sabato 19 settembre 2026

I miei pensieri non sono i vostri pensieri

«Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore.» (Is 55,6-9)

«Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo.» (Fil 1,20-24.27)

«Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?» (Mt 20,1-16)

Questa domenica, XXV del tempo ordinario, la Parola di Dio, presentandoci la giustizia misericordiosa di Dio che sovrasta la nostra come il cielo sovrasta la terra, ci ricorda che i Suoi pensieri non sono i nostri pensieri.

Gesù, raccontando la Parabola degli operai mandati nella vigna in diverse ore del giorno, ci mostra la distanza tra i pensieri e la giustizia di Dio e i nostri. Il Maestro coglie lo spunto da un evento abbastanza comune: un proprietario di una vigna che, nel periodo della vendemmia, va in cerca di operai. Il protagonista della parabola va in cerca di operai durante tutto il corso della giornata: i primi vengono assunti all’alba; gli ultimi, dopo essere stati rimproverati per essere rimasti oziosi tutta la giornata, vengono mandati nella vigna “verso le cinque”. Con i primi si concorda la paga di un denaro, agli altri viene promesso quello che è giusto

Al momento in cui gli operai vengono pagati, ecco la sorpresa: tutti ricevono la stessa paga di un denaro. Gli “operai della prima ora”, a questo punto, si lamentano pensando di essere stati defraudati: coloro che hanno lavorato un’ora soltanto vengono trattati come loro che hanno sopportato il peso di una giornata; ciò non è “secondo giustizia”, loro meritano di più! Se ci pensiamo un attimo, però, il padrone della vigna non viola la “giustizia umana”: ai primi viene dato esattamente quanto concordato.

È qui che si manifesta la grande distanza tra i pensieri di Dio e i nostri pensieri, tra la Sua giustizia e la nostra. Noi giudichiamo in ragione del merito, abbiamo una “logica servile”: lavoro per essere “pagato”, faccio ciò che devo fare per la ricompensa; più e meglio lavoro, maggiore è la ricompensa che merito. Il Padre, invece, senza negare la giustizia, la supera nella logica della Misericordia: non ci tratta semplicemente secondo ciò che meritiamo, ma guarda anche al nostro bisogno. Non ci considera salariati, ma figli! Proprio perché ci ama come figli, non vuole farci mancare ciò di cui abbiamo bisogno. La Misericordia di Dio non è dunque contro la giustizia, ma è più grande della nostra idea di giustizia: il padrone non toglie ai primi ciò che aveva loro promesso, ma nella sua bontà dona agli ultimi molto più di quanto essi avrebbero potuto rivendicare. 

Il denaro della parabola, infatti, è simbolo della comunione con Cristo. Di cosa, in realtà, abbiamo bisogno se non di Cristo e della comunione con Lui? Il salario è la comunione con Dio, il diventare una cosa sola con Cristo. Cristo ci dona tutto se stesso. Cos’altro potrebbe darci ancora? Se abbiamo Cristo, cos’altro potremmo desiderare? Se non abbiamo Lui, cos’altro potrebbe saziarci?

«… tu sei invidioso perché io sono buono?» Quanto è importante che riconosciamo la Bontà e l’amore gratuito del Padre! Troppo spesso anche noi, come i farisei, pensiamo che il Signore sia in debito con noi, pensiamo di meritarci il suo amore. Può capitare addirittura che anche noi, come i farisei, ci permettiamo, dall’alto della nostra presunta giustizia, di condannare i fratelli; di additarli come indegni di ricevere l’amore del Signore. Magari arriviamo anche a giudicare il Signore perché non li castiga.

«… nessuno ci ha presi a giornata» Vorrei soffermarmi brevemente su questa risposta degli “operai dell’ultima ora” al rimprovero del padrone. Si trovano oziosi perché ancora non avevano incontrato il padrone. Appena lo incontrano anch’essi vanno nella vigna e si mettono al lavoro. Chissà quanti nostri fratelli “lontani” si trovano in quella condizione perché ancora non hanno incontrato il Signore; e magari proprio per colpa nostra che non siamo stati testimoni credibili!

«Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo». Questa esortazione di Paolo, con cui si conclude la seconda lettura, vale soprattutto per gli “operai della prima ora” chiamati ad annunciare la buona notizia del vangelo e a conformare la loro mentalità ai pensieri e alla giustizia misericordiosa di Dio e, sull’esempio di Paolo, a lavorare con frutto anelando solo alla comunione con Cristo.

«Misericordioso e pietoso è il Signore». Così abbiamo pregato nel salmo responsoriale. Smettiamo di condannare i fratelli lontani; facciamoci strumenti della misericordia del Padre perché i “lontani”, gli “oziosi”, possano incontrare il Signore, sentirsi amati e chiamati alla comunione; perché lascino le vie di morte e possano ricevere quella Vita piena di cui tutti abbiamo bisogno.

Fr. Marco


sabato 12 settembre 2026

Perdona l’offesa al tuo prossimo e ti saranno rimessi i peccati.

 «Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore? Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati?» (Sir 27,33 – 28,9)

«Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.» (Rm 14,7-9)

«“Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.”» (Mt 18,21-35)

Questa domenica, XXIV del tempo ordinario, Gesù nella pagina di Vangelo continua ad insegnarci come comportarsi con il fratello che sbaglia: alla correzione fraterna segue il perdono, cioè dare al fratello una nuova possibilità.

Credo sia importante chiarire che perdonare non significa “dimenticare” il torto subito; dimenticare, infatti, a volte ci risulta impossibile; d’altra parte, dimenticare potrebbe significare non voler guardare in faccia la realtà. Il perdono, inoltre, non è dato per debolezza: non è fingere di non tener conto di un torto subìto perché chi l’ha commesso è più forte di noi. Il perdono, infine, non consiste nel considerare senza importanza ciò che è grave, o bene ciò che è male. Il perdono non è indifferenza.

Il perdono è un atto di volontà e di lucidità, quindi un atto di libertà, che consiste nell’accogliere il fratello o la sorella così com'è, nonostante il male che ci ha fatto; come Dio accoglie noi peccatori, nonostante i nostri peccati. Il perdono consiste nel non rispondere all’offesa con l’offesa, ma nel fare quanto ci dice San Paolo: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male» (Rm 12,21). Il perdono consiste nel donare al fratello che ha sbagliato la possibilità di un nuovo rapporto con te, la possibilità quindi, per lui e per te, di ricominciare la vita, di far sì che il male non abbia l’ultima parola.

«Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette». Un numero simbolico, che indica la sovrabbondanza, il perdono illimitato (7 – numero che indica la pienezza – per 10 – numero che indica la totalità del compimento). Pietro forse pensava di essere stato generoso nel perdonare “sette volte”: sette è il numero della pienezza. Il Maestro chiede, invece, che il perdono sia illimitato, come quello che il Padre è disposto a concederci. Interessante, poi, che alcuni codici riportino “settantasette volte” con un chiaro riferimento a Gen 4,24: «Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette». Lì dove l’uomo cerca la vendetta, il Signore chiede il perdono.

Con la “parabola del servo spietato” il Maestro spiega anche il motivo del perdono: siamo del Signore, come ci ricorda oggi san Paolo nella seconda lettura, e a lui dobbiamo rendere conto delle nostre mancate corrispondenze, delle nostre ingratitudini … dei nostri peccati. Se prendessimo davvero coscienza di tutto l’amore che il Signore ogni giorno ci dona e delle nostre mancate corrispondenze, non potremmo che riconoscerci nel servo debitore di diecimila talenti che è impossibilitato a restituire. Gesù, nel Padre Nostro, ci ha insegnato a chiedere ogni giorno «rimetti a noi i nostri debiti». È il motivo per il quale cominciamo ogni nostra celebrazione con l’atto penitenziale, chiedendo perdono al Signore di tutti i nostri peccati.

Nel Padre Nostro chiediamo «rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori». Una preghiera che ci impegna a perdonare e ci rende “misura” del perdono che riceviamo. Come possiamo, infatti, chiedere al Padre di perdonarci se noi non siamo disposti a fare altrettanto con il nostro fratello? È ciò che si chiede nella prima lettura l’autore del libro del Siracide: «Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati?». Quella sul perdono, inoltre, è l’unica petizione del Padre Nostro che Gesù riprende e commenta: «Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.» (Mt 6,14-15)

Accogliamo l’insegnamento di Gesù e perdoniamoci a vicenda di vero cuore per potere ricevere il perdono del Padre.

Fr. Marco

sabato 5 settembre 2026

Custodi, non accusatori.

 «O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. … Se io dico al malvagio: “Malvagio, tu morirai”, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te.» (Ez 33,1.7-9)

«Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge. … La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità.» (Rm 13,8-10)

«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello … se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà.» (Mt 18,15-20)

Questa domenica, XXIII del tempo ordinario, la liturgia della Parola ci presenta un modo particolare di esprimere l’amore vicendevole che è la pienezza della Legge: la correzione fraterna.

Penso sia importante sottolineare che la correzione di cui si parla è “fraterna”: è fatta da un fratello e per amore del fratello; per avvisarlo che sta sbagliando, che si sta perdendo; perché ritorni sui suoi passi e si salvi.

« … della sua morte io domanderò conto a te» Nella prima lettura, il Signore richiama il profeta Ezechiele alla sua responsabilità nei confronti della rovina del malvagio che non desiste dal compiere il male. Se la sua condotta malvagia non gli è stata rimproverata, il malvagio morirà per la sua iniquità, ma della sua morte sarà domandato conto al profeta che non ha compiuto il suo dovere di parlare come inviato di Dio.

Nella Nuova ed Eterna Alleanza, tutti i cristiani, conformati a Cristo nel Battesimo, siamo unti Re, Sacerdoti e Profeti. Ogni battezzato, quindi, è chiamato a svolgere il compito profetico di ascoltare e annunciare ai fratelli la Parola di Dio perché si salvino.

Dinanzi ad un fratello che pecca, che fa ciò che è male agli occhi di Dio, il cristiano non può “farsi i fatti suoi”; sarebbe colpevole di omissione e non avrebbe vissuto il vero amore per il fratello disinteressandosi della sua rovina. È questo il senso della “correzione fraterna” che è tale solo se mossa dall’amore, dal desiderio di guadagnare il fratello, non di umiliarlo; né è fatta per vendicarsi di presunti torti subiti. Il fratello va corretto per amore e con amore. 

A fondamento della nostra correzione, quindi, deve esserci quella carità che non fa alcun male al prossimo. Siamo chiamati ad essere “sentinelle”, custodi dei nostri fratelli, non “accusatori”. L’accusatore è il diavolo (cfr. Ap 12,10) che vuole la rovina degli uomini, la loro disperazione.

«Va’ e ammoniscilo fra te e lui solo». Sta qui la distinzione immediatamente visibile tra accusatore e custode: l’accusatore addita gli errori del suo prossimo parlandone sempre in terza persona, con gli altri, non con colui che sbaglia. Il discepolo di Cristo, invece, custode del proprio fratello, non ha alcuna intenzione di lederne il buon nome e, quando lo vede sbagliare, lo ammonisce con amore e discrezione. 

Non dimentichiamo che lo scopo della correzione è sempre e solo guadagnare il fratello. Anche gli altri due passaggi che il Vangelo oggi ci indica (i testimoni e la comunità) sono ordinati a questo scopo: convincere il fratello del proprio errore perché si converta. 

L’ultimo passaggio, infine, «sia per te come il pagano e il pubblicano», è l’extrema ratio, l'ultima possibilità per “scuotere” il fratello e correggerlo: rendere visibile che il suo comportamento lo pone fuori dalla comunità ecclesiale. Il pagano e il pubblicano, inoltre, sono coloro ai quali si indirizza l’annuncio missionario: «Convertitevi, perché il regno dei Cieli è vicino» (Mt 3,2; 4,17).

«Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo …» Credo che non sia un caso che l’insegnamento sulla correzione fraterna si concluda con la promessa che la preghiera concorde sarà esaudita. Dinanzi al peccatore impenitente, che non vuole convertirsi e, quindi, si pone fuori dalla Chiesa, ai discepoli di Cristo rimane sempre la possibilità della preghiera per guadagnare il fratello. Il Signore li esaudirà.

«Ti ho posto come sentinella». Vorrei concludere ricordando che questo ruolo di custode e sentinella è di ogni cristiano nel luogo in cui vive, ma anche della Chiesa nel suo insieme. La società attuale vorrebbe relegare la vita di fede ad un fatto privato, da vivere nel nascondimento: “Puoi vivere e credere come ti piace, purché lo faccia a casa tua!”. 

La Chiesa, nella persona del Papa, dei Vescovi e dei sacerdoti, spesso è stata accusata di ingiusta ingerenza quando annuncia che alcuni comportamenti che la società vorrebbe far passare per normali e “giusti”, sono contrari alla Verità, sono malvagi. Penso, per esempio, all’aborto, all’eutanasia, all'eugenetica, al modo di vivere la propria sessualità sganciata dalla verità inscritta nella creazione … Siamo chiamati ad annunciare ciò che ascoltiamo dalla Parola, non possiamo tacere. Ce ne verrà chiesto conto.

Fr. Marco

sabato 29 agosto 2026

Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.

«Nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo.» (Ger 20,7-9)

«Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare.» (Rm 12,1-2)

«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.» (Mt 16,21-27)

Nella liturgia della Parola di questa XXII domenica del tempo ordinario risuona forte l’invito alla conversione, a metterci alla sequela di Gesù, a rinnovare il nostro modo di pensare, a non conformarci al modo di pensare del “mondo”.

«Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» La logica del mondo, infatti, è inconciliabile con la logica di Dio. È evidente che parlando di “mondo” la Scrittura intende tutto ciò che in noi si oppone a Dio. La “logica del mondo”, il pensare secondo gli uomini, mi insegna che “tutto gira intorno a me”, che “io valgo”, che “devo stare bene a tutti i costi”. Per quanto riguarda la sofferenza, poi, la logica del mondo, come Pietro, afferma: «Questo non ti accadrà mai!».

«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso». La sequela di Cristo richiede il rinnegamento di sé: se scegliamo di seguire Cristo, dobbiamo smettere di seguire il nostro io. Finché vorrò salvare la mia vita, per farlo sarò anche disposto a rinnegare Gesù perdendo così ciò che alla mia vita dà senso; è l’amara esperienza vissuta da Pietro nel cortile del sommo sacerdote (Mt 26,69-75)

Secondo la “logica del mondo”, inoltre, gli altri trovano posto nella mia vita solo finché “mi servono”, finché mi gratificano. È la logica dell’egoismo e dell’edonismo: un disordinato amore di sé che cerca sempre ciò che “mi fa stare bene”, piuttosto che ciò che è Bene. Una ricerca destinata al fallimento. Facciamo l’esperienza, infatti, che più mettiamo il nostro io al centro cercando di essere felici, magari a scapito di qualcun altro, più scopriamo di essere degli infelici: «chi vuole salvare la propria vita, la perderà»

I “potenti di questo mondo” ce ne danno dimostrazione: uomini insaziabili (e quindi “poveri” a prescindere da quanti beni possano avere), affannati ad inseguire l’eterna giovinezza e l’immortalità. Dei poveracci che rischiano di fallire la vita. Possono pensare di avere tutto, ma non hanno l’essenziale, l’unica cosa che conta: Amare ed essere Amati. Spesso, infatti, scoprono che accanto a loro non hanno fratelli che amano e dai quali si sentono amati, ma persone che usano e che, a loro volta, vogliono usarli. Avendo posto nella bellezza, nel potere e nella ricchezza la loro vita, quando verrà il momento di lasciare questo mondo - un momento che prima o poi viene per tutti! -, se ne andranno infelici e maledetti da coloro che prendono il loro posto: «poteva lasciare di più!» (cfr. San Francesco, Lettera ai fedeli, FF 205).

«Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» La logica del Vangelo, opposta a quella del mondo, mi insegna a mettere il Tu di Dio e del fratello al centro della mia vita; mi insegna a cercare al di sopra di tutto il Regno dei Cieli, cioè a lasciare regnare Dio nella mia vita; mi insegna che una vita vissuta “per me” è una vita sprecata e che solo una vita vissuta “per te” è degna di essere vissuta e risulta essere una vita bella e piena di senso. Se, egoisticamente, inseguiamo la nostra felicità, infatti, non la raggiungeremo mai; se, però, mettendoci alla sequela di Cristo, ci impegniamo a fare felice chi ci sta accanto, allora sì che otterremo anche la nostra vera felicità.

«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Rinnegare se stesso, quindi, significa imparare a fare spazio in noi alla logica del Vangelo, alla volontà di Dio; significa imparare a fare spazio ai bisogni di chi ci sta accanto, imparare la logica dell’amore che non rifiuta di soffrire, di salire sulla croce, per colui che ama. Gesù ci ha mostrato questa via; ci ha mostrato che la croce non ha l’ultima parola.

Impariamo a fare della nostra vita un’offerta a Dio e ai fratelli; impariamo ad offrire a Dio anche le inevitabili sofferenze che la vita porta con sè, a viverle per amore Suo. Impariamo, infine, a perdere la nostra vita per Dio, amando Lui e i fratelli più del nostro io: solo questa è la via per Vivere veramente.

Fr. Marco

sabato 22 agosto 2026

Ma voi, chi dite che io sia?

 «In quel giorno avverrà che io chiamerò il mio servo Eliakìm, figlio di Chelkìa … Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire.» (Is 22, 19-23)

«O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!» (Rm 11,33-36)

«A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». (Mt 16,13-20)

La pagina di Vangelo della XXI domenica del tempo ordinario si apre con una domanda di Gesù a proposito del parere della gente su di lui. Dopo avere ascoltato ciò che dice la gente, il Maestro chiede ai discepoli e a noi: «Ma voi, chi dite che io sia?».

Mi sembra importante soffermarsi sulla congiunzione avversativa “ma”. Rispondendo riguardo il parere della gente nei confronti del Maestro, i discepoli avevano presentato, in terza persona, le “voci” che circolavano: per “quelli di fuori”, per coloro che ne hanno solo sentito parlare, Gesù è un profeta che si inserisce nella linea della profezia veterotestamentaria e parla a nome di Dio. Non sbagliano nel considerare Gesù un profeta: egli è, infatti, la piena rivelazione di Dio. Quanti lo hanno conosciuto personalmente, hanno camminato con lui e hanno sperimentato la sua presenza, però, non possono limitarsi a considerarlo solo un profeta. Per questo Gesù, passando dalla terza alla seconda e prima persona, fa riferimento alla loro esperienza diretta: «Ma voi, chi dite che io sia?».

Nel riportare il parere della gente, senza esporsi personalmente, la risposta dei discepoli è corale (“risposero”). Alla seconda domanda, molto più coinvolgente e compromettente, invece, risponde solo Pietro, illuminato dallo Spirito: «Tu sei il Cristo, il figlio di Dio, il vivente» (trad. letterale: Σὺ εἶ ὁ χριστὸς ὁ υἱὸς τοῦ θεοῦ τοῦ ζῶντος).

Con questa risposta Pietro si dimostra docile allo Spirito, disponibile a lasciarsi illuminare dalla fede. È per questo che il Maestro gli affida la potestà vicaria di governare la Sua Casa e lo pone a fondamento della Chiesa: «A te darò le chiavi del regno dei cieli …»

La prima lettura di oggi ci aiuta a capire meglio la consegna delle chiavi del Regno. Anche a Eliakìm, come a Pietro nel Vangelo, vengono affidate “le chiavi” di un Regno che non gli appartiene, ma del quale è governante: “maggiordomo” del Regno di Dio. Così nel Vangelo, il Regno appartiene al Signore Gesù. Pietro viene posto a governare proprio in ragione della sua docilità a lasciarsi illuminare. Il Signore, nell'imperscrutabilità dei suoi giudizi (II lettura), lo ha scelto per essere a capo della Sua Casa. La Roccia, la Pietra d’Angolo, resta il Cristo; Pietro è “pietra di fondamento” nella misura in cui resta unito a Gesù.

A questa pietra, però vanno unite tante altre “pietre vive” per l’edificazione della Chiesa. È ciò che chiediamo nella preghiera colletta, ed è il motivo per cui anche a noi oggi Gesù pone la domanda: «Ma voi, chi dite che io sia?». Se siamo di quelli che lo hanno incontrato e scelto come Signore della propria vita, Gesù ci chiede un coinvolgimento personale nella risposta. Non possiamo limitarci a riportare risposte “per sentito dire”. Per quelli di fuori, spesso, Gesù si limita ad essere un grande maestro. Per qualcuno è un “maestro tradito”, del quale è stato travisato il messaggio. Per molti si tratta di un personaggio relegato nel passato alla stregua di un Socrate o di un Platone.

La risposta di fede data da Pietro lo riconosce Dio e Vivente: «Tu sei il Cristo, il figlio di Dio, il vivente». Ho voluto riportare la traduzione letterale per evidenziare un articolo che nella traduzione CEI non viene reso. Sicuramente Pietro intendeva dire “Dio vivente” riprendendo una nota espressione veterotestamentaria. Ritengo, tuttavia, che la formulazione greca possa aprire, alla luce della Pasqua, una prospettiva ulteriore: nella confessione di Pietro è possibile scorgere in filigrana la fede post-pasquale che riconosce in Cristo “il vivente”, colui “che più non muore” e che regna in eterno sulla sua Chiesa.

«Ma voi, chi dite che io sia?» Chi è per me Gesù? È un personaggio storico che ha detto tante belle cose, ma che poco o nulla ha a che fare con la mia vita quotidiana? O è il Vivente, colui che ancora Parla e guida la Chiesa, colui che ho riconosciuto Signore della mia vita? Solo se, docile all’illuminazione dello Spirito, saprò riconoscere con la mia vita, nei fatti, che Gesù è «il Cristo, il figlio di Dio, il vivente» allora, unito a Pietro e fondato su Cristo, sarò pietra viva per l’edificazione della Chiesa.

Fr. Marco

sabato 15 agosto 2026

Condurrò sul mio monte santo e colmerò di gioia gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore

«Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fermi nella mia alleanza, li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera.» (Is 56,1.6-7)

«Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti!» (Rm 11,13-15.29-32)

«Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri» (Mt 15,21-28)

La Liturgia della Parola di questa XX domenica del tempo ordinario si apre con la buona notizia che la salvezza del Signore sta per venire ed è offerta a tutti gli uomini e donne che lo riconoscono praticando il diritto e la giustizia.

«Li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia» Nella prima lettura, tratta dal libro del Profeta Isaia, si afferma che questo è il desiderio di Dio: colmare di gioia «gli stranieri che hanno aderito al Signore per servirlo». Non è l’appartenenza ad un particolare popolo, ad un determinato gruppo o ad un’élite ad essere determinante per essere salvato. Ciò che conta è aderire al Signore, servirlo ed amarlo con tutto il cuore, obbedire alla Sua legge scritta nei nostri cuori. 

La Chiesa è il Popolo della Nuova ed Eterna Alleanza che ha accolto la pienezza della Rivelazione in Gesù Cristo, Via, Verità e Vita, il solo attraverso il quale si giunge al Padre (Cfr. Gv 14,6). La salvezza, tuttavia, è offerta a chiunque, alla sincera ricerca del Vero e del Buono, agisce secondo la propria coscienza. Lo ha ribadito anche il Concilio Vaticano II al n. 16 della costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium: «… quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, e tuttavia cercano sinceramente Dio, e sotto l'influsso della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di Dio, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna.» (LG 16 ripreso dal CCC 847). Chi cerca il Vero e il Buono, infatti, anche se non lo sa, cerca Gesù.

Anche la pagina evangelica di oggi ci mostra la chiamata universale alla salvezza: la donna Cananèa è una pagana, non appartiene al popolo eletto. Gesù stesso, secondo la logica giudaica del tempo, ribadisce la sua estraneità al popolo dell’alleanza: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Eppure questa donna pagana riconosce Gesù come Messia (figlio di Davide) e Signore e, con la sua fede umile e perseverante, ottiene ciò che chiede e persino la lode: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri».

Per essere salvato, allora, non serve l’appartenenza esteriore ad un popolo o ad un gruppo. Ciò che conta è l’adesione reale (anche se magari non tematizzata) al Signore Gesù; l’umile riconoscimento della propria piccolezza e incapacità di salvarsi da soli; la perseveranza nella preghiera; la fiducia nel Signore che si concretizza nell’amore e nel sevizio ai fratelli. Comportandoci così saremo davvero discepoli del Signore e saremo anche noi condotti sul suo santo monte per esservi colmati di Gioia.

A questo punto penso non sia superfluo per ciascuno di noi domandarsi: io che ascolto la Parola e magari appartengo a un gruppo di preghiera,  ad un itinerario di fede, ad un ordine religioso …, io che sono parte del Popolo della Nuova ed Eterna Alleanza, sono tra quelli che hanno realmente aderito al Signore?

Fr. Marco

venerdì 14 agosto 2026

Maria segno di sicura speranza e di consolazione

«Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle.» (Ap 11,19; 12,1-6.10)

«Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo.» (1Cor 15,20-26)

«Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Lc 1,39-56)

Nella solennità di Maria SS. Assunta in Cielo, il Vangelo ci propone il viaggio di Maria verso la cugina Elisabetta e il cantico del Magnificat elevato da Maria al saluto della parente.

Nel suo racconto l’evangelista Luca segue la traccia della narrazione, fatta nel II libro di Samuele, della salita dell’Arca dell’alleanza a Gerusalemme nella casa di Obed Edom (2Sam 6,1-11). Coperta dallo Spirito Santo e portando nel grembo il Verbo fatto carne, Maria è la Nuova Arca della definitiva Alleanza che Dio ha stipulato con l’uomo. Come l’antica Arca dell’alleanza, che custodiva le tavole della legge e la manna, Maria porta nel suo grembo il Legislatore e il Pane della Vita ed è testimonianza della presenza di Dio in mezzo al popolo, primizia e caparra delle meraviglie che il Signore è capace di compiere.

Oggi, nel segno grandioso di Maria Santissima Assunta in Cielo, siamo invitati a contemplare il destino finale al quale il Signore l'ha destinato la Chiesa, il Popolo della Nuova Alleanza. Così la Costituzione Conciliare Lumen gentium al numero 68 ci invita a guardare a Maria: «La madre di Gesù, come in cielo, in cui è già glorificata nel corpo e nell’anima, costituisce l’immagine e l’inizio della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell’età futura, così sulla terra brilla ora innanzi al peregrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando non verrà il giorno del Signore». Guardando a Maria, siamo quindi invitati alla Speranza: il Signore ha per noi progetti di salvezza.

Rivolgendo lo sguardo alla vita di Maria e alla sua glorificazione finale, impariamo da questa santissima madre a non dubitare mai dell’amore del Padre. Impariamo a riconoscere con umiltà i prodigi che il Signore compie nella nostra vita e a rendere grazie per essi. Impariamo ad accogliere con fiducia e attenzione la Parola di Dio perché possa portare frutto in noi e conformarci sempre più al nostro Signore Gesù Cristo. «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!» Così, nel Vangelo della messa della vigilia (Lc 11,27-28), Gesù risponde alla donna che proclama beato il grembo che l’ha portato.

Guardando al Cuore Immacolato di Maria, ardente di vero Amore, impariamo a perdonarci reciprocamente e a pregare per coloro che ci fanno del male. Impariamo da Maria Santissima ad accogliere in noi l’Amore di Dio e ad amare per primi e gratuitamente i fratelli. Impariamo, infine, da questa perfetta discepola a rimanere uniti al Signore anche quando il Maestro ci chiede di seguirlo sulla via della croce.

Solo facendo così potremo anche noi dirci discepoli di Gesù e veri devoti di Maria. Imploriamo l’intercessione di Maria perché il Signore ci conceda la grazia di seguirlo come suoi autentici discepoli. Il mondo possa riconoscere in tutti noi la presenza del Maestro e accogliere la Signoria di Cristo perché possiamo un giorno ritrovarci tutti alla presenza della Gloria di Dio.

Fr. Marco