sabato 25 aprile 2026

Lasciamoci guidare dal pastore e custode delle nostre anime

 «… Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: “Salvatevi da questa generazione perversa!”». (At 2, 14.36-41)

«… anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, … Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime.» (1Pt 2, 20-25)

«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. … Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». (Gv 10, 1-10)

Nella quarta domenica di Pasqua, quest’anno la pagina di Vangelo ci presenta Gesù come “la porta”, dalla quale si accede alla Vita, e il Pastore che si prende cura delle sue pecore. A questo si unisce, nella prima e seconda lettura, l’invito dell’apostolo Pietro a “salvarci” da questa generazione e a seguire il pastore e custode delle nostre anime.

Nell’Antico Testamento spesso era utilizzata l’immagine del Dio-Pastore per presentare la cura amorosa di Dio per il suo popolo. Una cura che si rendeva manifesta anche attraverso i re che “pascevano” il popolo in nome di Dio.

L’immagine del popolo come gregge pasciuto da Dio, tuttavia, oggi facilmente viene interpretata come offensiva: dire ad una persona che è “come una pecora”, spesso significa dire che è incapace di decidere, che non è una persona autonoma e libera; e la libertà è, giustamente, considerata una caratteristica irrinunciabile della persona.

Cosa significa, però, essere liberi? Una risposta potrebbe essere: “decidere autonomamente che cosa fare”; espresso in termini più semplici: “fare quello che si vuole”. Ma cosa significa “fare quello che si vuole”? Significa fare quello che ci passa per la testa in un dato momento, o fare ciò che soddisfa il nostro desiderio profondo di la felicità? Mi sembra evidente che, se facessimo sempre tutto ciò che “ci passa per la testa”, in poco tempo ci rovineremmo la vita. Non credo, inoltre, che potremmo essere definiti liberi, ma schiavi delle nostre passioni e del desiderio del momento che ci impediscono di realizzare la nostra felicità.

La vera libertà , allora, è nel fare ciò che soddisfa la nostra sete profonda di felicità. Questo, però, comporta avere una considerazione più a lungo termine della vita: sapere fare oggi delle scelte, magari costose, per ottenere un risultato migliore domani. Anche in questo, però, scopriamo che non siamo “assolutamente liberi”; sono tanti i “progetti di felicità” che ci vengono messi davanti e sono numerosi coloro che si professano “pastori” promettendo serenità, giustizia ecc. e che tentano di condizionare le nostre scelte. Penso di potere affermare, quindi, che la nostra vera libertà consista solo nello scegliere quale “pastore” seguire.

«Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere». Oggi, forse più che al tempo di Gesù, sono veramente tanti i falsi pastori che non hanno interesse a “pascere le pecore”, ma che vogliono solo “pascere se stessi”. Tra esperti di marketing, pubblicitari, politici ecc. siamo continuamente contesi: come scegliere? Nel capitolo 10 del Vangelo di Giovanni, da cui è tratta la pagina odierna, Gesù stesso ci dà un criterio per distinguere il Pastore dai mercenari: il Buon Pastore (quello vero) dà la vita per le pecore (Gv. 10,11). Nel vangelo di oggi, inoltre, il Maestro evidenzia una caratteristica del vero Pastore: «egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome». Solo il Pastore, infatti, ci conosce e ama intimamente e singolarmente; solo Lui sa quale sia la nostra strada per giungere alla felicità cui aneliamo; solo Lui è venuto a donarci la Vita in abbondanza.

Se ci guardiamo attorno, sono tanti, purtroppo, coloro che vivono una vita che non li soddisfa; condizionati da qualche falso pastore, hanno fatto scelte che si sono rivelate insoddisfacenti per loro e adesso si trovano a vivere una vita che non è la loro, a “pedalare una bicicletta che non volevano” (“Ma è vita questa?” Quante volte ci capita di sentire affermazioni del genere!).

La IV domenica di Pasqua è anche la Giornata Mondiale di preghiera per le Vocazioni. Quanto è importante pregare perché i nostri giovani, ciascuno di noi, trovi la giusta Via della Vita, passi per la Porta, e seguendo il Pastore, giunga a quella Vita in abbondanza che Lui solo ci può donare.

Preghiamo allora, perché ancora oggi, Gesù, che ci ha liberato dal condizionamento del peccato e delle nostre passioni, continui a pascere il Suo popolo illuminandolo con la Sua Parola, nutrendolo con il Suo Corpo e il Suo Sangue e guidandolo con pastori che Lui ha scelto e consacrato. Saremo sufficientemente liberi da seguire il Buon Pastore?

Fr. Marco

sabato 18 aprile 2026

I loro occhi erano impediti a riconoscerlo

«Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret […] voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso. Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere» (At 2,14.22-33)

«Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi; e voi per opera sua credete in Dio, che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio.» (1Pt 1,17-21)

«In quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.» (Lc 24,13-35)

La pagina evangelica della III domenica di Pasqua di quest’anno, presentandoci il racconto dei “Discepoli di Emmaus” che, delusi e col volto triste, tornano al loro villaggio, ci riporta ancora a quel primo giorno della settimana, giorno glorioso della resurrezione,.

«Noi speravamo …» I due discepoli che scoraggiati si allontanano dalla Comunità dei discepoli e scendono da Gerusalemme ad Emmaus,  dal monte santo alla loro quotidianità, sono molto vicini a certi cristiani nostri contemporanei che non sentono più la gioia di vivere, che sono delusi da tutto … che non hanno più speranza.

I due discepoli del racconto evangelico sicuramente conoscono le Scritture: è probabile che, in quanto israeliti, abbiano imparato a leggere sulla Torah. Da quello che dicono, sembra che abbiano conosciuto da vicino Gesù; magari hanno ascoltato la Sua predicazione e assistito a qualche segno prodigioso. Nella pericope si legge pure che hanno sentito l'annuncio della resurrezione di Gesù portato dalle donne. Tutto questo, però, non basta a dare loro gioia e speranza, a fare ardere il loro cuore. Neanche quando lo stesso Cristo Risorto si fa loro compagno di viaggio, in loro si affaccia la gioia: i loro occhi sono impediti a riconoscerlo. Hanno “occhi carnali”, desiderosi del “successo”, magari di vendetta: «Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele». Si erano illusi lasciandosi accecare dalle loro aspettative, per questo restano delusi dall’inedito di Dio. Sono incapaci di vedere lo “Spirituale”, per questo non possono riconoscere il corpo glorioso di Cristo.

Anche per tanti cristiani nostri contemporanei l’annuncio che Cristo è risorto non è più motivo di gioia e speranza, ha perso significato. Mi torna in mente un fatto successo più venti anni fa, ma che mi ha colpito: passeggiavo per il centro di Palermo e venni accostato da un artista di strada (non ricordo cosa facesse) il quale, prima di chiedermi dei soldi, forse volendo essere originale, mi chiese: «Puoi darmi una buona notizia?». Dopo qualche istante risposi: «Cristo è Risorto!». E lui, con la faccia delusa: «Tutto qui? Ma questa non è una novità.»  Il fatto è in sé banale, ma mi è subito tornato in mente pensando a come la Resurrezione di Cristo non sia più fonte di gioia, non incide sulle nostre vite.

Come gli occhi dei discepoli di Emmaus, anche i nostri occhi sono impediti a riconoscere Gesù che cammina accanto a noi; per questo i nostri cuori non ardono. Penso a quante volte anch’io non vedo l’opera che Dio sta compiendo perché i miei occhi sono impediti, sono “carnali”: pieni di desiderio di rivalsa, di brama di successo, di concupiscenza (cfr. 1Gv 2,16). Quante volte a causa dei miei occhi impediti, non vedendo l’opera di Cristo, non sono nella gioia!

« … spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui … prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro». L’evangelista Luca, nella costruzione di questo racconto, traccia gli elementi essenziali della celebrazione eucaristica: l’ascolto della Parola e lo spezzare il pane. È lì, infatti, che possiamo fare esperienza del Cristo Risorto. Solo allo “spezzare il pane”, nel miracolo dell'amore che si fa dono senza misura, i discepoli di tutti i tempi sentiranno ardere il loro cuore e diverranno testimoni della gioia. Perché i nostri occhi si aprano e i nostri cuori ardano di gioia, è necessario l’incontro con il Risorto, è necessario nutrirci alla duplice mensa della Parola e del Corpo di Cristo. Gesù Risorto è rimasto con noi fino alla fine dei tempi e continua ad operare e a donare Gioia e Speranza: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20)

Chiediamo al Signore di purificare i nostri occhi e di aprire le nostre menti alla comprensione delle Scritture; chiediamoGli di concederci di vivere realmente l’Eucarestia sia nel suo segno sacramentale, sia nella sua traduzione esistenziale: facendoci “pane spezzato” per i fratelli. Allora i nostri cuori torneranno ad ardere e saremo testimoni credibili della gioia della resurrezione.

Fr. Marco

sabato 11 aprile 2026

Pace a voi!

 «Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno.» (At 2, 42-47)

«Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po' di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell'oro - destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco -, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà.» (1Pt 1,3-9)

«La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco.  … “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”». (Gv 20,19-31)

​Questa settimana abbiamo sempre celebrato “nel giorno glorioso della resurrezione di Cristo Signore nel suo vero corpo”. La Pasqua, infatti, è un evento talmente unico e meraviglioso, che la Chiesa sente il bisogno di dilatarlo in otto giorni per contemplarlo. La Parola di Dio della seconda domenica di Pasqua ci colloca ancora al giorno della Resurrezione.

Nei primi due millenni della Chiesa questa domenica era detta “in albis deponendis”: i neofiti, battezzati da adulti a Pasqua, che per tutta la settimana avevano portato la veste bianca dei risorti, deponevano la veste battesimale. Per volere di San Giovanni Paolo II, oggi la Chiesa celebra anche la Festa della Divina Misericordia.

La pagina di Vangelo di oggi ci fa contemplare Gesù Risorto che, entrando a porte chiuse nel luogo in cui i discepoli si nascondono per timore dei Giudei, porta il dono pasquale per eccellenza: «Pace a voi!». Il Risorto saluta i discepoli con lo Shalom (Pace-Felicita-Pienezza), una parola che significa molto più di pace. È questo il dono che anche noi imploriamo per le nostre vite e per il mondo intero. Anche oggi il Signore vuole donarci la Pace. Se glielo permettiamo, Gesù vuole entrare nel più profondo delle nostre angosce e paure per portare la Pace che solo Lui ci può donare. Anche noi, spesso angosciati dai nostri fallimenti, tradimenti, incoerenze, paure e fragilità, siamo chiamati a gioire nel vedere il Signore.

«Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» Solo dopo avere accolto in noi la Pace che il Risorto è venuto a donarci, anche noi come i discepoli siamo mandati quest’oggi per essere testimoni. Non annunciatori di un “sentito dire”, ma testimoni capaci di annunciare ciò che hanno sperimentato, ciò che il Signore ha compiuto nella loro vita. È per questo che, subito dopo aver donato la Pace, Gesù dona alla Chiesa lo Spirito insieme al “potere” di rimettere i peccati. La Chiesa è mandata così a continuare l’opera di riconciliazione e guarigione compiuta da Cristo. Se sapremo accogliere il perdono e la misericordia che Gesù viene a portarci, allora potremo donare il perdono e vivere la Pace.

La Pace pasquale che Gesù viene a donarci, infatti, non è solo “non belligeranza”, reciproca indifferenza; tanto meno è la “pace armata” di chi afferma «Se vuoi la pace, prepara la guerra» (Si vis pacem, para bellum – Vegetio). La Pace che Cristo ci dona è reciproca accoglienza e perdono. Il perdono capace di creare una Nuova Vita in colui che lo riceve. Ecco il senso della festa della divina Misericordia: accogliere nella nostra vita il perdono del Padre che ci giunge per la Passione del Figlio e per opera dello Spirito. Avendo accolto questa Misericordia, siamo chiamati a implorarla per il mondo intero a farci intercessori per la salvezza del mondo. Siamo chiamati, però, soprattutto a farci operatori di misericordia eliminando in noi ogni giudizio di condanna dei fratelli.

Chiarisco il mio pensiero: se vediamo il fratello o la sorella che sbaglia, per amore di verità non possiamo negare l’oggettività dell’errore. Siamo chiamati tuttavia, non a condannare e magari divulgare l’errore, ma a comprendere, giustificare e, con vero amore fraterno, correggere il fratello. Siamo chiamati ad usare misericordia, cioè ad avere un cuore rivolto verso i miseri.

«… mostrò loro le mani e il fianco …» È significativo che proprio questa domenica il Vangelo accentui l’attenzione sulle Piaghe del Risorto: è da quelle piaghe che sgorga la sorgente della Misericordia. È per questo che la festa della Divina Misericordia è preparata da una novena che inizia il venerdì santo: dalle Sue piaghe siamo stati guariti. Il Risorto porta addosso le ferite inflittegli dalla cattiveria degli uomini, ma proprio a partire da esse usa Misericordia al mondo. Anche noi siamo piagati dal nostro peccato e dal peccato dei fratelli, ma è proprio a partire dal contemplare le piaghe di Cristo e dall’unire le nostre sofferenze alle Sue, che siamo chiamati ad usare misericordia divenendo, ognuno nello stato a cui il Signore lo ha chiamato, ministri del perdono.

Tutto ciò non è facile, la nostra natura ferita si ribella. Da ciò, però, dipende l’autenticità della nostra fede. Se davvero crediamo che Gesù è Risorto e che noi, nel battesimo, siamo risorti con lui, lasciamo che lo Spirito ci insegni a vivere da risorti che non temono più la morte e le ferite che il peccato altrui potrà infliggerci e preghiamo con le parole rivelate a Santa Faustina e che la Chiesa ha accolto e tramandato: Eterno Padre, ti offro il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità del tuo dilettissimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, in espiazione dei nostri peccati e di quelli del mondo intero!

Fr. Marco

sabato 4 aprile 2026

La luce dell'amore squarcia le tenebre del dolore: la Vita ha Vinto. Cristo è risorto. Alleluia

 « … ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome». (At 10,34a.37-43)

«Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra.» (Col 3,1-4)

«Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.» (Gv 20,1-9)

Nella Messa del giorno di Pasqua la pagina di Vangelo si apre con una costatazione: quando Maria di Magdala si reca al sepolcro era ancora buio. Probabilmente Maria, pressata dall’amore per il Maestro sepolto frettolosamente la vigilia della Pasqua, si è recata al sepolcro prima dell’alba per completare i riti della sepoltura; sappiamo, però, che il Vangelo di Giovanni ha una forte connotazione simbolica, quindi ci è lecito pensare che l’evangelista si riferisca anche allo stato d’animo di Maria: se il suo Signore è morto e sepolto, nel suo animo c’è oscurità, lutto, senso di una perdita irrimediabile ed irreversibile.

«Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!» Dinanzi al sepolcro vuoto, al pensiero che hanno portato via il corpo del Maestro, il lutto diventa sgomento e incomprensione. Maria porta la sconcertante notizia ai discepoli. L’attenzione si sposta adesso su Pietro e Giovanni, ma solo di quest’ultimo, quello che Gesù amava, si dice che vide e credette

Ecco un raggio di luce! Per vedere, infatti, è necessaria la luce. Non è sicuramente per caso che l'evangelista sottolinei che si tratta del discepolo che Gesù amava (trovo suggestiva la possibilità di leggere: “quello che amava Gesù”). È l’amore quella luce che permette a Giovanni di distinguere la “presenza” del Risorto, nei segni di un’assenza.

L’evangelista, infatti, precisa: «osservò i teli posati là, e il sudario …». Il verbo greco usato dall’evangelista indica un “guardare con attenzione”, osservare con calma, rendersi conto di ogni particolare, riconoscere i singoli oggetti e la loro collocazione. I teli giacevano posati là, afflosciati, a indicare che le bende non erano in disordine, ma che giacevano a terra come sgonfie, perché non vi era più il corpo che li sostenesse. Sarebbero stati in disordine, se qualcuno li avesse frettolosamente tolti per trafugare il corpo.

Ciò che conta è che il discepolo “credette” anche se non comprese (cfr. v. 9). L’amore è probabilmente quella luce che gli permette di intuire la realtà di ciò che non può comprendere.

«Chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome». La prima lettura collega una conseguenza fondamentale a questa Luce che permette di vedere, alla fede amante: il perdono dei peccati. S. Pietro ci dice, inoltre, che chi crede in Lui, chi, illuminato da questa fede amante, l’ha riconosciuto presente nella sua vita,  è invitato all’annuncio e alla testimonianza: «… ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare».

Il Signore Risorto è vivo e presente in mezzo a noi. Premuriamoci di purificare i nostri occhi e di ravvivare il nostro amore per poterlo vedere e riconoscere: la nostra vita ne sarà trasformata. Auguri.

Fra Marco.