sabato 29 marzo 2025

Era morto ed è tornato in vita!

 «Oggi ho allontanato da voi l’infamia d’Egitto». (Gs 5,9a.10-12)

«… se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate …» (2Cor 5, 17-21)

« … questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. …» (Lc 15, 1-3.11-32)

La liturgia della Parola della​ quarta domenica di quaresima, detta domenica “Laetare” (“Rallegrati”) dalla prima parola dell’antifona d’ingresso, ci invita a rallegrarci perché l’Amore misericordioso del Padre ci introduce nella Terra Promessa (prima lettura) e ci accoglie nella Sua Casa (Vangelo) per saziarci del suo Amore. L’Amore misericordioso del Padre, infatti, ci libera dalle nostre schiavitù, si lascia alle spalle i nostri peccati e ci rende creature nuove. Oggi inoltre la Parola continua a liberarci delle false immagini del Padre perché possiamo conoscere ad amare il Dio Vivo e Vero

«… I farisei e gli scribi mormoravano …» L’evangelista Luca mette subito in evidenza il motivo per cui Gesù racconta la parabola: scribi e farisei mormorano perché il Maestro accoglie i peccatori e mangia con loro. I farisei, dei quali molti erano anche scribi, sono i più attenti e scrupolosi osservanti della Legge. Frequentemente, tuttavia, incorrono nei rimproveri di Gesù perché il loro cuore non è in comunione con il cuore del Padre. Per questo motivo oggi il Maestro ci presenta il Padre e lo fa mostrandoci come si comporta con i due figli della parabola che sono rappresentanti delle due grandi categorie in cui potremmo dividere coloro  che non conoscono il Padre: “il ribelle” e “il servo”.

«Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta» Il figlio minore, il “ribelle”, pur riconoscendosi figlio tanto da accampare diritti sull’eredità, non conosce realmente suo padre: è convinto che gli impedirà di essere felice, che non lo farà mai realizzare. Per questo cerca la felicità e la realizzazione, “in un paese lontano“. È immagine di tutti coloro i quali vedono in Dio un ostacolo alla loro realizzazione; di tutti coloro i quali sono convinti che Dio, per puro capriccio, proibisca loro cose belle che li renderanno felici. Il mondo di oggi è pieno di “figli ribelli” che vogliono fare a meno del Padre.

«Nessuno gli dava nulla». I ribelli di tutti i tempi, però, come il figlio della parabola fanno l’esperienza del bisogno, un bisogno esistenziale che niente può colmare. Fanno l’amara esperienza di avere “sperperato le sostanze“, di avere sprecato la vita. Rendersi conto di ciò e trovare la forza per tornare dal Padre è una benedizione. Il figlio minore della parabola trova questa forza e, anche se per puro calcolo («Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!»), torna alla casa paterna.

«Lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò». Con questi cinque verbi l’evangelista descrive l’attesa piena di speranza del Padre e l’esplosione della sua gioia al vedere tornare il figlio. Non conoscendo suo Padre, però, costui non può che rimanere spiazzato dall’accoglienza che riceve: il Padre, che lui vedeva come il tiranno oppressore, lo travolge con il suo amore “viscerale” (quasi materno: il verbo greco usato per descrivere la commozione ha a che fare con le viscere materne). Colui che pensava di doversi piegare a fare il salariato, viene invece dal Padre reintegrato nuovamente nella dignità filiale, viene reso “nuova creatura”.

«Ecco, io ti servo da tanti anni …» L’altra figura rappresentativa della parabola è il figlio maggiore, “il servo”, colui che, pur restando nella casa paterna, si considera un salariato. Quest’uomo considera suo padre solo un “padrone”: è il proprietario di tutto, colui che lo ricompensa per il lavoro che svolge. La figura del figlio maggiore interviene solo con il ritorno e l’accoglienza del ribelle: un fatto inaudito per la sua mentalità di salariato. Ha vissuto nella casa del padre secondo la logica del “do affinché tu mi dia”: ad un lavoro ben svolto spetta il premio e ad un atto di ribellione un castigo. L’accoglienza del ribelle lo spiazza, lo scandalizza e lo riempie di rabbia.

«Suo padre allora uscì a supplicarlo». Da notare che anche lui è “fuori casa” e il Padre, come per minore, deve andargli incontro. Dal dialogo emerge la mentalità “servile” di quest’uomo: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici». La sua è, purtroppo, una mentalità riscontrabile anche all’interno della Chiesa in coloro che compiono i loro atti religiosi solo in vista del premio, del “salario”. Spesso, inoltre, il salario desiderato è molto terreno: salute e benessere. Se “il Dio padrone” non mi garantisce questo, perché servirlo? Chi la pensa così, inoltre, tende a ergersi su un piedistallo da cui facilmente formula condanne. Non a caso, accusando il padre, il figlio maggiore parla del minore dicendo “questo tuo figlio”: ne prende le distanze. Il Padre è costretto a dare la stessa spiegazione che ha dato ai servi (tale si considera il maggiore), ma stavolta dicendo “questo tuo fratello”: gli ricorda la relazione incancellabile che c’è tra loro.

A questo punto penso sia importante fare attenzione al rischio di identificarci con uno solo di questi due figli. In realtà sarebbe da sperare che, dopo avere esaminato il nostro cuore, non ci riconoscessimo in nessuno dei due; entrambi, infatti hanno un’immagine distorta del Padre. Credo, però, che, esaminandosi bene, ciascuno di noi possa scoprire in sé sia gli atteggiamenti del ribelle, che pensa di sapere meglio del Padre ciò che è bene per lui; sia gli atteggiamenti del servo giustizialista, che obbedisce per ricevere un salario e non esita a condannare (prendendone le distanze) coloro che sbagliano e per i quali invoca il castigo.

Il nostro modello non deve essere nessuno dei due figli della parabola, ma il Figlio amato, Gesù Cristo, che conformandoci a Lui nel Battesimo, ci ha resi figli. Proprio per renderci conformi al modello, infatti, Gesù stesso è venuto a riconciliarci con il Padre, a farci nuove creature. A noi è richiesta solo l’accoglienza di tale Grazia. Per questo oggi San Paolo ci esorta: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio».

Fr. Marco

sabato 22 marzo 2025

Ora è il tempo della salvezza

«Il Signore disse: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido … Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele”». (Es 3,1-8.13-15)

«… chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere …» (1Cor 10,1-6.10-12).

​«Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo … “Padrone, lascialo ancora quest’anno, … Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”» (Lc 13,1-9)

​La Liturgia della Parola della terza domenica di quaresima quest’anno ci esorta, in maniera pressante, alla conversione. Nella pagina di Vangelo, infatti, Gesù prende spunto da due fatti di cronaca che gli vengono riferiti per invitarci a cambiare vita, a usare bene il tempo che ci viene  donato per fare frutti di vita eterna.

«Credete che … fossero più peccatori … per aver subito tale sorte?» Forse anche noi, sentendo parlare di alluvioni, terremoti, disgrazie sul lavoro, morti sotto le bombe, siamo tentati di credere che le vittime di tali tragedie se le siano in qualche modo “meritate”: è un pensiero che ci rassicura perché ci permette di puntare il dito su gli altri e riusciamo a racchiudere la disgrazia in una logica che possiamo comprendere.

«No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» Il Maestro prende le distanze da una lettura che veda in queste tragedie il castigo di Dio. Tuttavia conclude: «se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Credo sia lo stesso avvertimento che altrove diventa: «Il Figlio dell’Uomo verrà come un ladro di notte» (Cfr. Mt 24, 42-44). È l’invito a essere sempre pronti a rendere conto della nostra vita. Quegli uomini morirono improvvisamente e forse senza essere pronti: ecco perché l’urgenza della conversione! L’appello alla conversione, facciamo attenzione, non è per “gli altri”, è per me. Sono io che devo convertirmi: abbandonare le mie vie per seguire le vie di Colui che mi ama.

«Ho osservato la miseria del mio popolo» Dinanzi le guerre e le sofferenze di tanti bambini e innocenti, dinanzi gli stermini razziali e tutte le efferatezze di cui l’umanità è capace, forse possiamo essere tentati di chiederci «Dov’è Dio?». Oggi il Signore ci risponde: «Io ci sono!»: il nostro Dio conosce la sofferenza dei suoi Figli e soffre con Essi. Lui c’è e alla fine avrà la vittoria.

«Io sono colui che sono!» Il nome di Dio rivelato a Mosè al roveto ardente, infatti, andrebbe meglio tradotto «Io Sono colui che ci sono (per te)» (Cfr. G. von RadTheologie des Alten Testaments). Il nostro Dio, Colui che si è rivelato a Mosè e, nella Sua Pienezza in Gesù, non è un Dio assente, lontano e neanche un Dio vendicatore che ci punisce per il male che abbiamo fatto. Il male è già punizione a se stesso e chi compie il male ne soffrirà le conseguenze. Il Dio che ci rivela Gesù è, invece, un Padre che non smette di chiamare il suo popolo alla salvezza, un Dio che “osserva la miseria” del suo popolo con occhi di misericordia (Cfr. I lettura) e non cessa di chiamarlo a libertà pronto a darci tutto l’aiuto di cui abbiamo bisogno.

«Padrone, lascialo ancora quest’anno …» Il nostro tempo, tuttavia, è limitato e corriamo due pericoli ugualmente da evitare: da un lato il pericolo di costruirci l’immagine errata di un “Dio giustiziere” pronto a “pesare” scrupolosamente i nostri peccati e a punirci per essi; dall’altro lato il pericolo di costruirci l’immagine di un Dio “troppo buono” che, indipendentemente dalle nostre azioni, alla fine salverà tutti.

Entrambe le immagini sono false. La prima immagine  ci porta ad assumere atteggiamenti servili: agiamo spinti dalla paura, attenti all’osservanza letterale della legge, ma con il cuore distante da Dio. In tale prospettiva la salvezza, destinata a pochissimi, non è dono di Dio, ma conquista dell’uomo che alla fine farà l’amara scoperta di non potersi salvare e di non avere mai conosciuto il Dio Vivente. La seconda immagine, al contrario, ci porta a deresponsabilizzarci, a non vigilare sul nostro comportamento: viviamo, di fatto, come se Dio non ci fosse, presumendo che ci sarà sempre tempo … e che alla fine “Dio perdona tutti”. Dimentichiamo che il nostro tempo è limitato e che non sappiamo quando compariremo davanti il Suo giusto giudizio. Il Dio vivo e vero che Gesù, ci rivela in pienezza, è, invece, il Padre infinitamente giusto e misericordioso: si china sulla miseria del suo popolo, prende l’iniziativa della salvezza, nutre la nostra debolezza con i sacramenti, ma ci chiede di accogliere questa salvezza, di portare frutto, di assumere la logica dell’amore.

«Padrone, lascialo ancora quest’anno …». Usiamo bene il tempo che il Signore ci dona, assumiamo la logica dell’amore sulla quale saremo giudicati. Facciamo in modo di essere pronti quando il Signore cercherà i frutti. Pur confidando nella misericordia del Padre, vigiliamo sulla nostra vita senza presumere della nostra salvezza: «… chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere …».

Fr. Marco

sabato 15 marzo 2025

Videro la Sua Gloria

 «Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un forno fumante e una fiaccola ardente passarono in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse questa alleanza con Abram … » (Gen 15, 5-12.17-18)

​«Perché molti … si comportano da nemici della croce di Cristo. La loro sorte finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra.» (Fil 3,17- 4,1)

«Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante … videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. … Questi è il Figlio mio, l’eletto, ascoltatelo!» (Lc 9, 28-36).

La pagina evangelica della seconda domenica di quaresima ​ ci presenta la Trasfigurazione di Gesù. Il Signore offre ai suoi discepoli di ieri e di oggi la grazia di intravedere la meta del cammino di conversione che ci porterà alla pasqua. Una meta gloriosa che, tuttavia, si raggiunge attraverso la “via stretta”, ma ineludibile, della croce.

«Circa otto giorni dopo …» Questa indicazione temporale, che collega la Trasfigurazione a ciò che la precede, è omessa dalla versione liturgica. Nei versetti precedenti la pericope evangelica di oggi, l’evangelista Luca aveva presentato il primo annunzio della passione e le esigenze del discepolato. È facile immaginare lo sgomento che devono avere provato gli apostoli. Il Signore conosce la nostra debolezza, la debolezza della nostra fede, la nostra paura, e ci offre quest’oggi la visione della meta, dell’ “ottavo giorno”, il giorno dopo il sabato (cfr. Mt 28,1), perché possiamo farci coraggio quando il cammino si fa più difficile, quando il “non senso” sembra averla vinta

Anche ad Abramo (prima lettura) il Signore promette qualcosa che va al di là di ogni credibilità: è un uomo ormai vecchio, lontano dalla sua terra e dalla sua tribù. Il Signore gli promette una discendenza senza numero e una ricca terra che apparterà a questa discendenza. Non chiede altro che di fidarsi di Lui. Anche noi siamo invitati a  credere alle Sue Parole. È una fede ragionevole quella che ci viene chiesta: il Signore si impegna solennemente e conferma con segni concreti la veridicità della Sua Parola.

Il Signore, infatti, conosce la fatica di Abramo e si piega sulla sua debolezza offrendogli un solenne impegno nelle modalità che gli erano ben note. Era uso comune ai popoli del Vicino Oriente Antico quella di giurare e stabilire alleanze passando in mezzo a carcasse squartate di animali uccisi: i due contraenti, con il passaggio, si impegnavano a rispettare il patto; la pena per la trasgressione era essere squartati come quegli animali. Ritengo sia importante notare, però, che nel brano di Genesi solo la “Fornace ardente” (chiara rappresentazione della presenza di Dio) passa attraverso le carcasse: è Dio che si impegna! È solo sulla Sua fedeltà che si fonda l’alleanza!

Ciò è valido anche per noi: la Nuova Alleanza è fondata sulla fedeltà di Dio. Non ci sono più le carcasse di animali immolati, ma Lui stesso, immolato per amore sulla croce, si offre a garanzia della promessa. A noi chiede solo di accogliere la Sua fedeltà, di fidarci del Suo amore, di ascoltare e obbedire alla Sua Parola. Un ascolto chiamato a diventare, discepolato, sequela e imitazione: come Abramo anche noi siamo chiamati ad “uscire dalla nostra terra”, a lasciare le logiche del mondo, dell’egoismo, dell’edonismo e del potere, per percorrere nuove strade, per vivere secondo una logica nuova, quella dell’amore che si dona senza riserve fino a morire per l’amato: la logica della Croce. Come ci ricorda l’apostolo Paolo, siamo chiamati a non comportarci da “nemici della Croce”.

«Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra.» Trovo attualissime queste parole. Quante volte, nella società attuale, vediamo fratelli e sorelle ostentare con orgoglio le peggiori nefandezze; pretendere di chiamare giusto e “diritto” ciò che va contro la legge di Dio! Avendo smarrito l’orizzonte dell’eternità, sono tutti presi dalle cose della terra. Un pericolo che non è lontano: anche a noi può capitare di accogliere logiche mondane e di comportarci da nemici della croce di Cristo. Tutto questo, purtroppo, non sarà senza conseguenze: la loro sorte finale sarà la perdizione.

Guardando alla meta della gloria eterna, viviamo allora come “cittadini del Cielo” (Cf Fil 3,20) e, fissando la nostra speranza nel nostro Salvatore, trasformiamo ogni giorno, con la nostra vita, questo mondo nel Regno dei Cieli.

Fr. Marco

sabato 8 marzo 2025

L'uomo vive di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio

 

«Mio Padre era un Arameo errante… allora gridammo al Signore ed Egli ascoltò la nostra voce» (Dt. 26, 4-10)

«… se con la tua bocca proclamerai: «Gesù è il Signore!», e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo.» (Rm 10,8-13)

«Gesù si allontanò … nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo» (Lc 4,1-13)

​Questa domenica, prima di Quaresima, siamo invitati anche noi ad entrare con Gesù nel deserto della prova “per essere tentati”, per scoprire cosa c’è nel nostro cuore, ma anche per “esercitarci”. Iniziando il nostro cammino di conversione, infatti, siamo chiamati a metterci alla prova, o meglio a lasciarci mettere alla prova, per imparare a scegliere sempre la Volontà di Dio.

«Mio Padre era un Arameo errante …» Iniziando questo cammino, è importante partire dalla consapevolezza della nostra identità e dalla memoria delle opere che il Signore ha compiuto per noi. Per questo la Parola di Dio di oggi si apre con la professione di fede che il popolo eletto è invitato a fare nella liturgia primaverile. Bisogna che riconosciamo la nostra profonda identità di “erranti accolti”. Uomini e donne sempre alla ricerca di un “di più” che solo il Signore ci può donare. Mi piace anche sottolineare che in italiano la parola “errante” è il participio presente del verbo "errare" che significa anche sbagliare. Errante è, quindi, colui che sbaglia, che intraprende un cammino sbagliato e non raggiunge la meta, che “manca il bersaglio”; quest’ultima accezione è il significato letterale della parola ebraica per "peccato".

Comprendendo questa nostra profonda identità di “erranti”, di peccatori e smarriti, comprenderemo anche la relazione fondamentale della nostra vita: il Signore ascolta la nostra voce e ci dona una terra, ci dona stabilità. 

«Non di solo pane vivrà l’uomo». Ecco il senso del donare le primizie (prima lettura). Ciò che mi soddisfa e mi dona stabilità, non è il mio pane, ciò che posso procurarmi con le mie mani, ma Dio. Quella dell’autonomia, dell’autarchia, del “self made man”, è la prima e la più antica delle tentazioni: «Non hai bisogno di nessuno, soddisfa da solo la tua fame, dì che queste pietre diventino pane …». Gesù risponde mettendo in chiaro la relazione vitale con il Padre e la dipendenza da Lui: ciò di cui l’uomo ha bisogno non può darselo da solo, ma deve riceverlo dal Padre. L’uomo, infatti, non ha bisogno solo del pane, ma della “Parola”, della relazione con il Padre!

«… se ti prostrerai in adorazione davanti a me …» La seconda tentazione presentata da Luca, riguarda proprio la relazione a cui affidiamo la nostra speranza di Vita. Ci viene proposta una relazione traviata, falsa fin dall’origine: si rende culto a “qualcosa/qualcuno” per ottenere il potere. Centro del mio amore, alla fine, è sempre il mio Io che pretende di avere potere su tutte le creature. È la tentazione della magia che poco ha a che fare con la fede. Facciamo attenzione a questa tentazione, perché subdolamente potrebbe nascondersi anche in un atteggiamento che appare religioso quando preghiamo novene, rosari e compiamo atti religiosi per “piegare” Dio a fare la nostra volontà. La preghiera che ci ha insegnato Gesù è tutt’altra: «Padre … sia fatta la tua volontà …» (Cfr. Mt 6,9-13). In quanto figli nel Figlio, è buono e giusto che presentiamo al Padre le nostre richieste, anche con novene e suppliche, purché ci ricordiamo sempre della preghiera di Gesù nel Getsemani: «Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36).

«… gettati giù …» L’ultima tentazione è quella del prodigioso, del mettere alla prova Dio: “Se mi ama …”. È la tentazione che sta alla base di ogni tentazione: «Se tu sei Figlio di Dio …». Non a caso questa formula ricorre in tutte e tre le tentazioni. Il pensiero sottostante è che Dio, per mostrarsi nostro Padre, deve fare ciò che noi decidiamo essere giusto; la stessa logica che ha il bambino capriccioso che pretende dal padre qualcosa che, almeno in quel momento, non è un vero bene per lui. Questa tentazione nasce dal dubbio: Dio è veramente capace di salvarmi? Veramente mi ama? Un dubbio profondo che nessun miracolo potrà veramente fugare: dopo un evento prodigioso se ne chiederà un altro ed un altro ancora. Il nocciolo del problema è ancora una volta la relazione: si compie l’errore di pensare di essere il centro della relazione. Il nostro Io si erge ancora a dio: sarò io allora a decidere ciò che è giusto che avvenga e come deve avvenire.

Non a caso l’evangelista Luca pone l’ultima tentazione a Gerusalemme: di questo «Se tu sei Figlio di Dio, gettati» si sentirà l’eco nel racconto della Passione la domenica delle palme: «Salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, l’eletto» (Lc 23,35). È la tentazione di fuggire dalla volontà di Dio, la tentazione di scendere dalla Croce, di “salvarsi la vita”. Sappiamo, però, che la Croce è una strada obbligata per giungere alla gloria della resurrezione, una strada sicura perché ci è stata aperta dal nostro Maestro e Signore.

Con Gesù impariamo resistere alla tentazione e a restare nella relazione vera col Padre. Buon inizio di quaresima.

Fr. Marco

sabato 1 marzo 2025

Può forse un cieco guidare un altro cieco?

 «Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela i pensieri del cuore.» (Sir 27,5-8)

«… rimanete saldi e irremovibili, progredendo sempre più nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.» (1Cor 15,54-58)

«Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda». (Lc 6,39-45)

Le scorse Domeniche la Parola di Dio ci invitava a fare attenzione a dove poniamo le nostre radici: siamo radicati in Dio o cerchiamo vita altrove? Questa domenica, VIII del tempo ordinario, il Signore, consapevole del pericolo che possiamo ingannarci, essere ciechi dinanzi la Verità, credere di essere radicati in Dio, ma in realtà porre altrove la nostra fiducia, ci aiuta a fare discernimento; siamo invitati a guardare i frutti che produciamo: l'albero buono produce frutti buoni; l'albero cattivo frutti cattivi.

Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto. Tra i frutti cattivi che escono dal nostro cuore quando affonda le sue radici lontano da Dio, c'è sicuramente il giudizio del fratello, l'incapacità di amarlo. Già domenica scorsa il Vangelo ci invitava ad amare gratuitamente e a non giudicare (Cf. Lc 6,27-38). Oggi ce ne mostra il motivo: «Può forse  un cieco guidare un altro cieco?». Siamo ciechi, accecati dalla trave del nostro giudizio, e pretendiamo di correggere e guidare i fratelli!

A volte ci atteggiamo a maestri, guide spirituali,  per essere apprezzati e guardati con stima. Ecco perché la Parola oggi ci chiama ipocriti, cioè “teatranti” (letteralmente: “maschere di teatro”): recitiamo una parte in cerca di applausi, ma non siamo veri, autentici.

«Quando si scuote un setaccio restano i rifiuti» Oggi il Maestro ci invita a guardare prima di tutto alla “trave” che è nel nostro occhio, a fare attenzione a quali frutti escono dal nostro cuore quando siamo messi alla prova.

Gesù, l'unica vera nostra guida  («Uno solo è il vostro maestro ...» Mt 23,8) ci chiede di entrare nella verità della nostra vita e farci suoi discepoli. A chi ci accosta, indichiamo Lui come guida. Sradichiamo dalla nostra vita il giudizio e la presunzione di farci guide dei nostri fratelli. Impariamo ad amare.

«Togli prima la trave dal tuo occhio  …» Certo, la correzione fraterna fa parte dell’amore (Gesù stesso la insegna: Mt 18,15-17). Se mio fratello sbaglia ed io non lo correggo, me ne disinteresso, e lascio che si perda, non lo sto certo amando. Per correggere il fratello, però, dovrò prima avere permesso al Signore di togliere dal mio occhio la trave del “giudizio” e della condanna; solo allora ci vedrò bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del mio fratello. Riconosciamo umilmente la nostra cecità perché il Signore ci guarisca e noi possiamo essere riconosciuti Suoi discepoli capaci di indicare Lui a quanti ci accostano.

«La parola rivela i pensieri del cuore». Facendo attenzione alle nostre parole, allora, vigiliamo sui frutti che escono dal nostro cuore: «Del resto sono ben note le opere della carne: … inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. …. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé;» (Cf Gal 5,19-23)

Fr. Marco

sabato 22 febbraio 2025

Amate i vostri nemici, pregate per coloro che vi trattano male

 «Abisài disse a Davide: “Oggi Dio ti ha messo nelle mani il tuo nemico. Lascia dunque che io l’inchiodi a terra con la lancia in un sol colpo e non aggiungerò il secondo”. Ma Davide disse ad Abisài: “Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?”».  (1 Sam 26,2.7-9.12-13.22-23)

«Come è l’uomo terreno, così sono quelli di terra; e come è l’uomo celeste, così anche i celesti. E come eravamo simili all’uomo terreno, così saremo simili all’uomo celeste.» (1Cor 15, 45-49)

«Ma a voi che ascoltate, io dico … Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.» (Lc 6, 27-38)

Domenica scorsa la Parola di Dio ci invitava a porre solo in Dio il nostro fondamento e la nostra fiducia. Questa domenica, settima del tempo ordinario, il Signore approfondisce maggiormente cosa significhi confidare nel Signore e non in se stessi.

«Il Signore renderà a ciascuno secondo la sua giustizia e la sua fedeltà» Nella prima lettura di oggi, ascoltiamo di Davide che rinuncia a farsi giustizia con le proprie mani: Saul, che lo cerca per ucciderlo, si trova esposto e vulnerabile. Il generale di Davide, Abisai, che, come direbbe s. Paolo, pensa come l’uomo terreno, gli consiglia di approfittare della debolezza del suo nemico e ucciderlo. Davide, però, pone la sua fiducia nel Signore, non nelle proprie forze e sa che, nonostante tutto, Saul è consacrato al Signore, appartiene a Lui. Solo al Signore spetta rendere a ciascuno secondo la sua giustizia e la sua fedeltà.

«Ma a voi che ascoltate, io dico...» Nel Vangelo di Luca la pericope di questa domenica si apre con la congiunzione avversativa “ma” (non riportata dal lezionario) che rende esplicito l’invito a prendere le distanze dall’atteggiamento prima descritto: “ricchezza” e fiducia nelle proprie forze e nell’approvazione degli uomini. Noi che ascoltiamo la Parola siamo invitati a vivere in un atteggiamento diverso: siamo invitati a confidare nel Signore e non nelle nostre forze, a fare del bene e amare incondizionatamente, senza sperarne nulla, così come siamo amati dal Padre. 

«Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla» Il Vangelo di oggi ci invita a vette altissime: perdonare e fare del bene anche a chi ci fa del male, pregare per i nostri nemici. Mete talmente alte, che da qualcuno sono considerate irraggiungibili. Solo comportandoci così, tuttavia, saremo riconosciuti come figli dell’Altissimo, che è benevolo verso gli ingrati e i malvagi,  e potremo renderci conto se siamo passati dalla morte alla Vita. Lo dice chiaramente l’Apostolo Giovanni nella sua prima lettera: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte.» (1Gv 3,14).

Rinunciamo, quindi, a farci giustizia da soli. Come il Padre Misericordioso, diamo tempo ai fratelli per pentirsi. Ricordandoci, inoltre, che ogni giorno preghiamo il Padre: rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori; facciamo attenzione ad essere generosi nel perdono perché la misericordia nei nostri confronti possa essere altrettanto abbondante. Faccio notare, infine, che questa è l’unica petizione del Padre Nostro che Gesù riprende e commenta: «Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.» (Mt 6,14-15).

Riconoscendo la nostra povertà e piccolezza, allora, lasciamo a Dio il giudizio. Verrà il momento in cui ciascuno sperimenterà i frutti delle proprie scelte: la “morte”, l’eterna mancanza della “Vita”, della pienezza, del senso; o la “Vita eterna”, la gioia piena, la felicità che non passa. Tutte cose che sperimentiamo già qui nella misura in cui viviamo in Dio o senza di Lui.

«Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla». Torna l’appello alla povertà, a non confidare nella carne, a fare del bene senza la condizione della reciprocità, a non sperare nulla dal bene che facciamo. Se amiamo quelli che ci amano, se poniamo come condizione al nostro amore il fatto di essere a nostra volta amati, e facciamo del bene per ricevere altrettanto, stiamo ponendo la nostra fiducia sulle nostre forze, stiamo cercando una “ricchezza” su cui confidare e ricadiamo nella maledizione dell’uomo che confida nell’uomo. Ciò vale nei confronti degli “uomini” che siamo chiamati ad amare “gratuitamente”, anche se a nostro parere non se lo meritano; ma vale anche nei confronti di Dio che siamo chiamati ad amare per se stesso, da figli e non da “mercenari” che fanno qualcosa per ottenere una ricompensa.

Le mete oggi indicate nel Vangelo sono altissime, ma imprescindibili per chi vuole seguire il Maestro sulla via della Vita. Benché altissime, inoltre, sono mete “alla nostra portata”. Come ci ricorda S. Paolo nella seconda lettura, infatti, con il Battesimo siamo stati conformati all’Uomo Celeste, al nostro Signore Gesù Cristo, abbiamo ricevuto lo Spirito Santo: lasciamolo operare nella nostra vita.

Fr. Marco

sabato 15 febbraio 2025

Maledetti o beati?

 «Così dice il Signore: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore.”» (Ger 17,5-8).

«Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini.» (1 Cor 15,12.16-20)

«Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.» (Lc 6,17.20-26)

Oggi, sesta domenica del Tempo Ordinario, la Parola di Dio ci chiama a riflettere sul “nostro fondamento”, su ciò in cui poniamo la nostra fiducia e la nostra speranza.

«Maledetto l’uomo che confida nell’uomo» Nella prima lettura il profeta Geremia dichiara maledetto l’uomo che pone la propria speranza “nell’uomo”, cioè in sé stesso, nei propri averi, nelle proprie capacità, nelle “alleanze” che ha stipulato con i potenti di questo mondo. Non perché Dio lo maledice (Lui, datore di ogni bene, ama tutti gli uomini), ma perché, staccandosi dalla fonte del Bene, non potrà che restare deluso. Di quest’uomo è detto che non vedrà venire il bene. Costui, infatti, “lega le  mani a Dio”, Gli impedisce di donargli il bene perché Lo esclude dal suo orizzonte decisionale. 

L’uomo che confida nell’uomo, così come è descritto nella prima lettura, infatti, è “pieno di sé”, autoreferenziale. Lungi dall’affidarsi al Signore, dal lasciarsi guidare, costui si affida alle proprie ricchezze e alle proprie forze per ottenere ciò che ritiene essere bene per sé. Magari può apparire religioso, ma la sua vita si svolge “a prescindere da Dio”. Allontanandosi da Dio, separandosi dalla fonte della Vita, presto tutto attorno a lui parlerà di morte, di non senso: dimorerà in luoghi aridi, nel deserto …

Attorno a noi, purtroppo, non mancano esempi di questo tipo: uomini e donne che vogliono piegare tutto alla propria volontà, che vogliono prescindere da ogni oggettività. Fratelli e sorelle che vivono come se Dio non ci fosse, al massimo relegandolo alla sfera intimistica, facendosi il loro dio che non li disturba. Con le loro scelte, tali uomini e donne si creano il loro deserto … È una realtà attualissima nelle scelte etiche che la società civile è chiamata a fare: l’uomo che confida nell’uomo non vede più il bene. Ha smarrito il senso profondo dei suoi atti.

«Benedetto l’uomo che confida nel Signore» … «Beati voi, poveri». Confidare nel Signore, essere “poveri” dinanzi a Dio, significa porre nel Signore il proprio fondamento, la propria fiducia: lasciarsi guidare da Lui. Non con l’atteggiamento passivo di chi  “sta con le mani in mano”, ma facendo le nostre scelte e prendendo le nostre decisioni a partire da una Parola che ci interpella. Significa, allora, accogliere l’orizzonte di Dio nei nostri processi decisionali. Essere consapevoli che è Lui la fonte di ogni Bene a partire dalla quale siamo chiamati ad agire.

Probabilmente questo ci porterà ad andare controcorrente, ad essere rifiutati dal mondo, ad essere ritenuti pazzi, magari dei “fondamentalisti”. Oggi il Signore ci ricorda: «Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo». 

«Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti» Nella seconda lettura di oggi, San Paolo ci richiama alla fede nella resurrezione, a spingere il nostro sguardo al fine ultimo della nostra vita. È importante allargare i nostri orizzonti di senso, non restare ancorati ad una immanenza che ci ingabbia. Anche questo pericolo è concreto e attuale: quanti fratelli e sorelle, anche nella Chiesa, vivono la religiosità come una garanzia che non gli accadrà nulla di male; quando le inevitabili difficoltà della vita li colgono non possono che restare scandalizzati. A costoro oggi San Paolo dice: «Se abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare».

Allora: Benedetto l’uomo  che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. Poniamo in Lui la nostra fiducia, accogliamo la Sua Parola e lasciamoci guidare. La nostra vita sarà feconda, ricca di frutti per la Vita Eterna.

Fr. Marco