sabato 12 settembre 2026

Perdona l’offesa al tuo prossimo e ti saranno rimessi i peccati.

 «Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore? Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati?» (Sir 27,33 – 28,9)

«Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.» (Rm 14,7-9)

«“Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.”» (Mt 18,21-35)

Questa domenica, XXIV del tempo ordinario, Gesù nella pagina di Vangelo continua ad insegnarci come comportarsi con il fratello che sbaglia: alla correzione fraterna segue il perdono, cioè dare al fratello una nuova possibilità.

Credo sia importante chiarire che perdonare non significa “dimenticare” il torto subito; dimenticare, infatti, a volte ci risulta impossibile; d’altra parte, dimenticare potrebbe significare non voler guardare in faccia la realtà. Il perdono, inoltre, non è dato per debolezza: non è fingere di non tener conto di un torto subìto perché chi l’ha commesso è più forte di noi. Il perdono, infine, non consiste nel considerare senza importanza ciò che è grave, o bene ciò che è male. Il perdono non è indifferenza.

Il perdono è un atto di volontà e di lucidità, quindi un atto di libertà, che consiste nell’accogliere il fratello o la sorella così com'è, nonostante il male che ci ha fatto; come Dio accoglie noi peccatori, nonostante i nostri peccati. Il perdono consiste nel non rispondere all’offesa con l’offesa, ma nel fare quanto ci dice San Paolo: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male» (Rm 12,21). Il perdono consiste nel donare al fratello che ha sbagliato la possibilità di un nuovo rapporto con te, la possibilità quindi, per lui e per te, di ricominciare la vita, di far sì che il male non abbia l’ultima parola.

«Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette». Un numero simbolico, che indica la sovrabbondanza, il perdono illimitato (7 – numero che indica la pienezza – per 10 – numero che indica la totalità del compimento). Pietro forse pensava di essere stato generoso nel perdonare “sette volte”: sette è il numero della pienezza. Il Maestro chiede, invece, che il perdono sia illimitato, come quello che il Padre è disposto a concederci. Interessante, poi, che alcuni codici riportino “settantasette volte” con un chiaro riferimento a Gen 4,24: «Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette». Lì dove l’uomo cerca la vendetta, il Signore chiede il perdono.

Con la “parabola del servo spietato” il Maestro spiega anche il motivo del perdono: siamo del Signore, come ci ricorda oggi san Paolo nella seconda lettura, e a lui dobbiamo rendere conto delle nostre mancate corrispondenze, delle nostre ingratitudini … dei nostri peccati. Se prendessimo davvero coscienza di tutto l’amore che il Signore ogni giorno ci dona e delle nostre mancate corrispondenze, non potremmo che riconoscerci nel servo debitore di diecimila talenti che è impossibilitato a restituire. Gesù, nel Padre Nostro, ci ha insegnato a chiedere ogni giorno «rimetti a noi i nostri debiti». È il motivo per il quale cominciamo ogni nostra celebrazione con l’atto penitenziale, chiedendo perdono al Signore di tutti i nostri peccati.

Nel Padre Nostro chiediamo «rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori». Una preghiera che ci impegna a perdonare e ci rende “misura” del perdono che riceviamo. Come possiamo, infatti, chiedere al Padre di perdonarci se noi non siamo disposti a fare altrettanto con il nostro fratello? È ciò che si chiede nella prima lettura l’autore del libro del Siracide: «Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati?». Quella sul perdono, inoltre, è l’unica petizione del Padre Nostro che Gesù riprende e commenta: «Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.» (Mt 6,14-15)

Accogliamo l’insegnamento di Gesù e perdoniamoci a vicenda di vero cuore per potere ricevere il perdono del Padre.

Fr. Marco

sabato 5 settembre 2026

Custodi, non accusatori.

 «O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. … Se io dico al malvagio: “Malvagio, tu morirai”, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te.» (Ez 33,1.7-9)

«Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge. … La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità.» (Rm 13,8-10)

«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello … se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà.» (Mt 18,15-20)

Questa domenica, XXIII del tempo ordinario, la liturgia della Parola ci presenta un modo particolare di esprimere l’amore vicendevole che è la pienezza della Legge: la correzione fraterna.

Penso sia importante sottolineare che la correzione di cui si parla è “fraterna”: è fatta da un fratello e per amore del fratello; per avvisarlo che sta sbagliando, che si sta perdendo; perché ritorni sui suoi passi e si salvi.

« … della sua morte io domanderò conto a te» Nella prima lettura, il Signore richiama il profeta Ezechiele alla sua responsabilità nei confronti della rovina del malvagio che non desiste dal compiere il male. Se la sua condotta malvagia non gli è stata rimproverata, il malvagio morirà per la sua iniquità, ma della sua morte sarà domandato conto al profeta che non ha compiuto il suo dovere di parlare come inviato di Dio.

Nella Nuova ed Eterna Alleanza, tutti i cristiani, conformati a Cristo nel Battesimo, siamo unti Re, Sacerdoti e Profeti. Ogni battezzato, quindi, è chiamato a svolgere il compito profetico di ascoltare e annunciare ai fratelli la Parola di Dio perché si salvino.

Dinanzi ad un fratello che pecca, che fa ciò che è male agli occhi di Dio, il cristiano non può “farsi i fatti suoi”; sarebbe colpevole di omissione e non avrebbe vissuto il vero amore per il fratello disinteressandosi della sua rovina. È questo il senso della “correzione fraterna” che è tale solo se mossa dall’amore, dal desiderio di guadagnare il fratello, non di umiliarlo; né è fatta per vendicarsi di presunti torti subiti. Il fratello va corretto per amore e con amore. 

A fondamento della nostra correzione, quindi, deve esserci quella carità che non fa alcun male al prossimo. Siamo chiamati ad essere “sentinelle”, custodi dei nostri fratelli, non “accusatori”. L’accusatore è il diavolo (cfr. Ap 12,10) che vuole la rovina degli uomini, la loro disperazione.

«Va’ e ammoniscilo fra te e lui solo». Sta qui la distinzione immediatamente visibile tra accusatore e custode: l’accusatore addita gli errori del suo prossimo parlandone sempre in terza persona, con gli altri, non con colui che sbaglia. Il discepolo di Cristo, invece, custode del proprio fratello, non ha alcuna intenzione di lederne il buon nome e, quando lo vede sbagliare, lo ammonisce con amore e discrezione. 

Non dimentichiamo che lo scopo della correzione è sempre e solo guadagnare il fratello. Anche gli altri due passaggi che il Vangelo oggi ci indica (i testimoni e la comunità) sono ordinati a questo scopo: convincere il fratello del proprio errore perché si converta. 

L’ultimo passaggio, infine, «sia per te come il pagano e il pubblicano», è l’extrema ratio, l'ultima possibilità per “scuotere” il fratello e correggerlo: rendere visibile che il suo comportamento lo pone fuori dalla comunità ecclesiale. Il pagano e il pubblicano, inoltre, sono coloro ai quali si indirizza l’annuncio missionario: «Convertitevi, perché il regno dei Cieli è vicino» (Mt 3,2; 4,17).

«Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo …» Credo che non sia un caso che l’insegnamento sulla correzione fraterna si concluda con la promessa che la preghiera concorde sarà esaudita. Dinanzi al peccatore impenitente, che non vuole convertirsi e, quindi, si pone fuori dalla Chiesa, ai discepoli di Cristo rimane sempre la possibilità della preghiera per guadagnare il fratello. Il Signore li esaudirà.

«Ti ho posto come sentinella». Vorrei concludere ricordando che questo ruolo di custode e sentinella è di ogni cristiano nel luogo in cui vive, ma anche della Chiesa nel suo insieme. La società attuale vorrebbe relegare la vita di fede ad un fatto privato, da vivere nel nascondimento: “Puoi vivere e credere come ti piace, purché lo faccia a casa tua!”. 

La Chiesa, nella persona del Papa, dei Vescovi e dei sacerdoti, spesso è stata accusata di ingiusta ingerenza quando annuncia che alcuni comportamenti che la società vorrebbe far passare per normali e “giusti”, sono contrari alla Verità, sono malvagi. Penso, per esempio, all’aborto, all’eutanasia, all'eugenetica, al modo di vivere la propria sessualità sganciata dalla verità inscritta nella creazione … Siamo chiamati ad annunciare ciò che ascoltiamo dalla Parola, non possiamo tacere. Ce ne verrà chiesto conto.

Fr. Marco

sabato 29 agosto 2026

Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.

«Nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo.» (Ger 20,7-9)

«Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare.» (Rm 12,1-2)

«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.» (Mt 16,21-27)

Nella liturgia della Parola di questa XXII domenica del tempo ordinario risuona forte l’invito alla conversione, a metterci alla sequela di Gesù, a rinnovare il nostro modo di pensare, a non conformarci al modo di pensare del “mondo”.

«Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» La logica del mondo, infatti, è inconciliabile con la logica di Dio. È evidente che parlando di “mondo” la Scrittura intende tutto ciò che in noi si oppone a Dio. La “logica del mondo”, il pensare secondo gli uomini, mi insegna che “tutto gira intorno a me”, che “io valgo”, che “devo stare bene a tutti i costi”. Per quanto riguarda la sofferenza, poi, la logica del mondo, come Pietro, afferma: «Questo non ti accadrà mai!».

«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso». La sequela di Cristo richiede il rinnegamento di sé: se scegliamo di seguire Cristo, dobbiamo smettere di seguire il nostro io. Finché vorrò salvare la mia vita, per farlo sarò anche disposto a rinnegare Gesù perdendo così ciò che alla mia vita dà senso; è l’amara esperienza vissuta da Pietro nel cortile del sommo sacerdote (Mt 26,69-75)

Secondo la “logica del mondo”, inoltre, gli altri trovano posto nella mia vita solo finché “mi servono”, finché mi gratificano. È la logica dell’egoismo e dell’edonismo: un disordinato amore di sé che cerca sempre ciò che “mi fa stare bene”, piuttosto che ciò che è Bene. Una ricerca destinata al fallimento. Facciamo l’esperienza, infatti, che più mettiamo il nostro io al centro cercando di essere felici, magari a scapito di qualcun altro, più scopriamo di essere degli infelici: «chi vuole salvare la propria vita, la perderà»

I “potenti di questo mondo” ce ne danno dimostrazione: uomini insaziabili (e quindi “poveri” a prescindere da quanti beni possano avere), affannati ad inseguire l’eterna giovinezza e l’immortalità. Dei poveracci che rischiano di fallire la vita. Possono pensare di avere tutto, ma non hanno l’essenziale, l’unica cosa che conta: Amare ed essere Amati. Spesso, infatti, scoprono che accanto a loro non hanno fratelli che amano e dai quali si sentono amati, ma persone che usano e che, a loro volta, vogliono usarli. Avendo posto nella bellezza, nel potere e nella ricchezza la loro vita, quando verrà il momento di lasciare questo mondo - un momento che prima o poi viene per tutti! -, se ne andranno infelici e maledetti da coloro che prendono il loro posto: «poteva lasciare di più!» (cfr. San Francesco, Lettera ai fedeli, FF 205).

«Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» La logica del Vangelo, opposta a quella del mondo, mi insegna a mettere il Tu di Dio e del fratello al centro della mia vita; mi insegna a cercare al di sopra di tutto il Regno dei Cieli, cioè a lasciare regnare Dio nella mia vita; mi insegna che una vita vissuta “per me” è una vita sprecata e che solo una vita vissuta “per te” è degna di essere vissuta e risulta essere una vita bella e piena di senso. Se, egoisticamente, inseguiamo la nostra felicità, infatti, non la raggiungeremo mai; se, però, mettendoci alla sequela di Cristo, ci impegniamo a fare felice chi ci sta accanto, allora sì che otterremo anche la nostra vera felicità.

«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Rinnegare se stesso, quindi, significa imparare a fare spazio in noi alla logica del Vangelo, alla volontà di Dio; significa imparare a fare spazio ai bisogni di chi ci sta accanto, imparare la logica dell’amore che non rifiuta di soffrire, di salire sulla croce, per colui che ama. Gesù ci ha mostrato questa via; ci ha mostrato che la croce non ha l’ultima parola.

Impariamo a fare della nostra vita un’offerta a Dio e ai fratelli; impariamo ad offrire a Dio anche le inevitabili sofferenze che la vita porta con sè, a viverle per amore Suo. Impariamo, infine, a perdere la nostra vita per Dio, amando Lui e i fratelli più del nostro io: solo questa è la via per Vivere veramente.

Fr. Marco

sabato 22 agosto 2026

Ma voi, chi dite che io sia?

 «In quel giorno avverrà che io chiamerò il mio servo Eliakìm, figlio di Chelkìa … Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire.» (Is 22, 19-23)

«O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!» (Rm 11,33-36)

«A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». (Mt 16,13-20)

La pagina di Vangelo della XXI domenica del tempo ordinario si apre con una domanda di Gesù a proposito del parere della gente su di lui. Dopo avere ascoltato ciò che dice la gente, il Maestro chiede ai discepoli e a noi: «Ma voi, chi dite che io sia?».

Mi sembra importante soffermarsi sulla congiunzione avversativa “ma”. Rispondendo riguardo il parere della gente nei confronti del Maestro, i discepoli avevano presentato, in terza persona, le “voci” che circolavano: per “quelli di fuori”, per coloro che ne hanno solo sentito parlare, Gesù è un profeta che si inserisce nella linea della profezia veterotestamentaria e parla a nome di Dio. Non sbagliano nel considerare Gesù un profeta: egli è, infatti, la piena rivelazione di Dio. Quanti lo hanno conosciuto personalmente, hanno camminato con lui e hanno sperimentato la sua presenza, però, non possono limitarsi a considerarlo solo un profeta. Per questo Gesù, passando dalla terza alla seconda e prima persona, fa riferimento alla loro esperienza diretta: «Ma voi, chi dite che io sia?».

Nel riportare il parere della gente, senza esporsi personalmente, la risposta dei discepoli è corale (“risposero”). Alla seconda domanda, molto più coinvolgente e compromettente, invece, risponde solo Pietro, illuminato dallo Spirito: «Tu sei il Cristo, il figlio di Dio, il vivente» (trad. letterale: Σὺ εἶ ὁ χριστὸς ὁ υἱὸς τοῦ θεοῦ τοῦ ζῶντος).

Con questa risposta Pietro si dimostra docile allo Spirito, disponibile a lasciarsi illuminare dalla fede. È per questo che il Maestro gli affida la potestà vicaria di governare la Sua Casa e lo pone a fondamento della Chiesa: «A te darò le chiavi del regno dei cieli …»

La prima lettura di oggi ci aiuta a capire meglio la consegna delle chiavi del Regno. Anche a Eliakìm, come a Pietro nel Vangelo, vengono affidate “le chiavi” di un Regno che non gli appartiene, ma del quale è governante: “maggiordomo” del Regno di Dio. Così nel Vangelo, il Regno appartiene al Signore Gesù. Pietro viene posto a governare proprio in ragione della sua docilità a lasciarsi illuminare. Il Signore, nell'imperscrutabilità dei suoi giudizi (II lettura), lo ha scelto per essere a capo della Sua Casa. La Roccia, la Pietra d’Angolo, resta il Cristo; Pietro è “pietra di fondamento” nella misura in cui resta unito a Gesù.

A questa pietra, però vanno unite tante altre “pietre vive” per l’edificazione della Chiesa. È ciò che chiediamo nella preghiera colletta, ed è il motivo per cui anche a noi oggi Gesù pone la domanda: «Ma voi, chi dite che io sia?». Se siamo di quelli che lo hanno incontrato e scelto come Signore della propria vita, Gesù ci chiede un coinvolgimento personale nella risposta. Non possiamo limitarci a riportare risposte “per sentito dire”. Per quelli di fuori, spesso, Gesù si limita ad essere un grande maestro. Per qualcuno è un “maestro tradito”, del quale è stato travisato il messaggio. Per molti si tratta di un personaggio relegato nel passato alla stregua di un Socrate o di un Platone.

La risposta di fede data da Pietro lo riconosce Dio e Vivente: «Tu sei il Cristo, il figlio di Dio, il vivente». Ho voluto riportare la traduzione letterale per evidenziare un articolo che nella traduzione CEI non viene reso. Sicuramente Pietro intendeva dire “Dio vivente” riprendendo una nota espressione veterotestamentaria. Ritengo, tuttavia, che la formulazione greca possa aprire, alla luce della Pasqua, una prospettiva ulteriore: nella confessione di Pietro è possibile scorgere in filigrana la fede post-pasquale che riconosce in Cristo “il vivente”, colui “che più non muore” e che regna in eterno sulla sua Chiesa.

«Ma voi, chi dite che io sia?» Chi è per me Gesù? È un personaggio storico che ha detto tante belle cose, ma che poco o nulla ha a che fare con la mia vita quotidiana? O è il Vivente, colui che ancora Parla e guida la Chiesa, colui che ho riconosciuto Signore della mia vita? Solo se, docile all’illuminazione dello Spirito, saprò riconoscere con la mia vita, nei fatti, che Gesù è «il Cristo, il figlio di Dio, il vivente» allora, unito a Pietro e fondato su Cristo, sarò pietra viva per l’edificazione della Chiesa.

Fr. Marco

sabato 15 agosto 2026

Condurrò sul mio monte santo e colmerò di gioia gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore

«Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fermi nella mia alleanza, li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera.» (Is 56,1.6-7)

«Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti!» (Rm 11,13-15.29-32)

«Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri» (Mt 15,21-28)

La Liturgia della Parola di questa XX domenica del tempo ordinario si apre con la buona notizia che la salvezza del Signore sta per venire ed è offerta a tutti gli uomini e donne che lo riconoscono praticando il diritto e la giustizia.

«Li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia» Nella prima lettura, tratta dal libro del Profeta Isaia, si afferma che questo è il desiderio di Dio: colmare di gioia «gli stranieri che hanno aderito al Signore per servirlo». Non è l’appartenenza ad un particolare popolo, ad un determinato gruppo o ad un’élite ad essere determinante per essere salvato. Ciò che conta è aderire al Signore, servirlo ed amarlo con tutto il cuore, obbedire alla Sua legge scritta nei nostri cuori. 

La Chiesa è il Popolo della Nuova ed Eterna Alleanza che ha accolto la pienezza della Rivelazione in Gesù Cristo, Via, Verità e Vita, il solo attraverso il quale si giunge al Padre (Cfr. Gv 14,6). La salvezza, tuttavia, è offerta a chiunque, alla sincera ricerca del Vero e del Buono, agisce secondo la propria coscienza. Lo ha ribadito anche il Concilio Vaticano II al n. 16 della costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium: «… quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, e tuttavia cercano sinceramente Dio, e sotto l'influsso della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di Dio, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna.» (LG 16 ripreso dal CCC 847). Chi cerca il Vero e il Buono, infatti, anche se non lo sa, cerca Gesù.

Anche la pagina evangelica di oggi ci mostra la chiamata universale alla salvezza: la donna Cananèa è una pagana, non appartiene al popolo eletto. Gesù stesso, secondo la logica giudaica del tempo, ribadisce la sua estraneità al popolo dell’alleanza: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Eppure questa donna pagana riconosce Gesù come Messia (figlio di Davide) e Signore e, con la sua fede umile e perseverante, ottiene ciò che chiede e persino la lode: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri».

Per essere salvato, allora, non serve l’appartenenza esteriore ad un popolo o ad un gruppo. Ciò che conta è l’adesione reale (anche se magari non tematizzata) al Signore Gesù; l’umile riconoscimento della propria piccolezza e incapacità di salvarsi da soli; la perseveranza nella preghiera; la fiducia nel Signore che si concretizza nell’amore e nel sevizio ai fratelli. Comportandoci così saremo davvero discepoli del Signore e saremo anche noi condotti sul suo santo monte per esservi colmati di Gioia.

A questo punto penso non sia superfluo per ciascuno di noi domandarsi: io che ascolto la Parola e magari appartengo a un gruppo di preghiera,  ad un itinerario di fede, ad un ordine religioso …, io che sono parte del Popolo della Nuova ed Eterna Alleanza, sono tra quelli che hanno realmente aderito al Signore?

Fr. Marco

venerdì 14 agosto 2026

Maria segno di sicura speranza e di consolazione

«Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle.» (Ap 11,19; 12,1-6.10)

«Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo.» (1Cor 15,20-26)

«Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Lc 1,39-56)

Nella solennità di Maria SS. Assunta in Cielo, il Vangelo ci propone il viaggio di Maria verso la cugina Elisabetta e il cantico del Magnificat elevato da Maria al saluto della parente.

Nel suo racconto l’evangelista Luca segue la traccia della narrazione, fatta nel II libro di Samuele, della salita dell’Arca dell’alleanza a Gerusalemme nella casa di Obed Edom (2Sam 6,1-11). Coperta dallo Spirito Santo e portando nel grembo il Verbo fatto carne, Maria è la Nuova Arca della definitiva Alleanza che Dio ha stipulato con l’uomo. Come l’antica Arca dell’alleanza, che custodiva le tavole della legge e la manna, Maria porta nel suo grembo il Legislatore e il Pane della Vita ed è testimonianza della presenza di Dio in mezzo al popolo, primizia e caparra delle meraviglie che il Signore è capace di compiere.

Oggi, nel segno grandioso di Maria Santissima Assunta in Cielo, siamo invitati a contemplare il destino finale al quale il Signore l'ha destinato la Chiesa, il Popolo della Nuova Alleanza. Così la Costituzione Conciliare Lumen gentium al numero 68 ci invita a guardare a Maria: «La madre di Gesù, come in cielo, in cui è già glorificata nel corpo e nell’anima, costituisce l’immagine e l’inizio della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell’età futura, così sulla terra brilla ora innanzi al peregrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando non verrà il giorno del Signore». Guardando a Maria, siamo quindi invitati alla Speranza: il Signore ha per noi progetti di salvezza.

Rivolgendo lo sguardo alla vita di Maria e alla sua glorificazione finale, impariamo da questa santissima madre a non dubitare mai dell’amore del Padre. Impariamo a riconoscere con umiltà i prodigi che il Signore compie nella nostra vita e a rendere grazie per essi. Impariamo ad accogliere con fiducia e attenzione la Parola di Dio perché possa portare frutto in noi e conformarci sempre più al nostro Signore Gesù Cristo. «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!» Così, nel Vangelo della messa della vigilia (Lc 11,27-28), Gesù risponde alla donna che proclama beato il grembo che l’ha portato.

Guardando al Cuore Immacolato di Maria, ardente di vero Amore, impariamo a perdonarci reciprocamente e a pregare per coloro che ci fanno del male. Impariamo da Maria Santissima ad accogliere in noi l’Amore di Dio e ad amare per primi e gratuitamente i fratelli. Impariamo, infine, da questa perfetta discepola a rimanere uniti al Signore anche quando il Maestro ci chiede di seguirlo sulla via della croce.

Solo facendo così potremo anche noi dirci discepoli di Gesù e veri devoti di Maria. Imploriamo l’intercessione di Maria perché il Signore ci conceda la grazia di seguirlo come suoi autentici discepoli. Il mondo possa riconoscere in tutti noi la presenza del Maestro e accogliere la Signoria di Cristo perché possiamo un giorno ritrovarci tutti alla presenza della Gloria di Dio.

Fr. Marco

 

sabato 8 agosto 2026

il coraggio della Fede

 « … ecco che il Signore passò. … il sussurro di una brezza leggera.» (1Re 19,9.11-13)

​«Vorrei essere io stesso anàtema, separato da Cristo, a vantaggio dei miei fratelli.» (Rm 9,1-5)

«Coraggio, sono io, non abbiate paura!» (Mt 14,22-33)

Questa domenica, XIX del tempo ordinario, la liturgia della Parola ci invita a farci coraggio, a non avere paura, e a riconoscere la presenza di Dio nella nostra vita.

Nella prima lettura ascoltiamo del profeta Elia che, perseguitato e scoraggiato, sale sull’Oreb dove il Signore lo ha chiamato per ascoltare la Parola. Il vento impetuoso, il terremoto e il fuoco sono manifestazioni solitamente legate alle teofanie, alle manifestazioni divine;  ma “il Signore non era” in esse. È necessario che Elia faccia silenzio perché possa sentire e riconoscere la voce di Dio nel sussurro di una brezza leggera. È il particolare “stile” di Dio, che per manifestare la sua onnipotenza sceglie ciò che è umile e discreto, il farsi piccolo per fare posto all’altro.

«È un fantasma!» Nella pagina di Vangelo gli apostoli, costretti dal Maestro a salire sulla barca per sottrarli alla tentazione di gloriarsi per avere sfamato la folla (il vangelo di domenica scorsa), sono presi dalla preoccupazione per la tempesta in cui si trovano e quando scorgono Gesù non lo riconoscono e lo scambiano per un fantasma.

Raccontando questo evento, l’evangelista Matteo si rivolge in prima istanza alla sua comunità che attraversa “la tempesta” della persecuzione e forse comincia a chiedersi se non abbia creduto in un “fantasma”, in qualcosa di irreale, in una fantasia. A loro e a noi oggi Gesù dice: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!» È quel “Io Sono” che traduce il tetragramma divino JHWH, il “nome” rivelato a Mosè e che andrebbe meglio tradotto con “Io ci sono”, “io sono presente”. Anche quando attraversiamo le prove della vita, Dio non è lontano, non si è dimenticato di noi, ma è lì presente e ci chiede di fidarci di Lui.

«Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque.» Al comando del Maestro, Pietro, desideroso di una prova della reale presenza di Gesù, tenendo gli occhi fissi su di Lui, si fida, lascia la sicurezza della barca e riesce a camminare sulle acque in tempesta. Quando però permette che la paura per il vento e il mare grosso prendano il sopravvento, comincia ad affondare. Anche allora, tuttavia, Pietro ha un estremo slancio di fiducia: «Signore, salvami!». Prima o poi può accadere a tutti di attraversare le “il mare in tempesta” e di non percepire più la presenza del Signore. Anche in quei momenti, però, non lasciamo che il frastuono della tempesta ci impedisca di ascoltare la “voce della brezza leggera”. Non permettiamo che si insinui il dubbio nella nostra vita.

«Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» Pietro comincia ad affondare quando dubita. Non smette di credere in Gesù, tanto che continua ad invocarlo. La paura, tuttavia, prende il sopravvento sulla fiducia e la sua fede vacilla. Forse dubita di avere capito bene il comando del Maestro. Può capitare anche a noi che nel cuore si insinui il dubbio: «Avrò capito bene? Non avrò frainteso? È veramente questa la volontà di Dio?». Il modo di agire di Dio, infatti, è tale che può capitare che ciò che per opera dello Spirito appare chiaro in un istante, non lo sia più in seguito.

«Coraggio sono io, non abbiate paura». Avere “il coraggio della Fede”, camminare nella fede, significa fondare la propria certezza sulla Parola di Dio una volta ascoltata dentro di sé. Significa, dopo avere seriamente fatto discernimento, magari lasciandosi aiutare da qualcuno più avanti nel cammino che ci faccia da specchio, richiamare alla memoria quel momento di chiarezza e fidarsi di Dio anche contro ogni evidenza.

Siamo ormai prossimi alla solennità di Maria SS. Assunta in Cielo, impariamo dalla nostra santissima Madre il coraggio della Fede. Per tutta la sua vita Maria ha camminato nella Fede continuando coraggiosamente a seguire il Figlio anche quando non comprendeva le sue azioni, anche quando il suo popolo lo rifiutava. Penso di potere affermare, però, che l’atto più grande del coraggio della Fede, Maria lo compia sul Calvario ai piedi della Croce: come riconoscere nel suo Figlio crocifisso e morente il Messia atteso, il Figlio dell’Altissimo? Eppure Maria è lì e continua a credere. Stando presso la croce di Gesù, è come se Maria continuasse a ripetere in silenzio, con i fatti: «Eccomi! Sono qui, mio Dio; continuo ad avere fiducia». Pietro, invitato dal Signore a seguirlo sulle acque in tempesta, dubita e per questo rischia di affondare. Maria nell’ora delle tenebre è capace di seguire il suo Figlio e Maestro senza dubitare, senza lasciarsi sopraffare dalla paura.

Impariamo dalla nostra Madre Celeste a fidarci di Dio, a non lasciarci vincere dal dubbio e dalla paura. Anche quando ci troviamo “nella tempesta”, quando non comprendiamo dove la volontà di Dio ci conduce, quando il Maestro ci sembra solo “un fantasma”, un sogno  o magari il frutto della nostra immaginazione; anche allora non cediamo alla paura, e, facendo memoria di quei momenti di chiarezza che il Signore ci ha donato, imitiamo il coraggio della nostra Madre celeste.
Maria, la donna coraggiosa, interceda per noi e ci conceda di vincere le nostre paure per riconoscere e compiere sempre più perfettamente la volontà di Dio.

Fr. Marco

sabato 1 agosto 2026

Su, ascoltatemi e gusterete cibi succulenti.

 «Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia?» (Is 55, 1-3)

«Fratelli, chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?» (Rm 8, 35.37-39)

«Gesù disse loro: “Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare”. Gli risposero: “Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!”. Ed egli disse: “Portatemeli qui”». (Mt 14, 13-21)

Questa domenica, XVIII del Tempo Ordinario, la Parola di Dio ci esorta a non sprecare la vita per acquistare ciò che non sazia, ciò che non può darci quella realizzazione che cerchiamo. Il Signore, infatti, vuole saziarci gratuitamente, vuole riempire di senso la nostra vita. Perché ciò avvenga, però, ci chiede di ascoltarlo, di mettere Lui e la Sua parola al centro della nostra vita.

«Perché spendete … il vostro guadagno per ciò che non sazia?» Quante volte abbiamo fatto l’esperienza di cui ci parla la prima lettura? Quante volte abbiamo speso “il nostro guadagno”, abbiamo investito la nostra energia, la nostra vita, e siamo rimasti delusi, profondamente insoddisfatti? Se ciò è capitato, è perché abbiamo pensato di trovare Vita in ciò che non può darcela, in ciò che non può saziarci: soldi, terreni, case …. Siamo caduti nell’inganno di credere che, possedendo queste cose, la nostra vita sarebbe stata felice. Se questo è ciò che pensiamo, è normale che per ottenere e difendere queste cose siamo disposti a spendere tutto: il nostro tempo, la nostra energia, gli affetti a volte perfino la nostra dignità. Nel mondo c’è chi, lo sappiamo bene, per denaro è disposto anche a fare del male.

È un inganno! Per quanta ricchezza possiamo accumulare, ne vorremo sempre altra, non ci basterà mai. Non riuscirà mai a riempire il vuoto di senso che abbiamo dentro. Non di rado, al contrario, queste cose finiranno per avvelenarci la vita.

Oggi il Signore ci invita: «Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti.» Ascoltare la Parola del Signore, però, significa disporci all’obbedienza, fidarci di Lui. Significa assumere la logica del Vangelo, la logica dell’amore gratuito. Ascoltare il Signore, infine, significa mettere Lui e la sua volontà in cima alle nostre priorità; in un altro punto del Vangelo Gesù ci invita: «Cercate anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.» (Mt 6,33).

Ascoltare la Parola del Signore, cercare anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, concretamente si traduce nell’osservare il duplice comandamento dell’Amore per Dio e per il prossimo; essere capaci di fare posto ai bisogni del fratello nella propria vita; capaci, per amore di Dio, di condividere anche il poco che abbiamo, sicuri che non ne verrà a mancare per nessuno.

Nel Vangelo di oggi il Maestro ci dà l’esempio: rattristato per la morte di Giovanni il Battista, vorrebbe ritirarsi in solitudine, ma la folla bisognosa non glielo permette. Invece di infastidirsi per questa indiscrezione della folla, Gesù ne prova compassione: mette da parte le sue esigenze per andare incontro a quelle dei fratelli. Alla sera, però, sopravviene un altro bisogno: la folla non ha da mangiare. I discepoli, secondo la logica del mondo, propongono a Gesù di congedare la folla perché vada a comprarsi da mangiare. Gesù, invece, realizza pienamente ciò che è stato annunciato nella prima lettura: coloro che lo hanno ascoltato, che si sono preoccupati solo di restare con Lui, vengono sfamati gratuitamente. Per compiere questo miracolo, però, il Signore chiede la collaborazione dei discepoli e un atto di fede da parte loro: devono essere disposti a condividere quel poco che hanno, cinque pani e due pesci.

È richiesto un atto di fede perché, umanamente, è impossibile che questo basti e la logica del mondo insegna: «Meglio uno sazio che cento digiuni» (soprattutto quando quello sazio sono io). La logica del Vangelo, invece, insegna che la condivisione è capace di compiere il miracolo: Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene.

Dinanzi ai bisogni dei fratelli può capitare anche a noi di sperimentare la nostra insufficienza, di pensare: «Come posso io risolvere il problema di questo fratello?»; «Che posso fare io che a stento riesco a bastare a me stesso?». Anche a noi oggi Gesù chiede un atto di fede, chiede di condividere il poco che abbiamo, a volte il poco che siamo, facendo spazio nella nostra vita alle esigenze del fratello, senza chiudere il cuore. Se faremo così anche noi sperimenteremo il miracolo: le nostre risorse risulteranno moltiplicate e vedremo che, anche se dovesse anche mancarci tutto, non ci mancherà mai l’unica cosa veramente capace di saziare la nostra vita: l’amore di Cristo (cfr. II lettura).

Fr. Marco

venerdì 24 luglio 2026

Concedi al tuo servo un cuore docile per riconoscere ciò che realmente vale

 «… “Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male; …» (1Re 3,5. 7-12)

«Fratelli, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio» (Rm 8,28-30)

«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.» (Mt 13,44-52)

La Parola di Dio della XVII domenica del TO ci fa riflettere sul Regno dei cieli presentandoci, sia nella prima lettura che nella pagina evangelica, il giusto atteggiamento da assumere per accogliere ed entrare nel Regno.

«Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo che hai scelto» Nella prima lettura il re Salomone sta rispondendo a Dio che gli aveva chiesto di esprimere i suoi desideri. Prima ancora di chiedere un cuore docile e sapiente, egli mostra la consapevolezza di essere parte di un popolo che appartiene a Dio, che Dio si è scelto, e di essere chiamato a servirlo. Questa consapevolezza è importante per restare al giusto posto dinanzi a Lui, l’unico Signore della nostra vita. Proprio a partire da questo, Salomone può chiedere la docilità e lo spirito di discernimento, doni preziosi che permettono di svolgere la missione che il Signore gli ha affidato.

Anche san Paolo, nella seconda lettura, parla dei discepoli di Cristo come di coloro che sono stati chiamati, predestinati e glorificati per essere conformi all'immagine del Figlio. Anche per noi, Chiesa di Cristo e Popolo della Nuova Alleanza, quindi, è importante la consapevolezza di essere scelti e chiamati da Dio, di appartenere a Lui, l’unico che può donarci la Vita Piena che desideriamo. Per questo anche noi siamo invitati a chiedere lo spirito di discernimento per riconoscere il bene e il male, ciò che va fatto e ciò che va evitato, ciò che è importante e ciò che è superfluo. Diversamente, rischiamo di sprecare la vita inseguendo cose vane, superflue, secondarie, incapaci di darci la felicità che cerchiamo.

Che disgrazia sarebbe avere dinanzi il tesoro della nostra vita, ciò per cui siamo creati, ciò che solo è capace di darci quella felicità che cerchiamo, ed essere incapaci di riconoscerlo; o, peggio, non avere il coraggio di investire tutto ciò che siamo e abbiamo per acquistarlo.

Nelle Parabole evangeliche di oggi, l’uomo che trova il tesoro nascosto e il mercante di perle hanno saputo riconoscere ciò che veramente vale ed hanno avuto il coraggio di investire tutto – sicuramente anche cose cui erano affezionati – per fare propria quella felicità di cui erano in cerca. Anche noi siamo invitati a fare scelte coraggiose per giungere a quella Vita piena che il Padre ha pensato per noi fin dall’eternità.

Penso di potere affermare che tutti noi cerchiamo una Vita piena di senso e possibilmente serena; ma sicuramente una vita in cui sperimentiamo che siamo amati, non siamo soli, e che la nostra fatica non è inutile.

Quanti fratelli e sorelle, però, si trovano a vivere una vita vuota, di cui non capiscono il senso; un supplizio che la mitologia greca ha identificato nel supplizio di Tantalo, che non riesce mai ad appagare la sua fame e sete, e nel supplizio di Sisifo costretto a faticare inutilmente. Ciò, a volte, dipende dalle scelte che hanno compiuto, scelte in cui si sono lasciati ingannare dai falsi bagliori del mondo invece di seguire la Luce vera (penso alle scelte professionali fatte in ragione del guadagno; a tutte quelle scelte che compiamo guidati dal “così fan tutti”). Forse non sono stati docili nell'ascolto. È fondamentale, infatti, scegliere dopo avere ascoltato la Volontà del Padre. Finché abbiamo tempo, ravvediamoci perché il supplizio di una vita vuota e senza senso non diventi eterno!

A volte, tuttavia, ciò che sembra svuotare di senso la nostra vita non dipende da noi. Nella seconda lettura di questa domenica San paolo ci aiuta a discernere come comportarci: «Tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio». Anche quando non possiamo scegliere le “situazioni” da vivere, infatti, possiamo però scegliere come viverle: invece di “subire la vita”, possiamo scegliere di Viverla, di abbracciarla pienamente e trasformarla in un’offerta d’Amore.

Ogni uomo è un “cercatore della Verità” (Cfr. S. Giovanni Paolo II) e della Vita. Per noi Verità e Vita non sono concetti astratti, ma una persona: il Signore nostro Gesù Cristo. Chiediamo anche noi un cuore docile come quello di Salomone, perché sappia riconoscere il tesoro nascosto del Regno e abbia il coraggio di scegliere Cristo sopra ogni altra cosa. Solo così la nostra vita sarà piena di quella gioia che nessuno potrà toglierci. 

Fr. Marco

sabato 18 luglio 2026

Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e con molta indulgenza

«Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose, perché tu debba difenderti dall’accusa di giudice ingiusto. […] Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza, perché, quando vuoi, tu eserciti il potere.» (Sap 12,13.16-19)

«Fratelli, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza» (Rm 8,26-27)

«“Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. … Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”» (Mt 13,24-43)

La pagina evangelica di questa XVI domenica del tempo ordinario, con le parabole del grano e della zizzania, del seme di senapa e del lievito nella massa, ci racconta la pazienza di Dio e la grandezza che si nasconde nell’apparenza debole e umile.

«Da dove viene la zizzania?... Vuoi che andiamo a raccoglierla?» Dinanzi il male presente nel mondo, credo sia capitato a tutti, prima o poi, di pensarla come i servi della parabola ansiosi di sradicare la zizzania: vogliamo “fare giustizia”, eliminare i peccatori dalla faccia della terra. Magari rimaniamo anche scandalizzati dalla pazienza del Signore: «Se Dio c’è ed è buono, perché permette certe cose? Perché permette che i  peccatori prosperino?»

Rispondendo a queste perplessità, il Maestro stesso spiega ai discepoli la parabola del buon grano e della zizzania: il Signore è paziente e misericordioso, non ha fretta di sradicare la “zizzania” per non sradicare con essa anche il “buon grano”: vuole che l’una e l’altro abbiano il tempo di portare frutto; vuole dare il tempo alla zizzania di convertirsi. Verrà, tuttavia, il tempo del raccolto ed allora il “buon grano” sarà riposto nel granaio e la zizzania bruciata.

Sarebbe superficiale, leggendo questa parabola, pretendere di riconoscere tra di noi il “grano” e la “zizzania”; facendo distinzioni nette e magari anche mettendoci dalla parte del “grano”. La realtà è più complessa: in noi spesso convivono il “grano” e la “zizzania”, ciò che “ha piantato” il Signore e ciò che invece ci viene dal “nemico”. Sta a noi non lasciare che la zizzania soffochi il buon grano perché questo possa portare frutto.

La parabola di oggi, oltre ad esortarci all’impegno perché in noi la zizzania non soffochi il buon grano, ha anche un’altra ricaduta pratica sulla nostra vita: consapevoli della pazienza e misericordia che il Signore usa verso di noi, siamo invitati ad imparare da Lui, nel rapportarci con i nostri fratelli e sorelle, ad usare pazienza, a non emettere condanne frettolose, ad essere indulgenti.

L'indulgenza, infatti, è la benevola disposizione d’animo per cui si è portati a perdonare, compatire, scusare le colpe, gli errori, i difetti altrui (si contrappone in genere a severità); è un’espressione della carità, perché è insieme comprensione, discrezione, pazienza e fiducia. Con l’indulgenza, infatti l'amore non cerca se stesso, il proprio appagamento, la propria soddisfazione: cerca soltanto il vero bene della persona amata. Se saremo indulgenti, quindi, riusciremo a vincere ciò che ci impedisce di adempiere il comandamento dell’amore del prossimo: i difetti dei nostri fratelli che siamo sempre pronti a notare e condannare più dei nostri.

L'indulgenza, tuttavia, non consiste nel non volere vedere gli errori dei fratelli, nel semplice “chiudere gli occhi”. Gli errori vanno visti per poterli evitare noi e, se il Signore ce ne dà la grazia, correggerli nei fratelli. Essere indulgenti significa che, pur vedendo gli errori e i difetti dei fratelli, siamo disposti a concedere loro il perdono e quindi la possibilità di correggersi.

Fino a che punto si deve usare indulgenza? La risposta ce la dà il Signore dicendoci di perdonare non sette volte, ma «settanta volte sette», cioè sempre (cfr. Mt 18,22). Lasciamo al Signore che conosce la verità del cuore il giudizio e l’eventuale condanna.

«La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo». Anche noi a volte ci comportiamo proprio come figli del diavolo, del divisore per eccellenza: “seminiamo zizzania” mettendo divisione tra i nostri fratelli, fomentando rancori, instillando il dubbio l’uno verso l’altro col fare “porta e riporta” di cose che sarebbe bene non divulgare. Il Vangelo di oggi ci ammonisce: verrà “il tempo della mietitura”, e dovremo rendere conto dei frutti che abbiamo prodotto.

Facendo attenzione a noi stessi, allora, perché la zizzania non soffochi il buon grano e questo porti frutto, non arroghiamoci mai il compito di “estirpare la zizzania” dei fratelli e usiamo con loro l’indulgenza e la pazienza del Padre fino al momento della mietitura.

Fr. Marco

sabato 11 luglio 2026

Colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto

«Come la pioggia e la neve … così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 55, 10-11)

«Fratelli, ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio.» (Rm 8, 18-23)

«Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti» (Mt 13, 1-23)

La liturgia della Parola della XV domenica del Tempo Ordinario, quest’anno si apre con l’affermazione che Parola di Dio è efficace e non resterà senza effetto, senza aver operato ciò che Dio desidera e senza aver compiuto ciò per cui l’ha mandata (prima lettura); la Parola ha la capacità di cambiare la nostra vita, di portare frutto, di renderci sempre più “figli di Dio” conformandoci a Cristo (vedi seconda lettura).

Dinanzi questa “verità rivelata”, tuttavia, abbiamo una “verità fattuale”: purtroppo non è raro che le nostre vite così spesso e abbondantemente raggiunte dalla Parola di Dio, non cambiano. Come è possibile?

A questo interrogativo risponde il Maestro nel Vangelo: «Il seminatore uscì a seminare. … una parte cadde lungo la strada». Il seme è efficace e abbondante, ma non sempre il terreno in cui cade è disposto ad accoglierlo perché porti frutto. Può capitare che ascoltiamo la Parola con distrazione e superficialità (così tanto che, appena terminata la celebrazione, non ricordiamo che cosa è stato proclamato); siamo come la terra lungo la strada: impermeabili alla parola, non le permettiamo di penetrare nella nostra vita. È l’atteggiamento assunto da chi ascolta il Vangelo come fosse una “favoletta” che non ha niente a che fare con la vita reale e quindi non si preoccupa di comprendere ciò che il Signore gli sta dicendo. Per questa categoria di ascoltatori vale la condanna pronunciata dal profeta Isaia e oggi riportata nel Vangelo: «Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete». Sentono, ma non si preoccupano di comprendere e per questo si escludono dalla salvezza. «Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano.» L’atteggiamento dei discepoli, invece, è quello di interrogare il Maestro, di mettersi con sincerità dinanzi alla Parola per comprenderla e realizzarla.

«Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra» Altre volte, magari, ascoltiamo la Parola con entusiasmo, ma non siamo disposti a sopportare la “persecuzione” e il rifiuto di coloro i quali seguono la logica del mondo: appena la Parola ci chiede di metterci in opposizione al modo di pensare e di agire del “mondo”, rinunciamo e ci conformiamo al “così fan tutti”.

«Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono» Capita, anche, che ascoltiamo disposti ad accogliere la Parola con le migliori disposizioni, ma nella nostra vita sono presenti tante di quelle “preoccupazioni del mondo” (direbbe il Vangelo le cose “di cui si preoccupano i pagani”), che soffocano la Parola impedendole di portare frutto. È ciò che avviene, per esempio, quando abbiamo compreso che il Vangelo ci chiama al perdono, ma diciamo tra noi: “Se io perdono sempre, finirà che mi metteranno i piedi addosso … non posso essere sempre io a fare il primo passo!”. Oppure quando abbiamo capito che siamo chiamati a dare a chi ha bisogno, ma ci facciamo frenare dalla preoccupazione che ciò che oggi potremmo dare, domani potrebbe servire a noi.

«Un’altra parte cadde sul terreno buono» Purtroppo, se ci interroghiamo con sincerità, forse scopriremo che spesso abbiamo impedito alla Parola di entrare realmente nella nostra vita e portare frutto. In tal caso, ritengo che la prima cosa da fare, sia chiedere al Signore di “dissodare” il terreno del nostro cuore per renderlo idoneo ad accogliere la Parola. La pagina evangelica di oggi, inoltre, ci invita a prendere esempio dai discepoli e fermarci ad interrogare il Maestro sul Significato della Parola: ascoltiamo con attenzione e fermiamoci a meditare la Parola. Non lasciamola cadere senza comprenderla.

Prima di concludere, infine, vorrei attingere anche all’esperienza del serafico padre S. Francesco: egli metteva in pratica immediatamente ciò che comprendeva della Parola e ciò gli permetteva di comprenderla sempre meglio. Impariamo anche noi a fare così: mettiamo in pratica ora, subito, ciò che abbiamo compreso della Parola; anche se la nostra comprensione è parziale, il Signore ci darà una comprensione più profonda e la Parola porterà frutto in noi. Facendo in questo modo, giorno dopo giorno, faremo della nostra vita un capolavoro e contribuiremo alla piena realizzazione del Regno.

Fr. Marco

sabato 4 luglio 2026

Imparate da me, che sono mite e umile di cuore

 «Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina.» (Zc 9,9-10)

«Fratelli, voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.» (Rm 8, 9.11-13)

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11,25-30)

La liturgia della Parola della XIV domenica del tempo ordinario quest’anno ci presenta a modello l’umiltà e la mitezza del nostro Signore Gesù Cristo che chiama a se quelli che gli appartengono perché, imparando da Lui, possano avere ristoro, salvezza e vita.

« Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene» San Paolo nella seconda lettura, tratta dalla lettera ai Romani, ci ammonisce a non vivere secondo la carne, cioè assecondando i suoi desideri, ma secondo lo Spirito di Cristo. Si tratta dello stesso appello all’umiltà espresso con altri termini: vivere secondo la carne, infatti, nel linguaggio di Paolo, significa vivere secondo l’uomo vecchio tutto dedito a cercare il proprio piacere, la propria “gloria” (spesso “vana-gloria”), a gonfiare orgogliosamente il proprio io. Comportamento opposto a quello che il Maestro ci ha insegnato e mostrato.

Vivere secondo lo Spirito di Cristo, allora, significa lasciare che lo Spirito, effuso nei nostri cuori, ci guidi alla Verità su noi stessi e su Dio. Solo lasciandoci guidare alla verità saremo realmente umili: consapevoli di ciò che siamo (con le nostre miserie e i doni da condividere e fare fruttificare) e della misericordia infinita che il Padre ha per noi.

Perché lo Spirito possa guidarci alla verità su noi stessi e alla “conoscenza” del Padre che il Figlio ci ha donato, è necessario, però, riconoscere che tutto abbiamo ricevuto per grazia dal Padre: rinunciare ad ogni pretesa di virtù, di autoreferenzialità, di sapienza “carnale”, per farci “piccoli”, disposti a lasciarci guidare e ad imparare.

«Imparate da me, che sono mite e umile di cuore.» L’umiltà che oggi siamo invitati ad imparare è l’umiltà “di cuore”, quella autentica, che riguarda il nostro centro esistenziale, non “la maschera” che ogni tanto indossiamo a condizione, però, che nessuno osi correggerci. L’umiltà, infatti, è una virtù particolare: quando ci convinciamo di possederla, possiamo legittimamente sospettare di essercene allontanati.

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra …» Il primo frutto dell’umiltà è la gratitudine. Se entriamo nella verità di noi stessi, se riconosciamo che tutto abbiamo ricevuto per grazia, non potremo che sentire nascere in noi la gratitudine per il Padre che ci ama gratuitamente ed incondizionatamente.

Solo se saremo umili, inoltre, potremo essere “miti”, cioè docili alla volontà del Padre e misericordiosi verso i fratelli. Consapevoli dell’immenso amore misericordioso che il Padre nutre continuamente verso  di noi, saremo disponibili ad abbandonarci al Suo amore e a compiere la Sua volontà e avremo uno sguardo misericordioso verso i fratelli che, come noi (e forse meno di noi) sbagliano a causa della debolezza umana.

«Venite a me, … e io vi darò ristoro.» Liberati dal peso dell’orgoglio e dalla maschera di presunta perfezione che a volte indossiamo, abbracciando la Croce, “giogo d’amore” del Salvatore, troveremo infine ristoro dalle nostre oppressioni e gusteremo la dolcezza di camminare dietro il nostro Maestro.

Fr. Marco

sabato 27 giugno 2026

Chi non prende la propria croce e non mi segue, non giungerà alla Vita

 «Io so che è un uomo di Dio, un santo, colui che passa sempre da noi. Facciamo una piccola stanza superiore, in muratura, mettiamoci un letto, un tavolo, una sedia e un candeliere; così, venendo da noi, vi si potrà ritirare». (2Re 4,8-11.14-16)

«Consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù.» (Rm 6,3-4.8-11)

«Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.» (Mt 10,37-42)

Questa domenica, XIII del Tempo Ordinario, la liturgia della Parola ci chiede di accogliere e amare il Signore perché nella nostra esistenza possa entrare la Vita.

Nella prima lettura, tratta dal Secondo Libro dei Re, la donna che accoglie il profeta Eliseo intende accogliere “un uomo di Dio”; nella persona del profeta accoglie Dio e questo porta la Vita nella sua sterile esistenza.

La seconda lettura e la pagina di Vangelo, però, ci presentano la serietà esigente di questa accoglienza che diventa sequela. Seguire Cristo, infatti, significa lasciarsi plasmare da Lui, morire al peccato per vivere con Lui; perdere “la propria vita” per trovare la Vita in Cristo. San Paolo lo esprime bene nella lettera ai Romani: «Per mezzo del battesimo … siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova.»

«Chi ama padre o madre più di me non è degno di me …» Il Signore, che ci ama più di quanto noi possiamo immaginare, è “un Dio geloso”, usando un’espressione dell’Antico Testamento, un Dio che tutto si dà a noi e tutto ci chiede. A differenza della gelosia umana, però, la gelosia di Dio non nasce dalla insicurezza, ma dalla consapevolezza di essere l’unico a poterci dare la Vita che desideriamo. Per questo, perché ci ama e non vuole che sprechiamo la vita, ci chiede che la Viviamo pienamente.

«… chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me». Per fare esperienza della Vita Piena ed Eterna, quella “Vita in abbondanza” che Gesù è venuto a donarci (Cfr Gv 10,10), è necessario prendere e seguire. Il Maestro, infatti, non ci ha insegnato a subire la croce, a rassegnarci ad essa, ma a prenderla, ad abbracciarla. La Croce, non è quella sofferenza che subiamo nostro malgrado. La Croce è “il modo” con il quale facciamo della nostra vita un dono d’amore a Dio e ai fratelli sull’esempio di Cristo. Croce salvifica, allora, è quella persona alla quale faccio dono della mia vita morendo a me stesso; può essere mia moglie o mio marito; può essere una particolare “missione” … Può anche essere una malattia; non, però, quando viene subita, ma quando viene accolta e abbracciata per Amore di Cristo in obbedienza al Padre.

Perché la Croce sia salvifica, inoltre, bisogna che seguiamo Gesù: che scegliamo Lui come unico Maestro e non andiamo dietro ad altri maestri. È necessario che obbediamo alla Sua Parola e non agli insegnamenti del mondo.

Solo prendendo la nostra croce ogni giorno e seguendo Gesù, saremo suoi discepoli, degni di Lui. Solo perdendo la vita per amore, ne troveremo il senso pieno. Agli occhi del mondo, di quanti non conoscono Gesù, questo potrà apparire pazzia, uno spreco, ma i santi che ci hanno preceduto in questa strada testimoniano che solo in essa si trova il senso Pieno della Vita.

Se saremo riconosciuti uomini e donne di Dio, discepoli di Cristo, non mancheranno coloro i quali ci accoglieranno e soccorreranno ottenendo così la ricompensa e dimostrando di essersi anch’essi messi alla sequela di Colui che è passato beneficando tutti (At 10,38). Il Signore ce lo conceda.

Fr. Marco

sabato 20 giugno 2026

Coraggio, date testimonianza

«Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori vacilleranno e non potranno prevalere» (Ger 20,10-13)

«… se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti.» (Rm 5,12-15)

«E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima;  … chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli» (Mt 10,26-33)

In questa XII domenica del Tempo ordinario la liturgia della Parola ci invita a non avere paura e a confidare nel Signore nostro custode e difensore.

Il profeta Geremia, infatti, di cui ascoltiamo la vicenda nella prima lettura, è minacciato dai suoi avversari a causa di ciò che il Signore gli chiede di annunziare, ma non si scoraggia e ripone la sua fiducia nel Signore. Anche noi siamo esortati ad imparare da lui a fidarci del Signore: «i miei persecutori vacilleranno e non potranno prevalere».

«Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima». Nel Vangelo il Maestro esorta i suoi discepoli ad annunciare con coraggio la Verità senza preoccuparsi della persecuzione degli uomini.

La nostra vita è nelle mani amorevoli del Padre e persino i nostri capelli sono tutti contati. Di cosa dunque dobbiamo avere paura? La vittoria finale è del Signore che ha sconfitto anche il peccato e la morte.

«Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini …» È ciò che hanno fatto i martiri di tutti i tempi: vivendo la loro vita alla presenza di Dio, non hanno avuto paura degli uomini, e hanno reso testimonianza anche quando questo è costato loro persecuzione e morte (l’evangelista Matteo scrive avendo presente la persecuzione dei primi secoli).

Probabilmente non a tutti noi sarà richiesto il martirio cruento, ma sicuramente a tutti noi è chiesto di testimoniare la nostra fede dinanzi al mondo. Una testimonianza che al “mondo” dà fastidio. Nella società occidentale contemporanea, per esempio, si vorrebbe relegare la fede, quella cristiana in particolare, alla sfera privata. Oggi, magari in nome di un malinteso senso di pacifica convivenza, si vorrebbe che i cristiani non manifestassero in alcun modo la loro fede in pubblico. Manifestazione di questa tendenza sono le campagne periodiche per togliere i crocefissi dai luoghi pubblici, la tendenza a non fare i presepi nelle scuole ecc.

Un malinteso desiderio di libertà, inoltre, porta, in altri ambiti, a rifiutare ogni verità oggettiva, persino quella del proprio corpo, percepita come limitante la libertà. Si vive come limite alla propria libertà, per esempio, il fatto che due uomini non possano concepire un bambino e si vorrebbe ovviare “affittando” una donna che porti a termine la gravidanza e venga poi privata del bambino. Pratica inaccettabile (e attualmente illegale) perché riduce le persone a cose da usare a pagamento o addirittura da “comprare”. In questo contesto, i cristiani siamo invitati a dare testimonianza, a vivere pubblicamente la nostra fede, a non avere paura di annunziare la Verità.

Come cristiani, chiamati dalla Carità custodire la dignità dei fratelli e sorelle e ad annunziare la Verità del progetto d’amore del Padre, non possiamo tacere che tutto questo sia sbagliato. Da qui l’ostracismo e la persecuzione, incruenta – almeno nella maggior parte dei casi -  ma non per questo meno violenta, di chi difende la “famiglia tradizionale” formata da un uomo e una donna che si aprono alla vita (l’unica famiglia contemplata nella Rivelazione: Gen 1,27-28).

«Abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo» Ecco di cosa dobbiamo avere paura: del giudizio divino e della seduzione del maligno che, facendoci concentrare sul nostro limite creaturale, ci fa dubitare dell’Amore del Padre e ci fa ribellare a Lui. Lontano dalla Vita che è Dio, infatti, sperimenteremo la morte, la nostra vita sarà sprecata (la Geènna era la discarica ai tempi di Gesù)

«Chi mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli». Chiediamo il dono del Timor di Dio che ci faccia realmente temere di essere rinnegati da Cristo. Finche siamo con Lui, finché lo riconosciamo – coi fatti e nella verità – nostro Signore, la nostra vita è al sicuro nelle Sue mani. Se invece lo rinnegheremo, allora sì che saremo in balia delle potenze del mondo e avremo motivo di avere paura!

Restando uniti a Cristo, nostra Vita e nostra Salvezza, allora, testimoniamo la nostra fede e riconosciamo senza vergogna dinanzi agli uomini il nostro Signore Gesù Cristo. «Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!»

Fr. Marco

 

sabato 13 giugno 2026

Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi

«Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. … Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa». (Es 19,2-6)

«Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.» (Rm 5,6-11)

«Vedendo le folle, ne sentì compassione, … Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.» (Mt 9,36 – 10,8)

Questa domenica, XI del Tempo Ordinario, la liturgia della Parola ci presenta il mistero della chiamata gratuita di Dio. Come abbiamo ricordato celebrando la solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù che ci ha fatto contemplare l’Amore gratuito e fedele di Dio, siamo stati scelti e chiamati unicamente per amore e senza nostro merito. Questo amore diventa compassione per quanti sono perduti come pecore che non hanno pastore.

«Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto … Ora, se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza …» Sia la prima che la seconda lettura di oggi sottolineano che la chiamata e la salvezza precedono ogni merito da parte nostra: «Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi». Dio viene incontro all’umanità bisognosa offrendo per primo e con liberalità la Sua salvezza. Il Suo Amore gratuito, tuttavia, chiede di essere accolto: si propone, non si impone. «Chi ti ha formato senza di te, non ti renderà giusto senza di te.» così si esprime S. Agostino (Discorso 169). Il Signore ci chiede di accoglierlo con i fatti e nella verità come Signore della nostra vita ascoltando e obbedendo alla Sua Parola. Solo così sperimenteremo la salvezza e la libertà dei figli di Dio.

«Chiamati a sé i suoi dodici discepoli.» Il mistero della gratuità dell’Amore e della chiamata, naturalmente, riguarda anche coloro che sono chiamati ad essere ministri (servi) della Chiesa facendosi mediatori di quella salvezza gratuita che per primi essi hanno sperimentato: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

«I nomi dei dodici apostoli sono …» Mi consola sempre ascoltare i nomi degli apostoli. Uomini concreti, con le loro peculiarità caratteriali, con le loro difficoltà a comprendere, con le loro miserie umane. Uomini, tuttavia, che sentendosi chiamare si pongono alla sequela e resteranno con Gesù fino alla fine. Scelti liberamente dal Signore, rispondono come meglio possono. A loro Gesù dà l’autorità di annunziare il Regno e di operare per la salvezza dei fratelli. Per questo li ha chiamati: perché stessero con Lui e per mandarli a predicare (Cfr Mc 3,14-15).

Anche noi, ciascuno nella sua vocazione, siamo stati amati e chiamati gratuitamente dal Signore. Anche a noi Gesù chiede di restare con Lui, di metterci alla sua sequela, riconoscendolo, con i fatti e nella verità, Signore della nostra Vita. Anche noi, facendo memoria dei prodigi che Egli ha compiuto nella nostra vita, siamo chiamati ad ascoltare la Sua Parola e a custodire la Sua alleanza.

Temo, tuttavia, che non sia facile per noi credere di essere amati gratuitamente. Abituati a doverci meritare l’amore di chi ci sta accanto, magari sentendoci sempre giudicati da quanti vivono con noi, ci riesce difficile credere che Dio possa amarci senza nostro alcun merito; ci convinciamo di meritare in qualche modo l’amore di Dio e siamo sempre a pronti a giudicare i nostri fratelli che non meritano amore. Avvelenati dal sussurro del maligno che insinua il dubbio su Dio, abbiamo difficoltà a vedere i prodigi che continuamente Egli opera a nostro favore.

Eppure Gesù ci ama e ci ha salvati; e non smette di chiamarci alla Vita bella dei figli di Dio. Facciamo questo atto di fede, crediamo all’amore di Dio. Come Maria, che pur non comprendendo a pieno custodiva tutte queste cose nel suo cuore (Lc 2,51), anche noi custodiamo in noi la Parola di Dio, ruminiamola con l’aiuto dello Spirito Santo. Sperimenteremo la Vita piena che solo Lui può donarci.

Fr. Marco