sabato 12 settembre 2026

Perdona l’offesa al tuo prossimo e ti saranno rimessi i peccati.

 «Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore? Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati?» (Sir 27,33 – 28,9)

«Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.» (Rm 14,7-9)

«“Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.”» (Mt 18,21-35)

Questa domenica, XXIV del tempo ordinario, Gesù nella pagina di Vangelo continua ad insegnarci come comportarsi con il fratello che sbaglia: alla correzione fraterna segue il perdono, cioè dare al fratello una nuova possibilità.

Credo sia importante chiarire che perdonare non significa “dimenticare” il torto subito; dimenticare, infatti, a volte ci risulta impossibile; d’altra parte, dimenticare potrebbe significare non voler guardare in faccia la realtà. Il perdono, inoltre, non è dato per debolezza: non è fingere di non tener conto di un torto subìto perché chi l’ha commesso è più forte di noi. Il perdono, infine, non consiste nel considerare senza importanza ciò che è grave, o bene ciò che è male. Il perdono non è indifferenza.

Il perdono è un atto di volontà e di lucidità, quindi un atto di libertà, che consiste nell’accogliere il fratello o la sorella così com'è, nonostante il male che ci ha fatto; come Dio accoglie noi peccatori, nonostante i nostri peccati. Il perdono consiste nel non rispondere all’offesa con l’offesa, ma nel fare quanto ci dice San Paolo: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male» (Rm 12,21). Il perdono consiste nel donare al fratello che ha sbagliato la possibilità di un nuovo rapporto con te, la possibilità quindi, per lui e per te, di ricominciare la vita, di far sì che il male non abbia l’ultima parola.

«Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette». Un numero simbolico, che indica la sovrabbondanza, il perdono illimitato (7 – numero che indica la pienezza – per 10 – numero che indica la totalità del compimento). Pietro forse pensava di essere stato generoso nel perdonare “sette volte”: sette è il numero della pienezza. Il Maestro chiede, invece, che il perdono sia illimitato, come quello che il Padre è disposto a concederci. Interessante, poi, che alcuni codici riportino “settantasette volte” con un chiaro riferimento a Gen 4,24: «Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette». Lì dove l’uomo cerca la vendetta, il Signore chiede il perdono.

Con la “parabola del servo spietato” il Maestro spiega anche il motivo del perdono: siamo del Signore, come ci ricorda oggi san Paolo nella seconda lettura, e a lui dobbiamo rendere conto delle nostre mancate corrispondenze, delle nostre ingratitudini … dei nostri peccati. Se prendessimo davvero coscienza di tutto l’amore che il Signore ogni giorno ci dona e delle nostre mancate corrispondenze, non potremmo che riconoscerci nel servo debitore di diecimila talenti che è impossibilitato a restituire. Gesù, nel Padre Nostro, ci ha insegnato a chiedere ogni giorno «rimetti a noi i nostri debiti». È il motivo per il quale cominciamo ogni nostra celebrazione con l’atto penitenziale, chiedendo perdono al Signore di tutti i nostri peccati.

Nel Padre Nostro chiediamo «rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori». Una preghiera che ci impegna a perdonare e ci rende “misura” del perdono che riceviamo. Come possiamo, infatti, chiedere al Padre di perdonarci se noi non siamo disposti a fare altrettanto con il nostro fratello? È ciò che si chiede nella prima lettura l’autore del libro del Siracide: «Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati?». Quella sul perdono, inoltre, è l’unica petizione del Padre Nostro che Gesù riprende e commenta: «Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.» (Mt 6,14-15)

Accogliamo l’insegnamento di Gesù e perdoniamoci a vicenda di vero cuore per potere ricevere il perdono del Padre.

Fr. Marco

sabato 5 settembre 2026

Custodi, non accusatori.

 «O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. … Se io dico al malvagio: “Malvagio, tu morirai”, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te.» (Ez 33,1.7-9)

«Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge. … La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità.» (Rm 13,8-10)

«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello … se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà.» (Mt 18,15-20)

Questa domenica, XXIII del tempo ordinario, la liturgia della Parola ci presenta un modo particolare di esprimere l’amore vicendevole che è la pienezza della Legge: la correzione fraterna.

Penso sia importante sottolineare che la correzione di cui si parla è “fraterna”: è fatta da un fratello e per amore del fratello; per avvisarlo che sta sbagliando, che si sta perdendo; perché ritorni sui suoi passi e si salvi.

« … della sua morte io domanderò conto a te» Nella prima lettura, il Signore richiama il profeta Ezechiele alla sua responsabilità nei confronti della rovina del malvagio che non desiste dal compiere il male. Se la sua condotta malvagia non gli è stata rimproverata, il malvagio morirà per la sua iniquità, ma della sua morte sarà domandato conto al profeta che non ha compiuto il suo dovere di parlare come inviato di Dio.

Nella Nuova ed Eterna Alleanza, tutti i cristiani, conformati a Cristo nel Battesimo, siamo unti Re, Sacerdoti e Profeti. Ogni battezzato, quindi, è chiamato a svolgere il compito profetico di ascoltare e annunciare ai fratelli la Parola di Dio perché si salvino.

Dinanzi ad un fratello che pecca, che fa ciò che è male agli occhi di Dio, il cristiano non può “farsi i fatti suoi”; sarebbe colpevole di omissione e non avrebbe vissuto il vero amore per il fratello disinteressandosi della sua rovina. È questo il senso della “correzione fraterna” che è tale solo se mossa dall’amore, dal desiderio di guadagnare il fratello, non di umiliarlo; né è fatta per vendicarsi di presunti torti subiti. Il fratello va corretto per amore e con amore. 

A fondamento della nostra correzione, quindi, deve esserci quella carità che non fa alcun male al prossimo. Siamo chiamati ad essere “sentinelle”, custodi dei nostri fratelli, non “accusatori”. L’accusatore è il diavolo (cfr. Ap 12,10) che vuole la rovina degli uomini, la loro disperazione.

«Va’ e ammoniscilo fra te e lui solo». Sta qui la distinzione immediatamente visibile tra accusatore e custode: l’accusatore addita gli errori del suo prossimo parlandone sempre in terza persona, con gli altri, non con colui che sbaglia. Il discepolo di Cristo, invece, custode del proprio fratello, non ha alcuna intenzione di lederne il buon nome e, quando lo vede sbagliare, lo ammonisce con amore e discrezione. 

Non dimentichiamo che lo scopo della correzione è sempre e solo guadagnare il fratello. Anche gli altri due passaggi che il Vangelo oggi ci indica (i testimoni e la comunità) sono ordinati a questo scopo: convincere il fratello del proprio errore perché si converta. 

L’ultimo passaggio, infine, «sia per te come il pagano e il pubblicano», è l’extrema ratio, l'ultima possibilità per “scuotere” il fratello e correggerlo: rendere visibile che il suo comportamento lo pone fuori dalla comunità ecclesiale. Il pagano e il pubblicano, inoltre, sono coloro ai quali si indirizza l’annuncio missionario: «Convertitevi, perché il regno dei Cieli è vicino» (Mt 3,2; 4,17).

«Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo …» Credo che non sia un caso che l’insegnamento sulla correzione fraterna si concluda con la promessa che la preghiera concorde sarà esaudita. Dinanzi al peccatore impenitente, che non vuole convertirsi e, quindi, si pone fuori dalla Chiesa, ai discepoli di Cristo rimane sempre la possibilità della preghiera per guadagnare il fratello. Il Signore li esaudirà.

«Ti ho posto come sentinella». Vorrei concludere ricordando che questo ruolo di custode e sentinella è di ogni cristiano nel luogo in cui vive, ma anche della Chiesa nel suo insieme. La società attuale vorrebbe relegare la vita di fede ad un fatto privato, da vivere nel nascondimento: “Puoi vivere e credere come ti piace, purché lo faccia a casa tua!”. 

La Chiesa, nella persona del Papa, dei Vescovi e dei sacerdoti, spesso è stata accusata di ingiusta ingerenza quando annuncia che alcuni comportamenti che la società vorrebbe far passare per normali e “giusti”, sono contrari alla Verità, sono malvagi. Penso, per esempio, all’aborto, all’eutanasia, all'eugenetica, al modo di vivere la propria sessualità sganciata dalla verità inscritta nella creazione … Siamo chiamati ad annunciare ciò che ascoltiamo dalla Parola, non possiamo tacere. Ce ne verrà chiesto conto.

Fr. Marco