uomo, il Verbo eterno che è venuto nel mondo per salvarci. È colui che ha dato la sua vita sulla croce per amore degli uomini ed è risorto dai morti. Per questo la Chiesa proclama con le parole degli Apostoli: «In nessun altro c'è salvezza» (At 4,12).

Non ti chiedo di accogliere Gesù semplicemente perché te lo dice un cristiano. Ti invito piuttosto a incontrarlo personalmente, a leggere il Vangelo e a lasciarti interrogare dalla sua persona. Incontra Colui che non ti vuole sottomesso, ma vuole sceglierti come discepolo e chiamarti amico (Cfr. Gv 15,15-16)

Guarda Gesù quando perdona i peccatori, quando tocca il lebbroso, quando si china sui piccoli, quando piange davanti alla morte dell'amico Lazzaro. Guarda soprattutto la croce: colui che avrebbe potuto rispondere alla violenza con la violenza sceglie di offrire se stesso per la salvezza di tutti. E ascolta le sue parole: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14,6).

È qui che la mia fede diventa anche una testimonianza per te: Gesù Cristo non è soltanto uno dei profeti; è il Salvatore. Non è soltanto colui che indica una via verso Dio: Egli è la Via. Non è soltanto colui che parla della verità: Egli è la Verità. Non è soltanto colui che annuncia la vita eterna: Egli è la Vita.

So che questa affermazione può essere difficile da accogliere. Non voglio però che la nostra differenza diventi motivo di disprezzo o di inimicizia. Al contrario, proprio perché ti considero fratello, desidero condividere con te ciò che per me è il dono più grande ricevuto nella vita: Gesù Cristo.

Se cerchi Dio con cuore sincero, chiedigli di mostrarti la verità. E, quando aprirai il Vangelo, prova a rivolgere a Gesù questa semplice preghiera:

«Gesù, se tu sei veramente il Figlio di Dio e il Salvatore, fammi conoscere chi sei. Apri il mio cuore alla verità».

Quando sarai pronto, entra con rispetto in una chiesa lì dove Gesù Vivo e Vero è rimasto con noi nel Sacramento dell’Eucarestia. Se sei sincero, noi ti accoglieremo. Accosta da fratello il sacerdote e chiedigli di farti conoscere Gesù.

Io credo che Gesù non abbia paura delle nostre domande. Egli non costringe nessuno: chiama, attende e invita.

Fratello musulmano, non ti scrivo per chiederti di rinnegare il bene che hai ricevuto o per offenderti nella tua fede. Ti scrivo perché vorrei che tu potessi conoscere Cristo così come io l'ho incontrato: non come un avversario, non come una figura del passato, ma come il Signore vivo che viene incontro all'uomo e gli offre la salvezza.

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28).

Che tu possa un giorno riconoscere in Gesù Cristo il Figlio di Dio e l'unico Salvatore del mondo.

Con sincero affetto fraterno,

frate Marco, Cappuccino

sabato 3 ottobre 2026

Laudato sii mi Signore

«Ecco chi nella sua vita riparò il tempio, e nei suoi giorni fortificò il santuario.» (Sir 50,1.3-7)

«Fratelli, quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo» (Gal 6,14-18)

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. … Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 25-30)

Questa domenica, nell’anno in cui si celebra l’ottocentenario del suo Transito da questo mondo al Padre, nelle Chiese servite dai francescani celebriamo la solennità di San Francesco d’Assisi. Vorrei cercare di tratteggiarne l’identità a partire dal Vangelo che è stato proclamato.

Abbiamo ascoltato che Gesù, nel Vangelo, rende grazie al Padre perché ha rivelato i misteri del Regno ai piccoli, a quanti non si gonfiano della propria presunta sapienza e si rendono quindi disponibili ad accogliere la Buona Notizia del Regno.

San Francesco d’Assisi è stato sicuramente uno di questi “piccoli”. Il Poverello di Assisi, infatti, sceglie per sé e per i suoi frati la Minorità. Rinuncia alla sapienza del mondo, tanto da essere considerato folle. Sceglie di rinunciare ad ogni “superiorità” e di stimare sempre gli altri come superiori a sé. Vuole che i suoi frati siano detti e siano realmente minori. Fa questa scelta spinto dall’imitazione di Gesù Cristo che “da ricco che era si fece povero per noi”. Se il Figlio di Dio si fa uomo e piccolo, quanto più noi, suoi discepoli, siamo chiamati a farci piccoli, a riconoscere la nostra reale piccolezza e a consegnarla nelle Sue mani, perché Lui possa compiere grandi cose.

La scelta della minorità e dell'imitazione del Signore porta Francesco  a fare anche la scelta della povertà, come rinuncia ad ogni potere, ad ogni idolatria e ad ogni autosufficienza. Il Serafico Padre è, infatti, consapevole di quanto qualunque ricchezza ci separi dagli altri, rendendoci autosufficienti. La ricchezza, inoltre, va difesa e questo fa sì che non vediamo più in chi ci sta accanto un fratello, ma un nemico. Facciamo attenzione, però, che la ricchezza rifiutata da Francesco è dentro l’uomo, non fuori dall’uomo: si può essere ricchi anche della propria povertà, quando la si usa per sentirsi superiori ai fratelli. Quella di Francesco, invece, è una reale povertà interiore che diventa visibile anche esteriormente.

Spoglio di tutto, Francesco affida con gioia la sua vita alle mani del Padre e questo lo porta a riconoscere in chi gli sta accanto un fratello. Avendo imparato da Cristo, mite e umile di cuore, il Serafico Padre sa bene che il comandamento fondamentale, la “sintesi della Legge e dei Profeti” è l’Amore. Vive pienamente quest’amore per Dio e per i fratelli. Il titolo di “serafico” che la Chiesa gli ha attribuito richiama, infatti, i Serafini: le creature angeliche che ardono d’amore per Dio. Francesco sceglie quindi di vivere l’amore e di farsi fratello di ogni creatura e vuole che l’Ordine da lui fondato sia una fraternità. Ritengo significativo, però, il fatto che raramente nei suoi scritti parli di “fraternità” e innumerevoli volte parli di “fratelli”: la fraternità in astratto non esiste! Esistono uomini e donne che scelgono di farsi fratelli e sorelle di chi il Signore pone loro accanto. È questa la fraternità francescana: riconoscere l’unica paternità di Dio e, per questo, scegliere di farsi fratelli di ogni uomo amandolo per primi, come noi ci sappiamo amati dal Padre. Solo quando ciascuno di noi si farà fratello o sorella dell’altro ci sarà tra noi vera fraternità.

Anche l’obbedienza, per Francesco, trova la sua radice nella minorità. Mettendo la sua vita nella sequela di Gesù e intenzionato a prendere il suo giogo sopra di sé, Francesco mette realmente la sua vita sotto la Signoria di Cristo. Riconoscendo gli altri come superiori a sé, inoltre, vive in continuo ascolto della volontà di Dio, che può manifestarsi attraverso qualunque dei suoi fratelli. L’obbedienza di Francesco, naturalmente, si fa estrema nei riguardi della Chiesa e di ogni suo rappresentante, nei quali vede una mediazione diretta e privilegiata della voce di Dio. Solo in questo modo Francesco poté realizzare la restaurazione della Chiesa che anche altri avevano tentato, fallendo. La Chiesa ai tempi di Francesco è una Chiesa che va in rovina, nella quale solo con grande fatica si riconosce la Sposa di Cristo: i vescovi vivono come principi e, come loro, sono più impegnati nelle cose temporali che in quelle spirituali. I sacerdoti sono spesso quasi analfabeti e conducono una vita di dubbia moralità. È questa la Chiesa che Francesco è chiamato a restaurare dall’interno, ed è questa la Chiesa alla quale Francesco vuole obbedire, perché sa che, nonostante tutto, in essa il Signore continua a parlare.

Francesco, infine, è proteso verso l’incontro con il suo Signore e, per questo accoglie in pace ogni sofferenza e ogni prova. A lui è attribuita la frase «Tanto è il bene che mi aspetto, che ogni pena mi è diletto», pronunciata durante una predica a San Leo nel 1213. Proprio perché proteso verso il Regno, il Serafico Padre può accogliere come sorella anche la morte corporale, che il 3 ottobre di 800 anni fa gli spalancò la porta verso il Regno dei Cieli.

Celebrando questa solennità, fratelli e sorelle, guardiamo a ciò che San Francesco ha fatto della sua vita, seguiamo il suo esempio nella disponibilità a compiere il progetto d’amore del Padre per noi e, come lui, mettiamo realmente la nostra vita sotto la Signoria di Cristo. In tal modo saremo realmente discepoli di Cristo e seguaci di Francesco, uomini e donne pienamente realizzati, strumenti di Dio per edificare giorno dopo giorno il Regno dei Cieli. Il Signore ce lo conceda per intercessione di S. Francesco, nostro Serafico Padre.

Fr. Marco

venerdì 25 settembre 2026

Se il malvagio si converte, egli fa vivere se stesso

 «Se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso » (Ez 18,25-28)

« Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,1-11)

« Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?» (Mt 21,28-32)

Questa domenica, XXVI del Tempo Ordinario, la liturgia della Parola ci ricorda che siamo noi, con la nostra obbedienza o disobbedienza ai comandi del Signore, i responsabili della nostra salvezza o della nostra rovina.

«Egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò.» L’obbedienza che ci è richiesta è un’obbedienza “operosa”. Non basta dire “Signore, Signore” (cfr Mt 7, 21-23). Non basta neanche avere avuto la grazia di rispondere “sì” una volta: il nostro sì va confermato ogni giorno.

Spesso noi battezzati, “gente di chiesa”, corriamo il rischio di trovarci nella stessa situazione dei capi dei sacerdoti e degli anziani del popolo a cui si rivolge oggi Gesù: attraverso i nostri genitori, abbiamo detto sì al Signore con il nostro Battesimo; abbiamo “confermato” questo sì con la Cresima; molti di voi, nel Matrimonio, hanno detto sì a quello che hanno riconosciuto come la loro specifica vocazione e via di santità; io ho detto sì al Signore nella vocazione religiosa e sacerdotale; tra poco tutti insieme, come ogni domenica, diremo al Signore: “Credo …”; infine, tra non molto, ricevendo l’Eucaristia, uniremo sacramentalmente la nostra vita a quella di Gesù nell’offerta per la salvezza del mondo. 

A tutti questi nostri “sì” abbiamo fatto seguire le opere corrispondenti? Questi nostri “sì” sono realmente maturati nella conversione, nell’amore operoso per Gesù messo al centro della nostra vita? Credo che, a un serio e sincero esame, dovremo ammettere che a molti dei nostri “sì” non sono seguite le opere corrispondenti. Magari alcuni nostri “sì” non sono motivati dal desiderio di corrispondere all’amore del Padre, ma dalla ricerca del nostro io, dal desiderio della ricompensa e dalla paura del castigo.

«... voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”». Chissà quante volte anche noi abbiamo osato perfino giudicare Dio pretendendo di sapere meglio di Lui ciò che è giusto o sbagliato. Per questo oggi Gesù ci parla di “convertirsi per credere”: per credere dobbiamo convertirci, lasciare la mentalità del mondo e accogliere la logica del Vangelo; dobbiamo smettere di sentirci “a posto” per lasciare che il Padre ci mostri la giusta via.

Convertirsi, inoltre, significa anche cambiare la motivazione alla nostra obbedienza: non “la legge per la legge”; non il desiderio del premio o la paura del castigo, ma l’amore per il Padre e per i fratelli; non l’obbedienza “legalista” di chi si preoccupa di essere “a posto” nei confronti della lettera della legge, ma un’obbedienza d’amore che non si accontenta di soddisfare il precetto, ma cerca la comunione con il Signore. Solo così potremo realmente scoprire quanto bisogno abbiamo di pentimento.

Se non convertiamo la nostra motivazione, sarà facile cadere nell’errore di sentirsi “a posto”: «Non ho ammazzato nessuno, non ho rubato  …»; ma ci siamo interessati dei fratelli in difficoltà? Abbiamo fatto attenzione a non diffamare il fratello mettendo in piazza il suo errore? Ci siamo comportati sempre onestamente o magari abbiamo ceduto alla logica del “così fan tutti”?

Nella seconda lettura di oggi S. Paolo, esortandoci ad avere gli stessi sentimenti di Cristo, il quale è mosso dall’amore per il Padre e per i fratelli, ci prescrive qualche comportamento pratico: «Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri». Proviamo a prendere sul serio questa Parola e, confidando nella Misericordia del Padre, cerchiamo di compiere “ciò che è giusto e retto” per giungere a quella pienezza di Vita che Cristo è venuto a donarci.

Domenica prossima celebreremo la solennità di San Francesco d’Assisi nell’ottavo centenario del suo Transito. San Francesco si fece in tutto imitatore di Cristo mettendo in pratica sine glossa il Vangelo. A proposito del “dire e non fare”, parlando in particolare ai predicatori, ma non solo ad essi, nella Regola non bollata così il Serafico Padre ci esorta: «Tutti noi frati guardiamoci da ogni superbia e vana gloria; e difendiamoci dalla sapienza di questo mondo e dalla prudenza della carne. Lo spirito della carne, infatti, vuole e si preoccupa molto di possedere parole, ma poco di attuarle, e cerca non la religiosità e la santità interiore dello spirito, ma vuole e desidera avere una religiosità e una santità che appaia al di fuori agli uomini. È di questi che il Signore dice: "In verità vi dico, hanno ricevuto la loro ricompensa". Lo spirito del Signore invece vuole che la carne sia mortificata e disprezzata, vile e abbietta, e ricerca l'umiltà e la pazienza e la pura e semplice e vera pace dello spirito; e sempre desidera soprattutto il divino timore e la divina sapienza e il divino amore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.»

Per Francesco il saluto «Il Signore ti dia Pace» che il Signore stesso gli rivela (Test. 23; FF 121), non è soltanto un augurio, ma corrisponde al comando di Gesù agli apostoli (cfr. Lc 10,5) e porta in sé il dono pasquale della riconciliazione. Questo saluto, anche nella forma «Pace e Bene» (che traduce lo shalom ebraico) diventa per chi lo pronuncia un’esortazione a farsi operatore della vera Pace vivendo la comunione con Dio nell’amare i fratelli che il Signore gli ha donato. Un amore che non di rado deve diventare perdono, servizio, attenzione “materna”. Un amore che non può essere riservato solo a chi mi ama, ma deve raggiungere anche i nemici, quanti non corrispondono al mio amore e tuttavia sono miei fratelli perché figli dell’unico Padre e amati dal Figlio che è morto e risorto anche per loro. Così lo ha vissuto Francesco, che si è fatto fratello di tutti.

Noi che abbiamo riconosciuto Gesù come Signore e Maestro e ci siamo messi alla Sua sequela sulle orme di San Francesco, non limitiamoci, allora, a dire "Pace e Bene", ma, come il Serafico Padre, accogliamo realmente in noi l’Amore di Cristo e amiamoci gli uni gli altri con i fatti e nella verità (Cfr 1Gv 3,18).

Fr. Marco

 

sabato 19 settembre 2026

I miei pensieri non sono i vostri pensieri

«Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore.» (Is 55,6-9)

«Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo.» (Fil 1,20-24.27)

«Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?» (Mt 20,1-16)

Questa domenica, XXV del tempo ordinario, la Parola di Dio, presentandoci la giustizia misericordiosa di Dio che sovrasta la nostra come il cielo sovrasta la terra, ci ricorda che i Suoi pensieri non sono i nostri pensieri.

Gesù, raccontando la Parabola degli operai mandati nella vigna in diverse ore del giorno, ci mostra la distanza tra i pensieri e la giustizia di Dio e i nostri. Il Maestro coglie lo spunto da un evento abbastanza comune: un proprietario di una vigna che, nel periodo della vendemmia, va in cerca di operai. Il protagonista della parabola va in cerca di operai durante tutto il corso della giornata: i primi vengono assunti all’alba; gli ultimi, dopo essere stati rimproverati per essere rimasti oziosi tutta la giornata, vengono mandati nella vigna “verso le cinque”. Con i primi si concorda la paga di un denaro, agli altri viene promesso quello che è giusto. 

Al momento in cui gli operai vengono pagati, ecco la sorpresa: tutti ricevono la stessa paga di un denaro. Gli “operai della prima ora”, a questo punto, si lamentano pensando di essere stati defraudati: coloro che hanno lavorato un’ora soltanto vengono trattati come loro che hanno sopportato il peso di una giornata; ciò non è “secondo giustizia”, loro meritano di più! Se ci pensiamo un attimo, però, il padrone della vigna non viola la “giustizia umana”: ai primi viene dato esattamente quanto concordato.

È qui che si manifesta la grande distanza tra i pensieri di Dio e i nostri pensieri, tra la Sua giustizia e la nostra. Noi giudichiamo in ragione del merito, abbiamo una “logica servile”: lavoro per essere “pagato”, faccio ciò che devo fare per la ricompensa; più e meglio lavoro, maggiore è la ricompensa che merito. Il Padre, invece, senza negare la giustizia, la supera nella logica della Misericordia: non ci tratta semplicemente secondo ciò che meritiamo, ma guarda anche al nostro bisogno. Non ci considera salariati, ma figli! Proprio perché ci ama come figli, non vuole farci mancare ciò di cui abbiamo bisogno. La Misericordia di Dio non è dunque contro la giustizia, ma è più grande della nostra idea di giustizia: il padrone non toglie ai primi ciò che aveva loro promesso, ma nella sua bontà dona agli ultimi molto più di quanto essi avrebbero potuto rivendicare. 

Il denaro della parabola, infatti, è simbolo della comunione con Cristo. Di cosa, in realtà, abbiamo bisogno se non di Cristo e della comunione con Lui? Il salario è la comunione con Dio, il diventare una cosa sola con Cristo. Cristo ci dona tutto se stesso. Cos’altro potrebbe darci ancora? Se abbiamo Cristo, cos’altro potremmo desiderare? Se non abbiamo Lui, cos’altro potrebbe saziarci?

«… tu sei invidioso perché io sono buono?» Quanto è importante che riconosciamo la Bontà e l’amore gratuito del Padre! Troppo spesso anche noi, come i farisei, pensiamo che il Signore sia in debito con noi, pensiamo di meritarci il suo amore. Può capitare addirittura che anche noi, come i farisei, ci permettiamo, dall’alto della nostra presunta giustizia, di condannare i fratelli; di additarli come indegni di ricevere l’amore del Signore. Magari arriviamo anche a giudicare il Signore perché non li castiga.

«… nessuno ci ha presi a giornata» Vorrei soffermarmi brevemente su questa risposta degli “operai dell’ultima ora” al rimprovero del padrone. Si trovano oziosi perché ancora non avevano incontrato il padrone. Appena lo incontrano anch’essi vanno nella vigna e si mettono al lavoro. Chissà quanti nostri fratelli “lontani” si trovano in quella condizione perché ancora non hanno incontrato il Signore; e magari proprio per colpa nostra che non siamo stati testimoni credibili!

«Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo». Questa esortazione di Paolo, con cui si conclude la seconda lettura, vale soprattutto per gli “operai della prima ora” chiamati ad annunciare la buona notizia del vangelo e a conformare la loro mentalità ai pensieri e alla giustizia misericordiosa di Dio e, sull’esempio di Paolo, a lavorare con frutto anelando solo alla comunione con Cristo.

«Misericordioso e pietoso è il Signore». Così abbiamo pregato nel salmo responsoriale. Smettiamo di condannare i fratelli lontani; facciamoci strumenti della misericordia del Padre perché i “lontani”, gli “oziosi”, possano incontrare il Signore, sentirsi amati e chiamati alla comunione; perché lascino le vie di morte e possano ricevere quella Vita piena di cui tutti abbiamo bisogno.

Fr. Marco


sabato 12 settembre 2026

Perdona l’offesa al tuo prossimo e ti saranno rimessi i peccati.

 «Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore? Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati?» (Sir 27,33 – 28,9)

«Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.» (Rm 14,7-9)

«“Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.”» (Mt 18,21-35)

Questa domenica, XXIV del tempo ordinario, Gesù nella pagina di Vangelo continua ad insegnarci come comportarsi con il fratello che sbaglia: alla correzione fraterna segue il perdono, cioè dare al fratello una nuova possibilità.

Credo sia importante chiarire che perdonare non significa “dimenticare” il torto subito; dimenticare, infatti, a volte ci risulta impossibile; d’altra parte, dimenticare potrebbe significare non voler guardare in faccia la realtà. Il perdono, inoltre, non è dato per debolezza: non è fingere di non tener conto di un torto subìto perché chi l’ha commesso è più forte di noi. Il perdono, infine, non consiste nel considerare senza importanza ciò che è grave, o bene ciò che è male. Il perdono non è indifferenza.

Il perdono è un atto di volontà e di lucidità, quindi un atto di libertà, che consiste nell’accogliere il fratello o la sorella così com'è, nonostante il male che ci ha fatto; come Dio accoglie noi peccatori, nonostante i nostri peccati. Il perdono consiste nel non rispondere all’offesa con l’offesa, ma nel fare quanto ci dice San Paolo: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male» (Rm 12,21). Il perdono consiste nel donare al fratello che ha sbagliato la possibilità di un nuovo rapporto con te, la possibilità quindi, per lui e per te, di ricominciare la vita, di far sì che il male non abbia l’ultima parola.

«Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette». Un numero simbolico, che indica la sovrabbondanza, il perdono illimitato (7 – numero che indica la pienezza – per 10 – numero che indica la totalità del compimento). Pietro forse pensava di essere stato generoso nel perdonare “sette volte”: sette è il numero della pienezza. Il Maestro chiede, invece, che il perdono sia illimitato, come quello che il Padre è disposto a concederci. Interessante, poi, che alcuni codici riportino “settantasette volte” con un chiaro riferimento a Gen 4,24: «Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette». Lì dove l’uomo cerca la vendetta, il Signore chiede il perdono.

Con la “parabola del servo spietato” il Maestro spiega anche il motivo del perdono: siamo del Signore, come ci ricorda oggi san Paolo nella seconda lettura, e a lui dobbiamo rendere conto delle nostre mancate corrispondenze, delle nostre ingratitudini … dei nostri peccati. Se prendessimo davvero coscienza di tutto l’amore che il Signore ogni giorno ci dona e delle nostre mancate corrispondenze, non potremmo che riconoscerci nel servo debitore di diecimila talenti che è impossibilitato a restituire. Gesù, nel Padre Nostro, ci ha insegnato a chiedere ogni giorno «rimetti a noi i nostri debiti». È il motivo per il quale cominciamo ogni nostra celebrazione con l’atto penitenziale, chiedendo perdono al Signore di tutti i nostri peccati.

Nel Padre Nostro chiediamo «rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori». Una preghiera che ci impegna a perdonare e ci rende “misura” del perdono che riceviamo. Come possiamo, infatti, chiedere al Padre di perdonarci se noi non siamo disposti a fare altrettanto con il nostro fratello? È ciò che si chiede nella prima lettura l’autore del libro del Siracide: «Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati?». Quella sul perdono, inoltre, è l’unica petizione del Padre Nostro che Gesù riprende e commenta: «Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.» (Mt 6,14-15)

Accogliamo l’insegnamento di Gesù e perdoniamoci a vicenda di vero cuore per potere ricevere il perdono del Padre.

Fr. Marco