sabato 31 gennaio 2026

Beati voi, grande è la vostra ricompensa nei cieli

 «Cercate il Signore voi tutti, poveri della terra, che eseguite i suoi ordini, cercate la giustizia, cercate l’umiltà; forse potrete trovarvi al riparo nel giorno dell’ira del Signore.» (Sof 2,3; 3,12-13)

«Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio.» (1Cor 1,26-31)

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. …» (Mt 5, 1-12)

In queste prime domeniche del tempo ordinario la Parola di Dio ci sta guidando a scoprire sempre più pienamente la nostra Vocazione alla santità: nella seconda domenica ci ha ricordato che siamo stati santificati il giorno del nostro Battesimo e siamo diventati il Popolo di Dio della Nuova ed eterna Alleanza: la Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica su cui abbiamo potuto riflettere domenica scorsa (III).

Questa domenica, IV del tempo ordinario, ci viene chiarito che per vivere la santità che abbiamo ricevuto nel Battesimo, la conformità a Cristo Nostro Maestro, dobbiamo vivere secondo criteri diversi da quelli del mondo. Le beatitudini che abbiamo ascoltato nella pagina evangelica, infatti, sono state tutte vissute da Gesù dal quale siamo chiamati a imparare la Via della Vita.

Il “mondo”, ciò che nella creazione si oppone a Dio, cerca ricchezza, potere e visibilità. Noi siamo invitati a cercare la giustizia e l’umiltà e a riconoscerci poveri, scelti immeritatamente da Dio, «perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio». La realizzazione della nostra Vita, infatti,  è prima di tutto un dono gratuito di Dio e non merito dei nostri sforzi. A noi compete solo accogliere questo dono e farlo fruttificare. Ecco dove entra in campo il nostro impegno: nel fare sì che la grazia di Dio non venga vanificata; nell’essere pronti a comprendere e fare la volontà di Dio nell’attimo presente; nel rifiutare la logica dell’egoismo, dell’edonismo, del potere e dell’avere, per assumere, invece, quella dell’altruismo, dell’amore gratuito e disinteressato che si fa servizio e perdono.

«Beati i poveri in spirito …» Gesù sta parlando in prima istanza ai suoi conterranei giudei e in questa beatitudine intende scardinare un loro errato modo di pensare: quello di potere accumulare crediti/meriti dinanzi a Dio e agli uomini. I farisei, infatti, con la loro severa osservanza della legge, vivevano la religiosità come una continua ricerca di meriti che il Signore avrebbe dovuto adeguatamente premiare. Non era Dio a salvarli, ma i loro meriti! Oggi il Maestro ci ricorda, invece, che solo riconoscendo la nostra “povertà costitutiva”, il nostro assoluto bisogno della salvezza di Dio, ricorreremo a Lui e quindi troveremo la Vita che solo Lui può donarci. Diversamente, illudendoci di poterci salvare da soli, cercheremo Vita in ciò che non può darcela.

«Beati i perseguitati per la giustizia … » Conformarsi alla logica del Beatitudini, però, vivere come Figli di Dio, non è mai accetto al mondo la cui logica è totalmente altra; per questo i santi di tutti i tempi hanno affrontato la persecuzione. A volte si è trattato di persecuzione violenta come quella subita dai martiri. Più spesso, soprattutto qui in Occidente, si tratta di una persecuzione più subdola tesa a screditare la Chiesa e i suoi ministri. Non è raro, inoltre, che cristiani che prendono sul serio il Vangelo vengano tacciati di fondamentalismo ed emarginati. Questa continua persecuzione, inoltre spesso è associata all’insinuazione, che “il nemico dell’umanità” ci mette nel cuore anche attraverso i nostri fratelli, che la santità non fa per noi, che non c’è niente di male a scendere a compromessi … d’altronde, bisogna aggiornarsi!: «Se Dio veramente ti amasse, non permetterebbe questa sofferenza!».

Pensieri del genere ci allontanano dalla nostra piena realizzazione e ci riducono a vivere una vita senza senso, una vita che non è Vita (quante volte sentiamo i nostri fratelli lamentarsi: “Ma è vita questa?”).

Non temiamo, allora, la persecuzione del mondo che, non avendo riconosciuto il nostro Maestro, non potrà certo accettare la vita secondo i Suoi insegnamenti, ma perseveriamo nell’adempimento della Volontà di Dio, nell’accoglienza della Sua Grazia, e giungeremo a quella Gioia piena che il Signore è venuto a regalarci.

Fr. Marco

sabato 24 gennaio 2026

Essi subito lo seguirono

«Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse.» (Is 8,23-9,3)

«Vi esorto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire.» (1Cor 1,10-13.17)

«Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, … Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”» (Mt 4,12-23)

La Parola di Dio di questa terza domenica del tempo ordinario nella prima lettura, ripresa dal Vangelo, ci presenta, come nella notte di Natale, la Luce che viene nel mondo per illuminare coloro che camminano nelle tenebre. Al tempo in cui scrive il profeta Isaia il popolo che camminava nelle tenebre è Israele, il popolo di Dio, che viene liberato dall’esilio conseguenza della sconfitta contro il re assiro Tiglet Pilezer. Oggi il popolo di Dio chiamato ad accogliere la Luce è la Chiesa, il popolo della Nuova ed Eterna alleanza, di cui la predicazione di Gesù e la chiamata dei primi quattro discepoli ci mostrano gli inizi: «Venite dietro a me … lo seguirono». La Chiesa, infatti, è un popolo di discepoli che, chiamati da Gesù, si mettono alla Sua sequela.

Le letture di questa domenica ci offrono l’occasione per una riflessione sulla Chiesa, perché ne ripropongono gli elementi costitutivi che ricordiamo nella nostra professione di Fede: Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica.

La Chiesa è “una” perché viene da Cristo, che è il suo Capo, da Lui è adunata e dietro di Lui cammina. Le varie comunità cristiane, le varie spiritualità, i vari cammini di fede, sono tutti parte dell'unica Chiesa fondata da Cristo. Esiste un solo battesimo, una sola fede (Cfr. Ef 4,4-6) che lega i credenti in Cristo. Per questo Paolo, nella seconda lettura, combatte vigorosamente ogni spirito settario e ogni tentativo di manipolazione da parte di un gruppo. È una tentazione ricorrente quella di pensare che un gruppo, un cammino di fede, possa essere canale esclusivo o privilegiato di salvezza. Nell'unica Chiesa lo Spirito Santo ha suscitato e continua a suscitare molteplici cammini e "spiritualità"; ciascuno di essi è una ricchezza per la Chiesa purché, nella sequela dell'unico Maestro, rimanga in comunione con tutti gli altri.

La Chiesa è “santa” perché costituita da uomini e donne “santificati” per il loro Battesimo in Cristo. La santità è prima di tutto dono prezioso e assolutamente gratuito. A questo dono gratuito siamo chiamati corrispondere portando frutto con la conversione, cioè con la costante tensione ad abbandonare “le nostre strade” e a restare docili alla volontà del Padre, come Cristo ce l'ha comunicata e come lo Spirito continuamente ce la propone anche attraverso i nostri pastori. La Chiesa è santa, ma questa santità si deve manifestare nei suoi membri. Troppo spesso, invece, noi battezzati “appesantiamo” la Chiesa con il nostro peccato. Per questo anche oggi il Vangelo ci invita alla conversione, a correggere la rotta del nostro cammino, per seguire Gesù Cristo, il Santo di Dio. Per poterci convertire è fondamentale l’ascolto della Parola di Dio. Per questo motivo Papa Francesco ha voluto che oggi, terza domenica del tempo ordinario, fosse anche la “domenica della Parola di Dio”. Il tema di quest’anno è: «La parola di Cristo abiti tra voi» (Col 3,16). Solo se la parola resta stabilmente in noi, infatti, possiamo convertirci e mostrare al mondo la santità della Chiesa.

La Chiesa è “Cattolica”, cioè universale. Il richiamo alle tribù del nord, Zabulon e Neftali, e alla “Galilea delle genti”, zona spesso abitata o attraversata da pagani, ricordano alla Chiesa la vocazione ad essere aperta a tutte le genti. Gesù ha scelto di vivere la sua vita nascosta e di iniziare la sua vita pubblica in Galilea per mostrare la vicinanza con gli ultimi e con gli esclusi; tutti, quindi, siamo chiamati a riconoscerci e ad accoglierci come fratelli.

La Chiesa è “apostolica” perché  il suo unico fondamento, Cristo, continua ad agire negli apostoli e nei loro successori, i vescovi, in comunione con il Papa, il vescovo di Roma. Oggi nel Vangelo ascoltiamo la chiamata dei primi quattro apostoli. Questa esplicita chiamata, e il successivo mandato di battezzare e fare discepole tutte le genti (Mt 28,18), denota la precisa volontà di Gesù di organizzare la chiesa in questo modo. I vescovi, successori degli apostoli, a capo delle varie chiese locali, sono garanti della fede e guidano la comunità locale nella sequela di Cristo. L’apostolicità, tuttavia, riguarda la Chiesa anche in tutti i suoi membri: tutti i battezzati, infatti, siamo apostoli, cioè “inviati” a portare la buona notizia del Vangelo nei nostri ambienti quotidiani perché il mondo veda la Luce di Cristo e gioisca.

In conclusione vorrei rivolgervi l’invito ad amare la Chiesa, di cui siamo membra, e a pregare per i nostri pastori (invece di giudicarli). Preghiamo soprattutto perché questo popolo della Nuova ed Eterna Alleanza, a cui il Signore ha chiesto di diffondere luce sul cammino tortuoso degli uomini, divenga sempre più segno di salvezza e speranza per tutti.

Fr. Marco

 

sabato 17 gennaio 2026

Ecco l’agnello di Dio!

 «È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele. Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra». (Is 49,3.5-6)

«Paolo, chiamato a essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, … a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata » ( 1Cor 1,1-3)

«Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!» (Gv 1,29-34)

La pagina di Vangelo della seconda domenica del tempo ordinario, ci presenta il giorno seguente al battesimo di Gesù. Giovanni il Battista, vedendo passare Gesù e ricordando ciò che ha contemplato il giorno del battesimo al Giordano, lo addita ai suoi discepoli come l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo.

Vorrei soffermarmi sull’uso del singolare: il peccato del mondo, quello da cui derivano i peccati, per l’evangelista Giovanni è il rifiuto della Luce (Cfr. Gv 1,9-11) che ci permette di riconoscere l’Amore di Dio. Il peccato da cui derivano tutti i peccati è dubitare dell’Amore del Padre. Da questo deriva quella disperazione esistenziale che ci porta allo sforzo di salvarci la vita da soli e quindi a commettere i peccati.

In che modo Gesù toglie il peccato del mondo? Sicuramente caricandosi i nostri peccati, come suggerisce l’immagine dell’Agnello che rimanda al Carme del Servo Sofferente: come agnello mansueto condotto al macello … è trafitto per le nostre colpe (Cfr Is 52,13-53,12); ma anche e soprattutto, facendoci conoscere l’Amore di Dio Padre che ha per noi progetti di Vita: «Io sono venuto perché abbiano la Vita e l’abbiano in abbondanza» dirà Gesù in Gv 10,10.

Il Dio che Gesù è venuto a rivelarci non è il “mostro capriccioso” che ci è presentato dall’anti-parola del diavolo: colui che ci nega tutto e gode nel vederci soffrire. Il peccato del mondo, infatti, trae la sua origine da questa visione distorta di Dio a cui l’uomo non può che ribellarsi. Gesù è il Verbo eterno che con il suo mistero pasquale abbatte “il muro di inimicizia” tra gli uomini e Dio: ora è possibile riconoscere e accogliere l’Amore del Padre e, in tal modo, diventare figli di Dio (Cfr. Gv 1,12)

L’immagine dell’agnello che toglie i peccati, rimanda anche ai sacrifici espiatori compiuti nel tempio; in particolare all’agnello pasquale con il sangue del quale venivano segnati gli stipiti delle porte la notte di pasqua perché l’angelo della morte passasse oltre (Cfr. Es 12,7). Indicando Gesù come agnello che toglie il peccato del Mondo, Giovanni introduce qui il parallelismo che sarà pienamente sviluppato nel racconto della Passione e che la liturgia riprende al momento dell’ostensione dell’Ostia Consacrata. Gesù è crocifisso nella parasceve di pasqua proprio nell’ora in cui si immolavano gli agnelli per la Pasqua (Gv 19,14); non gli sarà spezzato alcun osso secondo le prescrizioni per la preparazione dell’agnello pasquale (Cfr. Es 12,46 e Gv 19,36). Ne consegue che per l’evangelista Giovanni, Gesù è il vero e definitivo Agnello pasquale nel sangue del quale siamo salvati.

Proprio grazie al sacrificio pasquale del Cristo in cui noi siamo Battezzati, infatti, è stata stipulata la Nuova ed eterna Alleanza, per la quale, resi conformi al Figlio di Dio, siamo chiamati alla santità. È quello che ci ricorda S. Paolo nella seconda lettura: siamo stati santificati e siamo chiamati alla santità, cioè a fare fruttificare quella grazia che il Signore ci ha donato nel Battesimo. 

La Grazia battesimale, infatti, è un dono che ci chiama a responsabilità: se ci regalano una pianta che fa fiori e frutti meravigliosi, ma noi non la concimiamo, non la innaffiamo, non togliamo le erbacce e magari la teniamo al buio in un angolo nascosto della nostra casa, è forse colpa della pianta se non vedremo mai né fiori né frutti? Così è della nostra Fede: il Padre ce la dona con il Suo Spirito al momento del Battesimo, sta a noi però coltivarla, nutrirla, purificarla. Il Padre ce ne dà i mezzi e l’occasione con i Sacramenti.

Accogliendo nella nostra vita l’Agnello che toglie il peccato del mondo, nutriamo la nostra Fede, procuriamo di farla crescere e, senza nostro sforzo, vedremo nascere nella nostra vita i frutti della Speranza e della Carità. Diventeremo così realmente ciò che siamo chiamati ad essere: figli nel Figlio, santi che, con la loro Vita bella e piena di senso, come il Battista saranno capaci di testimoniare al mondo il Signore della Vita.

Fr. Marco

sabato 10 gennaio 2026

Resi figli nel Figlio, viviamo a gloria del Padre

 «Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni.» (Is 42,1-4.6-7)

«In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga.» (At 10,34-38)

«In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
 … Ed ecco una voce dal cielo che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”
» (Mt 3,13-17)

La festa del Battesimo del Signore, che celebriamo questa domenica, porta a compimento il mistero dell'incarnazione e il tempo di Natale: il Verbo coeterno del Padre, Dio da Dio, che si è fatto carne per la nostra salvezza, si fa solidale con l’umanità peccatrice e si confonde con essa sulle rive del Giordano per ricevere un battesimo di penitenza. Il battesimo impartito da Giovanni, infatti, come sappiamo, non è il sacramento che noi abbiamo ricevuto, ma un “lavacro” simbolico che suggellava il serio proposito di convertirsi, di fare penitenza.

Gesù, l’unico innocente, non ha bisogno di convertirsi e fare penitenza. Da questa consapevolezza vengono le proteste di Giovanni: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?» Il Signore, però, vuole adempiere ogni giustizia: realizzare pienamente la volontà del Padre, cioè portare a compimento la Sua solidarietà con l’umanità; Gesù vuole salvare tutti senza distinzioni. L’Unigenito del Padre si confonde con noi peccatori perché possiamo diventare figli. Da qui il compiacimento del Padre che dà inizio alla vita pubblica di Gesù.

La festa del Battesimo del Signore, però, ci dà anche l’occasione per riflettere sul sacramento che noi abbiamo ricevuto nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; quel Battesimo che, innestandoci nell’Unigenito Figlio di Dio, ci ha resi con Lui Re, Sacerdoti e Profeti; ci ha inseriti nel Popolo della Nuova ed eterna alleanza che è la Chiesa; ci ha resi figli nel Figlio: anche per noi il Padre, nel giorno del nostro Battesimo, ha detto: «Questi è il Figlio mio, l’amato».

Siamo diventati figli di Dio! Lo siamo perché il Battesimo ci ha conformati a Cristo, ci ha innestati in Lui. Questa conformità, però, deve essere visibile nel nostro quotidiano. Anche noi siamo chiamati ad “adempiere ogni giustizia”: ad ascoltare e obbedire alla Sua Parola e a rendere gloria al Padre vivendo la Vita bella che Egli da sempre ha pensato per noi. Siamo chiamati a portare frutto con la nostra vita perché il Padre possa compiacersi anche di noi.

Fr. Marco

lunedì 5 gennaio 2026

Adoriamo la gloria del Signore apparsa nel mondo

 « … ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te.» (Is 60,1-6)

«Fratelli, penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: … le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo.» (Ef 3,2-3;5-6)

« … alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”. All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme.» (Mt 2,1-12)

Nella solennità dell’Epifania celebriamo la “manifestazione” (in greco epifania) del Signore al mondo intero rappresentato dai Magi venuti dall’oriente. “Magi” erano detti gli appartenenti alla casta sacerdotale della Persia, l’odierno Iran. Più tardi con questo nome furono designati i teologi, i filosofi e gli scienziati orientali. La tradizione popolare parla di “tre re” per i doni che offrono, oro, incenso e mirra: oro per il Re dei re, incenso per il Vero Dio fatto uomo e mirra per Colui che ha offerto se stesso per noi. I tre Magi, però, rappresentano anche i tre figli di Noè, ossia tutta l’umanità (Cfr. Gen 9,18-19).

Il profeta Isaia, nella prima lettura, ci descrive una situazione di “tenebra”, di oscurità: una situazione in cui sembra non ci sia speranza. In queste tenebre spunta la Luce, la Speranza: il Signore dà un segno della sua presenza nel mondo attraverso la gloria di Gerusalemme.

È proprio sulla realtà del segno che oggi voglio soffermarmi. Per i popoli descritti nella prima lettura, il segno è lo splendore di Gerusalemme che ravviva la speranza e li indirizza all’adorazione di Dio. Ai pastori, la notte di Natale, è l’Angelo ad indicare il segno di un bimbo adagiato in un mangiatoia come l’inizio della loro salvezza e fonte di una grande gioia. Per i Magi dell’Oriente, capaci di scrutare i segreti della creazione, è il sorgere della stella ad indicare ciò che sta avvenendo e a metterli in cammino per adorare “il Re dei re” che è nato.

Per i nostri contemporanei il segno della presenza di Dio nel mondo, il segno che deve dare speranza e invitare alla gioia, è la Chiesa, il nuovo popolo di Dio, la Gerusalemme Celeste del “già e non ancora”: già presente nel mondo, ma non ancora pienamente rivelata; è per questo che proprio oggi si legge l’annuncio del giorno di Pasqua: si annuncia il Mistero di Cristo di cui tutto l’anno liturgico è memoriale e attuazione. Per il mondo di oggi, quindi, è la Chiesa il segno che splende della gloria di Dio.

Va ricordato, però, che la Chiesa siamo noi tutti battezzati e non solo il Papa, i vescovi, i preti, le suore e i frati. Noi tutti battezzati, quindi, siamo chiamati ad essere segno della presenza di Dio nel mondo; siamo chiamati ad essere segno di Speranza, portatori della Luce di Gesù ai fratelli, quella luce della fede che abbiamo ricevuto nel nostro battesimo. Siamo chiamati a condurre il mondo a Cristo perché possa riconoscerlo ed adorarlo. Facciamo attenzione a non diventare una “contro-testimonianza” che, invece di testimoniare la presenza di Gesù,  allontana il mondo dal riconoscere il Signore.

Il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Così il Vangelo descrive i sentimenti di Erode e della casta sacerdotale che vedono nel Re che è nato un turbamento al loro potere. Anche a noi può capitare di sentirci “disturbati” dal Signore; può capitare che le esigenze della Sua sequela, diametralmente opposte a quelle del mondo, ci portino a volerlo “eliminare”. Se riconosciamo in Gesù il Signore, infatti, dobbiamo rinunciare alla “signoria del nostro io”, a mettere noi stessi al centro del mondo, per adorare Lui e vivere sotto la Sua signoria. Solo facendo questo potremo svolgere quel ministero di cui ci parla oggi S. Paolo nella seconda lettura e che appartiene a tutti i battezzati: annunziare al mondo la Speranza e la Gioia. Annunziare al mondo che ci sono “valori” capaci di dare la felicità, ma che non possono essere messi in banca; valori diversi da quelli economici: valori eterni e capaci di darci quella felicità che il denaro o il potere non saranno mai capaci di darci.

In questa solennità vi auguro di accogliere il Signore Gesù come vostro Signore e di annunciarlo al mondo con la vostra vita.

Fra Marco.

sabato 3 gennaio 2026

La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta

 «La sapienza fa il proprio elogio, … Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele, affonda le tue radici tra i miei eletti”» (Sir 24,1-4.12-16)

«In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato.» (Ef 1,3-6.15-18)

«Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio … E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.» (Gv 1,1-18)

La Parola di Dio della II Domenica dopo Natale ci presenta la Sapienza che pone la sua tenda in mezzo a noi: il Verbo di Dio, il Logos coetereno del Padre, la logica che regge la creazione del mondo e che era “in principio”, la Luce che permette di dare senso a tutte le cose, la Vita vera, si è fatto Carne, ha assunto la nostra debolezza per permetterci di diventare figli di Dio! Il Dio che nessuno ha mai visto e che la sapienza umana può solo ipotizzare, ci è rivelato pienamente dal Figlio.

«La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta.» In un mondo che sembra avere perso ogni oggettivo appiglio alla razionalità, dove sembra che regnino le tenebre della propria volontà eletta a regola; un mondo in cui sembra regnare la “legge del più forte” che può imporre la sua volontà su gli altri; in un mondo in cui sembra che il mercato sia l’unico dio, è questo l’euanghelion, la “buona notizia” che oggi la Parola ci annuncia; un notizia carica di stupore che ci riempie di gioia e di speranza: le tenebre del mondo non possono vincere la Luce; la vita non è senza senso, senza logica; il Logos è venuto in mezzo a noi. Il nostro orizzonte non è più la mera sopravvivenza, ma la Vita piena.

«A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio». La Parola quest’oggi ci invita ancora una volta ad accogliere il Verbo, a cambiare la logica con la quale viviamo la nostra vita: non la logica del mondo, ma la Sapienza di Dio, la logica del Vangelo; così facendo diventeremo figli del Padre e gioiremo della Sua gioia: la  gioia del Padre che vede la piena realizzazione dei suoi figli. Solo vivendo pienamente la nostra vita realizzando quel progetto di felicità che il Padre da sempre ha per noi, infatti, glorificheremo il Padre, come il Figlio ci ha mostrato e resi capaci di fare. Il Signore ce lo conceda.

Fr. Marco

mercoledì 31 dicembre 2025

Accogliendo il Salvatore, coltiviamo lo stupore

 

« … porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò» (Nm 6, 22-27)

«Fratelli, quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli.» (Gal 4,4-7)

«Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.» (Lc 2,16-21)

Il primo giorno di ogni anno la Chiesa celebra la solennità di Maria Santissima Madre di Dio. In questo giorno solenne, che per volontà di s. Paolo VI è anche e la giornata mondiale della Pace, la liturgia della Parola si apre con la benedizione del Signore: attraverso la sua santissima Madre, il Signore fa splendere il suo volto sui suoi consacrati. L'infinita tenerezza della maternità di Maria è un riflesso della paternità di Dio.

Se consideriamo che la solennità ha anche i primi vespri celebrati il 31 dicembre, ci accorgiamo che ogni nostro anno finisce ed inizia sotto il segno della benedizione di Dio. Tutto il nostro tempo, quindi, viene posto sotto la benedizione divina e l’intercessione della santissima Madre di Dio Maria.

Il Vangelo di questa solennità ci porta ancora una volta, insieme ai pastori, davanti la mangiatoia in cui è adagiato Gesù, il Salvatore, che viene nel fragile segno di un bambino. Anche noi, come i pastori, siamo invitati a lasciarci prendere dallo stupore. In una società come quella attuale dove sembra che niente possa più stupirci, dove assistiamo continuamente e con atteggiamento indifferente alle più alte vette e alle più abbiette miserie della nostra umanità, siamo invitati a riscoprire il sentimento di stupore che prese i pastori dinanzi la gloria di Dio manifestata nel bambino Gesù.

«Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia,… è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore.» Così aveva annunciato l’angelo. Come i pastori, fidiamoci del Signore e lasciamo che continui a meravigliarci, a mostrarci le sue meraviglie! Il Signore della Storia si manifesta nella debolezza; primi testimoni della sua nascita sono coloro che non contano nulla: i pastori, considerati all’epoca poco più delle loro bestie; quel bambino adagiato in una mangiatoia e dall’apparenza del tutto ordinaria è il Salvatore del mondo, il Figlio eterno del Padre. Accostandosi agli eventi del Natale è importante apprendere l’atteggiamento di Maria che «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore»

Dinanzi le numerose guerre che ancora infiammano il mondo - oltre alla guerra di aggressione in Ucraina e il conflitto Israeliano-Palestinese, attualmente si contano una cinquantina di conflitti nel mondo - dinanzi la cattiveria che l’uomo ancora riesce a mostrare, dinanzi la sofferenza di tanti innocenti, sarebbe facile lasciarsi prendere dallo scoraggiamento: davvero è venuto nel mondo il Salvatore, il Principe della Pace?

Sì! Il Salvatore è nato; il Principe della Pace è venuto a portare la Pace nei nostri cuori; il Verbo eterno del Padre è venuto a dare a quanti lo accolgono il potere di diventare figli di Dio. È in questa accoglienza, però, il discrimine. Il Signore e Salvatore della Storia non si impone: si propone e aspetta di essere accolto. Verrà il giorno, però, quando il nostro tempo si sarà compiuto, in cui dovremo rendere conto al Giusto Giudice!

Iniziando oggi un nuovo anno civile, impariamo dalla nostra santissima Madre ad accogliere Gesù, a metterlo al centro della nostra vita. Maria, infatti, in quanto Madre di Dio, è costantemente rivolta al Figlio con lo sguardo, il pensiero, il cuore e tutta se stessa. Ha contemplato Gesù fin dalla sua nascita in costante atteggiamento di stupore e di adorazione.

Quest’oggi, allora, con le parole di quella che forse è la più antica preghiera mariana (III sec.), siamo invitati a pregare il Signore perché ci conceda la Pace per intercessione della Madre di Dio: “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta”. Alla sua protezione affidiamo tutte le vittime della violenza e dell'odio.

Guidati dalla Parola e resi figli nel Figlio, lasciamoci raggiungere dalla benedizione divina e lasciamo che il Suo volto risplenda attraverso di noi perché il mondo conosca quella Pace vera che il Signore è venuto a portare. Auguri di un Buon 2026.

Fr. Marco